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Lunedì 5 novembre 2012

UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (3): Raccontare il dolore

Una duplice difficoltà accompagna da sempre il bisogno di raccontare l’esperienza del dolore che vivo nel Centro di ascolto: la disciplina severa della riservatezza, che impone di non favorire l’individuazione delle persone che lo frequentano; la natura dei discorsi che si fanno nei colloqui di motivazione e negli incontri di gruppo.
Se è facile comprendere la prima difficoltà, più arduo è render conto della seconda. Nel Colloquio di motivazione, ciò che si fa colloquio è sempre una materia non riconducibile semplicemente al contenuto tematico, alle cose dette. Di queste è relativamente facile render conto: basterebbe annotare volta per volta le questioni affrontate. Le stesse cose, tuttavia, cessano di essere facile oggetto di discorso quando se ne consideri la valenza che assumono ogni volta che vengono affrontate dalle persone con il loro linguaggio, con le connotazioni che le parole assumono nelle situazioni proprie della vita della persona.
Restituire il contenuto di un colloquio è operazione che richiederebbe un resoconto fedele di ogni ‘passaggio’, di ogni ‘battuta’, ma la fedeltà invocata sarebbe tale solo se il dialogato fosse registrato per intero e trascritto parola per parola. Anche questo, però, non basterebbe. Un ascoltatore curioso pretenderebbe un supplemento di informazione. Vorrebbe sapere tutto del nostro interlocutore, dalla foggia dei vestiti al modo di gesticolare, alle espressioni del viso. Alla fine, non si accontenterebbe nemmeno delle nostre risposte, perché noi cadremmo ad ogni piè sospinto in interpretazioni infinite, per spiegare al meglio ciò che appare sempre carico di senso. L’ultimo ‘ostacolo’, quello che li riassume tutti, è questo: come restituire l’atmosfera sospesa, l’indecisione, l’esitazione, le pause dell’anima sugli indecidibili, la nostra stessa perplessità su quello che sta effettivamente accadendo? Quale peso dare ogni volta all’ansia che accompagna noi, all’avvio di ogni colloquio, ché temiamo, magari, di non riuscire a portare il nostro interlocutore da nessuna parte e che, per questo, trasmettiamo forse all’altro la nostra ansia, che si tradurrà in impazienza e fretta, in anticipazioni non autorizzate, in conclusioni affrettate…? Come rendere conto di quel genere di colloquio che parte sempre con una nostra difficoltà, perché convinti di non godere delle simpatie di quel ragazzo che proprio oggi è stato affidato a noi? Saremo testimoni attendibili, considerato che ogni più piccolo ‘risultato’ ci apparirà significativo, alla luce della nostra difficoltà di partenza? D’altra parte, tutte le volte che ci sembrerà di stare al sicuro, di poter condurre i colloqui agevolmente, siamo certi che non ci sfuggirà qualcosa di essenziale, proprio perché guideremo la conversazione verso mete sicure? E’ certo che dall’altra parte non ci saranno momenti in cui, magari, si tenderà a darci qualche certezza non ben fondata, per farci contenti?
Finiamo, così, per dare valore al dettaglio, alla sfumatura, alla piega imprevista che prendono le cose. Seguiremo il significante, gli slittamenti del senso, per essere certi che sia l’altro con i suoi moti spontanei a ‘guidarci’.

Abbiamo sempre preferito non prendere appunti durante i colloqui, per non interferire con la sua natura di ‘parlato-parlato’. I linguisti chiamano così il parlare ‘faccia a faccia’ senza un tema prestabilito, per distinguerlo da altre forme di parlato, come il ‘parlato-scritto’, che contraddistingue la lettura televisiva o un discorso che sia accompagnato dalla consultazione di appunti… Il nostro interlocutore, poi, potrebbe essere indotto a prendere altre strade, se distratto da una comunicazione asimmetrica, ché tale rischia di apparirgli un modo di interloquire non sostenuto dalla stessa spontaneità che ci mette lui. Del ricco ‘materiale’ di cui facciamo esperienza e di cui non veniamo mai veramente in possesso tutto va perduto, o quasi. Dobbiamo fondare sulla nostra memoria viva, per proseguire con efficacia il lavoro avviato con una persona e con la sua famiglia.

Un esempio forte può esser dato da un incontro drammatico avvenuto tempo fa tra un ragazzo e la sua fidanzata. Uscito dalla Comunità il giorno prima, è stato invitato a colloquio con la madre e la fidanzata. Quest’ultima era accompagnata da un’amica, tra l’altro, sorella di uno dei nostri ragazzi, residente in Comunità da più di un anno. L’ideale sarebbe stato fare a meno della presenza della madre del ragazzo, sempre disordinata e scomposta nei suoi interventi, a causa della sua ansia invincibile, e della presenza dell’amica della fidanzata del ragazzo, che sembrava dovesse fungere da sostegno a una persona che piangeva ad ogni passo del colloquio. Queste due presenze, tuttavia,  interferirono positivamente sull’andamento del colloquio: la prima, perché seguì la mia conduzione del colloquio, paga dei risultati che ottenevo ad ogni mossa della ragione; la seconda, perché non fece avvertire in nessun momento la sua presenza, rimase immobile e inespressiva, prese la parola solo alla fine, per dare testimonianza delle difficoltà che suo fratello incontrava a far ripartire la sua vita dopo tanti sacrifici. Il fidanzato della sua amica cosa poteva sperare di aver ottenuto dopo un mese di Comunità?
Nel corso di un’ora o poco più, la fidanzata ha confessato la sua ingenuità, perché molte persone intorno a lei l’avevano messa in guardia sui comportamenti di lui. Lei aveva sempre confermato la sua fiducia a lui: non voleva conoscere il suo passato! credeva alle sue parole di oggi! l’avrebbe aiuto a risollevarsi, bastava che si affidasse a lei, senza mentirle mai! A testimonianza della sua buona fede, lei ricordava come avesse fatto di tutto perché lui non uscisse dalla Comunità: era difficile per lei aspettare, tanto che non aveva fatto altro che piangere; adesso cosa avrebbe dovuto fare con lui? la situazione era anche peggiore.
Il colloquio a più voci aveva toccato le questioni della sincerità nei rapporti di coppia, la mancanza in lui di risorse da portare ‘in dote’ nella relazione sentimentale, il tempo lungo che si richiedeva perché egli tornasse a una vita normale, il dubbio legittimo che fosse difficile per lui farcela da solo, lontano da un programma residenziale…
Gli argomenti da me portati ‘a difesa’ della ragazza, perché non sembrasse che eravamo preoccupati di tutelare solo lui, venivano accolti di buon grado da lui, che si faceva sempre più arrendevole, più ‘sottomesso’ a lei.
Mentre lei parlava e piangeva, lui non faceva che annuire, ammetteva errori, colpe, responsabilità…
Insomma, in base alla nostra esperienza, era la prima volta che una ragazza si mostrasse subito consapevole dell’errore commesso, nonostante dichiarasse, nello stesso tempo, di essere perdutamente innamorata di lui. Questo sembrava ‘semplificare’ le cose, perché non restava che prendere atto delle parole di lei, che indicava a lui la sola via di un rientro in Comunità,
 mentre dichiarava piangendo che non avrebbe mai potuto aspettarlo per tanti anni – 2, 3, 4 anni?
Eppure, la rapidità con cui si era lasciato convincere dai miei argomenti e da quelli di lei ci aveva lasciato un dubbio e un sospetto sulle sue reali intenzioni: si diceva pronto a rientrare in Comunità, ma ripartiva con la ‘contrattazione’ sulla sede da raggiungere…
Nel tempo di quel colloquio, molte cose furono dette sulle quali sarebbe lungo riferire ora. La ‘trasformazione’ subita dal ragazzo che era venuto ostinato e bellicoso, assieme alla decisione di lei di interrompere il rapporto con lui, ci sembrarono troppo rapide e convinte. E se avessero acconsentito a un ‘orientamento’ delle cose in una direzione che non lasciava a nessuno dei due altra scelta, per uscire da un imbarazzo che era palpabile in entrambi? Evidentemente, si vergognavano entrambi, per opposte ragioni, delle scelte fatte! Ma cosa sarebbe accaduto nei giorni successivi? Si sarebbero incontrati ancora, nonostante la fermezza delle decisioni prese dall’uno e dall’altra? Il SER.T. avrebbe accettato una nuova partenza di lui? Sarebbe riuscito a convincere gli Operatori del SER.T. della bontà delle sue intenzioni? Il Giudice gli avrebbe concesso un’altra possibilità, pur in presenza di una violazione delle prescrizioni?

Queste e altre domande ancora ci accompagnarono durante un colloquio teso ma lucido. Eravamo arrivati a quel punto di chiarezza dopo tante bugie e sotterfugi, ma sarebbe stata vera chiarezza? Da parte di lui ci sarebbe stata autentica resipiscenza? Il colloquio era stato veramente efficace? A me sembrava di sì.
Restituire il senso di tutto quello che accadde quel giorno potrebbe essere utile qui, al di fuori di un resoconto degli anni trascorsi con il ragazzo e con la sua famiglia? I quattro tentativi precedenti di fuoriuscita dalla dipendenza non richiederebbero di essere riferiti? Le lunghe vicissitudini familiari e personali del ragazzo possono essere omesse, per render conto di un solo colloquio? E quand’anche ci dedicassimo alla ricostruzione di questa storia, dovremmo poi procedere allo stesso modo con tutte le altre storie? E tutto ciò che costituisce residuo di non detto – le discussioni tra Operatori, per decidere l’orientamento più giusto, per fissare la condotta da seguire caso per caso, le reazioni delle famiglie, le ripercussioni negli incontri di gruppo… – dovrebbe entrare in una ‘storia’ degna di questo nome? Fin dove è lecito riferire, pur in presenza di un anonimato garantito dall’assenza di chiari riferimenti alle persone e ai tempi dell’intervento? E cosa dire dell’esito dei singoli casi? Quale giudizio dare della ‘conclusione’ dei singoli programmi? In assenza di follow-up, cosa dire dei tanti ragazzi che sono andati via, avendo concluso il programma residenziale, e dei tanti che non lo hanno concluso e pure ‘stanno bene’?

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UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (0): Sempre in ascolto

UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (1): Accanto al dolore

UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (2): Una Casa che sia anche Comunità di destino

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Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)