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Sabato 9 luglio 2011

Un elemento che caratterizza la condizione di tutti gli Educatori è dato dalla capacità personale di ‘proseguire’ nel lavoro avviato, senza aspettarsi troppe conferme e riconoscimenti per il lavoro svolto. Mi riferisco al sentimento, spesso inespresso, che accompagna tutte le fasi cruciali della carriera personale: ad ogni prova affrontata e superata con successo, ma anche a fronte di un impegno che si sia aggiunto ad altri impegni, come in seguito alla manifestazione esplicita di stima da parte di alunni e genitori, ci si aspetta che arrivino i veri riconoscimenti, quelli dei Colleghi e dei dirigenti scolastici. E se non arrivano, non si smette di attenderli. 

Non si tratta di insicurezza personale quando si ‘reclamino’ i necessari riconoscimenti: il bisogno è professionale, non ‘privato’. Dal momento, però, che nel tempo si sperimenta una solitudine che è senza rimedio, tanto vale capire prima possibile che non bisogna mettere nel conto nessun riconoscimento. Bisogna fare da soli.

 

Quando ero insegnante avevo alle spalle una laurea, un corso che abilitava all’insegnamento, un’immissione in ruolo, una sede definitiva: tutte cose che erano altrettanti riconoscimenti di uno status giuridico. Non dovevo affannarmi a dimostrare che ero un insegnante di Italiano e Latino. A volte si riproponeva il problema, all’interno della schiera dei Colleghi, dell’identità personale, ma dipendeva dal prestigio della Cattedra di Italiano e Latino, più o meno grande, a seconda delle scuola in cui ho insegnato. Anche per questo aspetto della mia condizione, però, presto ho scoperto che le mie scelte non erano condivise. Probabilmente, non godevo nemmeno della stima dei miei Colleghi. Se non ci fosse stato il riconoscimento unanime dei ragazzi e delle loro famiglie, sarebbe stata più dura la mia condizione! Altrettanto presto, però, ho provveduto a mettere al riparo il mio lavoro con un metodo inattaccabile: ho sempre scritto molto, dalla progettazione didattica all’inizio dell’anno ai giudizi sui compiti svolti in classe dai ragazzi. Un lavoro estenuante e meticoloso, teso alla documentazione rigorosa di tutte le scelte educative, didattiche, docimologiche. Tutto ciò che era condiviso – le decisioni del Dipartimento dei docenti di Lettere – era da me rispettato militarmente, per evitare ostracismi e manovre a mia insaputa. Posso dire che la professionalità raggiunta è stata il risultato di un lavoro ininterrotto di miglioramento personale, dal 1973 al 2008, lungo tutta la carriera di insegnante. Ho partecipato a tutti i Corsi di aggiornamento possibili. Ero abbonato a riviste di ogni genere, di Estetica, di Letteratura, di Filosofia. Acquistavo libri settimanalmente, per non lasciarmi sfuggire nessuna novità nel campo della critica, del costume, della mentalità… Per questa via, mi sono guadagnato stima e rispetto. 

Gli anni di scuola sono stati un lungo esercizio spirituale, vissuto all’insegna della sobrietà e della rinuncia: l’efficienza a scuola e l’efficacia della didattica dipendevano dal mio benessere materiale e spirituale, a cui ho mirato sempre, perché il lavoro educativo non risentisse della più piccola ombra personale.

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Ben diverso è il caso dell’attività di Educatore che ho preso a svolgere nel 1989 con i tossicomani e con le loro famiglie: si trattava di ‘costruire’ una professionalità nuova, a partire dalla nozione di Volontariato, che oggi per me non significa quasi più nulla, a parte la gratuità della ‘prestazione’.

Come Educatore di Exodus condivido con la Fondazione tutte le idee che la animano e che ‘seguo’ dal 1992. L’esercizio concreto, tuttavia, del lavoro sociale nel Centro di ascolto è esperienza solitaria, riconosciuta per i suoi risultati indiscutibili – il numero dei ragazzi presenti nelle sedi residenziali – ma ancora solitaria. Anche in Exodus ci sono da sempre i momenti di formazione, dal Capitolo al piccolo Esodo agli incontri di formazione veri e propri, ma la fraternità che pure è operante non si traduce in discussione dei metodo di lavoro dei singoli Educatori o delle varie Case. E’ aperto, infatti, un dibattito all’interno delle Aree geografiche sull’offerta delle Case e dei Centri d’ascolto, per arrivare a una documentazione unificata di ciò che intendiamo per Ascolto e di ciò che si fa nelle Case.

Contemporaneamente, tuttavia, per ogni Educatore si pone il problema di come sia da vivere l’insegnamento che viene da don Antonio Mazzi e dall’esperienza vivente della relazione d’aiuto. Il Fondatore già da qualche anno ha trasmesso a tutti noi l’idea che sia tempo di raccogliere la sua eredità, con un testo che vale anche come messaggio:

Il vasaio

Sulle rive di un mare si ritira un vasaio negli anni della vecchiaia. Gli si velano gli occhi, gli tremano le mani, è arrivata la sua ora. Allora si compie la cerimonia dell’iniziazione: il vasaio vecchio offre al vasaio giovane il suo pezzo migliore. Così vuole la tradizione degli indigeni dell’America nord occidentale: l’artista che se ne va consegna il suo capolavoro all’artista che viene iniziato. Il vasaio giovane non conserva quel vaso perfetto per contemplarlo e ammirarlo, ma lo butta per terra, lo rompe in mille pezzi, raccoglie pezzetti e li incorpora nella sua argilla.

EDUARDO GALEANO, Parole in cammino

La questione del riconoscimento, dunque, non si pone proprio in campo educativo, se si è disposti ad ammettere che, oltre i titoli acquisiti, resta da ‘costruire’ la propria professionalità sul campo e con la formazione continua. Per questo, è importante stendere ‘mappe’ del territorio della formazione. Obiettivo da raggiungere: l’empowerment professionale.

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L’idea mi è venuta da qui. Documentare gli strumenti conoscitivi e i metodi utili per arricchire la propria professionalità ‘sul campo’ è indispensabile, soprattutto nelle professioni d’aiuto. Le persone sono restie ad accettare da altre persone suggerimenti per il proprio lavoro. L’incorporamento di nuova conoscenza nel lavoro che si svolge è compito della ‘formazione in servizio’. Anche nei confronti essa, però, si scoprono resistenze. Può essere utile, allora,  imboccare la strada dell’autodidattica. In ogni caso, occorrerà imparare ad apprendere dall’esperienza, come è stato suggerito per questo ambito dalla psicoanalisi.

Lo psicologo Rino Rumiati dice: “Apprendere dall’esperienza non è affatto un processo automatico. Esso richiede che vengano ‘mobilitate’ abilità di base molto importanti. Dall’esperienza dopo tutto ci vengono soltanto i dati per la conoscenza, non la conoscenza: l’esperienza, infatti, fornisce degli insiemi di informazioni talvolta molto grezzi. Gli individui possono trasformarli in conoscenza solo quando sanno come trattarli e valutarli per ciò che essi realmente dicono. Ma purtroppo questo non è facile, dato che i dati che vengono dall’esperienza possono essere interpretati in più di un modo” (Rino Rumiati, Decidere, Il Mulino, Bologna, 2000, p. 107).

La teoria dell’apprendimento dall’esperienza di Kolb (   ) ci aiuta a fornire un primo inquadramento del problema che abbiamo.

Nel campo delle professioni d’aiuto la teoria del resource exchange – «scambio di risorse» – descrive bene lo sviluppo della relazione interpersonale. Si tratta di una teoria dell’interdipendenza – esposta da Fabio Folgheraiter nel suo Manuale di metodologia del lavoro sociale – che rafforza l’idea dello scambio di risorse relazionale di cui si gode nella relazione d’aiuto. 

Un’occasione ravvicinata, poi, è data dal confronto professionale con gli altri Educatori e con le altre professioni d’aiuto. Forse, il miglior modo per apprendere dall’esperienza è osservare quella altrui, facendo tesoro degli errori compiuti.

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Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)