-

PAGINE ESEMPLARI
- Bellezza, cioè Beauty, Yapha, Sundara, Tò kalòn, Wabi-sabi, Hozho
- Camminarsi dentro
- Conoscenza vs Comunicazione
- Consulenza filosofica
- Esercizi spirituali
- Home Page
- I giacimenti della conoscenza
- il Fallo, il Grande Rimosso
- Il genere umano femminile
- Il genere umano maschile
- Il governo di sé
- il Padre
- il Segreto
- Imparare a leggere
- L’educazione estetica
- L’esperienza religiosa
- L’esperienza sociale
- L’età ulteriore
- L’identità terrestre
- La conoscenza della conoscenza
- La fatica di esistere
- La natura umana
- La pratica letteraria
- Le ultime cose
- Muovere verso l’altro – Verso la terra incognita
- Raccontarsi
- Salvare l’emozione estetica
-
________________________________LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO
E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo.
PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri
___________________________
L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste.
PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri
___________________________
La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome. Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti.
PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri
___________________________
... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne.
MARINA CVETAEVA
___________________________
La verità è il tono di un incontro.
HUGO VON HOFMANNSTHAL
___________________________
58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amero, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano
___________________________
Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania. Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988). L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)
___________________________
Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la felice condizione dell'esistere con l'altro senza bisogni. Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l'altro ci sia, in quanto è grazie all'esserci dell'altro che io mi manifesto come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l'esistere dell'altro mi rivela a me stessa. In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell'altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell'esistere dell'uomo come soggetto? (Silvia Montefoschi) - ________________________________
I miei maestri

Giorgio Agamben

Hannah Arendt

Franco Basaglia

Ingmar Bergman

Giorgio Bocca

Eugenio Borgna

Massimo Cacciari

Roberto Calasso

Italo Calvino

Cristina Campo

Adriana Cavarero

Pietro Citati

Simone de Beauvoir

Duccio Demetrio

Roberta De Monticelli

Jacques Derrida

Emily Dickinson

Umberto Eco

Roberto Esposito

Michel Foucault

Nadia Fusini

Umberto Galimberti

Emilio Garroni

Natalia Ginzburg

Sergio Givone

Luce Irigaray

Vladimir Jankélévitch

Franz Kafka

Jacques Lacan

Giacomo Leopardi

Primo Levi

Claudio Magris

don Antonio Mazzi

Luisa muraro

Jean-Luc Nancy

Salvatore Natoli

Friedrich Nietzsche

Martha Nussbaum

Franco Rella

Claudio Risè

Jean-Paul Sartre

Max Scheler

Emanuele Severino

George Steiner

Virginia Woolf

Marguerite Yourcenar

Luigi Zoja
________________________________lug
2
CAMMINARSI DENTRO (142): Ascolta il tuo cuore, città! – L’arte del giusto rimprovero
Filed Under Camminarsi dentro | Commenti disabilitati
*

Ho sempre temuto i rimproveri di mio padre. Addirittura, il giorno della sua morte ho provato una sorta di sollievo: non avevo più paura di lui. Ho riflettuto su questa mia ‘condizione’: fragilità mia, rimproveri eccessivi? Non so bene ora cosa prevalesse nell’educazione severa di un tempo: ogni più piccolo errore era stigmatizzato e punito, talora anche aspramente. Senza nulla togliere all’autorità di mio padre che non ho mai smesso di amare, la sua voce tonante mi raggiungeva ogni volta scuotendomi dentro: si abbatteva su di me portando sconquasso e sconcerto. Mi sembrava tuono a ciel sereno, ingiustificato rilievo, sottolineatura eccessiva. Tutto era imperfetto, incompleto, incompiuto nelle nostre cose. E come poteva essere diversamente! Eravamo incompleti, imperfetti, senza identità. Ho impiegato gli anni della scuola media e poi del liceo e quelli dell’Università per trovare uno straccio di equilibrio personale. Ma quale equilibrio mai potevo esibire di fronte a me stesso, se risonava sempre la sua voce dentro di me, a ricordarmi i compiti che mi aspettavano, rispetto ai quali ero e sono ancora sempre in ritardo? Ma chi non rimanda mai a domani quello che dovrebbe fare oggi? A che cosa giovò rimproverarmi ad ogni piè sospinto, facendo di me, già timido dalla nascita – ferocemente timido -, una persona insicura e timorosa, tanto che poi scrissi a lettere di fuoco le parole del filosofo Hobbes: Il sentimento fondamentale della mia vita è stato la paura? Quando scrissi il testo che segue era il 1994. Mio padre era già morto. Inserii il motivo dei rimproveri tra le ’cause’ della tossicomania, perché convinto che i percorsi del riconoscimento – spesso tortuosi e incompiuti, quando non del tutto assenti – influiscono sui destini personali più della biologia e della genetica.
Dietro il vizio e la spinta al consumo; oltre la contiguità e la curiosità; indipendentemente da ogni analisi sociologica e statistica, la tossicodipendenza è la sola risposta alla sofferenza della persona di cui sia capace chi non è riuscito a trovare altre soluzioni ai problemi della propria esistenza.
Nessuno arriva ad infilarsi un ago in vena da un giorno all’altro. Dietro quel primo buco c’è un corteo di frustrazioni, di sconfitte, di silenzi, di esclusioni, di rimproveri, di fraintendimenti, di paure, di incomprensioni, di perdite, di vane attese, di desideri impossibili, di bisogni insoddisfatti, di astratti furori.
La tossicodipendenza non è una malattia del corpo. Si tratta di decidere qui dove andare a cercarla.
Se concepiamo l’uomo come una realtà duplice – corpo e anima -, la cercheremo nell’anima, dal momento che il corpo guarisce dal male che contraddistingue la tossicodipendenza, ma la persona continuerà a patire nella mente, nel cuore e nello spirito; nei pensieri, nei sentimenti, nelle emozioni.
Se concepiamo l’uomo come una realtà indivisibile, cercheremo la tossicodipendenza nella vita della persona, nel progetto esistenziale della persona, nella persona.
Studieremo le sue relazioni sociali, le sue relazioni familiari, le sue relazioni di gruppo, le sue relazioni ‘coniugali’: non isoleremo l’individuo dal suo mondo; lo assumeremo come cittadino e come persona, come parte dei sistemi in cui è immerso, ma soprattutto come singolo, cioè come una realtà spirituale dotata di coscienza morale.
(Ascolta il tuo cuore, città! – Venti Tesi: per non morire di droga, 1994)
Vizio, consumo, contiguità, curiosità… Oltre tutte le spiegazioni classiche del fenomeno della dipendenza da sostanze, abbiamo individuato in un corteo di mancanze e privazioni altre ’cause’ del disturbo. Di esse ci preme tematizzare oggi il rimprovero come stile della comunicazione.
Anche recentemente abbiamo assistito all’ennesimo episodio tragico tra i ragazzi: dopo un rimprovero, un dodicenne si è buttato dal balcone di casa sua ed è morto. Noi diremo: dopo un rimprovero, non a causa di esso. C’è sempre da indagare sulle cause che inducono una persona a scegliere di farsi del male. La Corte di Cassazione ha sancito che i rimproveri ripetuti sono mobbing. La stessa Corte ha stabilito che un Preside non può rimproverare un insegnante di fronte alla sua classe. Perfino nell’educazione dei cani al rimprovero consegue il perdono! Insomma, non si può rimproverare nessuno a cuore leggero, senza immaginare che sia senza conseguenze. Il giusto rimprovero è quello che si richiede per poter parlare di uno stile educativo adeguato alla persona che ci è stata affidata. Una ricerca scientifica attesta gli effetti che i rimproveri hanno su chi li fa: sembra che facciano sentir bene chi li fa. Se gli adulti Educatori avessero coscienza di quello che accade in loro come di quello che accade nei ragazzi quando siano oggetto di rimproveri, le conseguenze di questi sarebbero forse meno dirompenti.
Breaking Rain, di Pierpaolo Zaino
ACCESSO AL SITO
CALENDARIO
POST
Categorie
Nodi e Relazioni
- Abiura (Roberta De Monticelli)
- Biofuels’ generation
- Caducità (S.Freud)
- Calicanto d’inverno
- Codici d’accesso dimenticati
- Contenere l’ira
- Corrias Gomez Travaglio
- Costituirsi come soggetti morali
- Creare per sorridere
- Eschilo (e Severino)
- Eύθανασíα
- I gruppi di lettura di amalteo
- Il colore bianco
- Il colore giallo
- Il colore marrone
- Il colore rosso
- Il colore rosso dell’autunno
- Il colore verde
- Il colore viola
- Il compagno segreto
- Il dissidente
- Il senso della vita nelle cose d’amore
- Il significato della morte (Carlo Rivolta)
- Il timore e la speranza
- Iniziazione e tossicodipendenza
- Insecuritas – Il paradigma immunitario
- Intolleranza zero
- Io cerco l’essere che non si risolve nello svanire
- L’empatia vale più dell’amore
- La generazione del nulla – Quando la vita perde il senso
- La morale è un detto, la politica un fatto
- La storia non siamo noi
- La vita buona è solo quella consapevole
- Laicità debole e laicità forte
- LibraryThing
- Luoghi dell'anima: Nesso
- Non come quando smetti di amare
- Ottimi sentimenti e pessime ragioni
- Perché non possiamo non dirci bonobo
- Progetto e destino
- Quasi un privilegio
- Rappresentare le conoscenze a scuola
- Separarsi moralmente
- SOS-Racisme
- Spazzatura sentimentale
- Su sincerità veridicità autenticità (A.Tagliapietra)
- Sul silenzio (Vito Mancuso)
- Sull’amore (Benedetto XVI)
- Sull’amore (E.M.Cioran)
- Sull’amore (L.Andreas Salomè)
- Sull’amore (M.Cacciari)
- Sull’amore (U.Galimberti)
- Sull’indifferenza (A.Zamperini)
- Sull’indifferenza (S.Ghisu)
- Sulla parresia (U.Galimberti)
- Un’etica del desiderio indistruttibile
- VisualComplexity
- Voglio che nessuno si occupi della mia morte
-
Ricerca personalizzata - _________________________________
Copyright © 2007 Ai confini dello sguardo • Powered by WordPress • Using Blue Zinfandel theme by Brian Gardner


