7 settembre 2008

Ieri ho tenuto la lezione conclusiva di un Corso di formazione nazionale di sette giorni, organizzato dall’Associazione Educatori Senza Frontiere, presso la Foresteria dell’Abbazia di Montecassino, per giovani interessati a fare l’esperienza educativa del rapporto con l’estero. Mi era stato assegnato il tema: Spirito, stili e forme nell’utopia dell’Avamposto.

Al di là e oltre gli argomenti tipici di Exodus – a partire dalla teorizzazione avviata nel 2005 da don Antonio Mazzi -, ho utilizzato Chatwin, Attali, Magris, oscillando tra Estetica e Letteratura, come ho sempre fatto. Ho distribuito per i 24 Corsisti i miei materiali, come ero abituato a fare a Scuola. La lezione deve essere seguita bene. Una lista delle idee alla lavagna o una mappa mentale aiutano a partire. Se si riesce a produrre anche una mappa concettuale, ancora meglio! Ho indicato i termini tecnici, le parole-tema, le categorie concettuali. Ho anticipato tutto il contenuto della mia conversazione. Al termine, ho riassunto e sintetizzato per punti. Ho lasciato che i ragazzi si scrivessero i titoli del libri che ho portato con me. Ho lasciato il mio indirizzo di posta elettronica, per continuare la discussione avviata su due o tre temi toccati dai ragazzi stessi. La ‘lezione’, secondo me, doveva servire ad aprire un fronte di ricerca, più che costituire una sintesi chiusa su un concetto e basta.

Il riferimento all’utopia contenuto nell’argomento del mio intervento non era certo da intendere nel senso delle grandi utopie politiche, come se Exodus avesse da proporre una palingenesi dell’umanità, una generale visione del mondo in competizione con le ideologie politiche. E non ho certo inteso in senso apocalittico il significato della proposta in questione. Al piano di realtà psicologico-sociale e politico occorreva opporre la dimensione esclusivamernte educativa dell’intervento nella realtà del soggetto chiamato Exodus. Ho preso le mosse dalla critica del Moderno che è tipica dei grandi soggetti del nostro tempo. Ho ricordato la critica al Relativismo da parte di Benedetto XVI, ma più in generale la necessità per noi di opporci alle derive culturali del tempo, per spiegare le quali ho accennato al nichilismo, al trionfo della tecnica su ogni attività spirituale dell’uomo e ai nuovi vizi (consumismo, conformismo, spudoratezza, sessomania, sociopatia, diniego, vuoto). Si costituisce come utopia, allora, non tanto un fondo di impossibile che è pure possibile scorgere nelle grandi visioni culturali, quanto la resistenza che si oppone alle derive, la tensione morale che si indica alla gente, perché non subisca mode e costumi riconducibili alla ‘civiltà dell’usa e getta’.

L’utopia dell’avamposto si ripresenta come radicale assunzione di responsabilità degli Educatori tutti (genitori, insegnanti, religiosi, intellettuali, operatori culturali e sociali), perché non rinuncino al coraggio di educare, compito che si qualifica oggi nei termini chiari della critica della civiltà. Essere avamposti significa schierarsi contro le derive culturali e morali, del costume e della mentalità corrente, come delle istituzioni e della società.

Oggi abbiamo a che fare con quello che Attali chiama l’uomo nomade. Conclusa l’epoca in cui ogni genere di esperienza si trasmetteva nei luoghi deputati alla ‘educazione dell’esperienza’ – un tempo si credeva fortemente che si dovesse trasmetterla di generazione in generazione -, assistiamo al proliferare di luoghi e di modi di vivere che individui e gruppi promuovono, in cerca di identità, di radici, di forme di riconoscimento.

Sentinella, a che punto è la notte? è stato il punto di avvio della mia conversazione. Ho aggiunto una parabola ebraica sul confine tra notte e giorno. Ho ricordato le parole di Giovanni Paolo II, a proposito dei giovani, da lui definiti, al termine di un grande raduno, sentinelle del mattino. Ho elencato le figure di cui si serve Galimberti per illustrare il segreto della giovinezza (ad esso bisognerebbe guardare, per oltrepassare il nichilismo, almeno nelle sue catastrofiche ricadute giovanili), in fondo a L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani.: l’espansività, l’assenza, il viaggio, la sfida, la trasformazione, la riappropriazione, la rivelazione di sé a sé. Ho illustrato il ‘passaggio’ dalla “civiltà delle parrocchie”  – con la figura del ‘praticante’ – alla dimensione dell’erranza, del viaggiare – con la figura del ‘pellegrino’ -, per dimostrare come anche in ambito religioso si stia affermando una originale forma di nomadismo, per cui la trasmissione dell’esperienza religiosa non si verifica più (prevalentemente) nella parrocchia, come un tempo. Almeno per i giovani, non è più così. Ho letto, per concludere, un brano di Magris dato in fotocopia, sul narrare.

Ho esortato i ragazzi alle storie. La figura dell’agrimensore del reale è stata da me esaltata come via per la quale accedere all’esperienza erratica del viaggio che non è fuga dalla realtà e dalla responsabilità, ma quete incessante e ininterrotta di naviganti “sedotti dal sanguigno piacere dell’esistenza” che, “pervasi da pietas per il suo inarrestabile svanire nel tempo”, “stendono mappe fedeli del cielo e delle coste…”.

La nostra fedeltà al reale fa di noi viandanti credibili. In mezzo a ciò che muta incessantemente intorno a noi, non smettiamo mai di credere che ci sia dell’indistruttibile a cui tendere, da far vivere, da ‘scambiare’ con coloro i quali, a loro volta, sono in cammino, mai stanchi di incontrare nuovi volti e cieli nuovi. Di tutta la vita santa e buona – come direbbe Alce Nero – noi vorremmo salvare ogni grumo, perché niente vada perduto. Di ogni cosa vogliamo raccontare la storia, perché non precipiti nella dimenticanza, senza lasciare alcuna traccia di sé presso di noi.

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Un giorno un vecchio rabbino chiede ai suoi discepoli da quale segno sia possibile riconoscere il momento preciso in cui finisce la notte e comincia il giorno. La domanda dà origine ad un interessante dialogo.
E’ forse – reagiscono i discepoli – quando si può distinguere da lontano e senza fatica un cane da una pecora?
No, dice il rabbino. E così avanti nel dialogo.
– Ma quand’è allora? – chiedono i discepoli.
– E il rabbino risponde: E’ quando, sperduto nella folla, il volto di uno sconosciuto qualsiasi vi diventa altrettanto prezioso quanto quello di un padre, di una madre, di un fratello, di una sorella, di un figlio o di una figlia, di uno sposo o di una sposa, di un amico… Fino a quel momento, fa ancora notte nel vostro cuore.

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«Viaggiare è immorale, diceva Weininger viaggiando; è crudele, incalza Canetti. Immorale è la vanità della fuga, ben nota a Orazio che ammoniva a non cercare di eludere i dolori e gli affanni spronando il cavallo, perché la nera angoscia, dice il suo verso, siede in groppa dietro il cavaliere che spera di farle perdere le proprie tracce. L’io forte, secondo il filosofo viennese presto stroncato dalla convivenza con l’assoluto, deve restare a casa, guardare in faccia angoscia e disperazione senza volerne essere distratto o stordito, non distogliere lo sguardo dalla realtà e dal combattimento; la metafisica è residente, non cerca evasioni né vacanze. Forse talora l’io resta a casa e a viaggiare è un suo sembiante, un simulacro simile a quello di Elena che, secondo una delle versioni del mito, aveva seguito Paride a Troia, mentre la vera Elena sarebbe rimasta, per tutti i lunghi anni della guerra, altrove, in Egitto. Weininger denunciava nel viaggio la tentazione dell’irresponsabilità; chi viaggia è spettatore, non è coinvolto a fondo nella realtà che attraversa, non è colpevole delle brutture, delle infamie e delle tragedie del paese in cui s’inoltra. Non ha fatto lui quelle leggi inique e non ha da rimproverarsi di non averle combattute; se il tetto di una notte crolla ed egli non ha proprio la disgrazia di restare sotto le macerie, non ha altro da fare che prendere la sua valigia e spostarsi un po’ più in là. In viaggio si sta bene perché, a parte qualche sciagura, terremoto o disastro aereo, non può veramente accaderci nulla; non si mette in gioco la propria vita. Il viaggio è anche una benevola noia, una protettrice insignificanza. L’avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o incapacità di amare e di costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si mette a rischio. La casa non è un idillio; è lo spazio dell’esistenza concreta e dunque esposta al conflitto, al malinteso, all’errore, alla sopraffazione e all’aridità, al naufragio. Per questo essa è il luogo centrale della vita, col suo bene e il suo male; il luogo della passione più forte, talora devastante – per la compagna e il compagno dei propri giorni, per i figli – e la passione coinvolge senza riguardi. Andare in giro per il mondo vuol dire pure riposarsi dall’intensità domestica, adagiarsi in piacevoli pause pantofolaie, lasciarsi andare passivamente – immoralmente, secondo Weininger – al fluire delle cose.» (da CLAUDIO MAGRIS, L’infinito viaggiare)

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«Ci sono due famiglie di scrittori.
Una è quella dei grandi bugiardi, che disfano con la fantasia la trama del mondo e inventano di continuo la vita, coprendo il suo monotono brusio con le loro inesauribili favole e sfuggendo alla gabbia della realtà come il barone di Münchhausen a cavalcioni della sua palla di cannone.
L’altra comprende gli agrimensori del reale, i naviganti che stendono mappe fedeli del cielo e delle coste, i poeti curiosi delle cose e dei destini, affascinati dalle storie che la vita, più imprevedibile di ogni immaginazione, scrive nei lineamenti e nelle vicende quotidiane degli uomini. Sedotti dal sanguigno piacere dell’esistenza e pervasi da pietas per il suo inarrestabile svanire nel tempo, questi scrittori vanno a caccia di storie vere, di vite vissute, con un rispetto per la realtà che li induce a citare fedelmente non solo i particolari di una rivoluzione o il numero esatto delle vittime di un naufragio, ma anche la luce di un pomeriggio, il colore di una foglia o l’espressione di un viso. Narrare diventa allora un’arte di montaggio, di lavorare con gli spezzoni offerti dal reale e di ricrearli in un ordine che ne riveli il significato nascosto. Se ogni vita, come vuole il detto popolare, è un romanzo, essi lo scrivono o meglio lo trascrivono». (CLAUDIO MAGRIS)

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FRANCO TAVERNA, Avamposti. Exodus e le nuove frontiere sociali, EDIZIONI SAN PAOLO
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Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)