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Sotto una foto o un’immagine fantastica, un titolo che ne restituisca sinteticamente o estesamente il significato è paratesto, è soglia. Sta di fatto che un’immagine da sola non sempre parla alla nostra fantasia. D’altra parte, se il suo senso si imponesse ad una prima ‘lettura’ anche al passante distratto, non presenterebbe il carico di senso che per lo più la contraddistingue. In quanto icona, poi, più che testo, per sua natura propone una sovradeterminazione del senso più grande dei testi linguistici. Basti, per questo, l’esempio di un’immagine che voglia restituire il contenuto di un sogno. Ci spingeremo fino a dire che nemmeno un titolo può bastare per introdurre al senso.


Se consideriamo, ad esempio, il progetto editoriale di RVM rearviewmirrormagazine, comprenderemo in parte il postulato del mio discorso. Per cominciare, le Edizioni Postcart si presentano significativamente come «Letteratura per immagini». Magazine quadrimestrale dedicato alla fotografia documentaria, «al centro del suo obiettivo, RVM mette il reportage fotogiornalistico, esplorato, anche al di là della sua grammatica classica, nelle sue forme più diverse, meno rassicuranti, più inattese (e meno inclini alle esigenze dell’editoria mainstream), purché resti fedele alla sua vocazione di raccontare storie: il progetto RVM nasce infatti dalla visione di una fotografia intesa come linguaggio (con la sua sintassi e la sua attitudine a farsi narrazione), come esercizio di un punto di vista (quindi scelta di cosa e come guadare) e come criterio di conoscenza del mondo in cui viviamo, chiave d’accesso a luoghi imprevisti, a vite sconosciute, a strade non percorse. Fin dalla cover, RVM segue il filo del racconto: scegliendo uno scatto che, da solo, è già una storia. Ma è anche una porta: socchiusa su un lavoro fotografico più ampio, che non sarà però nelle pagine della rivista, ma condurrà i lettori direttamente sul sito www.rearviewmirror.it, che ricalca la struttura del magazine offrendo un ulteriore spazio di visione.»

Insomma, siamo oltre il singolo scatto: quest’ultimo è già racconto, ma rimanda anche ad altro, a un servizio fotografico, un reportage, un portfolio, una retrospettiva, un sito web. Ci fermeremo, allora, al singolo scatto? troveremo in esso il senso, tutto il senso, l’intera poetica dell’autore, senza indagare su di lui e sulla sua poetica programmatica? basterà la poetica in atto? Ci interessa di RVM il modo in cui i testi linguistici accompagnano le immagini.

Io credo che anche la fotografia artistica debba essere accompagnata da testo. Se non nella forma della didascalia – non basterà mai -, almeno nella forma della illustrazione del contenuto e della genesi dell’opera. Confesso una difficoltà: spesso non comprendo quello che pure cade sotto i miei occhi. Questa circostanza già dice che la semplice-presenza non basta a dire il senso, cioè il significato generale di un testo, di un’icona, di un’esistenza. La stessa immagine, poi, acquisterà un particolare significato, a seconda dell’occhio che si sarà posato sulla cosa prima che diventasse oggetto di rappresentazione: da essa è indispensabile risalire allo sguardo che se la rappresenta per noi.

Una poetica dello sguardo non ci condurrà soltanto al cuore di un’opera: potremmo assumerla come cifra di un’esistenza; potremmo ricondurre ad essa tutta la nostra esistenza, l’intero nostro sentire, l’ordine del cuore, quando la profondità del nostro sentire riesca ad esprimere esattamente tutti i lati della nostra esperienza. Il nostro Erleben come il nostro Erfahren è tessitura e trama, relazione tra biografia e opera, incontro con se stessi e con gli altri. E solo un autentico sentire e un vivo spirito di libertà ci diranno fino a che punto avremo compreso.

Imparare a leggere è questo progredire della nostra esperienza nel dialogo con gli altri e con le cose del mondo: la condizione di lector in fabula fa del lettore non uno spettatore passivo nel processo semiosico; il lavoro di attribuzione del senso (Sinngebung) è forse ciò che c’è di più tipicamente umano. Il nostro linguaggio e la nostra cultura ci aiutano ad interpretare il mondo. Senza di essi non potremmo né agire né patire.

La comprensione dei testi letterari e delle opere visuali passa attraverso la spiegazione dei loro significati e la ricerca del senso generale dell’opera, grazie al ricorso alla poetica dell’autore. Da quest’ultima, intesa come categoria estetica e strumento critico, mi sono fatto guidare lungo tutta la mia esperienza di insegnante di Letteratura. Come italianista, non ho potuto fare a meno di fornire agli allievi tutti gli strumenti di cui occorre disporre per decodificare testi e linguaggi, per comunicare e per esprimere idee e sentimenti.

 

 



In un volume di 400 pagine del 1987, intitolato Soglie. I dintorni del testo (1989, edizione Einaudi), Gérard Genette analizza «il supporto delle produzioni, verbali e non verbali, che lo contornano, lo presentano, fanno di esso un “libro”. Sono queste produzioni – prefazioni, dediche, copertina, scelte tipografiche, ecc. – ciò che costituisce il paratesto, l’area di transizione tra il dentro e il fuori, la soglia, insomma, del testo letterario. Quest’apparato, troppo visibile per essere percepito, agisce in parte all’insaputa del destinatario. E tuttavia il suo apporto è spesso rilevante: come leggeremmo l’Ulysses se non si intitolasse Ulysses? Lo studio di Genette, il primo dedicato al complesso di una pratica tanto rilevante nel mondo delle lettere, vuole essere un’introduzione, ma al contempo un’esortazione a considerare più da vicino ciò che regola nascostamente le nostre letture. Una soglia, del resto, può essere solo attraversata».

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Con la parola poetica si vogliono essenzialmente indicare la consapevolezza critica che il poeta ha della propria natura artistica, il suo ideale estetico, il suo programma, i modi secondo i quali si propone di costruire.

Si distinguono di solito una poetica programmatica e una poetica in atto, ma la parola ha il suo vero valore nella fusione dei due significati, come intenzione che si fa modo di costruzione.

Ad ogni modo, come non si identifica con la capacità autocritica dell’artista nell’atto creativo la chiarezza teorica circa l’essenza dell’arte, che egli può avere anche al di fuori di quell’atto, così non si identifica la poetica con la reale poesia.

Si possono dare molti equivalenti della parola poetica nel campo dell’esperienza artistica: è la poesia di un poeta vista come ars, lo sfondo culturale animato dalle preferenze personali del poeta, è il meccanismo inerente al fare poetico, è la psicologia del poeta tradotta in termini letterari, è il poeta trasformato in maestro, quella certa maniera storicizzabile e suscettibile di formare scuola, che si trova sublimata nell’attuazione personale dell’artista, è un gusto che ha radice in un’ispirazione naturale e che si complica su se stesso.

Poetica è anche scelta e imposizione di contenuto, tanto più violenta quanto più esteriore è la forza nativa del poeta (per esempio, i futuristi).

Poetica si distingue poi agevolmente da estetica in quanto che, mentre questa teorizza, la poetica ha un valore personale di esperienza e di gusto nativo. L’estetica cerca di dare un rigore scientifico al gusto, la poetica invece vuole concretare la vita attiva di una fantasia, la costruzione di un mondo poetico.

(da WALTER BINNI, La poetica del decadentismo, SANSONI 1936)

 

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Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)