Martedì 7 gennaio 2014

CAMMINARSI DENTRO (480): Quel giorno sono stato imperdonabile

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La passione della perfezione viene tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente. Se era stata una passione spontanea, l’attimo, fatale in ogni vita, del «generale orrore» del mondo che muore intorno e si decompone, la rivela a se stessa: sola selvaggia e composta reazione.
In un’epoca di progresso puramente orizzontale, nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila di cinesi condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese che, nella fila, leggeva un libro. Sorprende vedere altri azzuffarsi a sangue, in attesa del loro turno, sul preferito tra i carnefici operanti sul palco. Si ammirano i due o tre eroi che ancora lanciano vigorose fiondate all’uno o all’altro carnefice imparzialmente (poiché è noto che di un solo carnefice si tratta, se anche le maschere si avvicendino). Il cinese che legge, in ogni modo, mostra sapienza e amore della vita.
E’ prudente dimenticare che, secondo la cronaca, quell’uomo dovette a ciò la sua testa: l’ufficiale tedesco di scorta ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia. E’ decente ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la folla: «Io so che ogni riga letta è profitto». E’ lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro perfetto. – Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi 1987, pp. 73-75  

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Era il 10 agosto dell’anno 2000 e niente lasciava presagire che la mia vita sarebbe cambiata, se si esclude quel fastidioso dolore al braccio sinistro che correva fino alla mano, che poi si sarebbe rivelato infarto coronarico. I medici dissero che si trattava di un infarto insidioso, perché di tipo non-Q, cioè senza sintomi, la quale cosa mi permise di sottovalutare la gravità della situazione, fino al punto che al Pronto Soccorso dell’Ospedale della mia città rifiutai il ricovero immediato, suggerito, in verità con atteggiamento alquanto burocratico, dal Medico di turno, per potermene andare comodamente a casa a preparare la valigia. Le rimostranze del Medico furono inutili: non avevo nessuno che potesse preparare la valigia per me. Non volevo allarmare nessuno in casa. Un po’ come faceva mia madre, quando nascondeva i suoi mali, «per non disturbare». Sarebbe stato più facile dire, poi: «Sono al Pronto soccorso… Va tutto bene. Mi portano al reparto Cardiologia».

Avevo avuto tutto il tempo, a casa, di decidere cosa portare con me, come quando si stanno per lasciare le cose più care e bisogna decidere. Detti una rapida occhiata alle quattro pareti del mio studio e scelsi soltanto Moby Dick di Melville e Danubio di Magris. Soprattutto la prima opera mi accompagnò nei momenti critici, quando mi sistemarono in un letto, con aghi nelle vene che dovevano servire a monitorare e a curare.
Ai Medici che si affacciavano spesso a chiedere: «E’ passato il dolore?» rispondevo tranquillamente: «Non ancora», essendo preso dalla lettura preziosa della prima parte di Melville. Andò avanti così per un bel po’, sinceramente preoccupato di non essere interrotto nella lettura. Avevo ben chiaro che fin dall’ingresso nell’Ospedale ero diventato oggetto di attenzioni particolari: fu consultato il reparto Cardiologia, mentre aspettavo al Pronto Soccorso, dunque doveva trattarsi di cosa seria. Non riuscivo, tuttavia, a disperare di me. Non che avessi fiducia nei Medici! Quando tornai da casa con il mio bagaglio, mi fecero addirittura aspettare per una buona mezz’ora prima di decidersi a farmi ricoverare in Cardiologia. Guardavo l’orologio appeso alla parete e pensavo: «Chissà se arriverò vivo al quarto piano!» Quando fu il mio turno, mi chiesero se volevo andare su da solo. Naturalmente dissi di sì. Arrivato al quarto piano, mi vidi venire incontro alcuni sanitari perplessi. Chiamarono il Pronto soccorso e concitatamente li rimproverarono così: «La prossima volta, fateci sapere che sta salendo un nostro paziente. Scendiamo noi a prenderlo!». Quello che li aveva allarmati era il fatto che io sopportassi il peso dei due bagagli con un infarto in corso. Mi fecero sedere delicatamente su una sedia a rotelle e mi trasferirono in una stanza confortevole in cui potei riprendere la mia lettura, una volta sistemato nel letto.
Per il tempo della ‘stabilizzazione’ nell’Ospedale della mia città e poi a Roma, per la coronarografia e poi per l’intervento al cuore, non feci altro che leggere. Se non leggevo, dormivo placidamente.
Successivamente seppi da mia figlia che un amico medico si era ‘battuto’ perché mi dessero morfina, per consentirmi di affrontare meglio il dolore, ma io non lo ritenni necessario.
Nell’Ospedale di Roma in cui mi fu praticato l’intervento chirurgico accadde la stessa cosa: un giorno sentii la Caposala discutere animatamente con mia figlia: si giustificava affannosamente dicendo: «Ma lui non chiede niente!». Anche lei, forse, si aspettava da me che chiedessi morfina. Io non lo ritenni necessario.

Il libro che mi aveva accompagnato per tutto il tempo della crisi, della degenza ospedaliera, dell’intervento, della convalescenza era veramente perfetto: riassumeva i bisogni spirituali di quell’epoca della mia vita. Alcuni dei miei ex alunni, a distanza di tempo, mi scrissero per esprimere la loro ammirazione: erano convinti che avessi impartito loro un’altra lezione di vita. Perché non mi ero lamentato della mia condizione e perché avevo affrontato la prova serenamente, essendo pronto a tutto.

Di quello che pure accadde di importante in quei mesi ricordo nitidamente solo il libro che avevo con me. Ogni riga letta fu letta con profitto.

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)