Biofuels’ generation

Da SLOWFOOD34: Biofuels’ generation

Biofuels’ generation – Il numero 6 di Limes, dedicato a “Il clima dell’energia” riporta una dichiarazione di Henry Ford che, nel 1916, preconizzava uno scenario non dissimile da quello che ci troviamo di fronte: «La benzina ci lascia, l’alcol è in arrivo. E arriva per restare, per la sua disponibilità illimitata … Tutto il mondo attende un sostituto per la benzina. Quando se ne sarà andata, non ce ne sarà più, e molto prima di quel momento il prezzo della benzina sarà salito al punto che sarà troppo costoso utilizzarla come biocombustibile. Non è molto distante il giorno in cui ogni barile di benzina dovrà essere sostituito da un barile di alcol». Oggi la nostra società petroliodipendente è chiamata a cercare forme alternative di energia pulita, e i governi spingono l’acceleratore sui biocarburanti – bioetanolo, biodiesel e biogas – investendo in denaro e ricerca, e dandosi obiettivi ambiziosi… Ma è emerso da più parti quali siano i punti critici nell’utilizzo di biocarburanti come fonte energetica. Stiamo parlando della reale sostenibilità ambientale di molti di essi, dei problemi etici che comporta una produzione di energia che si pone in concorrenza diretta con la produzione di cibo, come ben sintetizza Lester Brown: «Avevamo un’economia alimentare e un’economia energetica. Ora non possiamo più separarle». Stiamo parlando, anche, delle ricadute economiche di questa politica. Data la sua pregnanza, anche per il futuro del cibo, abbiamo deciso di affrontare l’argomento, di fare un po’ di chiarezza
nel mare di studi e proposte e possibili soluzioni, di raccontare gli effetti dei
biocarburanti sul nostro pianeta e di lanciare una sfida da giocarsi, in realtà, non sul terreno della produzione di energia, ma su quello del suo risparmio.

Il nuovo lessico della vita, di TIM LANG – Il mondo è alle prese con una crisi
energetica. Le fonti non rinnovabili – carbone, petrolio, gas – hanno limiti fi niti. La terra + il sole + l’acqua + il lavoro dell’uomo + la tecnologia possono fornire messi. Perciò perché non “coltivare” energia? È semplice. Risolta la crisi energetica! – L’Unione Europea ha emanato una direttiva sui biocarburanti nel 2003, e nel 2005 si è data come obiettivo per il 2020 di ricavare il 10% del carburante per i trasporti da biocarburanti. Il problema di questo repentino cambiamento di rotta è che non ha risolto e non risolverà la sfi da fondamentale per la società all’inizio del XXI secolo: come consumare meno, in modo diverso, più equo e sostenibile.

Deep impact. L’effetto dei biocarburanti sull’ambiente e sulla fame nel mondo, di GEORGE MONBIOT – Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato l’anno scorso indica che il 98% della foresta pluviale naturale dell’Indonesia sarà degradato o scomparso entro il 2022. Solo cinque anni prima, gli stessi organismi prevedevano che ciò sarebbe avvenuto non prima del 2032. Non avevano tenuto conto della piantagione di palme da olio da trasformare in biogasolio per il mercato europeo. – Se non si possono produrre i biocarburanti in habitat vergini, bisogna confi narli nelle terre agricole esistenti, il che signifi ca che ogni volta che facciamo il pieno leviamo il cibo di bocca a qualcuno. Nella comp etizione tra automobilisti e persone che hanno fame vincono sempre i primi.

Pausa di riflessione. Cinque anni di sosta ai box, di LUCA ANGELINI – Quanto predetto nel luglio 2006 da Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute e direttore dell’Earth Policy Institute, che cioè supermercati e stazioni di servizio sarebbero entrati in competizione per i cereali, sta già avvenendo. – Problema numero uno: si calcola che, per fare il pieno di etanolo a un serbatoio da 50 litri, servano 232 chili di mais. Quanti basterebbero a un bambino per sopravvivere per un anno… Sfortunatamente, oltre a porre qualche indigesto dilemma etico, i biocarburanti sembrano in molti casi non riuscire a mantenere nemmeno quanto promettono. In altre parole, possono risultare più dannosi che utili al pianeta. – Mettere il cibo nel motore non è solo un problema etico – e ambientale –, ma economico. La rivolta dei messicani per il rincaro delle tortillas e le proteste degli italiani per il prezzo della pasta nascono in buona misura dal fatto che l’industria dei biocarburanti ha fatto schizzare alle stelle la domanda di granturco.

Iatropha curcas superstar. Pianta miracolosa o nuovo agrobusiness?, di MICHELE FOSSI – Dai semi di jatropha si ottiene un olio che può essere facilmente convertito in biodiesel, alla stregua di mais, soia, colza e palma. A differenza di queste – e qui sta la grande novità – si tratterebbe di un biocarburante “politically correct” che non contribuirebbe ad affamare al mondo. – «Se il mercato della jatropha sarà davvero controllato da un solo grande gruppo, come la D1-Bp fuel crops limited, si genererà una situazione
di monopolio, dove i prezzi di acquisto del raccolto saranno decisi unilateralmente dalla multinazionale, e non dai contadini. Molti dovranno scegliere tra la coltivazione della jatropha o quella del cibo per la loro sussistenza».

Chocolat!, di ANDY PAG – In base a ciò che ho visto, i biocarburanti hanno un impatto ambientale positivo quando sono prodotti e usati a livello “familiare” e, soprattutto, quando la materia prima è un materiale di scarto. Ma in pratica non c’è materiale di scarto suffi ciente per placare la sete globale di carburante. – La fi sher tropsch synthesis è una tecnica, sperimentale, che consente di ricavare carburante riconfi gurando la struttura molecolare dell’immondizia. Tale tecnica può essere utilizzata anche per produrre carburante per l’aviazione e potrebbe permettere voli a bassa emissione di carbonio.

La filiera delle fonti energetiche, Intervista a PIERPAOLO CAZZOLA, di Lorenzo Voss

Buono a sapersi, a cura di PAOLA NANO – Le notizie segnalate possono essere lette nella versione integrale sul sito di Slow Food, alla pagina web http://press.slowfood.it/press/ita/buonosapersi.lasso Gli articoli sono visionabili in Pdf e stampabili.

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