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mag
15
Sotto un’altra luce
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Martedì 15 maggio 2012
CAMMINARSI DENTRO (387): Sotto un’altra luce
I colori della Terra Santa
L’umano sentire, tutto il nostro sentire, che è fatto di emozioni e sentimenti, stati d’animo transitori e vive passioni, è radice e fondamento. Non un mondo parallelo, un ‘privato’ da contrapporre a ‘pubblico’, ci viene incontro per farci assaporare la vita in tutte le sue pieghe e dare colore ai giorni, come se l’umano fosse altro, cose diverse da sangue e rossori, tripudi e spaventi improvvisi… Ogni nostro istante è palpito e turbamento, eccitazione o rasserenamento, abisso di disperazione o gioiosa letizia. Essere vivi non significa ‘semplicemente’ pensare, presumere di poter governare un mondo che immaginiamo ‘sottostante’ ma che è, invece, superficie e salda apparenza. L’esposizione ai colori del mondo – il mondo non è in bianco e nero! – dovrebbe metterci perennemente in condizione di restituire un variegato e multiforme mondo interiore, fatto di arabeschi colorati e di paesaggi intricati e sorprendenti. Alle forze che ci trascinano in basso, sottraendo la gioia ai nostri giorni, dovremmo sempre opporre le ragioni dei sensi, la dignità solenne dello stupore, l’inchino riconoscente al passaggio delle fanciulle in fiore, che ci dicono tutta la vita, l’apertura alla speranza e il passo di danza proteso in avanti.
Radice e fondamento è il nostro sentire. Al fondo dei nostri più alti pensieri c’è sempre un appassionato sentire, i nostri occhi spalancati sul mondo, affetti dalla viva meraviglia delle cose. Un nuovo ci appare e si mostra annuncio di altri mondi e altre certezze. Veniamo da un altrove che non ci appartiene completamente, avanziamo verso la terra incognita delle esistenze altre. Lo stupore è accompagnato a timore, attesa, speranza.
E’ tempo di fiorire di nuovo. Le timide gemme che fanno capolino intorno a noi e dentro di noi non chiedono altro, soltanto fiducioso abbandono e rispetto per il barlume di letizia che si affaccia nell’anima. E’ tempo di uscire dall’uggia invernale. Non importa se chi doveva ha trascurato di innaffiare il nostro giardino. Provvederà il nuovo tempo che è nell’aria a darci piogge e sereno. E’ tempo di uscire.-
ACCESSO AL SITO
Breaking Rain, di Pierpaolo Zaino
EMOZIONI E SENTIMENTI
Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persua- sione. - ARISTOTELE
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I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO
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È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» (Cristina Campo).
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________________________________LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO
E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo.
PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri
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L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste.
PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri
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La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome. Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti.
PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri
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... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne.
MARINA CVETAEVA
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La verità è il tono di un incontro.
HUGO VON HOFMANNSTHAL
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58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amero, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano
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Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania. Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988). L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)
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Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la felice condizione dell'esistere con l'altro senza bisogni. Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l'altro ci sia, in quanto è grazie all'esserci dell'altro che io mi manifesto come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l'esistere dell'altro mi rivela a me stessa. In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell'altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell'esistere dell'uomo come soggetto? (Silvia Montefoschi)
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Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. RENATA TURCO
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E’ Joan che parla: «Tutti dovreb- bero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato». – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)
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