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Giovedì 7 luglio 2011

Tra le emozioni di un Educatore c’è anche quella di chi non si sente riconosciuto, e per questo è incessantemente impegnato a dare fondamento alla propria azione educativa.

E’ difficile stabilire quanto possa dipendere dalla personale insicurezza e quanto dai mancati riconoscimenti.

D’altra parte, un “capo” è tenuto a dispensare lodi ai “dipendenti”, perché possano sentirsi a loro agio nel ruolo che ricoprono?

Lasciamo stare l’obiezione facile su quei “capi” con io ipertrofico – che occupano tutto il campo e rinunciano a pulire i cessi solo per mancanza di tempo, perché, se ne avessero a sufficienza, lo farebbero, se non altro per dimostrare che si può fare meglio di come è stato fatto -: essi sono privi di vista, quindi inascoltanti. Non sanno nulla dei loro “dipendenti”. Ragionano solo in termini di efficienza. Non sanno cosa sia efficacia dell’azione educativa. Se la loro mente arrivasse a cogliere la distinzione necessaria e a contemplare il compito dell’efficacia dell’azione educativa, parlerebbero con i loro “dipendenti” e forse scoprirebbero che ci sono persone dotate di sensibilità, che riescono ad entrare in contatto con gli “utenti”, a stabilire relazioni significative con persone reali e a innescare processi di apprendi- mento.

In trentacinque anni di insegnamento ho incontrato Presidi – oggi, purtroppo, sono soltanto Dirigenti scolastici: non si occupano più di Educazione e di Didattica – che hanno saputo apprezzare il lavoro degli insegnanti. In tutti i contesti sociali, senza riconosci- mento si vive di vita grama.

In considerazione del fatto che la vita sociale oggi è resa difficile dall’avvelenamento della verità e dai fenomeni quotidiani di diniego e di ostracizzazione che si vivono ad ogni piè sospinto; se anche nelle cerchie ristrette intervengono ulteriori muri generati da impazienza, false credenze, angustia della mente, apatia dei sensi, aridità del cuore, cosa resta da fare se non provvedere a se stessi, cercando di tenere ogni giorno pulito il proprio orto, lucidando gli ottoni di casa, continuando a scrivere di sé, nella vana speranza che non siano solo i cani di casa ad esprimere affetto, dal momento che il giardino è già stato ripulito delle loro cacche quotidiane?

Il mio destino è nelle mie mani? Se mi sdraio sotto il cielo stellato a contemplare la mia inutile umanità, sono ‘padrone di me’? Voglio dire: è possibile consistere al di fuori dello sguardo altrui? senza riscontri di nessun genere su ciò che si sta facendo?

La psicologia ci ha insegnato tutto, a proposito di “profezie che si autoavverano”, di rinforzo degli apprendimenti, e così via. E’ stucchevole scoprire poi che non sono gli analfabeti i veri inascoltanti.

Ci vuole fegato per arrivare a riconoscere i meriti altrui! Il vero metro della miseria umana è questo. Ne uccide più l’invidia che la lupara, anche se bianca!

Dopo sessantadue anni spesi a correggere sempre l’errore precedente, per dare senso alla mia esistenza e per guadagnarmi il diritto di esistere, scoprire ogni giorno che la strada è ancora quasi tutta da fare, perché interviene ogni tanto un piccolo coccio su cui è stato scritto il proprio nome, non aiuta a sentirsi liberi.

Sarà questa la ragione per la quale da ventidue anni avverto nel dramma della tossicomania – il più chiaro emblema del nostro tempo – un campo in cui sempre riscopro l’umanità dolente che si agita al fondo in ognuno di noi. Tra ‘necessità biologiche’ e travagli del cuore, sono tante le scienze che hanno scritto parole definitive sui ragazzi che vengono pestati sistemati- camente nelle Caserme e uccisi nelle Prigioni di stato, rei di non aver saputo fare uso corretto della loro libertà. Tra loro e gli scienziati, tra loro e chi quotidianamente li uccide sceglierò sempre i ragazzi.

Se un adulto ‘normale’ – riconosciuto come normale dai padroni della vita -, perfino se Educatore, patisce i mancati riconoscimenti, figuratevi come sarà facile la vita di un ragazzo che cresce, quando si ritrovi a dover fare tutto da solo! E poi parliamo di comunicazione sospesa!

Aggiungete la fascinazione esercitata da una madre fallica e l’incapacità di vivere la necessaria solitudine che accompagna ogni processo di separazione e il quadro è (quasi) completo!

Sembra che i progressi compiuti dall’umanità nella direzione di una sempre più chiara comprensione di tutte le forme di dipendenza non abbia prodotto una presa di coscienza del potere politico e degli Educatori della stessa portata: siamo in presenza di malattie gravi che non è possibile ‘curare’ con carcere e ‘respingimenti’ vari.

Il primo riconoscimento di cui un ragazzo affetto da disagio devianza dipendenza avrebbe bisogno e diritto è che sia considerato malattia ciò che non è in nessuno dei suoi momenti capriccio o vizio (soltanto). Quante volte abbiamo sentito raccontare di Ospedali che si sono rifiutati di ricoverare un ragazzo con bronchite o altra affezione del corpo, perché individuato come tossico! Quante volte un tentativo anche timido di fuoriuscita dalla dipendenza è stato ‘negato’, perché niente di ciò che un tossico dice è vero! Vivere senza possibilità di scampo né di scambio non deve essere facile! Quante volte abbiamo visto piovere sul bagnato!

Se il tossicomane è, per definizione, persona che vive al di qua della responsabilità, e se non è lecito indurre con metodi coercitivi alla ‘cura’, esiste una via diversa da quella che pratica chi cerca di comunicare con la ‘parte sana’ della persona, riconoscendo a tutta la persona il diritto di vivere nella fase che precede ogni possibile scelta, almeno fino a quando non le sia possibile prendere una decisione, perché intravveda in chi le è accanto una speranza a cui aggrapparsi?

Le persone impegnate nelle professioni di aiuto sanno bene quanto conti la reciprocità nell’azione per il benessere. Sulla strada dell’empatia il guadagno degli Educatori non è meno grande di quello a cui aspirano le persone che si affidano a loro. E’ sicuramente questa la ragione per cui anche gli insegnanti non hanno mai sofferto per le mancate riforme: la scuola è quello che si fa nella relazione educativa.

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Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)