La prima attuazione della Legge istitutiva della Giornata della memoria nella mia scuola fu curata da me, con l’aiuto di un gruppo di lavoro misto (composto di studenti e docenti). Portammo in due assemblee distinte le classi del Biennio e quelle del Triennio in un Auditorium capace di contenere i due gruppi, per proiettare in esso film, esporre tabelloni con i risultati di ricerche dei ragazzi, allestire un piccolo spettacolo fatto di musica e poesia, di letture ad alta voce e di interventi politici.

Aprii le due assemblee con lo stesso intervento, a cui detti come titolo: Ricordare e dimenticare. Ricostruii un’esperienza personale per esemplificare l’idea del dimenticare che intendevo proporre e sulla quale fare serie distinzioni. Nel 1961, quand’ero studente di Scuola Media, ci furono le celebrazioni per il Centenario dell’Unità d’Italia. Il clima era risorgimentale. Portavamo al petto coccarde tricolori. Leggevamo letteratura risorgimentale, allora diffusissima. Sognavamo gli eroi della nostra storia, che allora sentivamo come recente. Naturalmente, io mi sentivo un uomo del Risorgimento. La parola scendeva nel cuore come un balsamo, a curare antiche ferite: mio nonno mi aveva parlato degli Austriaci, della guerra che aveva combattuto contro di loro; mi fece sentire come nemico chi abitava al di là delle Alpi, dopo il Brennero, minaccia attuale… Per lunghi anni ancora, almeno fino all’esame di maturità (1966-67), sentivo ancora quel clima. Debbo confessare che andai a sostenere l’Esame con la divisa di uomo del Risorgimento appuntata sull’anima!

Naturalmente, il passaggio all’Università di Roma fu traumatico, perché coincise con la scoperta della Modernità in una sola volta. Impiegaii l’intero Corso di laurea e qualche anno ancora dopo la laurea per imparare ad allontanarmi dal mito e dalla mentalità ottocentesca, che era tutto ciò che ci avevano dato nell’ultimo anno di Liceo. Lentamente compresi che il Risorgimento era lontano. All’Università scoprii altri miti. Mi resi conto del fatto che il mito risorgimentale non era più operante come un tempo.

ll secondo Risorgimento era il nuovo, politicamente parlando. Si trattava della Resistenza. Presi a leggere sugli anni del Novecento che precedettero la nascita della Repubblica Italiana. Sprofondai nella lettura di tutto ciò che circolava allora sul Fascismo. Nacque in me l’amore per la cultura ebraica: scoprii la letteratura mitteleuropea, la shtetl, Israele. Da allora, non ho mai smesso di sentirmi influenzato da tutto ciò che è ebraico. Feci anche una ricerca sulle origini della mia famiglia, perché mi chiedevo, a partire dal cognome, se per caso io non fossi di origine ebraica. La ricerca, però, non dette esiti positivi, perché il nonno di mia padre risultava iscritto al registro della Parrocchia come figlio di genitori sconosciuti.

Il primo Risorgimento era sempre più lontano. Oggi possiamo dire che abbiamo ‘dimenticato’. Quel tempo non è più operante sulle nostre coscienze come lo era una volta.

In seguito, è venuta la scoperta sempre più chiara della Shoah, della quale non ho mai smesso di occuparmi. Mi accade ancora oggi di piangere silenziosamente, quando mi dedico alle mie pratiche di lettura e alla visione rinnovata di film e di testimonianze. Primo Levi è il primo Autore della mia Biblioteca ideale. Naturalmente, amo in modo indicibile Anna Franck, Etty Hillesum, Simone Veil, Edith Stein, Cristina Campo e tutti gli altri che hanno scritto di sé. Oggi che mi appresto ad invecchiare e che si avvicina per me l’ora che non ha sorelle, li sento come miei fratelli. Esercito con il loro aiuto la pratica della memoria. Come dice Michel Onfray, si tratta di «colmare di memoria il buco nero». Questo io farò fino alla fine dei miei giorni.

Ricordare e dimenticare, dunque. Posto, però, che sono nato in un Paese che ha perso la sua dignità, ché non ha il coraggio di parlare del proprio passato, di dare un nome alla vergogna che pesa sul presente – Angela Merkel ha dichiarato che la Shoah è la vergogna della Germania, un passato che pesa sulla coscienza di una Nazione -, posso solo costituirmi come coscienza morale – non mi è dato sentirmi Italiano, cioè fratello di qualcuno – e coltivare nella mia coscienza il ricordo di ciò che è stato. Non mi vanterò più di mio nonno, che con undici figli si rifiutò di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista, ma non smetterò di dire SHOAH.

Mia madre non ha mai pensato, quand’era ancora in vita, che forse suo padre avrebbe potuto fare cose diverse, per imprimere un corso diverso alla sua vita. Lei mi ha raccontato la fame e il dolore, la carne straziata dei giovani nella città in cui sono nato – Lanciano – occupata dai nazisti, spalleggiati dai fascisti italiani. E quando raccontava lo faceva sempre gridando. Come posso far tacere la sua voce? Quando cesserà questo dolore, ancora vivo in me? Quando nascerà un uomo in questa terra che sia capace, come Angela Merkel, di dire: «ciò è stato»; di dirlo a tutti, per curare la ferita immedicabile; di indicare una strada che non sia il disonore che mi opprime oggi e che viene dai cialtroni che si apprestano a governare questa nazione senza volto e senza storia?

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)