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Venerdì, 11 marzo 2011

Più di cinquant’anni fa, quando frequentavo la Scuola elementare, attratto dai compagni di classe che restavano a pranzo a scuola, decisi che mi sarebbe piaciuto ritrovarmi a mensa con loro. Ne parlai a casa. Riuscii a convincere i miei genitori. Mi feci comprare una panierino di cartone tutto marrone e mi preparai al gran giorno. Ci feci mettere dentro da mia madre un solo mandarino e un tovagliolo e promisi di dire alla maestra di inserirmi nel numero dei bambini che quel giorno avrebbero mangiato a scuola.

Nel corridoio che separava le aule dalla mensa – che io non riuscii mai a vedere – c’era una lunga panca di legno con schienale su cui mi fermai ad aspettare il mio turno. Per via della mia feroce timidezza non dissi niente a nessuno. Ero convinto, però, che il panierino che avevo con me avrebbe dovuto funzionare da richiamo: mi aspettavo che una delle tante suore che passarono davanti a me si fermasse a chiedere cosa ci facessi lì, a ora di pranzo, e per di più con un panierino, come tutti gli altri bambini.

In verità, non si fermò nessuno. Passò l’ora del pranzo. Rientrammo in classe per le ore pomeridiane di scuola. Alla fine delle lezioni, uscii allegramente con la cartella e il panierino di cartone, ma con un certo appetito. Avevo mangiato solo un mandarino! I ricordi a questo punto si fanno incerti. Non so bene cosa dissi a mia madre. Sicuramente, accennai al fatto che nessuno mi aveva detto che potevo andare a mensa. Non so poi perché mia madre, che pure aveva provveduto con l’acquisto del panierino all’avvio della nuova esperienza per me, non intervenne a sciogliere il piccolo enigma del pranzo mancato. Conservo il sentore di un rimprovero, come se solo io avessi deciso di non andare fino in fondo.

Fatto sta che mi convinsi rapidamente dell’inutilità del mio tentativo: ci avevo provato, ma senza successo. A quei tempi ero convinto del fatto che quello che avevo nel cuore potesse bastare. Non comprendevo come mai nessuno avesse compreso le mie intenzioni. Eppure, il panierino era eloquente. Bastava farmi qualche domanda! Io non ero riuscito a parlare. Nessuno si era fermato ai miei timidi tentativi di essere ascoltato. Evidentemente, le cose andavano così. Forse mi convinsi del fatto che non ero adatto a quel genere di esperienza. Dovevo rassegnarmi a mangiare a casa. E fu così.

A distanza di qualche decennio, mi sono ritrovato a considerare quante volte nella vita di un bambino prima e di un ragazzo dopo pesi la convinzione che le cose basti averle dentro. Prima di riuscire a parlare, a far corrispondere le parole ai sentimenti, c’è voluto parecchio. Se oggi mi affanno a “dire tutto”, è forse a causa di quel primo panierino. Ce ne sono stati tanti ancora nella mia vita schiva.

Quante volte ci ritroviamo di fronte a persone che non parlano, non rispondono, non sanno dire! E come è faticoso riuscire ad immaginare cosa esse vogliano veramente! Se soltanto riuscissimo ad intuire quanto grande sia il loro desiderio di essere comprese, non ci sembrerebbe per niente strano se aspettano pazientemente, magari con un panierino in mano, che qualcuno si fermi a considerare che dopo tutto non è così difficile arrivare a comprendere le ragioni di un’attesa muta. Abbiamo sotto gli occhi i segni chiari di quella presenza e di cosa essa aspiri a dire a noi. Se da quella parte c’è una lingua che non parla, dalla parte nostra ci sono occhi incapaci di sentire il ritmo dolente di un’esistenza per niente dimentica di sé. Quel silenzio grida per essere udito altrove, là dove noi non riusciamo ad essere.

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Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)