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Un buon inizio potrebbe essere l’affermazione contenuta in apertura del Trattato di semiotica generale (1975) di Umberto Eco: «Se qualcosa non può essere usato per mentire, allora non può nemmeno essere usato per dire la verità: di fatto non può essere usato per dire nulla. La definizione di ‘teoria della menzogna’ potrebbe rappresentare un programma soddisfacente per una semiotica generale» (pag.17).
E’ solo così che restituiamo dignità alle bugie dette a fin di bene, ai silenzi studiati, alle virtuose omissioni, alla letteratura come menzogna. C’è bisogno di riabilitare tutto ciò che non appare immediatamente come ‘verità’. D’altra parte, farsi guidare da un’etica della verità è rischioso, se quest’ultima non è sempre correttamente ricondotta alla realtà e al suo multiforme e cangiante apparire.
C’è una leggerezza e una pesantezza della ‘lingua’. Se è vero che «le parole non sono pietre», e per questo non presteremo fede ad esse come se fossero sempre specchio di verità, non potremo nondimeno negare che una ‘voce’ maliziosa fatta circolare ad arte su di noi contribuirà a diffondere una diversa immagine di noi, danneggiandoci presso le persone che crederanno alle parole.
Dire dell’uomo che è animal symbolicum (Cassirer), cioè produttore di linguaggi, significa anche fare i conti quotidianamente con ‘produzioni’ linguistiche – testi (scritti) e discorsi (orali) – che richiedono ‘traduzione’ e interpretazione costanti.
Noi non facciamo altro che ‘tradurre’ nel nostro linguaggio tutto ciò di cui facciamo esperienza. Il fatto che si tratti di traduzione ‘simultanea’ rischia di far passare inosservata un’attività fondamentale della mente. Ogni accordo con gli altri è il risultato di contrattazioni vere e proprie sul significato da dare alle cose (e alle stesse parole!).
Ogni considerazione manichea e ingenua del valore delle nostre parole si scontra con la realtà della ‘cosa’. Se «la natura ama nascondersi» (Eraclito), per cui è stato necessario fondare la scienza delle cose stesse con la ‘matematizzazione’ della natura, allo stesso modo occorrerà ‘raggiungere’ la ‘cosa’ – quando si tratti di persone -, tenendo conto sempre del suo modo di darsi: mentre, infatti, la cosa si dà, si mostra a noi, nello stesso tempo si ritrae, si nasconde. Uno sguardo attento all’evidenza delle cose, alla loro apparenza, non trascurerà di seguire la traccia che ci conduce dall’apparenza all’essenza, dal visibile all’invisibile…
Allora, ‘parole’, gesti, sguardi, espressioni del volto e della voce costituiranno per noi la galassia dei segni da cui partire per raggiungere il cuore della cosa stessa, guidati dalla speranza che quello che ‘toccheremo’ sia una ‘verità’ e non ancora soltanto una manifestazione occasionale e poco autentica della realtà dell’altro…

ANDREA TAGLIAPIETRA, Filosofia della bugia. Figure della menzogna nella storia del pensiero occidentale, BRUNO MONDADORI 2001 – [dalla quarta di copertina]: La menzogna si confronta, per definizione, con il concetto di verità e con quello di libertà, con i campi del sapere e con quelli del potere. Tuttavia, il problema della bugia non è riducibile alle questioni della moralità, a un valore regolativo della politica o alle complesse casistiche del diritto. Il paradosso della menzogna consiste nella sua implicita domanda di verità e, insieme, nella sua capacità di farci tornare, ogni volta, all’imbarazzante dualità dell’inizio, a quel dialogo originario che precede ogni monologo. Ma la filosofia della bugia e la storia della sincerità, che qui appaiono intimamente intrecciate, non ci raccontano solo di quella menzogna che riguarda il mondo delle cose, ma anche e soprattutto di quella bugia che ha per oggetto noi stessi, nelle forme della doppiezza, del mascheramento e dell’autoinganno. Allora, che senso ha essere sinceri? Che cosa significa essere veraci? Che differenza c’è fra il bugiardo e l’impostore, fra il falsario e il plagiario?

INDICE
Introduzione. Quella meravigliosa capacità di opporsi
1. Il bugiardo e il cacciatore. Per una preistoria della menzogna
2. Il palazzo di Circe. Immedesimazione e animalità
3. Prometeo della caverna. Tecnica, metafora e bugia
4. L’uomo odisseico e l’antropologia omerica della menzogna
5. A Ulisse piace mentire: La bugia come forma del “voler avere di più”
6. In principio fu la menzogna. La bugia nella Bibbia
7. Il filosofo e la bugia. Veridicità e volontà di mentire nel pensiero antico
8. Amicizia e verità. Mentire all’altro nella filosofia greca e romana
9. Fra peccato e confessione. La menzogna nel Medioevo
10. La dissimulazione del soggetto. Scenari della bugia nell’età moderna
11. Sincerità e autenticità. La verità dell’individuo
12. Il bugiardo e gli assasini. Storia di un eccezione
Il canone della bugia

ANDREA TAGLIAPIETRA, La virtù crudele. Filosofia e storia della sincerità, EINAUDI 2003 – [dalla quarta di copertina]: «Ti dirò tutta la verità, senza nasconderti nulla» è, spesso, nell’infinito gioco delle conversazioni umane, la frase che introduce i discorsi più crudeli. Ma anche l’esortazione incalzante a «dire la verità», che l’inquisitore ingiunge all’inquisito, sembra affondare, affilata come la lama di un bisturi, nel corpo dell’interrogato, per mettere a nudo tutto ciò che vi si nasconde. La sincerità, nella storia della nostra cultura, dalla filosofia al teatro, dalle arti figurative, alla poesia e al romanzo, fino agli infiniti intrecci della quotidianità, è una virtù ambigua, perché la verità, che essa afferma di servire, non sempre pare accordarsi con l’amore, con il bene, con il rispetto per gli altri e con il valore stesso della vita. Ma, inrealtà, che cosa significa essere sinceri? Per un’antica e duratura tradizione di pensiero la sincerità appare come la virtù morale che prescrive il rapporto dell’uomo con la verità nelle parole e nelle azioni. Tuttavia, nella storia delle idee, la sincerità acquista rilievo soprattutto con lo sviluppo moderno della soggettività e con l’accentuazione del ruolo dell’individuo in relazione al mondo e alla società. Essa, allora, è qualcosa di più che una semplice virtù morale. La sincerità è, infatti, il modo di essere dell’individuo, la via sentimentale e sociale con cui egli afferma la sua singolarità, la sua unicità, la sua autenticità.

UMBERTO GALIMBERTI, Se essere sinceri è una virtù crudele, la Repubblica 3 gennaio 2004

UMBERTO GALIMBERTI, Michel Foucault a lezione di greco, la Repubblica 16 febbraio 1996

UMBERTO GALIMBERTI, Elogio della menzogna come gioco dell’intelligenza. Solo chi sa mentire è capace di sopravvivere, la Repubblica 27 maggio 2001

ILVO DIAMANTI, Manuale di conversazione, la Repubblica 14 agosto 2005

TORQUATO ACCETTO, Della dissimulazione onesta, EDIZIONI COSTA & NOLAN 1983, EINAUDI 1997 – [dalla quarta di copertina]: Il tema di questo trattato, pubblicato nel 1641, è il cauto vivere, è la dissimulazione come dominio dei propri sentimenti. Ma l’importanza di questo breve scritto sta tutto nello stile, limpido e quasi laconico, e nella straordinaria acutezza e capacità di penetrazione nel mondo degli affetti e delle passioni, tanto da offrire l’esempio di un vero saggio di psicologia morale.

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Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    EMOZIONI E SENTIMENTI
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)