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3 gennaio 2011

Nessuna vicinanza, che sia […] emotiva, sessuale, ideologica, o che sia quella di tutta una vita condivisa, di una coesistenza domestica o professionale, potrà permetterci di decifrare senza alcuna incertezza i pensieri di un altro. […] Abbracciamo l’essere amato, teniamo tra le braccia il bambino adorato, l’amico più caro ci stringe la mano. Tuttavia, non abbiamo alcuna prova dei pensieri suscitati, registrati internamente in quel momento. Nell’unione erotica, la corrente del pensiero, di ciò che è intensamente immaginato, scorre molto spesso altrove. Internamente, facciamo l’amore con un altro. Dietro il sorriso adorante del bambino, dell’amico intimo, può esserci la verità della noia, dell’indifferenza o perfino della repulsione. – GEORGE STEINER, Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero

Lo sguardo di Steiner, pietrificato dall’impenetrabilità dell’altro, non ci tragga in inganno! La tristezza a cui il grande studioso allude ci è nota. Non accettiamo i paradossi dell’esperienza, riducendo tutto a piatta trasparenza. L’opacità delle cose, connaturata alle cose stesse, è nostra nemica giurata. Si tratta di congiure ai nostri danni. Pretendiamo sincerità, veridicità, autenticità, coerenza, trasparenza, fedeltà, ma quand’anche le avessimo ottenute, cosa ci ritroveremmo in mano? Vladimir Jankélévitch risponderebbe: le presque-rien, quasi niente! Cos’altro può essere una ‘verità’ irrigidita e resa cadaverica nella fissità di un fatto, di ciò che è effettivamente accaduto e che servirebbe ad inchiodare l’altro alle sue responsabilità – come se non fossimo sempre radicalmente responsabili di tutto ciò che ‘ci succede’! -, dettaglio infinitesimo, particolare a volte infimo e insignificante, ma che assurge al rango di verità indiscussa e inconcussa per noi?

A cosa serve poi la verità accertata? A dimostrare definitivamente che siamo menzogneri, traditori, infedeli, bugiardi, infingardi, ecc. ecc. Come se ci fosse in circolazione qualcuno che va dicendo a tutti la verità! E una volta ‘dimostrato’ tutto ciò che precede, che ne sarà di noi? Dovremo dimetterci? Fare fagotto? Cambiare aria? Sotto tutte le latitudini di pensiero, la verità è risultato.

Una buona manutenzione degli affetti prevede che si mantenga una distanza anche grande all’occorrenza, per consentire all’altro di tradirci più comodamente, se così deve essere! L’amore può anche farsi battagliero – e lo è sempre: la battaglia per il riconoscimento di cui parla Karl Jaspers -, ma ci sono i momenti cruciali della vita in cui è doveroso perdere, lasciar correre, permettere alle cose di seguire il loro corso, perché più chiaro sia poi il nostro significato.

Certo, non sapremo mai cosa pensino gli altri nell’istante in cui ce lo chiediamo. Lacan ha negato anche che ci sia sessualità, cioè vero incontro.

C’è una cosa, però, che potremo impegnarci a fare, una cosa che una volta avviata non dovremmo più smettere di fare insieme: raccontarci la favola reciproca, perché dall’intreccio delle nostre narrazioni emerga un più umano sentire, un ‘semplice’ che sia finalmente lo sguardo pacificato sulle cose, perché la guerra delle passioni – comprese le inquietudini del pensiero – trovino una base su cui riposare e consistere in armonia. Ciò che ci manca, ciò che cerchiamo non è già dato: non sta da nessuna parte. E’ la ragione del nostro cuore che dà senso ai giorni. Alla fine di tutte le nostre ricerche, ciò che resta è la possibilità – tutta da valorizzare! – di stare nella stessa stanza a conversare insieme dell’infinito possibile.

Nel film Il club di Jane Austen – in cui cinque donne e un uomo si incontrano per discutere ogni mese uno dei romanzi della Austen – il personaggio femminile più disincantato rivela, nel corso di una conversazione lungo il mare con un uomo che aspira a ricongiungersi alla donna che ha abbandonato, che la Austen concede sempre all’uomo la possibilità di spiegarsi: si chiudono così tutti i suoi romanzi, con una chiarificazione che va oltre tutte le congiure e i tradimenti.

Una mia alunna scriveva in uno dei suoi temi – ancora ragazzetta del biennio delle superiori -: raggiungere e oltrepassare. Alludeva al fatto che non possiamo cadere nella malinconia del così fu. Se decidiamo noi che il passato sia irredimibile e che i torti che abbiamo subito sono imperdonabili, e imprescrittibili!, vincerà la tristezza del pensiero. Sempre!

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)