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La scelta di costituirmi come soggetto morale deriva per me da due ragioni:

  • «L’essere che viene: né individuale né universale, ma qualunque. Singolare, ma senza identità. Definito, ma solo nello spazio vuoto dell’esempio. E, tuttavia, non generico né indifferente: al contrario, tale che comunque importa, oggetto proprio dell’amore. La sua logica: i paradossi della teoria degli insiemi, l’indiscernibilità di una classe e dei suoi elementi, di una cosa e del suo nome. La sua etica: essere soltanto la propria maniera d’essere, potere unicamente la propria possibilità o potenza, fare esperienza del linguaggio come tale. La sua politica: fare comunità senza più presupposti né condizioni di appartenenza (l’essere italiano, rosso, mulsulmano, comunista), esodo irrevocabile dallo stato, costruzione di un corpo comunicabile» (GIORGIO AGAMBEN, La comunità che viene, 1990).

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    «L’Irreparabile è che le cose siano così come sono, in questo o quel modo, consegnate senza rimedio alla loro maniera d’essere. Irreparabili sono gli stati delle cose, comunque essi siano: tristi o lievi, atroci o beati. Come tu sei, come il mondo è – questo è l’Irreparabile» (pag.63).
    «La radice di ogni gioia e di ogni dolore puri è che il mondo sia così com’è. Un dolore o una gioia perché il mondo non è come pareva essere o come volevamo che fosse sono impuri e provvisori. Ma nel supremo grado della loro purezza, nel così sia detto al mondo quando è stata tolta ogni legittima causa di dubbio o di speranza, dolore e gioia non hanno ad oggetto qualità negative o positive, ma il puro esser-così, senza alcun attributo» (pag.64).
    «Così. Il senso di questa paroletta è il più difficile da afferrare: «Dunque le cose stanno così». Ma diremmo che per un animale il mondo stia così-e-così? Quand’anche potessimo descrivere il mondo dell’animale, rappresentarcelo veramente come esso lo vede (come nelle illustrazioni a colori dei libri di Uexküll, in cui è disegnato il mondo dell’ape, del paguro, della mosca) – tuttavia certamente quel mondo non conterrebbe il così per l’animale: non sarebbe irreparabile» (pag.66).

  • Le derive del tempo (trionfo della tecnica, ‘globalizzazione’ economica) e le emergenze morali (incertezza su ciò che vi è, su chi noi siamo, su ciò che vale per noi) rendono inefficaci la politica e la religione, che restituiscono un’identità posticcia, provvisoria, che “non tiene”. Le derive identitarie, poi, conducono a quella che Morin chiama la follia dello stato monoetnico. Ogni processo di identificazione con ciò che è pubblico diventa difficile, se non impossibile, a fronte della mutevolezza del reale e delle sue spurie manifestazioni ‘spettacolari’. Solo ciò che è sinceramente condiviso è reale.

La recente elezione dell’onorevole Gianfranco Fini a Presidente della camera dei Deputati della Repubblica Italiana costituisce senz’altro un Irreparabile, un avvenimento di fronte al quale provo dolore.

Se ha avuto sempre peso il fatto che qualcuno sia stato ad esempio comunista, e questo non è stato perdonato; e se del post-comunista è stato ricordato sempre il suo passato come una macchia e come un passato-che-non-passa, perché io, che sono stato comunista e che continuo a sentire giusto che gli uomini e le donne non subiscano prepotenze e che non patiscano per ragioni economiche, dovrei pensare che l’onorevole Fini non sia più un fascista, addirittura sentire la presenza dell’onorevole Fini come un fatto positivo? Perché dovrei pensare di lui che non è malvagio – non cattivo, malvagio nel midollo, cioè portato sempre a fare il male -, come credo che siano tutti i fascisti?

Nel 2001, durante il G8 di Genova, parlamentari fascisti erano presenti nella Sala operativa della questura, da dove sono state dirette tutte le operazioni contro i manifestanti. La Magistratura ha scagionato in questi giorni tutti i no global. Presumibilmente condannerà tutti i poliziotti che hanno usato la tortura, dopo aver sequestrato liberi cittadini. L’onorevole Gianfranco Fini è Presidente della Camera della Repubblica Italiana? Io non sono più un italiano. Se tecnicamente non posso dare seguito a questo gesto morale – ad esempio, rinunciando alla cittadinanza italiana o andando all’estero (nell’area di Schengen cosa significa espatriare; e poi, qual è oggi la Patria?) -, una cosa posso fare: separarmi moralmente dall’onorevole Fini e da tutto ciò che lui rappresenta: la Camera dei Deputati, l’intero Parlamento, la democrazia italiana, lo Stato tutto, perché considero ciò che lui rappresenta a me definitivamente estraneo. Un nemico della democrazia – assieme a colleghi di coalizione che considero tutti nemici della democrazia e delle libertà repubblicane – non può rappresentare me. Io mi rifiuto di sentirmi rappresentato da lui.

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)