*

Epifanie mondane (1): Il primo apparire

Aver cura del vivente richiede tempo, attenzione, attesa: in una parola, pazienza. (Gabriella Caramore)

Ad ogni nuovo ingresso nella stanza, tutte le volte che si presenta qualcuno per la prima volta nella sede del Centro di ascolto lasciamo che la cosa accada, come se non stesse accadendo niente di sconvolgente, niente che non ci sia già noto, per aver visto nella nostra lunga vita apparire cose e persone: alla prima volta non abbiamo attribuito significati speciali; la particolarità di ognuno, la novità di ognuno ci è sempre parsa in qualche modo scontata. Si è trattato sempre di catalogare immediatamente la persona come utente interessato ad una richiesta di aiuto. Qualche volta siamo stati colpiti più del solito dalla drammaticità del racconto, ma anche questo aspetto della cosa è stato riassorbito all’interno della consuetudine dell’ascolto: ciò che si presenta drammaticamente cessa di esserlo quando si siano inquadrati i problemi e si sia stabilita la relazione. 

Se questo è ciò che ci appare di noi stessi, se restiamo alla superficie delle cose, ben più intenso e profondo risulterà lo sguardo che accoglie, se leggiamo più attentamente la scena: gentilezza e disponibilità umana non sono qualità private, caratteristiche di personalità che appartengano a pochi! La formazione professionale degli ascoltanti è formazione permanente che mira a educare all’ascolto attivo ogni persona che sia interessata ad aprirsi alle voci del mondo: si tratta di dare valore alle molteplici presenze che si accampano sulla scena, per cui è l’infinito trascorrere da una persona all’altra che è in questione. Bisogna apprendere a percorrere il ponte che avremo gettato tra noi e l’altro, perchè sia possibile trascorrere da una direzione all’altra indifferentemente. Accogliere ed essere accolti è accettare ed essere accettati, riconoscere dignità all’altro e vedersi riconosciuti nella propria dignità. Nel momento in cui l’altro avverte che le sue parole hanno peso non può fare a meno, a sua volta, di aprirsi, di accogliere, di accettare, di ricambiare le attenzioni, di offrire le personali risorse per favorire la conoscenza di sé. Lo scambio di risorse e la reciprocità, assieme all’interazione emozionale, generano il legame. 

La marcia di avvicinamento progressivo, che è apertura alle ragioni dell’altro, l’esplorazione della sua ambivalenza, la possibilità offerta all’altro di elaborare i due lati dell’ambivalenza fanno dell’ascoltante un camminante. L’accesso all’invisibile dell’esperienza dell’altro non è ingresso in una zona dell’anima paragonabile a un luogo ideale: è, piuttosto, il momento in cui emerge un vissuto personale a costituire di fatto la possibilità del contatto emotivo: il nostro sistema di significati – la nostra mente – incontra un altro modo di declinarsi nel mondo, che è ancora sconosciuto per noi. La terra incognita che ci si para davanti è propriamente l’esperienza dell’altro. Avvertire di essere dislocati altrove, di essersi allontanati per un po’ dalle proprie ragioni per conoscere altro – per amore di altro – è già essere partiti in direzione dei sei lati del nondo: dovremo stabilire con l’altro il significato di alto e basso, avanti e indietro, destra e sinistra: è ciò che chiamiamo Kairós, cioè tempo debito, il momento opportuno per poter dire che siamo qui e ora, che occupiamo lo stesso spazio e ci moviamo nello stesso tempo; è la qualità dell’accordo a cui si arriva dopo aver camminato insieme guardando nella stessa direzione. 

Il movimento verso se stessi, verso gli altri, verso il mondo costituiscono i tre fondamenti dell’autoeducazione, il costituirsi dell’esperienza come Erfahrung, ‘viaggio’, ‘cammino’. Da Erlebnis a Erfahrung. 

zv7qrnb

Pagina successiva →

  • Gabriele De Ritis
    Gabriele De Ritis
    Educatore presso la Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi
    _______________________________

    EMOZIONI E SENTIMENTI

    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si la- sciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO
    ____________________________

    Accade qualcosa:
    «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre».
    Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    ____________________________

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove ap-poggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

    ________________________________

    Sulla Scrittura

    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario.

    MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero.

    JACQUES DERRIDA
    ____________________________

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. PARACELSO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» (Cristina Campo).

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
    ___________________________

    LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo.
    PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri ___________________________
    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste.
    PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri ___________________________
    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti.
    PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri ___________________________
    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne.
    MARINA CVETAEVA ___________________________
    La verità è il tono di un incontro.
    HUGO VON HOFMANNSTHAL ___________________________
    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amero, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore.
    FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano ___________________________
    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122) ___________________________
    Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell'esistere con l'altro senza bisogni.
    Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l'altro ci sia, in quanto è grazie all'esserci dell'altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l'esistere dell'altro mi rivela a me stessa.
    In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell'altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell'esistere dell'uomo come soggetto?
    (Silvia Montefoschi) ___________________________
    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. RENATA TURCO ___________________________
    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959) ___________________________