il Fallo, il Grande Rimosso

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Ci sono cose alle quali semplicemente non si pensa! Costruiamo l’intera vita, lasciamo poggiare l’intera società su grandi silenzi! Uno dei più grandi silenzi è quello che è calato sul Fallo. Siamo assediati da vagine ostentate o lasciate intravvedere che stanno lì a dimostrare che la sessualità è una, è solo quella, salvo ritrovarsela davanti per poterla scorgere solo attraverso le lenti di un binocolo! In nessun caso è dato vedere un pene eretto. Come mai il mio sesso, che è la cosa che mi interessa di più (perché è quella che mi riguarda di più) è l’unica immagine che non compare mai nella ‘società dell’Immagine’?

Queste ultime parole sono di Claudio Risé, che in Essere uomini. La virilità in un mondo femminilizzato (Red Edizioni, 2000) si interroga così.

Dalle parti del suo sesso, ogni ragazzino sente oscuramente che, in effetti, c’è un sapere, cui corrisponde (o potrebbe corrispondere) un potere. «Non sa, naturalmente, che è proprio del sapere-potere del Fallo, del simbolo maschile, che il grande psicoanalista Jacques Lacan chiamava le signifiant des signifiants, il significante per eccellenza, il massimo simbolo, da cui discende tutto il sistema simbolico e, dunque, tutto il sapere e tutto il potere. E comunque non capisce come mai, stranamente, i maschi adulti, a cominciare da suo padre, non gliene hanno mai parlato [...]. Anche un quindicenne di poche letture è costretto ad accorgersi che ‘fallico’ sta per ‘prepotente’, e ‘fallocrate’ per quasi-nazista. Ma allora, forse, è proprio il tuo sapere-potere, la tua stessa forza, che è sbagliata. [...] D’altra parte capisci anche tu che le donne, le uniche che parlano del pene-fallo, non ti possono aiutare (anche se volessero), perché loro il pene non ce l’hanno. Non è affatto sicuro che ancora lo desiderino [...]. E si capisce anche il fatto che tu ne tragga piacere per conto tuo, senza chiedere loro il permesso, quando poi se ne accorgono dà loro fastidio. A volte addirittura disgusto, come certe compagne che ne parlano tra loro storcendo la bocca, come se masturbarsi fosse roba da maniaci persi.»

«O come certe madri che spiano con aria di niente tra le lenzuola cercando tracce colpevoli o irrompono in camera sul più bello, guardandoti come se fossi il mostro di Londra e trattandoti di conseguenza.

Più spesso però l’uso che il maschio può fare del suo pene si tinge di derisione. Eccolo lì, l’antico simbolo del potere ridotto a gioco da bambino, da tenere nascosto, lavando via subito i segni [...]. Dunque, alla fine, anche il sesso, il tuo sesso, ti conferisce un sapere (quando lo impari, e non è neppure così facile) cui non corrisponde, pare, nessun potere (al contrario di quanto raccontava Foucault). Ma piuttosto derisione, imbarazzo, disgusto.

Il segno che marca la tua identità, la tua differenza, quel pene in mezzo alle gambe, è dunque qualcosa di ridicolo.
Non è sempre stato così, ma oggi lo è.

Il pene è definitivamente diventato un oggetto ridicolo mentre si fondava il mondo di oggi, cioè con l’Illuminismo. [...] A presentare per la prima volta il ‘significante massimo’, il Fallo, cme un oggetto ridicolo, è infatti uno dei padri dell’Illuminismo, Jean Jacques Rousseau, nelle sue Confessioni.

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