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________________________________LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO
E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo.
PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri
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L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste.
PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri
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La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome. Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti.
PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri
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... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne.
MARINA CVETAEVA
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La verità è il tono di un incontro.
HUGO VON HOFMANNSTHAL
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58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amero, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano
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Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania. Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988). L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)
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Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la felice condizione dell'esistere con l'altro senza bisogni. Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l'altro ci sia, in quanto è grazie all'esserci dell'altro che io mi manifesto come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l'esistere dell'altro mi rivela a me stessa. In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell'altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell'esistere dell'uomo come soggetto? (Silvia Montefoschi) - ________________________________
I miei maestri

Giorgio Agamben

Hannah Arendt

Franco Basaglia

Ingmar Bergman

Giorgio Bocca

Eugenio Borgna

Massimo Cacciari

Roberto Calasso

Italo Calvino

Cristina Campo

Adriana Cavarero

Pietro Citati

Simone de Beauvoir

Duccio Demetrio

Roberta De Monticelli

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Umberto Eco

Roberto Esposito

Michel Foucault

Nadia Fusini

Umberto Galimberti

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Natalia Ginzburg

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Luce Irigaray

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Jacques Lacan

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Salvatore Natoli

Friedrich Nietzsche

Martha Nussbaum

Franco Rella

Claudio Risè

Jean-Paul Sartre

Max Scheler

Emanuele Severino

George Steiner

Virginia Woolf

Marguerite Yourcenar

Luigi Zoja
________________________________set
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Guadagnata l’uscita, dopo aver espletato in gennaio le pratiche necessarie per la Richiesta di dimissioni volontarie dall’impiego, ho potuto verificare fin qui cosa accade quando si informa il mondo di quello che si sta facendo: se si tratta solo di ritocchi alla casa, nulla quaestio, non siamo oggetto di grande interesse, ma se addirittura ci accingiamo a cambiare casa, non mancherà chi ci suggerirà di non farlo. Perché non aspettare un anno ancora? E’ redditizio farlo ora?
Parafrasando uno scrittore mitteleuropeo, si potrebbe dire che ho messo un’inserzione per una casa in cui non voglio abitare più. Discutere le ragioni della mia scelta è vano, ormai, essendo stata già consumata la decisione di andare via. Restano le ragioni forti – come ben sapevo – di chi disprezza la vecchiaia, comunque si voglia chiamare l’età ulteriore, il tempo di vita che segue quello lavorativo.
La nostra è una società spuria, inattendibile: quello che dice è ‘chiacchiera’, vaniloquio, sproloquio: distrugge lavoro, impedisce ai giovani di accedervi, rende il lavoro inabitabile, scoraggia la cooperazione sui luoghi di lavoro, promuove frustrazione e isolamento, esalta l’iniquità economica; ma non rinuncia ad ostentare l’ideologia produttivistica del primo capitalismo, che era segnata fortemente dal valore calvinista del lavoro come bene in sé, come se per essa fosse ancora un valore: il sistema economico-sociale si limita a sfruttare la forza-lavoro.
Oggi è possibile passare allegramente la vita senza fare nulla – i tossicomani lo fanno impunemente e nessuno se ne duole: continuano, poi, a morire uno dopo l’altro, confortati dal pianto benevolo di chi si libera della loro ingombrante presenza. Hanno ragione i nostri fratelli a odiare i ‘tossici’, non solo per le loro bravate automobilistiche: ci vuole stile nel non far nulla! Decoro e stile!
Ho provato serio imbarazzo e disappunto ieri, quando chiedevo aiuto a un Educatore di comunità – interpellato da me per un piccolo compito che mi era stato assegnato. Si trattava di scrivere poche righe di presentazione della propria sede, che dovrebbero andare a costituire una scheda sintetica, corredata da foto che l’Educatore in questione avrebbe potuto fornirmi, se avesse voluto. La difficoltà di procedere nell’incarico che mi è stato assegnato è il male minore – basta dire: non sono riuscito nel compito! -, se si considera il modo in cui sono stato apostrofato da quell’Educatore: “ma tu non hai proprio un cacchio da fare? mi sembri mio suocero, che sta in pensione come te! Anche lui non ha un cacchio da fare…” La conversazione è finita sostanzialmente qui. Ho chiesto scusa e ho riattaccato la cornetta del telefono. Per tutta la giornata, però, le parole dell’Educatore mi sono ritornate alla mente, facendomi soffrire non poco. Non dovrei parlarne, ché si tratta solo delle disavventure quotidiane di un incipiente pensionato – a chi interessano i pensionati alzi la mano! -, se non fosse istruttivo il linguaggio adottato per la bisogna dall’Educatore in questione.
Trattandosi di un Educatore, viene da pensare che
saprà bene cosa sia un vecchio e se meriti rispetto o no – può ben darsi che io non meriti la considerazione che mi aspetto da lui! -;
non a tutti i vecchi è dovuto rispetto: infatti, egli disprezza il suocero, in quanto pensionato, cioè nullafacente;
non è chiaro se si debba continuare a lavorare, fino a schiattare, o se si debba sparire dalla circolazione per non dare fastidio ai giovani, soprattutto se Educatori di professione;
saprà ben ‘insegnare’ ai suoi ‘educandi’ a percepire la vecchiaia come tempo della vita in cui il soggetto in questione si gode il meritato riposo, avendo lavorato per tutto il tempo che la precede (probabilmente, il fatto che io sia andato a scuola tutti i giorni, dal 1974 ad oggi, e che non abbia mai accumulato note di demerito non basta!);
saprà temperare le sue passioni, di fronte alle insistenze ripetute di una persona che avanza richieste proprio a lui: che merito c’è a rispettare (solo) i potenti e i cittadini ancora ‘in servizio’?;
la sua azione educativa non si staglia sullo sfondo dell’amore cristiano, posto che l’amor sui, che costituisce il fondamento di ogni moralità, è anche l’origine di ogni forma di cura dell’altro?;
saprà ben distinguere, finalmente, un vecchio sgangherato che procura fastidio perché magari puzza e non sa dire bene cosa vuole da un incipiente vecchio come me, impegnato ad affiancare da diciannove anni tossicomani impenitenti nei ritagli di tempo (e che continuerà a farlo, senza ritrovarsi mai senza avere un cacchio da fare) – io e lui facciamo lo stesso ‘mestiere’, con la sola differenza che lui lo fa a tempo pieno ed essendo, per questo, remunerato, mentre io lo faccio per cinquanta settimane all’anno e per cinque giorni alla settimana, gratis -;
saprà contrapporre alla tendenza inerziale di questo capitalismo decrepito (che ha ormai i secoli contati) a trattare la vecchiaia come merce di macelleria (salvo poi ripresentarsi come difensore della vita ad oltranza, quando si tratti di difendere soltanto il potere sulla vita e sulla morte, non certo per compassione e medesimezza umana!) l’antico sentimento della senectus come valore in sé;
saprà includere nei suoi ‘programmi’ educativi i necessari processi riparativi e ricostruttivi a cui si dovranno dedicare i suoi ‘educandi’, nel tentativo di ridisegnare il personale ‘paesaggio affettivo’, comprendendo in quel paesaggio anche i vecchi di casa e i vecchi genitori, quando questi siano, appunto, vecchi;
saprà ‘insegnare’ ai suoi ‘educandi’ tutti i sentimenti, giacché tutte le ‘ricadute’, come i mancati ‘recuperi’, finiscono per riguardare gravi forme di ‘incompiutezza’ personale, riconducibili a immaturità sentimentale, amoralità, scarsa consapevolezza di sé e dei diritti degli altri;
essendo fondamentalmente un errore morale, la droga si cura imparando a costituirsi come soggetti morali;
saprà distinguere agevolmente tra emozioni, sentimenti e passioni, come tra le semplici affezioni dell’anima di natura passeggera e i sentimenti morali, che con la loro consistenza sono i soli ad assicurare perfezione, cioè compiutezza ad ogni forma di lavoro sociale che si rispetti, alla faccia degli psicologi, che credono di essere indispensabili oltre che gli unici detentori di un sapere che salvi;
saprà educare alla compassione e alla pazienza, al senso del pudore e al riconoscimento dei moti dell’anima personali, come degli altri con cui si relaziona;
saprà, infine, che cos’è il coraggio, cioè la capacità di dire chiaramente alle persone che sbagliano in che cosa stanno sbagliando, invece di accusarle di essere qualcosa che non può essere chiamato in causa come motivo di disagio e di disappunto, perché pertiene alla naturale condizione umana e a una stagione della vita contraddistinta da intrinseca fragilità, in quanto esposta e indifesa;
saprà cos’è amicizia, almeno come fatto politico e sociale, cioè come franchezza e spassionatezza: non confonderà le beghe personali e private con le funzioni e i compiti ‘di istituto’, trascorrendo da un piano di realtà all’altro.
Dal 31 agosto 2008 io non sono più un professore, perché con quella data si è concluso l’anno scolastico e con esso la mia carriera di insegnante: il Ministero della Pubblica Istruzione mi ha scritto una lettera con la quale sono già interpellato come “signore”, non più come “professore”. Viene da pensare che mi è stata già ‘tolta’ la qualifica di insegnante e forse, con questo, il diritto di fregiarmi di quel titolo: non mi metterò certo a dire che sono stato un insegnante, quando il droghiere me lo chiederà. Ma non dirò nemmeno che sono un pensionato: non vorrei essere odiato, per questa semplice ragione. I problemi di coscienza dei sudditi di questo capitalismo criminale non debbo risolverli io con un lessico politicamente corretto, che non generi fastidio né disprezzo in chi è impegnato a ‘produrre’! Se considero, però, quello che ‘produce’ chi ritiene di produrre più di me – i droghieri e gli Educatori di mestiere -, debbo dire che mi beerò, assieme ai tossicomani (che stimo da sempre più dei droghieri e degli Educatori di mestiere, che credono di sapere più dei tossicomani cosa sia la vita), riservando tutto il tempo della vita ulteriore alle inezie, alle rifiniture, alla lima della forma: al completamento della mia statua. Mi dedicherò alla cura della mia anima, la coltivazione della quale richiede conoscenza e sapienza, abilità e misura, ma soprattutto la considerazione giusta di tutte le età della vita, come di ognuna delle quattro stagioni dell’anno. Dalla stupidità umana possiamo difenderci in tanti modi, ma dall’impazienza degli Educatori no: da essa derivano lutti e rovine, se non comprendono che a loro è affidata l’esistenza delle persone, che è fino all’ultimo dei suoi giorni progetto e anelito. Se gli Educatori non sapranno aprire e chiudere il cuore delle persone delicatamente, come fa la primavera accortamente con i suoi germogli a tempo debito, noi non ci salveremo, ma soprattutto non si salveranno le persone che si affidano a noi, fiduciose e timorose. Approfittarsi della propria ‘forza’ da una qualsiasi posizione di potere, non importa quanto grande essa sia, è tipico del fascismo italiano, il fascismo eterno di chi ama rivalersi sul più debole. Per quanto mi riguarda, io non sarò un vecchio debole e rassegnato. Non mi ritroverò mai nella condizione di chi non ha un cacchio da fare: ho da curare la mia anima. La coltivazione della mia anima è condizione e premessa indispensabile per continuare a fare qualcosa della mia vita, perché si salvi almeno dall’assalto dell’immortale volgarità umana.
Considerato che il lavoro è ridotto a merce ormai, gli ‘Educatori’ che disprezzano i vecchi, ancorché incipienti come me – figuriamoci quando saranno stanchi e quindi stanchi di vivere come saranno trattati! -, non sbagliano il loro bersaglio? Dovrebbero più produttivamente prendersela con il capitalismo d’impresa, che ‘mercifica’ tutta la vita, considerandola, scarto quando non sia più possibile sottoporla alle forme di ‘manutenzione’ che esso predilige, cioè allo sfruttamento intensivo del lavoro sottopagato senza tutele. Dovrebbero prendersela con la Chiesa cattolica che ha rinunciato al Sacro, in nome delle esenzioni fiscali, dei privilegi e del potere sulla vita e sulla morte, che fruttano il controllo delle paure umane: il potere criminale della destra al potere, alleato con il potere mondano della Chiesa cattolica, è impegnato ad alimentare e sostenere la paura, senza la quale il loro potere sarebbe costruzione di argilla. La crescita del loro consenso è solo il portato della paura che essi hanno generato ed alimentato presso la gente, non di una cultura della vita e del rispetto delle diversità.
Considerato che il valore della vita è mera chiacchiera, ormai: la vita non è un valore, altrimenti non si permetterebbe al capitalismo di rapina di distruggere economicamente le famiglie; considerato questo, e considerato che gli Educatori impazienti sono i primi a disprezzare la vita, non appena essa procuri loro il minimo fastidio, cosa resta se non rivendicare il diritto di morire, cioè di disporre della propria vita, come fanno già di essa tutti quelli che dicono di amarla, di onorarla e di rispettarla come il valore più alto? Il diritto di morire si configura oggi come il più triste ma il più alto dei diritti: quando la vita è vilipesa ad ogni piè sospinto, resta all’orizzonte, come motivo di speranza, la possibilità di mettere fine ad essa, perché non precipiti definitivamente nell’insignificanza, quando la possibilità stessa di prendersi cura di sé sia esaurita. I segnali del ‘valore’ della vita umana si incominciano a percepire non appena si esce dal mondo del lavoro: disprezzo ed indifferenza prevalgono. Cioè, la negazione della vita.
Contrario da sempre all’eutanasia, per ragioni etiche, essendo ormai convinto che l’industria della Sanità – a cui è ridotta la Sanità, ormai: si preferisce parlare di Salute, perché si adatta meglio al calcolo delle prestazioni e alla sua misurazione in quanto ‘merce’ – non esita più a commerciare con i cadaveri e ad intervenire sui corpi solo per soldi -, ritengo che si debba rispondere con il diritto di morire. Per quanto riguarda la mia morte, ho già provveduto a far sì che la mia vita non si concluda nelle mani dei mercanti che ne fanno oggi un valore, per sottrarla al mio controllo: vogliono disporne loro in sede politica.
All’Educatore – si fa per dire! – che ieri mi accusava di non fare un cacchio, per il solo fatto che non sono più un insegnante, posso rispondere sommessamente chiedendo scusa (di esistere), in attesa di più corpose risposte, che Egli sicuramente troverà senza di me, lungo il cammino della sua feconda vita produttiva.
Devi saperti immergere, devi imparare,
un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio,
non desistere, andartene non puoi
quando è mancata all’ora la sua luce.Durare aspettare, ora giù a fondo,
ora sommerso ed ora ammutolito,
strana legge, non sono faville
non soltanto – guardati attorno:la natura vuol fare le sue ciliegie,
anche con pochi bocci in aprile
le sue merci di frutta le conserva
tacitamente fino agli anni buoni.Nessuno sa dove si nutrono le gemme,
nessuno sa se mai la corolla fiorisca
durare, aspettare, concedersi,
oscurarsi, invecchiare, aprèslude.Comments
3 Responses to “Camminarsi dentro (16): Coltivare l’anima.”
Breaking Rain, di Pierpaolo Zaino
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Caro Gabriele,
io non sarei riuscita a riattaccare la cornetta del telefono chiedendo scusa, io l’avrei “RIBALTATO” al telefono..
Ti assicuro che ho provato una rabbia quando ho letto le parole che ti ha detto quella specie di educatore..
devo prima lasciar sbollire la rabbia, poi torno..
Grazie, Prisma. Sto ancora cercando di capire. Assieme ad altri Educatori amici cerco di capire. Non ho chiesto certo a lui lumi sul suo comportamento. Debbo lasciare che il tempo curi la ferita. Gli sono grato, però. Mi spinge a pensare che non sarà facile essere vecchio e, soprattutto, pensionato. Che parola brutta!
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