Raccontare l’assenza

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Mercoledì 4 gennaio 2012

CAMMINARSI DENTRO (321): Raccontare l’assenza

Di tutte le cose che ci diciamo per rimediare a incomprensioni e fraintendimenti, dei tentativi che facciamo per rendere la comunicazione fluida e gratificante, addirittura degli sforzi, a volte ‘disperati’, in cui ci produciamo incessantemente per raggiungere le mete ambite nella relazione amorosa ci sfugge ciò che di più essenziale ci riguarda e merita attenzione: la ‘necessità’ di restituire l’assenza.

E’ quest’ultima che genera la malinconia d’amore, non importa se si tratti di generica privazione, causata dalle quotidiane vicissitudini della vita, o di silenzi imposti dalle circostanze, ovvero di astensione prudente da ogni eccessiva manifestazione di sé: sempre di una mancanza si tratta.
C’è qualcosa che ci manca, che ci fa sentire spaesati, proiettati nell’impermanenza delle cose, come se tutto fosse destinato a durare poco, a precipitare nell’insignificanza. 
Noi stessi ci scopriamo destituiti di senso: non sappiamo più bene se ci ritroviamo ancora ad occupare il posto che ci era stato ‘assegnato’ nel cuore della persona amata. Non siamo (più) sicuri di noi. Sembra quasi che ci sia stata tolta la faccia, o meglio il volto, quell’anima del corpo che dovrebbe bastare sempre a far dire sì a chi ci ama, al nostro semplice apparire o all’ascolto rinnovato della nostra voce.
Quante volte siamo caduti nell’errore di interpretare in modo abnorme fatti che ci sono apparsi poco chiari, sicuramente fonte di ansia: non abbiamo pensato ogni volta che era in questione la stessa sussistenza dell’amore, come se fosse minacciato nei suoi fondamenti?
E’ stato detto autorevolmente che «un’altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci».
Provate a pensare, allora, a quegli equivoci che risulta quasi impossibile ‘spiegare’, perché tutto si è svolto fuori della sfera della nostra azione, a volte in seguito al concatenarsi fortuito di eventi che finiscono per farci apparire in una luce nuova, inattesa, a tratti sgradevole agli occhi degli altri!
Non bisogna concludere in quei casi che siamo nelle mani dell’altro, che tutto dipende dalla capacità che dimostrerà di ‘interpretare’ nella maniera a noi più favorevole ciò che pure si presenta con i caratteri inequivocabili della certezza, dell’evidenza? Possiamo escludere che almeno una volta nella vita possiamo ritrovarci ad essere vittime di un equivoco? E se questo ci sembra plausibile, non improbabile, perché non ammettere che possa accadere più di una volta? E se l’altro utilizzerà ‘la prima volta’ come termine di riferimento per ‘concludere’ ad ogni nuovo equivoco che fatti ripetuti stanno lì a dimostrare da soli la nostra ‘colpevolezza’, chi ci salverà dalla caduta in disgrazia, dal rifiuto, dalla chiusura, quando non addirittura dalla rottura definitiva di un rapporto per altri versi felice?

Quanti accorgimenti dovremo adottare perché file di continuità intervengano a diradare presto ogni dubbio, perché tutto si mostra all’altro, essendo trasparente l’intera nostra esistenza?
Solo se riempiremo tutti gli interstizi, generando la piacevole illusione che ‘tutto è sotto controllo’, avremo fornito all’altro la sensazione viva di essere presente nella nostra vita, di ricevere ininterrottamente senso: tutto ciò che ci riguarda deve essere parte della vita della coscienza dell’altro, deve essere accolto, ospitato, diventare agente di cambiamento, oltre che fattore di stabilità. Si potrebbe dire dell’amore, di ogni forma d’amore, che non è altro se non raccontare l’assenza.

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