CAMMINARSI DENTRO (90): Accanto all’Ombra

La scelta antica di fare dono della mia vita con il dono del tempo non si è mai ‘ridotta’ al mero ‘volontariato’, addirittura all’oblazione di sé, come dicevamo polemicamente venti anni fa, quando incominciammo ad accostarci alle vite disastrate dei ragazzi della nostra città.
Eravamo tanti e tutti entusiasti del compito. Poi ci siamo divisi e siamo calati di numero, fino a sparire quasi.


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Non mi piaceva la parola ‘volontario’, anche se inizialmente mi sentivo onorato di essere chiamato così. In realtà, ancora oggi quasi tutti mi chiamano ‘professore’ e lo fanno con deferenza. Pochi decidono di usare il mio nome. E’ veramente emozionante sentir pronunciare il mio nome. La distanza è, ovviamente, meno grande. Nelle Comunità gli Operatori sono individuati come Educatori.

Prima di convincermi che sono un Educatore di Exodus, ho pensato di me di essere impegnato nel compito del ‘lavoro sociale’, che di professione di servizio di trattasse – ho seguito i dettami della Scuola trentina di Folgheraiter, linguaggio compreso, per molti anni – e allora ‘social worker’ sembrava che si addicesse a quello che facevo.

Nel frattempo, è nata la scuola di Phronesis – fondata da Umberto Galimberti – e poi quella di Philo – fondata da Duccio Demetrio: Consulenza filosofica, Pratiche filosofiche, Pratica letteraria sono diventate espressioni di volta in volta mie: mi sono identificato ora con Galimberti, ora con Demetrio, fino ad approdare alla Pratica letteraria, cioè all’idea che attraverso la Letteratura si possa fare ‘terapia delle idee’.

In verità, in trentacinque anni di insegnamento ho sempre considerato la Letteratura come strumento di conoscenza della realtà (dell’anima): ho praticato la lezione frontale sempre con i testi in mano, impegnandomi a leggere e ad interpretare indefinitamente, facendo delle mie classi ‘comunità interpretanti’. Nell’opera letteraria abbiamo cercato il senso del mondo e la presenza dell’uomo in esso.
Ricerca inesausta di senso, il ‘commercio’ con i testi è ancora oggi esercizio spirituale.
Spesso mi servo – nel colloquio di motivazione – di riferimenti testuali, che sottopongo all’attenzione dell’utente, perché l’emozione estetica intervenga a ‘ristrutturare’ le personali motivazioni al cambiamento. Ad esempio, in Marco 4,2-9, leggiamo la parabola del seminatore in cui indico la necessità che il seme muoia sotto terra, perché dia frutto: il tossico deve morire, perché nasca l’uomo nuovo.
Luigi Zoja – in Nascere non basta. Iniziazione e tossicodipendenza – impianta tutto il discorso scientifico sulla ‘cura’ sull’idea di morte rituale e di rinascita rituale.
Etica ed estetica insieme concorrono per me a costituire lo spazio linguistico in cui rendo possibile l’espressione intersoggettiva del dialogo.

Al di là e oltre ogni sapere praticato e vissuto, tendo tuttavia a pensarmi come parte di una trama di relazioni educative. Nessuno specialismo – che, peraltro, non possiedo -, se non quello che ho acquisito sul campo insegnando, interviene a scandire le modalità diverse della relazione: con i ragazzi, con i genitori, con i partner, con i fratelli, nel Centro di ascolto, esalto la funzione personale all’interno del sistema-famiglia, favorendo l’assunzione di responsabilità attraverso percorsi anche lunghi, che durano molti anni, costruiti con l’approccio multimodale e a rete.

Massimo Cacciari ha scritto: «La creatura è in ascolto». A questo principio generale mi sono sempre attenuto, perché convinto che si debba onorare e rispettare la vita altrui, provvedendo a darle un senso, se non ne abbia uno o se quel senso sia stato smarrito.
L’espressione che meglio rende l’idea della mia attitudine all’ascolto è: accanto all’Ombra. Sono consapevole dei significati che la parola Ombra ha e me ne servo nelle diverse circostanze per aiutare le persone a riconoscerla e a tenerla a bada. Sarebbe improprio affermare di volersi definire “accanto” all’Ombra, ma io ritengo che la parte bassa, negativa dell’altro non possa mai essere esorcizzata.
Solo l’esercizio paziente – anche di anni – dell’ascolto dell’altro, cioè l’esercizio di interpretazione della sua esistenza, consente di veder emergere le forme di consapevolezza che l’altro dovrebbe essere in grado di possedere già, ma che, in realtà, non ha mai conosciuto o non riesce ad esprimere, a praticare compiutamente.
Seguo il significante, assecondo le resistenze personali al cambiamento, lasciando all’Ombra la possibilità di manifestarsi con la sua carica distruttiva. Mostro ciò che vedo. Alimento la personale capacità di visione. Indico mete e scopi, traguardi e qualche tappa del cammino da compiere. Procedo verso la vita assieme alle persone che si affidano a me, con la preoccupazione di ‘riportare i ragazzi a casa’ e di restituire ad ognuno dei membri della famiglia seguita il posto che gli compete.

Nel frattempo, do senso alla mia vita: il dolore degli altri mi aiuta a non sentire il mio come peso insopportabile: c’è sempre qualcuno che soffre più di noi. E poi, come è stato detto efficacamente, la verità è al di sopra di ogni commiserazione. Non la cerco lontano dalla terra. Sono convinto che «la verità è il tono di un incontro». L’unica cosa che abbia veramente senso è salvarsi insieme.

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