Domenica 22 giugno 2014

L'esperienza estetica (1): I paradossi dell'esperienza

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«Il 'referente' non è la cosa stessa, ma il nostro modo di operare sulle cose, di manipolarle e configurarle come il correlato implicito del linguaggio; l'‘operazione’ a sua volta è questo stesso concreto manipolare, che non può essere disgiunto peraltro dal nostro rappresentarci le cose e le nostre manipolazioni delle cose, cioè dal nostro ‘prendere le distanze’ dagli stimoli immediati, e che suppone quindi in qualche modo il nostro conoscerle e parlarne» (EMILIO GARRONI, Ricognizione della semiotica. Tre lezioni, OFFICINA EDIZIONI 1977, pag.69)

STEFANO VELOTTI, La "facoltà dell'immagine" di Emilio Garroni e il suo contributo alla ricerca contemporanea sulla percezione, i "contenuti non concettuali" e l'immaginazione, www.filosofia.it (2013)  è un saggio dedicato all'ultimo libro di Emilio Garroni, Immagine Linguaggio Figura. Osservazioni e ipotesi, LATERZA 2005, che per lui è una ripresa e un ripensamento di temi già trattati in Ricognizione della semiotica. I rapporti tra sensibilità e intelletto kantiani sono chiariti in termini di «facoltà dell'immagine» e di linguaggio e concetti. Nell'opera del 2005 Garroni affronta lo statuto del linguaggio solo in relazione all'«immagine interna», che deve essere considerata «la premessa e la garanzia della realtà del significato delle parole del linguaggio» (p.57). Nel 1998, con L'indeterminatezza semantica, una questione liminare – poi rifluito ne L'arte e l'altro dall'arte. Saggi di estetica e di critica (Laterza 2003, pp.89-115) – incontriamo quella correlazione di determinato e indeterminato che è forse il nodo teorico che Garroni ha pensato più a fondo: il «paradosso fondante» della filosofia, ma anche dell'esperienza comune, di cui si era occupato già ne I paradossi dell'esperienza, in Enciclopedia Einaudi, vol.XV: Sistematica (Einaudi 1982, pp.867-915) e in Senso e paradosso. L'estetica, una filosofia non speciale (Laterza 1986).

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Ci troviamo di fronte a uno dei vertici della Filosofia contemporanea, per la quantità e la profondità delle questioni poste dall'opera di Garroni. Le parole chiave sono 'paradosso' ed 'esperienza'.

Esperienza personale ed esperienza estetica, ma anche il modo in cui l'esperienza estetica influenza l'esperienza personale, cioè il personale modo di sentire, e il modo in cui la profondità e l'esattezza del sentire favoriscono la percezione delle cose belle.

Perché tra sentire privato ed emozione estetica non corre una linea di confine che oltrepassiamo, quando ci accingiamo a leggere una poesia, a fruire delle opere dell'arte figurativa, musicale, cinematografica… Tra un sentire e l'altro non c'è 'passaggio', né in un senso né nell'altro, perché si tratta di un unico territorio. L'educazione sentimentale ricevuta, le inclinazioni personali, la qualità impressa alla vita morale, la grana della voce, la percezione dell'esistenza altrui, lo sguardo che si posa sulle cose, il gusto che proviamo di fronte al brutto e al bello… La solitudine e l'azione, i gesti e gli atti liberi, la capacità di dare e di ricevere… Compassione, gentilezza, magnanimità, autenticità… L'amicizia e l'amore, la valorizzazione delle qualità altrui, la disponibilità disinteressata, l'attaccamento interessato… La riflessione, la meditazione, l'esercizio, la lettura, l'ascolto, l'osservazione ininterrotta…

Tutta la nostra esperienza di noi stessi, degli altri, del mondo acquista immediatamente rilevanza estetica nel momento in cui ci poniamo il problema della sua dicibilità, di ciò che ne faremo, se diventerà materia di racconto, se si farà discorso, storia, biografia, socialità larga.

Tra esperienza e comportamento si gioca tutta la nostra vita. E chiameremo esperienza l'indicibile, l'ineffabile, l'inesprimibile, l'inconfessabile, il sottaciuto, l'inespresso, il presupposto, l'implicito, il non verbale, l'immateriale: tutto l'invisibile dell'esperienza personale. I nostri invisibilia. In questo senso, accedere all'esperienza altrui equivale ad 'entrare' nell'esistenza stessa, istituire file di continuità, stabilire una relazione, curare un rapporto interpersonale, riconoscere la realtà di legami, sentirsi legati, chiamare libertà ciò che lega non ciò che scioglie.

Aprirsi all'evidenza della presenza altrui e trascorrere oltre le mere apparenze da ciò che appare a ciò che costituisce la sostanza di una persona facendosi guidare sempre dal modo di darsi delle cose e delle persone, il personale modo di consistere e di protendersi nella realtà mondana da parte dell'altro, per sentirne le voci, per farsi occhi capaci di sentire la segreta armonia di un'esistenza è giusto come il pane, è vero amore per la creatura.

Scoprire il problema della dicibilità dell'indicibile e sapere che nell'esperienza amorosa non facciamo altro che divinare da un fondo enigmatico e buio equivale a vivere l'amore come esperienza che solo per metà ci vede consapevoli di ciò che siamo, perché stiamo lì, accanto ad una persona e non ad altre: interroghiamo perennemente la nostra interiorità, per restituire i sensi del nostro umano consistere accanto a un partner, ma incontriamo soltanto indeterminazione e approssimazione, timore e tremore, in mezzo a qualche certezza acquisita.

Occorre dare voce a tutto il non detto, che per definizione non può essere espresso, perché in quel territorio si gioca quel che ne sarà di noi, se saremo persone consapevoli oppure no.

La ricerca di Emilio Garroni è tutta protesa alla comprensione della realtà di quella zona nevralgica dell'esperienza umana – kantianamente, un nuovo 'condizionato' – in cui si produce immagine, al di qua del parlato e dello scritto, di ogni compiuta espressione di sé.

Il paradosso dell'esperienza, di fronte al quale perennemente ci ritroviamo, è innanzitutto il paradosso del linguaggio, che è nello stesso tempo unico/molteplice, unitario/plurimo, «punto di partenza»/«punto di arrivo». 

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  • Gabriele De Ritis
    Gabriele De Ritis
    Educatore presso la Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi
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    EMOZIONI E SENTIMENTI

    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si la- sciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO
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    Accade qualcosa:
    «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre».
    Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

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    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove ap-poggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura

    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario.

    MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero.

    JACQUES DERRIDA
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    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. PARACELSO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» (Cristina Campo).

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo.
    PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri ___________________________
    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste.
    PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri ___________________________
    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti.
    PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri ___________________________
    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne.
    MARINA CVETAEVA ___________________________
    La verità è il tono di un incontro.
    HUGO VON HOFMANNSTHAL ___________________________
    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amero, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore.
    FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano ___________________________
    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122) ___________________________
    Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell'esistere con l'altro senza bisogni.
    Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l'altro ci sia, in quanto è grazie all'esserci dell'altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l'esistere dell'altro mi rivela a me stessa.
    In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell'altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell'esistere dell'uomo come soggetto?
    (Silvia Montefoschi) ___________________________
    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. RENATA TURCO ___________________________
    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959) ___________________________