_______________________________________________________________

Lunedì 17 ottobre 2016

Il tempo dell’amore

*

Il potere della memoria non risiede nella sua capacità di far risorgere una situazione o un sentimento effettivamente esistiti, ma in un atto costitutivo della mente legato al proprio presente e orientato verso il futuro della propria elaborazione – Jacques Dérrida

Angelo smemorato

Continuare a scrivere sull’elaborazione è segno del carattere residuale dei discorsi attuali: ciò che resta è un resto, il sopravvivere di ciò che vorremmo inerte, non più vivo, né operante in noi. Il riconoscimento di un peso che avrebbero ancora le cose significa, poi, che il desiderio deve essere interpretato ancora, nonostante i ripetuti addii e le rotture e la distanza e il tempo trascorso. Catalogare e ‘archiviare’ il passato è possibile a condizione che sia tutto chiaro. Il lavoro della memoria, tuttavia, comprende il presente, per il quale si procede nell’elaborazione dell’esperienza vissuta, e il futuro che viene preparato dal modo di consistere oggi qui. Il carattere simbolico dell’elaborazione implica una ricomposizione di sé su altri piani di realtà che non sono dati, non sono già dati.

*

Siamo abituati a concepire l’elaborazione – la riflessione sull’esperienza vissuta – come strumento da mettere al servizio dell’abbandono, della perdita, del lutto. Se prevale questo richiamo al lavoro da fare su di sé quando siamo nel ‘lutto’, cioè in tutte le forme di perdita di cui è dato fare esperienza, sarà necessario estendere il ‘lavoro’ a mancanza, lontananza, assenza, che non comportano di necessità una perdita. La malinconia d’amore, che è consustanziale alla mancanza, andrà combattuta con le opportune strategie di apparizione, a cui faremo ricorso nella vita quotidiana per esorcizzare la mancanza.
Il desiderio di conoscenza (dell’altro che è in noi, come dell’altro che è fuori di noi) che accompagna la domanda d’amore chiede di sapere ma non sempre è orientato nella direzione giusta: lo sguardo si rivolge al passato, come se in quel tempo immemoriale fosse depositato il germe della verità che salva. Vogliamo sentirci dire che le cose sono andate come vorremmo che fossero andate (solo chi sia dotato di maturità affettiva saprà accogliere la verità dell’altro che si dischiuderà davanti a noi attraverso i suoi racconti, che andranno ascoltati e basta: è vera maturità saper custodire nel proprio cuore la realtà dell’altro, oltre le paure e le insicurezze personali…). Ci rendiamo prigionieri del passato, quando la vera conoscenza è del presente: la persona con la quale siamo impegnati a stabilire una relazione è una presenza, si farà per noi vera presenza, se noi sapremo costruire un legame che non sia condizionato dalla paura né dal risentimento.
L’altro è impegnato a consistere nel presente, essendo preso, come noi, dal compito di elaborare il proprio  passato, per farne un’occasione da mettere al servizio del presente. Il presente-ora – luogo dell’esperienza che non si esaurisce nello spazio breve di un giorno, di un avvenimento, di un gesto datato – è tempo-ora, è il nunc che siamo impegnati a dilatare nel dominio del tempo vissuto, per farne possibilità di consistere e certezza del sentire. L’ordine del cuore, infatti, non è estraneo alla dimensione personale del tempo: assegnare all’altro il posto che gli compete nella percezione che ne realizzeremo è operazione ripetuta nel tempo, che ci consente di verificare la bontà del nostro interesse, la forza del sentire, il valore assegnato alla persona.
Chi si staglia davanti a noi non è mera presenza, vuota parvenza: l’apparizione dell’altro è ingresso nella nostra esistenza, se contribuiremo a dare senso a quella apparenza, legandola saldamente alla realtà dell’altro. Si darà incontro, se sapremo, da una parte e dall’altra, tenere insieme apparenza e realtà della persona, istituendo le file di continuità che costituiscono la vera garanzia della bontà della quotidiana contrattazione del significato delle cose; è nell’ancora che torniamo a ripetere e nell’ancora della volontà di sapere che sarà reso possibile dare vita a quella continuità che farà poi storia. E sarà storia da costruire, non rievocazione del passato personale, da spendersi in un improbabile commercio dei significati delle cose. E’ il futuro della propria elaborazione di cui parla Jacques Derrida.
Vivere nel passato, avendo assegnato ad esso il potere di fare giustizia nell’amore, perché luogo in cui sarebbe depositata la verità personale, è consegnarsi alla malinconia del così fu, vissuto come imperdonabile, imprescrittibile, irredimibile: è rinunciare alla possibilità della redenzione del tempo, al riscatto delle azioni compiute, al lavoro di elaborazione del passato, in vista di un significato ulteriore da dare alle cose. E’ il presente il tempo dell’amore, ché è il tempo della presenza, della trascendenza personale, dell’ulteriorità di senso, che contribuiamo ad assegnare giorno per giorno alla vita della coscienza con i nostri atti.
La valorizzazione della trascendenza della persona dell’altro passa attraverso il riconoscimento della trascendenza come realtà della persona che attingiamo facendoci guidare dal suo modo di apparire: solo tenendo insieme apparenza e realtà riusciremo a cogliere la profondità del sentire personale, cioè la sfera del sentimento, che ci conduce al cuore della realtà della persona.
Il visibile ci conduce sempre all’invisibile dell’esperienza dell’altro. Il volto, lo sguardo, la voce, la parola, gli atti dell’altro sono i suoi invisibilia, la realtà più vera della persona. Ad essi daremo voce, nella contrattazione dei significati: indicheremo ciò che ‘vediamo’, ciò che l’amore ci fa vedere. L’intelletto d’amore saprà dare un volto alla persona, saprà risalire dallo sguardo al soggetto inconscio del desiderio, si farà guidare dalla voce verso le oscurità dell’Ombra, accostandosi sempre più alla realtà della persona. Il presente è lo spazio ampio della temporalità della coscienza, il luogo del suo consistere, la dimora del suo essere. L’ek-stasis mondana è la propensione oltre i meri fatti, nell’atmosfera rarefatta ma concreta delle parole, dei gesti, delle azioni, che materializzano la spinta del desiderio: la tensione verso l’altro, che si afferma nel desiderio di conoscenza dell’altro, rivela i modi di darsi e di sottrarsi dell’anima, nella sua apertura alla dimensione estatica dell’altro: la nostra trascendenza è protesa verso la trascendenza dell’altro; i nostri invisibilia cercano gli invisibilia dell’altro. Il commercio delle anime, quando si dia incontro, costituisce il luogo della verità: per noi, «la verità è il tono di un incontro» (Hofmannsthal); solo imparando ad «abitare la distanza» (Rovatti) poi riusciremo a dare voce adeguata al desiderio, trascorrendo coraggiosamente da un ‘luogo’ all’altro, secondo i suoi spostamenti metonimici.

*

α Cadiamo sempre in un errore prospettico di cui non ci rendiamo conto quando ci attardiamo su posizioni sterilmente preoccupate del mero recupero del passato, mentre dovremmo considerare il vero compito di consistere nel presente, il nostro presente, e da lì muovere i nostri passi verso un futuro da costruire come spazio dell’elaborazione dell’esperienza vissuta, luogo di tutti i ‘vissuti’ che affiorano alla coscienza e che reclamano una ulteriorità di senso e spazio nella stessa coscienza, l’istituzione di file di continuità nella trama di sempre nuovi racconti, perché ciò che è stato non precipiti nella malinconia del ‘così fu’: solo ciò che è raccontato prende vita; dare forma alle cose è questo nominare e dare voce a ciò che preme dolorosamente in noi e che ci chiama a sempre nuovi compiti, all’esercizio rinnovato della parola che incanta e commuove il viandante che è in noi. Rimettersi in cammino gioiosamente è la scienza della vita che è vita davvero.

α È coraggio di vivere questo congedarsi dalle secche del passato che non passa, per dare nuova voce ad ogni richiamo delle cose che chiedono senso, che si dia senso a tutte le voci che si accampano sulla scena della vita intorno a noi: ad esse corrispondere non è tradire il senso della nostra presenza – quasi un venir meno alla fedeltà alla terra che ci sostiene e che ci nutre -, se il posto che andranno ad occupare in noi quelle voci contribuirà a dare senso alla nostra vita, facendo diventare biografia l’infranto, se chi ci guarda è interessato a raccontarci la favola della nostra vita. È questo corrispondere alle nostre attese che dà senso all’attesa e alla speranza. Avviene, talvolta, che un ascoltante riesca ad essere angelo per noi. Massimo Cacciari ha scritto che «la creatura è in ascolto»: quell’«è» va scritto in corsivo, per significare che non di pochi ascoltanti di professione è il compito di costituire occasione di salvezza per qualcuno. Ad ognuno di noi sia angelo chi gli sta accanto, che sia capace di raccontare a noi quello che siamo stati, perché sia possibile consistere in questo presente e sperare di essere amati ancora.

Pagina successiva →

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
    ___________________________

    EMOZIONI E SENTIMENTI
    ___________________________

    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
    _______________________________

    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

    _____________________________

    Sulla Scrittura
    _______________________

    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)