*

Ascolta il tuo cuore, città!
Venti tesi per non morire di droga

di Gabriele De Ritis


La realtà può essere compresa
solo a partire dai suoi estremi.
SIEGFRIED KRACAUER

La gioventù sente che il mondo è gravido di forze;
ma non immagina quale parte sostenga
nel mondo la debolezza nelle sue diverse forme.
HUGO VON HOFMANNSTHAL

Dietro il vizio e la spinta al consumo; oltre la contiguità e la curiosità; indipendentemente da ogni analisi sociologica e statistica, la tossicodipendenza è la sola risposta alla sofferenza della persona di cui sia capace chi non è riuscito a trovare altre soluzioni ai problemi della propria esistenza.
Nessuno arriva ad infilarsi un ago in vena da un giorno all’altro. Dietro quel primo buco c’è un corteo di frustrazioni, di sconfitte, di silenzi, di esclusioni, di rimproveri, di fraintendimenti, di paure, di incomprensioni, di perdite, di vane attese, di desideri impossibili, di bisogni insoddisfatti, di astratti furori.
La tossicodipendenza non è una malattia del corpo. Si tratta di decidere qui dove andare a cercarla.
Se concepiamo l’uomo come una realtà duplice – corpo e anima -, la cercheremo nell’anima, dal momento che il corpo guarisce dal male che contraddistingue la tossicodipendenza, ma la persona continuerà a patire nella mente, nel cuore e nello spirito; nei pensieri, nei sentimenti, nelle emozioni.
Se concepiamo l’uomo come una realtà indivisibile, cercheremo la tossicodipendenza nella vita della persona, nel progetto esistenziale della persona, nella persona.
Studieremo le sue relazioni sociali, le sue relazioni familiari, le sue relazioni di gruppo, le sue relazioni ‘coniugali’: non isoleremo l’individuo dal suo mondo; lo assumeremo come cittadino e come persona, come parte dei sistemi in cui è immerso, ma soprattutto come singolo, cioè come una realtà spirituale dotata di coscienza morale.

 


[1] LA TOSSICODIPENDENZA E’ UNA ‘MALATTIA’ SOCIALE. Va cercata nel gruppo di appartenenza del ragazzo, nella famiglia, nella scuola, nella città. Espressione di un disagio sociale, essa è emblema di questa civiltà: è creatura di questo decrepito sistema economico in cui la persona è sempre variabile dipendente e viene individuata prevalentemente come consumatore.
I tossicodipendenti sono ragazzi abbandonati a se stessi, in balia del mercato delle droghe e della ‘piazza’, privi di guide morali o rinchiusi cocciutamente nel rifiuto di ogni legge. In questo senso, la tossicodipendenza è il prodotto di una società ‘senza padre’. Non c’è amore senza padre. La tossicodipendenza è la ferita dei non amati. Il tossicomane non ha amor proprio, dunque sa di non poter essere amato. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA CON LA SOLIDARIETA’.

[2] LA TOSSICODIPENDENZA È UN COMPORTAMENTO DEVIANTE. Gli sforzi che la famiglia fa per riportare il ragazzo ad una vita normale, quando siano intervenuti insuccessi scolastici o sentimentali a turbare la sua crescita, possono non dare alcun risultato. Se gli aiuti esterni alla persona si rivelano insufficienti, quando pure la capacità di formulare la richiesta d’aiuto sia stata strutturata con chiarezza con il supporto di Operatori, e non si possa ipotizzare una deriva del comportamento dovuta a cause non dipendenti dalla volontà del ragazzo, occorrerà pensare ad un comportamento deviante, a un negativismo nel quale il ‘destino’ giocherà un ruolo non meno rilevante del ‘progetto’ di quanto si possa immaginare.
Il carattere deviante della maggioranza dei comportamenti tossicomanici induce taluni a pensare al carcere e alle punizioni in genere come mezzo per contenere e limitare il danno causato dai «tossici». C’è invece chi ritiene che si debba educare, non punire; che la via sia quella di sempre, data dall’eterna fatica di Sisifo della formazione, della cura paziente delle persone. IL COMPITO DELLA CURA DELLA TOSSICODIPENDENZA RIPROPONE SEMPRE LA SCELTA TRAGICA TRA PUNIRE E NON PUNIRE: QUALUNQUE COSA SI SCELGA, SI AVRÀ SEMPRE LA SENSAZIONE DI AVERE SBAGLIATO, DI AVERE SCELTO UNA SOLUZIONE INSUFFICIENTE. La cultura del nostro tempo è stretta in questa contraddizione insanabile, perché il carcere non riesce ad educare – ammesso che sia questo il suo compito e il suo fine – e a costituire per tutti i ragazzi quel deterrente che si vorrebbe costituisse per scoraggiare i comportamenti devianti; perché, poi, rinunciando a punire questa società teme di essere permissiva e di lasciar correre, mentre i ragazzi si allontanano dalla vita.

[3] LA TOSSICODIPENDENZA È UN’INSIDIA PER LA FAMIGLIA. Si origina al suo interno. Ne è espressione, in quanto il disagio che sta dietro di essa trova anche nella famiglia una delle sue ragioni d’essere. La tossicodipendenza ha bisogno di complicità e di persone distratte e indifferenti. Si nutre della confusione dei sentimenti e ha bisogno di parlare di ‘amicizia’ e di ‘amore’. L’indistinzione teorica e lo scambio del rapporto tra causa ed effetto sono le sue ‘regole’ mentali. Essa esalta le tendenze al gregarismo e all’omertà; favorisce lo sviluppo dell’uomo-massa; scoraggia la nascita del singolo e della sua coscienza morale.
La considerazione sistemica della realtà e della vita della famiglia costituisce una premessa di metodo e una pratica terapeutica dalla quale non si può prescindere, se non si vuole rischiare l’astrattezza dottrinale o la parzialità e lo scacco ‘clinico’. Separato dalla famiglia di appartenenza, il singolo non può essere compreso; e d’altra parte, il rinvio nella relazione terapeutica alle interazioni con gli altri membri della famiglia postula l’allargamento dell’alleanza terapeutica all’intero sistema familiare. Dentro quel livello di realtà si guadagna il concreto. Criterio di verità e prova di realtà, la famiglia si costituisce con un setting adeguato come il fondo originario di tante proiezioni di sé che il singolo accetta o rifiuta, dal quale aspira a separarsi o a cui aspira a ricongiungersi creativamente e dinamicamente.
Se poi la persona non trova in famiglia le cause del proprio malessere, è necessario che vi trovi almeno l’aiuto indispensabile per uscire dal disagio. E’ difficile che un ragazzo si salvi fuori e indipendentemente dalla propria famiglia. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA DENTRO QUELLA COMUNITÀ OVVERO RICREANDO UNA FAMIGLIA IN ALTRE COMUNITÀ.

[4] LA TOSSICODIPENDENZA È IL PRODOTTO DI UN’EDUCAZIONE SENTIMENTALE SBAGLIATA. Il modello costituito dalla famiglia di appartenenza e l’esempio rappresentato dai genitori e dagli adulti in genere; l’esposizione quotidiana alla televisione, con gli influssi che esercita sull’immaginario dei bambini e dei giovani; l’educazione sessuale proposta esplicitamente e quella imposta dalla ‘morale sessuale corrente’; il senso del sacro, assieme al grado di coerenza richiesto all’azione quotidianamente; il rispetto della legalità e il riconoscimento dei diritti dell’altro; la percezione della realtà dell’altro sesso, delle diverse età della vita, dell’autorità e della moralità concorrono a fare la struttura della personalità dei ragazzi, ne influenzano il modo di intendere l’amicizia e l’amore, lo studio e il lavoro, il piacere e la felicità, le virtù e i doveri.
La coscienza malata di tanti giovani è spesso una coscienza poco consapevole di sé, dell’essenza dell’uomo, del suo posto nella natura. In una società nella quale il processo di distruzione della ‘memoria storica’ della nazione è stato perseguito dalle ultime generazioni scientificamente per realizzare una presa sul potere politico che non trovasse limiti nella coscienza popolare e nella sua capacità di critica e di controllo, la politica come espressione alta della partecipazione è stata ancora una volta impedita con tutti gli stravolgimenti della vita della coscienza dei cittadini che conosciamo. Il sentimento di appartenenza alla vita pubblica, il sentimento dell’onore, il sentimento della patria, il dovere civico, i doveri verso la prole, l’attaccamento al proprio lavoro, il senso dei diritti dei cittadini utenti dei servizi, ma soprattutto il senso della propria dignità, l’amor proprio, il piacere di vivere sono stati corrotti, inquinati, deformati dal denaro e da un uso selvaggio dei mezzi di comunicazione di massa, interamente asserviti a fini estranei agli interessi vitali del cittadino.
La precocità delle esperienze fatte dai giovani non corrisponde alla maturità della loro mente. La capacità di ‘risposta’ alle sfide della vita in essi è talvolta bassa, inadeguata alla severità delle esperienze stesse. In una società nella quale non si preservano i bambini dalle esperienze di violenza e si lasciano i ragazzi esposti all’azione degli spacciatori nelle piazze al centro delle città, sotto gli occhi degli adulti distratti, è un miracolo se qualche ragazzo riesce a crescere integro moralmente. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA ASSUMENDO GLI OBIETTIVI AFFETTIVI COME UNA DELLE METE DELL’AZIONE EDUCATIVA E FORMANDO GLI INDIVIDUI AD UNA QUALCHE IDEA DELLA VITA, ORIENTANDO LE COSCIENZE VERSO UN QUALSIASI SISTEMA DI VALORI, CONSIDERATO CHE LA DERIVA PRESENTE IN OGNI CASO SI CONFIGURA COME VEICOLO DI EDUCAZIONE SENTIMENTALE PER I RAGAZZI: ESSI RICAVANO COMUNQUE UNA ‘LEZIONE’ DAL MODO D’ESSERE DELLA SOCIETÀ IN CUI VIVONO.

[5] LA TOSSICODIPENDENZA È UNA MALATTIA DELLA LIBERTÀ. La volontà malata è solo un effetto di quella insufficiente determinazione di sé che contraddistingue la condizione di chi crede di essere libero, contando sulla forza della propria volontà, mentre è preso nell’abitudine, nel vizio o addirittura nella dipendenza: la tragicità della scelta è ciò da cui rifugge ogni coscienza pigra. E’ tragico l’agire quotidiano tutte le volte che il singolo è posto dalle circostanze di fronte alla necessità di scegliere, anche se egli non può e non vuole scegliere.
La prevalenza del principio del piacere sul principio di realtà si traduce sempre nel rinvio della scelta. Stretto dalle contraddizioni della sua condizione, il tossicodipendente dissolverà i termini della scelta abolendosi come coscienza morale.
La battaglia contro la tossicodipendenza si configura come psicomachia, cioè come battaglia dell’anima contro gli impulsi profondi, contro le tendenze consolidate a vivere di riflesso la propria vita, contro l’indifferenza e l’anestesia morale, contro la paralisi della capacità di comunicare signi-ficativamente con gli altri. La battaglia contro l’inerzia morale può essere combattuta a partire dalle occasioni più diverse: un rapporto interrotto in famiglia costituisce per molti il terreno su cui lavorare; la tendenza a dissipare il tempo e le energie personali fuori di casa, lontano dagli interessi vitali, e altro ancora. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA CON LA RESPONSABILITÀ.

Il figlio tossicodipendente si cura con più libertà, non con meno libertà. Maggiore libertà significa maggiore consapevolezza di sé, capacità di governo dei propri sentimenti, conoscenza dei fondamenti della morale dei propri padri, accettazione del costume della propria patria, visione critica della cultura di appartenenza, riconoscimento della realtà dell’altro, dei suoi bisogni e dei suoi diritti, fiducia nel primato della ragione sulla volontà, fedeltà alla parola data, rispetto delle leggi scritte come di quelle non scritte, attesa paziente, chiarezza nelle scelte, trasparenza della coscienza, manifestazione coraggiosa del proprio pensiero, tensione intellettuale e ideale verso le mete assegnate all’azione, attaccamento al bene, ripudio del male considerato in tutte le sue forme.
Una volontà malata è il risultato della resa della ragione all’attrazione esercitata dalle mode e dalle circostanze, dalle occasioni e dal piacere in sé. La volontà malata è quella che dice di conoscere il bene, ma che non lo sceglie, che crede di vedere il male nel piacere a cui si abbandona, ma non lo ripudia, convinta come è di poter smettere ‘quando vuole’: è una volontà che si sa forte, ma che non sceglie. La volontà malata rinvia all’infinito la scelta: non assegna un termine all’esperienza di piacere in cui è coinvolta.

[6] LA TOSSICODIPENDENZA È FUGA DAL DOLORE. La madre di tutte le droghe – l’eroina – è stata ‘inventata’ per lenire il dolore fisico. Ha finito per curare il dolore morale. Cercare lo sballo con l’eroina quasi sempre significa cercare di mettere a tacere il dolore. L’eroinomane fugge dal dolore perché i suoi schemi cognitivi non gli consentono altro. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA CON LA RINUNCIA AL PIACERE A TUTTI I COSTI E INSEGNANDO A NON CONFONDERE PIACERE E FELICITÀ.

E’ dolore non solo la malattia o una deficienza grave nella costituzione fisica della persona. E’ dolore la stessa condizione umana, che è fatta di fatica, di stanchezza, di mancanza; di perdite, di abbandoni, di lacerazioni. La condizione di creatura rende limitato tutto ciò che l’uomo produce. La precarietà è l’emblema della sua condizione. Tutto ciò di più alto a cui egli aspira è destinato a restare per lui inaccessibile o possesso non duraturo. Nella vita del singolo, poi, la percezione dell’esistenza come assolutamente infondata, a volte, assieme all’alienazione e alla marginalità sociale, genera sentimenti di sconforto, di insicurezza, di malinconia, fino alle forme gravi della depressione e dell’angoscia. Ma tutto ciò contraddistingue la vita di ogni uomo o fasi di essa che occorre attraversare sostenuti da una morale eroica, perché solo il coraggio di vivere può guidare efficacemente un procedere non sostenuto a volte da salde certezze dottrinali.

[7] LA TOSSICODIPENDENZA È ANGOSCIA DI MORTE. Nasce da un sentimento di insufficienza, di insicurezza; dalla paura di nascere come singoli, dalla paura di crescere e soprattutto dalla paura di vivere. I tossicomani dicono di non aver paura di morire. In realtà, hanno paura di vivere. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA INSEGNANDO LA GRAMMATICA DELLA VITA, cioè il significato dell’amicizia e dell’amore, della vita e della morte, della virtù e del tempo; il valore dell’attesa paziente e la percezione giusta dei comportamenti degli altri; l’importanza del riconoscimento della realtà degli altri e delle cose; il sentimento della caducità, da cui dipende la capacità di godere delle cose piccole e che non durano, senza illudersi di poter avere sempre e comunque le cose grandi e lontane; l’esatto significato della rinuncia, perché nella vita di ogni uomo c’è da realizzare l’ascesi fondamentale: per tutti arriva il momento in cui c’è da fare qualche grande rinuncia, per non rinnegare e perdere se stessi. Solo su queste fondamenta si può edificare una vita degna di essere vissuta fino in fondo, senza paure e pregiudizi.

[8] LA TOSSICODIPENDENZA È UN’INIZIAZIONE MANCATA. C’è chi vuole crescere in fretta o crede di dover fare ora ciò che non è ancora tempo di fare; si abbandona ai riti più pericolosi, perché crede che solo in quel modo potrà entrare nella vita adulta; si sente promosso dalle emozioni forti. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA FORNENDO ALLE PERSONE UNA CHIARA CONOSCENZA DI SÉ E DEI PROPRI LIMITI E RESTITUENDO AD ESSE LA PROPRIA CAPACITÀ PROGETTUALE, FACENDO SÌ CHE PROGETTO E DESTINO NON SIANO VISSUTI COME DIMENSIONI DELLA VITA CHE SI ESCLUDONO A VICENDA.

[9] LA TOSSICODIPENDENZA È UNA MALATTIA D’AMORE. Quelli che hanno avuto troppo e quelli che hanno avuto poco cercano la realtà di sé e dell’altro, le ragioni del proprio Sé e di quello dell’altro. Chiedono sempre; vogliono tutto e subito. La loro infelicità è lo sfondo su cui si staglia ogni richiesta d’amore. Essi non sanno che è più importante dare che ricevere. Solo chi sa dare sa anche ricevere. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA CON LA GENTILEZZA E CON LA FERMEZZA.

[10] LA TOSSICODIPENDENZA È FUGA DAL REALE AL VIRTUALE. Posto che nel rapporto con il tossicodipendente e il suo ‘mondo’ non è in questione la verità dell’anamnesi – non c’è quasi nulla da scoprire, non c’è niente che non sappiamo già del modo in cui si svolge la vita del «tossico» -, l’attenzione sarà rivolta alla realtà, al rapporto che il «tossico» intrattiene con la realtà: per lui, infatti, è sospeso ogni criterio di verità per definire il mondo. La funzione comunicativa, che costituisce una modalità fondamentale del linguaggio, è abolita. La ‘soluzione’ tossica è ‘geocentrica’: al centro della realtà non c’è il mondo, ma il «tossico». La sua è una ‘controrivoluzione copernicana’ o, se si preferisce, una ‘rivoluzione’ tolemaica. La tendenza a mettersi al centro della realtà è la soluzione egocentrica, la sola di cui è capace: l’enfasi posta sull’io deriva dall’impossibilità di definire e di ‘vivere’ il proprio Sé, per l’incompiutezza di quest’ultimo.
L’edificio della personalità del «tossico» manca della dimensione ‘politica’, della relazione con la comunità familiare, con la comunità locale, con il territorio. Se si dà crescita morale dell’adulto, quell’edificio non manca solo di quest’ultimo «piano»; esso manca, altresì, della dimensione oggettiva che il singolo percepisce di sé attraverso le proprie opere e che gli viene restituita dallo status che acquisisce attraverso i riconoscimenti degli altri, di tutti gli altri.
Essendo un essere ‘incompleto’, il tossicodipendente aspira a completarsi in una realtà che non può essere quella reale da cui proviene e in cui è depositato il carico delle sue sofferenze. Il mondo in cui si ritroverà a vivere è quello che si costituisce giorno per giorno attraverso l’incontro con le sostanze: mondo virtuale, perché proiezione fantasmatica, allucinazione del reale, sogno artificiale, percezione deformata dell’ambiente interno. Reale e virtuale conviveranno tragicamente nel «tossico» senza comporsi mai. La distanza tra i due ‘mondi’ sarà definita di volta in volta grazie al tramite della sostanza. Quest’ultima scandirà le fasi di un rapporto che si farà sempre più obbligato, esclusivo, procurando nel soggetto un’anestesia morale da cui con grandi sofferenze riuscirà ad emanciparsi.
Esperienza di piacere, l’attraversamento dei territori del virtuale costituirà il ‘viaggio’ di cui si sostanzia ogni esperienza di tossicodipendenza: alla contrazione drastica dell’esperienza del mondo e della storia, della società e del linguaggio corrisponderà un’illusoria ‘creazione’ di realtà, giacché il mondo virtuale prodotto dall’azione delle sostanze acquisterà agli ‘occhi’ del «tossico» tutti i caratteri della realtà. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA ‘RIPORTANDO’ LA PERSONA NEL MONDO DA CUI ERA USCITA IN CERCA DI REALTÀ, DI ALTRA REALTÀ.

La tesi [11] è stata riscritta (in realtà deve ancora essere sostituita da un nuovo testo), a partire da letture avviate il giorno 11 marzo 1999 – in particolare è stata determinante la lettura di GIULIA SISSA, Il piacere e il male, edito da Feltrinelli, che contiene citazioni ripetute dalle opere di quelli che l’antropologa chiama ‘amatori di droghe’ (ad esempio, Thomas de Quincey, William Burroughs).
Può essere istruttivo mantenere il vecchio testo della Tesi, per misurare la distanza tra due modi di intendere l’esperienza tossicomanica: in realtà, ‘prima’ non credevo che si potesse parlare di ‘esperienza’ nel caso della tossicodipendenza.

[11] LA TOSSICODIPENDENZA NON È UN’ESPERIENZA DI LINGUAGGIO, PERCHÉ POGGIA SUL NON DETTO, SULL’INCOMUNICABILITÀ DELL’ESPERIENZA IN CUI È COINVOLTO IL SOGGETTO; in essa prevale il pre-razionale, è espressione arazionale di sé, perché la droga modifica sostanzialmente il corpo e il suo funzionamento, chiudendo il «tossico» in uno stato di coscienza del tutto diverso da quello quotidiano: il senso comune risulta sconvolto, la percezione del mondo e dei suoi ‘significati’ semplificata o ‘esaltata’. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA RESTITUENDO ALLA PERSONA LA «SUA» IDENTITÀ: LA LIBERAZIONE DALLA DIPENDENZA NON SI TRADUCE, NATURALMENTE, NEL RITORNO PURO E SEMPLICE A CIÒ CHE IL SINGOLO ERA ‘PRIMA’; LA DEVASTAZIONE PRODOTTA DALLE SOSTANZE, IL TEMPO TRASCORSO, LA DISTRUZIONE DEL TEMPO VISSUTO IMPONGONO UNA DUPLICE OPERA DI «RICOSTRUZIONE» DELL’ANTICO CHE È POSSIBILE RICOSTRUIRE E DI «COSTRUZIONE» DEL NUOVO SECONDO LINEE CHE IL METODO PRESCELTO PER IL RECUPERO PROVVEDERÀ AD INDICARE. IL PASSAGGIO DA UN SERVIZIO ALL’ALTRO, DA UNA COMUNITÀ TERAPEUTICA ALL’ALTRA È CAUSATO DALLA RICERCA DELLE SOLUZIONI PIÙ ADATTE PER LA PERSONA. Allora diremo che la tossicodipendenza è l’incontro di una sostanza inerte, una persona e una situazione. Il rapporto tra il soggetto e la sostanza è non-dialogo, è perdita della ‘parola’, rinuncia alla dimensione complessa della comunicazione umana.
Dall’esercito dei tossicodipendenti non giunge la voce poetica o la narrazione esemplare di un’esperienza vissuta degna di essere cantata o raccontata. Le pagine di diario parlano dei «mancati giorni», della disperazione; di non-vita, di assenza, di vuoto, di desolazione. Questa espressione di sé non approda ad un’opera compiuta, non nasce da una ‘volontà d’arte’. Tutte le manifestazioni ‘culturali’ dei «tossici» non hanno prodotto una vera e propria cultura dei tossicodipendenti.
Quella dei tossicodipendenti non è una vera e propria esperienza, perché non si può trasmettere: per definizione è non detto, «angolo cieco» su cui non può cadere uno sguardo ‘esterno’, cono d’ombra destinato a rimanere tale. Il vissuto dell’uomo virtuale sarà sempre proposta di un’altra realtà, fuga dalla realtà, rifugio in una dimensione acefala, conchiusa, ‘senza finestre’.

[12]. LA TOSSICODIPENDENZA È UNA MALATTIA DEL TEMPO. Il tossicomane non conosce il tempo debito in cui le cose trovano il loro giusto posto, la giusta distanza; utilizza il tempo degli altri e ‘manipola’ i rapporti senza scrupoli di alcun genere; sempre al centro della propria attenzione, finisce per accettare solo chi è disposto ad occuparsi della sua esistenza: egli ha bisogno di essere ascoltato. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA CON L’EMPATIA.

[13] LA TOSSICODIPENDENZA NON È UNA MALATTIA MENTALE, anche se non si esclude che possa precederla o costituirne un effetto. Tuttavia non si lascia classificare e curare al di fuori della clinica. LA TOSSICODIPENDENZA NON SI CURA CON GLI PSICOFARMACI.

[14] LA TOSSICODIPENDENZA È UNA FORMA DI AUTOTERAPIA. Il ragazzo che ricorre alle sostanze più diverse per trovare una soluzione ai problemi della sua esistenza, in realtà cerca di lenire il dolore della sua esistenza. Ma è condannato a non riuscire. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA FORNENDO ALLA PERSONA RAGIONI PIÙ FORTI DI QUELLE DELLO SPACCIATORE. Riesce in questa impresa solo chi ha ragioni di vita in più. PER CURARE LA LIBERTÀ MALATA DEGLI ALTRI OCCORRE ESSERE UOMINI LIBERI. Si tratta di agire con una mente libera dalla paura e dal pregiudizio. Ci si salva soltanto insieme.

[15] LA TOSSICODIPENDENZA TENDE A MANIFESTARSI COME UN RITO COLLETTIVO, ma ciò che ha da esprimere non è più rituale, né riesce a tradursi in una compiuta vicenda collettiva. Irrituale nella sua ripetitività perché irreligioso, a dispetto del senso del ‘suo’ sacro, della sacralità pagana di alcuni dei suoi gesti, l’errare insonne del «tossico» è senza meta, perché incontro con un oggetto inanimato di una personalità che si rinchiude in «una trance solitaria incomunicabile alla maggioranza dei mortali» (OLIEVENSTEIN). I tossicodipendenti tuttavia si cercano. E si trovano. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA CON LA CHIAREZZA E CON LA VIRTÙ, cioè mirando alla comunicazione esplicita e all’esaltazione della qualità morale dell’operatore, come dell’adulto coinvolto.

[16] LA TOSSICODIPENDENZA NELLA SOCIETÀ SECOLARIZZATA È UN RITO ‘PAGANO’. La ‘crisi dei valori’ – prodotto storico della vittoria della scienza e della tecnica (cioè della matematizzazione della natura) sulla considerazione qualitativa dei fenomeni naturali – è segno delle grandi transizioni che le società complesse vivono, non tanto di una degenerazione del costume, che cambia assieme alle visioni del mondo. Anche nell’età della tecnica c’è posto per l’uomo e per le sue ragioni. Si tratta di affermarle indipendentemente dal dominio della ragione strumentale, che prevale nel rapporto uomo-natura. Il rapporto uomo-società potrebbe essere segnato da ragioni diverse. L’uomo ‘a una sola dimensione’ è prodotto dell’ideologia politica ed economica, non del pensiero scientifico.
C’è chi spiega, allora, la diffusione della tossicodipendenza nella nostra società con il venir meno del senso dell’assoluto: essa sarebbe il surrogato del bisogno di comunicare con l’assoluto e quindi il più grande atto di accusa rivolto al processo di secolarizzazione che si è compiuto negli ultimi due secoli. E’ un’esperienza ‘pagana’ nel senso che si situa al di qua della rivoluzione cristiana: essa ha smarrito la speranza. SE LA TOSSICODIPENDENZA È PARADOSSALMENTE BISOGNO DI ASSOLUTO, AD ESSO SI PUÒ RISPONDERE SOLO RESTITUENDO AL SINGOLO CIÒ CHE HA SMARRITO: IL RAPPORTO CON TUTTE LE FORME DELLA TRASCENDENZA, a partire dalla trascendenza del proprio ego, troppo spesso concepito solo come oggetto dell’introspezione. Il senso del sacro, dentro e fuori dell’esperienza religiosa, costituisce uno degli approdi a cui tendere, per dare senso alla vita umana e non smarrirsi nella foresta dei simboli culturali che propone la ‘società dello spettacolo’ e dei simulacri.

[17] LA TOSSICODIPENDENZA È UN’ESPERIENZA DI SOLITUDINE. La ricerca delle sostanze costituisce il pensiero forte e alla fine fisso ed esclusivo di ogni tossicomane. I ‘luoghi’ della tossicodipendenza sono la notte, la ‘piazza’, i sotterfugi, le bugie, le ‘paranoie’: la ‘cultura’ che ha prodotto e che continua a produrre non è finalizzata alla comunicazione e alla circolazione delle idee, come è tipico di tutte le altre forme di cultura umane. La ricerca con lo sballo della realtà virtuale altera la natura della percezione della realtà. Il «tossico» finisce per vedere nell’altro soltanto un compagno di ventura, non un amico: la solidarietà non è mai un valore capace di accomunarlo agli altri in un disegno qualsiasi. La catena degli atti egoistici, dunque, assieme ai tradimenti e alle complicità sorde, alle intese tacite contro ogni legge non può produrre altro che isolamento. Il sentimento della solitudine, di cui il tossicodipendente si lamenta, è solo un prodotto del suo stile di vita: non è un ‘destino’ e nemmeno un frutto perverso della società che emargina e non solidarizza con i ‘poveri’ di ogni genere. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA RINUNCIANDO ALLA SOLITUDINE E IMPARANDO A CERCARE GLI ALTRI.

[18] LA TOSSICODIPENDENZA È UN ERRORE MORALE. Noi stentiamo ad ammettere che essa sia una malattia. Quando viene meno l’equilibrio omeostatico, quando più sintomi, più segni, più forme di sofferenza concorrono a definire uno stato di disarmonia, parliamo di sindrome, come a significare un insieme di malattie. Mettendo insieme tutte le ‘ragioni’, le cause, le occasioni, i pretesti, le spinte, i disturbi della personalità, i comportamenti, i gesti e gli atti del tossicomane, e poi gli stati di coscienza, le alterazioni organiche, quelle psichiche e le conseguenze morali del suo ‘fare’, ci ritroveremo di fronte un quadro composito e complesso a definire il quale entreranno gli elementi che costituiscono un vero sistema di vita, uno stile cognitivo, un modo di declinarsi rispetto al mondo. All’origine dei disturbi troveremo il disagio sociale o mentale, ma più spesso, dietro l’apparenza del vizio e della curiosità, il sonno della ragione, l’indifferenza morale, la disattenzione e la superficialità morale, l’insostenibile leggerezza di un essere dimentico di sé, la malafede e l’ignoranza, l’alienazione sociale, il gregarismo o la fragilità della persona. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA RESTITUENDO ALLA PERSONA LA CAPACITÀ DI FARSI GUIDARE DALLA RAGIONE E NON DALLA VOLONTÀ O DAL SENTIMENTO.

[19] LA TOSSICODIPENDENZA NON È UN SEGNO DI NOBILTÀ. Per questo, non se ne deve difendere la cultura. Non esistono drogati felici, dunque i tossicomani non debbono essere abbandonati al loro destino. LA TOSSICODIPENDENZA SI CURA COMBATTENDOLA.

[20] C’è chi pensa che LE BASI BIOLOGICHE DELLA TOSSICODIPENDENZA non siano sufficientemente note: se la ricerca scientifica chiarirà nei prossimi anni la natura di quel rapporto, quanto precede apparirà espressione di un corpo di conoscenze e di un modo di intendere la tossicodipendenza che il tempo provvederà a modificare, ci auguriamo sostanzialmente.
Il fondo oscuro di questo male andrà cercato forse proprio nella biologia, là dove si inscrivono i segni del ‘destino’, fin dalla nascita, e là dove l’educazione e la cultura di appartenenza inscrivono, assieme all’esperienza, i segni di un ‘progetto’ di vita spesso segnato più dal destino che dal progetto. Se è difficile stabilire quanto nella vita di ogni uomo ci sia di INNATO e quanto di ACQUISITO, quanto le sue azioni dipendano dalla sua libertà e quanto dall’anatomia, non possiamo continuare a parlare di tossicodipendenze, come di altre cose che ci riguardano, senza sapere se siamo noi ad agire o se sono forze oscure in noi che ci fanno agire, che ci determinano: noi abbiamo bisogno di sapere, perché quello che sappiamo della tossicodipendenza non è tutto.
Se il compito della prevenzione e del recupero non hanno bisogno – secondo alcuni – che si dica l’ultima parola sulla sua origine ultima, perché quello che conta è il compito dell’aiuto alla persona, sicuramente dall’idea che noi ci facciamo della natura del fenomeno dipenderà anche il linguaggio che useremo con i «tossici», cioè il metodo che proporremo, che sarà più o meno sbilanciato dalla parte del punire, a seconda del peso che daremo al determinismo biologico nella vita della persona, per quanto riguarda l’insorgenza della tossicodipendenza. LA BATTAGLIA CONTRO LA TOSSI-CODIPENDENZA SI COMBATTE CON LA SCIENZA (con la ricerca scientifica e con l’umiltà con cui lo scienziato si accosta alla natura) E CON L’AZIONE (cercando con la pazienza del medico le ‘terapie’ adatte alla persona che ci sta di fronte), CON IL RISPETTO DEL SINGOLO (il tossicomane è una persona «con un problema in più»: la sua sensibilità, la capacità di percepire il mondo esterno non è del tutto perduta, per questo bisognerà raccordarsi alla sua vita senza fretta, ma senza attardarsi) E IL DUBBIO SULLE PROPRIE CERTEZZE TEORICHE (la conoscenza che ci guida è quello che noi sappiamo ora: il tempo potrebbe smentire le conclusioni alle quali siamo giunti fin qui. Inoltre, il metodo che seguiremo non può essere il metodo, rispetto al quale ogni altro metodo sarebbe parziale ed erroneo: bisogna servire le persone, non le proprie convinzioni).

ISOLA DEL LIRI, 26 agosto 1994

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

    _______________________________

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
    _______________________________

    IL NOSTRO SENTIRE
    ___________________________

    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
    _______________________________

    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

    _____________________________

    Sulla Scrittura
    _______________________

    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)