E’ incredibile il numero di persone che si abbandonano al potere delle illusioni, senza rendersi conto del fatto di essere sotto l’influsso di un potere che distorce il rapporto con il tempo,  proiettando la persona oltre la sua realtà umana!


Il fraintendimento di fondo che opera nell’azione di un’illusione nasce dalla tendenza a presupporre atteggiamenti, risposte, situazioni concepite come plausibili e verosimili e, per questo, possibili, anzi, probabili, anzi tali che presto si avvereranno. La fiducia che ciò che è stato solo pensato si avvererà viene chiamata spesso speranza, che è altro sentimento poco chiaro.

E’ singolare il fatto che la lingua latina non abbia un verbo che esprima la ‘speranza’ che una cosa sia accaduta: si ‘spera’ che una cosa accadrà, cioè il verbo sperare vuole dopo di sé l’infinito futuro, come promitto (prometto) e iuro (giuro).  L’asse temporale che è proprio di questo verbo è uno solo ed è quello del futuro.

Se noi diciamo: spero che tu mi abbia riportato il libro, il latino dice: mi auguro che tu mi abbia riportato il libro. Ben diverso è il sentimento che si attaglia alla situazione: si esprime l’augurio o il rammarico, a seconda che una cosa possa verificarsi o no, si sia verificata o no. Le forme italiane che corrispondono a quelle latine non sono meno interessanti: voglia il cielo che… (ed è possibile che accada ciò che desideriamo – AUGURIO), volesse il cielo che fosse accaduto… (ed è impossibile che sia accaduto: sappiamo che non è accaduto ciò che desideravamo o che è accaduto ciò che temevamo potesse accadere – RAMMARICO).

E’ sconcertante la capacità della mente di concepire come quasi certo ciò che solo la speranza ha il diritto di assegnare al futuro prossimo come probabile, essendo verosimile che accada: non di mera supposizione o desiderio si tratta, ma di cosa progettata, voluta assieme ad altri o predisposta in modo tale e a condizioni tali che sicuramente accadrà, si farà… Resta solo quel tasso di alea e di caso che è proprio di ciò che non è ancora: una porzione di imponderabile che accompagna tutte le azioni umane.

L’errore in cui cadiamo nasce dalla pretesa di fare di un mero desiderio un progetto: siamo pronti anche a chiamare progetto un’intuizione, un’anticipazione del futuro plausibile, un frammento di realtà credibile perché già dato.

Quante volte il maschio scambia un sorriso e una disponibilità umana come interessamento di una donna, sentendosi autorizzato a ‘sperare’ nell’insperabile? E quante volte poi interpreterà un cortese rifiuto come necessario e temporaneo diniego, in vista di più corposi assensi, da preparare con insistenti richieste o avances più o meno esplicite?
Ma, soprattutto, quando saprà imparare dall’esperienza, esercitandosi a graduare la risposta, abitando la distanza, aspettando i segni che ogni cuore produrrà, se vorrà produrli?
Chi insegnerà ai maschi che crescono il linguaggio dei sentimenti, perché comprendano la realtà dell’anima e si allenino a percorrere le strade che conducono all’invisibile? Troveranno i ragazzi che crescono chi possa aiutarli ad accedere al simbolico?

Non ascoltiamo gli altri. Non ci fermiamo di fronte alla realtà corposa delle cose. Non rispettiamo le situazioni, i caratteri delle persone, le biografie, le file di continuità che pure talvolta si danno e stanno lì a ricordarci che non tutto può essere manipolato a nostro piacimento.
Le oscillazioni del cuore altrui, come le nostre, non ci porteranno forse ora a desiderare il meglio, ora a temere il peggio? E presteremo fede a ciò che non appare nemmeno vagamente come la ben rotonda verità?

Ad una cosa sola rendere omaggio, alla realtà delle cose, non a verità eterne ed immutabili, che vogliamo scolpite nella pietra e che talvolta non sono altro che le-presque-rien, quasi niente, come felicemente intuì Jankélévitch.
A questo riguardo, in quale altro modo chiamare l’insistente ricerca della verità di ciò che è accaduto in un momento dato e che ci appare cosa da cui dipende un’intera relazione, la sua verità, appunto? Un dettaglio, un incontro fortuito, un interessamento non incoraggiato, uno scambio emotivo necessario perché dettato dalle circostanze, finalmente una simpatia ricambiata, un contatto  emotivo basato sul piacere di conversare… Se troveremo in ogni movimento delle cose un tradimento, un inizio di tradimento; se ci faremo tormentare dal sospetto e dal dubbio, rincorreremo i gesti spiati per stabilire fin nei minimi particolare come si sia consumato il tradimento: vogliamo inchiodare l’altro alla verità, costringerlo ad ammettere che il nostro tormento ha un fondamento di verità indubitabile, che è assolutamente vero quello che temevamo… Vogliamo una resa, una umiliazione, forse anche un risarcimento, ma un grande risarcimento.

E’ allora che ci rendiamo conto della sproporzione esistente tra quello che abbiamo accertato e il rimedio, la ricompensa… Cosa possiamo mai chiedere? Ma, soprattutto, cosa abbiamo tra le mani? la verità, anzi la Verità suprema, un’anima finalmente smascherata o un dettaglio piccolo, un fatto, un avvenimento e niente più? E’ ciò che Vladimir Jankélévitch chiama le-presque-rien, il quasi niente. Noi non abbiamo tra le mani la grande verità.

Dobbiamo decidere, poi, che cosa fare dell’esistenza dell’altro. Se sia possibile cestinarla, abrogarla, sospenderla, chiuderla in casa, inibirla nei comportamenti e nelle scelte, fermarla per sempre. Scopriamo dolorosamente che non vogliamo niente di tutto questo, anche se tenteremo questa o quella impresa, per arginare il dolore della mente. Scopriamo l’inutilità del nostro affanno, della smania, del furore. Avvertiamo sempre più chiaramente la sproporzione tra le nostre chimere e la realtà.

Se saremo sostenuti da amore della conoscenza e dalla conoscenza dell’amore, ascriveremo a sapere saputo l’accaduto: faremo tesoro dell’esperienza, apprenderemo da essa, impareremo a ricordare il bene ricevuto, dilatando la percezione dell’altro alla dimensione ampia del Bene.

Se riusciremo nell’impresa ricorrente dell’assegnazione di significati condivisi al mondo, ci salveremo e ci salveremo assieme agli altri con i quali avremo condiviso il senso. Saremo autorizzati a sperare. Ci sarà posto nel nostro cuore per la sottile sofferenza che ci assale quando ci rendiamo conto che gli altri continuano ad esistere quando si allontanano da noi, e quella sofferenza non sarà disgiunta dalla certezza che torneranno a noi, che la solitudine di oggi è beata solitudo, la sola beatitudo che ci è concessa in sorte tutte le volte che ci sciogliamo dall’abbraccio con il mondo.

Solo se impariamo a consistere da soli riusciremo a sopportare il peso della lontananza e della mancanza e non ci faremo schiantare tutte le volte che patiremo l’assenza o la perdita di coloro che amiamo.

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)