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L’approdo costituito da serenità e pace – soprattutto dal sentimento di pace che inonda l’anima nei momenti più impensati e lungamente si impossessa di essa – non è conquista di un giorno. Esso è preparato da anni, anche decenni, di prolungato esercizio spirituale, dalla rinuncia ripetuta e convinta ai facili acquisti, alle scorciatoie morali: è un sentimento di giustizia appagato che rende l’anima in armonia.

Quante volte occorre dire no ai raggiri, alle menzogne, alla conquista di posizioni sociali conseguite magari con aiuti disonesti, che avrebbero fatto torto ad altri, sicuramente alla Legge, al rispetto di essa che si richiede per poter dire di sé di essere cittadini!

Antonio Gramsci parlava di sviluppo onnilaterale dell’uomo per riferirsi al compito di un’educazione integrale dell’uomo. Insomma, stiamo parlando di una vera e propria paideia. Abbiamo in mente una formazione integrale dell’uomo. Conoscenza abilità e competenza, assieme a capacità e naturali inclinazioni della persona, saranno sicuramente alla base di ogni progresso spirituale del singolo e condizione ulteriore per uno sviluppo e una crescita non meramente biologici, veicolati dal tempo e basta. Non è sufficiente una buona alimentazione e condizioni familiari favorevoli. Non basta essere favoriti degli dei, per poter affrontare le tempeste della vita con qualche speranza di successo! E quand’anche fossimo dotati dalla nascita e dalla fortuna dei doni indispensabili per essere felici, essi basterebbero per dare la felicità? Quest’ultima è a portata di mano dei fortunati e dei più ‘dotati’? Finalmente, chiameremo felicità uno stato di grazia contraddistinto dall’assenza di sventure e di ogni più piccolo inciampo? E’ felicità l’assenza di dolore?

In verità, non ci basta tutto quanto pure è da noi richiesto, quando siamo nella mancanza. Il conseguimento dei beni materiali e la condizione insperata di benessere anche spirituale non soddisferanno l’ansia di infinito e il bisogno di un accordo con il mondo e con se stessi. Il cuore non vuole improbabili compensi, riconoscimenti effimeri, brevi sorrisi.

Ciò che più acconciamente si adatta alle pieghe dell’anima, ciò che le raggiunge quasi una per una rendendosi farmaco e duraturo sollievo non è l’intesa di un giorno o la promessa di eterna fedeltà. Non attaccamento assoluto e assoluta trasparenza della coscienza basteranno a dire l’istanza del desiderio. Non un appagamento qualsiasi né il mero piacere di vedere corrispondere voce a voce, passo a passo realizzeranno lo spasmo e l’anelito dell’anima protesa verso l’altro da sé. A volte non basta tutto ciò che pure corrisponde a quanto è stato lungamente cercato. Non vogliamo meno dell’istante eterno che infutura. Non ci basta il tempo mondano che pure scandisce il compiersi del godimento e del benessere intensamente attesi.

Noi vogliamo stare lì, accanto alla luce che copre le cose, e sentire ugualmente il dolore che reca con sé il suo ritrarsi improvviso. Ci accade di scoprire che il declino della luce non è un semplice tramontare del Sole, che non mancherà di tornare a rivestire le cose di sé regolarmente: non un eclissarsi della Bellezza si mostra a noi tutte le volte che l’anima si apre a nuove evidenze. Piuttosto, verifichiamo un suo trasformarsi in più solide forme invisibili allo sguardo distratto e impaziente del viandante smarrito.

Il nostro Oriente non è lì davanti a noi, in una superficie completamente illuminata dall’ora e dalle circostanze. In realtà, noi siamo perennemente in contatto con l’impermanenza delle cose, con caducità e silenzio. Anche se cerchiamo l’essere che non si risolve nello svanire, ciò che più vogliamo attingere non è la corposa consistenza delle cose quanto le forme dei sogni e dei palpiti del cuore: vogliamo essere frastornati dal suono della vita, dalla voce che finalmente raggiunge l’anima e dice sì con gli occhi e con lo sguardo, con il volto e con l’incedere maestoso della vita stessa che non sempre si mostra attraverso file di continuità né per chiari segni premonitori. La presenza dell’altro non è mera presenza. Essa è sempre promessa di un invisibile che ci è dato conoscere. La più grande infelicità, infatti, è solo la possibilità di tendere alla felicità senza poterla raggiungere. Non sarà un raggiungere e un oltrepassare che serviranno al compito. L’altro si dà sempre – in noi e fuori di noi – nella pausa, nell’intervallo; è sconcerto, nuance, bisbiglio, il parlare sommesso che solo raggiunge il cuore delle cose, lontano dalle strade battute di sempre.

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)