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Quando si tratta di dire cosa sia più giusto e corretto in materia d’amore, siamo pronti a dire che conta amare, non essere amati; conta aver amato, non essere stati amati; amare, non l’amore; prendersi cura dell’altro, non provare ‘semplicemente’ un sentimento; ‘patire’ la relazione, non sentirsi soltanto soggetto amoroso; essere in relazione, non ingaggiare improbabili lotte per il primato… Come se tutto questo fosse ‘semplice’! Sembra che sia tutto chiaro, che non ci resti altro da fare se non agire, patire, sentire, rispettare la realtà dell’altro…

Quante volte, poi, ci siamo lasciati pietrificare da una risposta inattesa, che ha fermato il tempo, complicando terribilmente ogni cosa! Non ci sono dubbi: eravamo in un momento particolare – e lo abbiamo proclamato a chiare lettere! – in cui una sola risposta chiedevamo, un po’ di attenzione e di riguardo, magari una concessione alle nostre debolezze, una tregua, una complicità… Cose tutte che non sono venute e che hanno reso problematico un rapporto che fino a poco fa non lo era!

Pretendiamo simmetria. Giustizia! Che ci venga restituito almeno in parte – non in piccole dosi! – quanto pure abbiamo dato. Misuriamo in giorni, mesi ed anni l’entità del dono: abbiamo dato tanto! perché ora non riceviamo una piccola risposta che valga a calmare l’ansia e a lenire il dolore della mente? L’insistente domandare ha mai dato frutti? Raramente, temo!

Più conveniente alla nostra condizione appare un ‘prendersi cura’ che non sia solo dichiarato, che non si fermi alla disposizione e basta, alle buone intenzioni che non fanno storia. Dobbiamo congedarci dall’etica delle intenzioni, per quanto doloroso sia. La serietà delle intenzioni – come ha chiamato una sezione del suo Trattato delle virtù Vladimir Jankélélevitch – non sembra più di moda (eppure, ha un suo inequivocabile fondamento nella vita della coscienza!): mezzo secolo fa poteva andar bene ancora. Si dava credito al corteggiatore che con il tempo avesse dato buona prova di sé. Ogni errore ed inciampo – i piccoli ‘tradimenti’, la sconfessione di sé… – veniva sempre ricondotto ad una natura che si era rivelata buona e che non poteva essere irrimediabilmente contraddetta e negata da questo o quell’accadimento.

Oggi è come se ogni equivoco ed errore si facesse subito imperdonabile, rendendo irredimibile il tempo della coscienza, imprescrittibile la ‘colpa’. E’ molto difficile perdonare. Pretendiamo assoluta sincerità, per non dover revocare in dubbio la veridicità delle parole fino a negare autenticità alla persona.

Eppure, basterebbe praticare la trasparenza della coscienza, combattendo in sé ogni forma di vischiosità della coscienza stessa! Le condotte di malafede – la falsa coscienza – generano disordine morale, sospetto, disincanto.

Che ne sarà della creatura, se non ci inchiniamo fino a raggiungere e toccare la sua umana fragilità, contemplando le debolezze e le viltà nel numero delle cose ‘da perdonare’? Può un amore sopravvivere al rifiuto di contemplare l’errore e l’equivoco in cui probabilmente cadremo? Quanto durerà una relazione sentimentale in cui sarà annullata la distanza e in cui non c’è spazio per il Segreto? Che cosa finalmente ci ritroveremo ad amare, se ciò che cade sotto il nostro sguardo non è mai un ‘semplice’? Negare l’Ombra – in sé e nell’altro – può portare lontano?

C’è da contemplare la vita che si erge fiera davanti a noi, per amarla così com’è. John Donne ha scritto: tu così viva che pensarti basta a fare veri i sogni e le favole storia. Tu così viva, non tu così vera… Ma quello che inseguiamo è forse sempre proprio la verità. Anche dell’amore che tanto chiediamo vogliamo che siamo vero, assoluto, unico, irripetibile in ogni suo gesto. Quello che non riusciamo ad ottenere da Dio pretendiamo che ci sia dato dagli umani.

Per molto tempo, lungo tutta l’età matura, mi sono chiesto come si possa amare una donna che si prostituisce, anzi, una prostituta vera e propria. Ad una sola condizione: che si riesca a tenere insieme il bene e il male, che si riconosca statuto di realtà alla luce e alla tenebra che sono mescolate in noi fino a confondersi spesso.

Prendersi cura dell’altro significa arredare una provincia dell’anima. La regione della realtà ‘occupata’ dall’altro con la sua esistenza è lo spazio esistenziale, il piano di realtà temporale dentro il quale soltanto si dà relazione. Astrarre dal tempo è operazione folle: significa negarsi la possibilità di fare storia, istituendo file di continuità in cui soltanto si mostra il ‘significato’ di una persona.

Arredare, abbellire, rendere spazio il tempo, fare spazio dentro di sé, accogliere, farsi mente ospitale, impegnarsi a raccontare all’altro la sua favola mondana. Riconoscere la realtà della sua anima. Fare anima. Coltivare lo spazio del racconto. Dare voce all’incanto.

E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo.

PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)