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Sabato 8 ottobre 2011

L’oltranza della bellezza ci vede sempre ‘collocati’ al di qua di essa! Le linee di fuga lungo le quali essa trascende il suo mero apparire non ci conducono in un ‘dove’ in cui appaesarsi e finalmente ‘stare’. Chi può dire di avere mai ‘posseduto’ la bellezza? Da giovani è bello coltivare questa illusione. Da vecchi, ne è concessa solo la nostalgia.

La perfetta letizia, che costituirebbe l’assenza di ogni possibile discordanza dal volere altrui, è nel compimento e nella compiutezza dell’accordo con le cose. La reciprocità del riconoscimento, che è poi ciò che si richiede nelle cose umane – lasciamo stare il rapporto con il Cielo! -, è più facile forse con i ‘lontani’. Quando siamo (troppo) vicini, l’Ombra finisce per sovrastare ogni cosa: chiediamo tutto – l’Impossibile è altra cosa! – e subito, come fanno i tossici; vogliamo sapere tutto – la Conoscenza dell’altro è altra cosa! – e consideriamo tradimento ogni diversione dalla Verità supposta tale; pretendiamo garanzie contro la Morte – comprare casa, annullare le differenze, sospettare sempre, perdonare mai – e nascondiamo accuratamente sotto il tappeto le scorie della vita, i dettagli fastidiosi, le piccole incongruenze, perché la superficie dell’anima sia sempre linda e trasparente.

La trasparenza della coscienza oggi non è facile come ai tempi di Sartre, che ne aveva fatto una religione. Egli diceva che non c’è niente di peggio della vischiosità della coscienza: bisognerebbe combattere sempre la malafede, la falsa coscienza, l’ipocrisia… Certamente, ambiguità e ambivalenze non sono tollerabili. C’è da chiedersi, però, a questo punto, cosa sia amabile, cosa si possa amare. Dopo aver professato per tutta la vita l’inutile religione secondo la quale bisogna rendersi degni di essere amati – è assodato, ormai, che l’amore non bisogna meritarselo! – mi si dice che le persone debbono essere amate così come sono. E questo suona bene. Ma se l’altro è anaffettivo o immaturo o privo di identità o malvagio o dipendente da altre personalità o analmente attaccato al denaro o PRIVO DI INTELLETTO D’AMORE, il “Sentire” di cui si parla tanto non sarà uno ‘strumento’ da ‘accordare’?

Non basta dire affetto sentimento passione sensibilità apertura e via esaltando, per poter dire che ci ritroviamo di fronte a un esatto sentire, come mi insegna Roberta De Monticelli. Cosa ama in me una persona anaffettiva? Cosa sente? Cosa sto amando di una persona priva di identità? Quale letizia ricaverò dalla relazione unilaterale con una persona malvagia? Quale gusto della libertà ricaverò dalla frequentazione di una persona che dipende eternamente da altri? Quale leggerezza mi regalerà chi vede solo ciò che vedono i suoi occhi (magari con l’etichetta del prezzo ancora incollata sugli oggetti d’elezione)? Ma, soprattutto, ha senso parlare d’amore in presenza di persona che non abbia intelletto d’amore?

Donne ch’avete intelletto d’amore,
i’ vo’ con voi de la mia donna dire,
non perch’io creda sua laude finire,
ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che pensando il suo valore,
Amor sì dolce mi si fa sentire,
che s’io allora non perdessi ardire,
farei parlando innamorar la gente.
E io non vo’ parlar sì altamente,
ch’io divenisse per temenza vile;
ma tratterò del suo stato gentile
a rispetto di lei leggeramente,
donne e donzelle amorose, con vui,
ché non è cosa da parlarne altrui.
(Dante Alighieri, Vita Nova, XXIX)

Io credo che ogni epoca debba riscrivere il trattato “Sull’amore”. Gli straordinari mutamenti intervenuti nella sensibilità – io parlerei di una vera e propria mutazione antropologica che ha investito negli ultimi quarant’anni maschi e femmine – dovrebbero farci sentire più liberi di esprimere i nostri sentimenti. Non solo per sottrazione – o per negazione – possiamo dire ciò che siamo, ciò che vogliamo. Abbiamo, addirittura, troppe ragioni – come direbbe Musil – rispetto al nostro tempo, che si attarda sull’osceno (cioè, sulla tendenza a sbattere sulla scena il contenuto della propria coscienza, per denaro o per trovare lì senso e ‘felicità’). Molti capitoli di quel trattato sono già stati scritti da ognuno di noi. E si tratta di scoperte, non di riscoperte di valori antichi: diversa è la nostra sensibilità. Molte cose hanno lo stesso nome, ma non corrispondono minimamente a quello che sentivano le epoche precedenti. Ci sono giorni in cui penso che il fondo di impossibile che è ‘contenuto’ nell’amore sognato è in quella misura che chiediamo e che vorremmo arrivasse non richiesta, perché veramente dall’altra parte c’è un esatto sentire che si accorda con il nostro sentire. Questo ‘chiarissimo’, come lo chiamò Freud, fa soffrire, perché è oggetto di diniego. Cercando di istituire file di continuità, ci perdiamo. Allora, forse sarebbe utile fermarsi e aspettare, forse piangere sommessamente, ma non c’è rimedio: chiediamo l’impossibile. Giustamente, Pavese chiude uno dei suoi “Dialoghi con Leucò” più belli con le parole: “Chiedi troppo, Thanatos”. Si riferiva al fatto che il mortale solleva lo sguardo verso la dea. Thanatos chiede di rinunciare. La risposta è in quelle parole bellissime: chiedi troppo.

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)