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8 giugno 2009

Nelle vicende sentimentali siamo abituati a chiedere che il sentimento duri per sempre. Di più non possiamo chiedere. Di più non riusciamo a concepire. L’educazione sentimentale che riceviamo ci convince del fatto che il cuore dell’altro possa e debba conservarsi integro nel suo essere rivolto a noi: non si distoglierà mai da noi. All’amore chiediamo che sia eterno. E se non riusciamo a dire quell’eterno, pur sapendo che siamo impastati di tempo, segretamente coltiviamo la speranza che il sentimento a cui teniamo di più abbia a durare. Vogliamo la pienezza della coscienza, una gioia intera, che non sia incrinata dal velo della tristezza, perché non vogliamo collegare quest’ultima alla condizione beata in cui vogliamo chiuderci. Aspiriamo a serrare con lacci invisibili in una fortezza sicura quello che pure avvertiamo esposto all’aperto in cui siamo situati. Cerchiamo l’aperto, ma chiediamo che il cuore dell’altro sia chiuso all’esperienza dell’aperto: vorremmo quasi che altri non esistessero per quel cuore, che nessuna emozione turbasse la sua superficie, distogliendo da noi volizioni e affetti. Seguiamo il corso dei pensieri, i nostri e quelli dell’altro, ma non attribuiamo grande valore ad essi, come se il destino del sentimento si giocasse per intero nel cuore, che pensiamo come organo separato dall’intelletto. I pensieri che riserviamo all’altro sono quasi studio osservazione indagine calcolo dei giorni assetto delle cose. Non pensiamo i nostri pensieri come custodia e scrigno. Non pensiamo i ricordi come memoria del bene ricevuto, per accettare e ringraziare. Piuttosto, ci sforziamo di rammemorare singoli episodi, come se da quello sforzo dovesse derivare una prova di fedeltà superata. Ci perdiamo nel dettaglio del così fu, che contempliamo da lontano come patrimonio acquisito, che vorremmo stampato in una teca indistruttibile, al riparo dall’azione corrosiva del tempo. Non costruiamo trame. Non istituiamo file di continuità. Non curiamo i passaggi. Il corso dei pensieri, che non è semplice flusso spontaneo e indifferenziato, non ci appaga: non affidiamo ad esso il valore della testimonianza principe. Cerchiamo altrove il suggello di fedeltà che dissipa le ombre del dubbio e del sospetto. Non crediamo più da quasi un secolo al valore della parola e disperatamente chiediamo giuramenti e promesse, che vogliamo solenni e pronunciati in circostanze indubitabili e davanti ad altari di pietra. Non abbiamo più fede ma ci affidiamo alla solennità approntata solo per noi.

Non ascoltiamo il pensiero del cuore, il suo erratico immaginare. Abitiamo impazienti la camera della nostra mente, quasi convinti che lì non ci sia cuore, che essa non sia consorte del cuore. Ci riduciamo a pensare le cose, gli attimi, le scadenze, gli uffici. Trascuriamo di curare e sostenere il peso dell’invisibile, l’istante eterno, la pausa che precede i mutamenti, la perplessità dell’anima, l’innocenza ritrovata, l’incanto della bellezza. Noi amiamo ad uno ad uno per odiare a mille a mille e acquistiamo scampoli di felicità, mendicando un sorriso, un conforto, un palpito.

Dovremmo più attentamente abitare la distanza, misurare i passi, custodire il Segreto che salva. Coltivare l’anima, fare anima, dare voce al fondo enigmatico e buio che ci muove è compito. L’indistruttibile non è lì, immobile ad attendere il gesto edificante che renda giustizia della realtà dell’anima. Amore della conoscenza e conoscenza dell’amore dovrebbero renderci degni di essere amati. Ma quale amore verrà, se non sapremo istituire file di continuità nei nostri pensieri, se la nostra libertà non si convertirà nell’abbraccio in cui sciogliersi dai ceppi della Terra, per il canto finale dell’unione con il mistero dell’unione? Eppure, quel mistero riuscirà a consistere presso di noi e a generare altra vita se troveremo la parola che apre e chiude, perché altrettanto misteriosamente la parola dell’altro apra e chiuda delicatamente la nostra anima, come fa la primavera accortamente con i suoi primi germogli.

La creatura è nell’ascolto. Certo. Beante. Certo. Protesa all’attimo ek-statico che solo ci infutura, ma quanto occorre attendere perché si compia il rito tanto atteso dell’anima, che protesa nel suo anelito fuggente non sa da dove né quando, eppure non cessa di sperare?

Se il timore di perdere l’oggetto d’amore sembra comune a tutti gli umani, non sarà segno di viltà volere che l’altro non si allontani da noi, la prova più chiara di quanto poco siamo impegnati a pensare l’altro nella sua libertà senza dolercene? Quale ‘prova’ più grande di un amore che si voglia eterno di questo pensiero che pensa l’altro con i suoi pensieri, non importa se poco rivolti a noi? Sapremo mai quanto i pensieri che vogliamo rivolti a noi siano effettivamente rivolti a noi e quanto grande sia l’intensità di quei pensieri? La questione più vera, tuttavia, non è tanto riuscire a conoscere nei dettagli cosa pensi l’altro quando vorremmo che pensasse solo a noi. Conta, piuttosto, il movimento che noi sapremo imprimere a una relazione nella quale il pensiero dell’altro che è in noi è destinatario di una tacita richiesta di un movimento analogo che sarà sorretto indefinitamente dall’incessante moto del cuore che non è mai disgiunto dal moto del pensiero. Riuscirebbe mai il nostro cuore a pensare compiutamente il cuore dell’altro se non fossimo cuori pensanti? E il nostro sentire, la profondità del nostro sentire sarebbe possibile attivare se non fossimo guidati dalle ‘ragioni’ del cuore? Se il pensiero immaginale non fosse quotidianamente impegnato a pensare come raggiungere il cuore dell’altro, rendendosi ogni volta in umiltà, inchinandosi di fronte all’altezza di quel cuore, per potersi sollevare fino ad esso?

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)