vita-schiva-112 settembre 2008 – Era stata una sorpresa per me, al termine di una Messa, nella piccola Cappella della residenza di Costagrande, sulle colline di Verona, sentir dire da don Antonio Mazzi ai suoi Educatori: «Fate tesoro delle vostre fragilità!». La sua voce era dolce e accorata, quasi un’ingiunzione del cielo che calasse su di noi, decreto da rispettare.  O forse no, era esortazione al coraggio di sé. Negli incontri di Costagrande è sempre così: le giornate di riflessione e di confronto si traducono in occasioni di crescita morale, grazie alle ‘parole’ che don Antonio lascia in eredità, su cui meditare per anni. Ci vorrà molto tempo per recuperarle tutte e dare ragione dei moniti come delle affettuose illuminazioni ricevute in dono.

Fragilità non è debolezza. Non è difetto di moralità né di autorevolezza. Non è ‘caduta’ né sconfitta del nucleo vitale della coscienza. Un grande analista junghiano ha scritto: «Crescere, cioè discendere». E venire a contatto con la parte tenera e friabile dell’anima, quella che sembra franare all’improvviso per la commozione, per un pianto apparentemente immotivato, è scoperta di sé, stupore morale. La superficie compatta dell’Io si rivela discreta, discontinua, permeabile alle incursioni della vita. Fessure e ferite sembrano insinuarsi nel compatto scorrere dei giorni, generando impermanenza e frastornando il cuore.

Si sente il bisogno di dire: «Cosa è accaduto? E’ accaduto a me? Credevo di essere al sicuro, al riparo dalla pioggia come dalle altre intemperie». Eppure, piove. Piccoli colpi insistenti picchiano sul petto fino a farlo indolenzire. A volte, arrivano brusche sferzate in basso, là dove più sicure sembravano le difese. Che poi accada in pubblico, proprio davanti alle persone dalle quali non vorremmo mai farci vedere commossi o addirittura piangere, è causa di vergogna e turbamento. I recinti dell’anima sembrano steccati non idonei a sostenere i transiti disordinati della vita. Da fuori viene, infatti, alto il frastuono della vita stessa. A nulla serve approntare trincee. Il vallo che sempre oppose valide resistenze al nemico ha ceduto. Terrapieno e palizzata non bastano certo a fermare l’onda che preme ai confini. Irrompe nell’anima un significato inaudito o forse è il senso che sempre ebbero le cose: è nuovo il sentore di luce che sferza la radura. Sciabolate di luce invadono ogni passaggio. L’anima è inondata da un cotal nuovo che quasi arretra stordita.

Non ci conoscevamo fragili. Inizialmente, opponevamo altre certezze alla percezione incrinata dal dubbio. Non volevamo ammettere di essere esposti al vento benefico della vita che promana dalle esistenze altre, dal vario e altalenante respiro del comune. Forse è tutto qui: non accettiamo che un comune sentimento, che una comunissima emozione ci prenda al punto da farci vacillare. Non vorremmo mai piangere. Non vogliamo che gli altri vedano le lacrime scorrere sul viso. Vorremmo trattenere almeno quelle, se non proprio nascondere gli occhi lucidi. Dove trovare uno schermo all’empito del cuore, al travaso dell’anima, al singhiozzo smorzato dai denti stretti? Noi allora vorremmo che qualcuno ci abbracciasse per essere quello schermo non trovato e il lenzuolo che assorbe il pianto e le braccia che accolgono lo smarrimento. Vorremmo che qualcuno ci confortasse per essere nati. Che ci desse ragione del nostro pianto, ma delicatamente, senza spiegare proprio tutto… Vorremmo essere sfiorati dalla carezza della voce amica, che non fa male al cuore. Ma, soprattutto, non vorremmo cadere sotto lo sguardo indagatore dei vicini e dei curiosi che vorrebbero entrare nel recinto della nostra anima, e lo fanno, e si aggirano nelle stanze e scrutano ogni piega del nostro viso, e siamo nudi lì davanti ai giudici, colpevoli di noi stessi.

Era stata una sorpresa per me sentir dire da don Antonio ai suoi Educatori: «Fate tesoro delle vostre fragilità!». La sorpresa derivava dal fatto che se ne dovesse fare tesoro, che la propria fragilità, che le proprie fragilità dovessero essere conservate non disperse, custodite non dissipate, valorizzate non taciute né nascoste.

Io lo sapevo bene, perché avevo già osservato – e per decenni! – la mia feroce timidezza, soprattutto con le donne, ed ero consapevole delle limitazioni che derivavano dall’esser timido. Da bambino, arrossivo davanti a tutti, anche ai maschi: bastava che qualcuno mi guardasse. Non riuscivo a sopportare a lungo lo sguardo di qualcuno su di me. Per oltre cinquant’anni ho combattuto la mia timidezza, naturalmente, senza sconfiggerla. Sono timido. Passando dal rifiuto all’accettazione del mio sentire schivo, ho imparato con il tempo a governare i miei sentimenti: l’esperienza del dolore è la via.

Al di là delle teorie, che si sono accavallate e confuse negli ultimi due secoli,  è utile distinguere tra ciò che muta in noi e ciò che cresce e si sviluppa senza mai rovesciarsi nel contrario… La forza del carattere, la sua natura risiede nel suo divenire ciò che ognuno di noi ha da essere. La crescita è un saggio di come si diventa ciò che si è.  Si tratta di sconfiggere i pregiudizi più radicati, relativamente alla natura umana, alla realtà del carattere personale… Del nostro daimon,  il senso comune è sempre portato a pensare che debba cambiare, che si possa divenire altro rispetto a ciò che si è. C’è chi si ostina per tutta la vita a tormentare un partner che non cambia: le cose sarebbero perfette se l’altro cambiasse, per diventare finalmente ciò che noi  vorremmo che fosse! Dovrebbe, poi, colpirci l’affermazione di Galimberti, secondo il quale bisognerebbe amare le persone così come sono! A ben guardare, al termine di tutte le personali riflessioni sull’amore, acquisita una maturità affettiva, essendo divenuti capaci di sentimenti adulti, ci ritroviamo a pensare che amare le persone così come sono è forse l’unica cosa che si possa fare. Diversamente, ci si impegnerà in attività che esulano dall’amore o che introducono nell’esperienza amorosa le pretese eccessive che tormentano e lo ‘uccidono’.

Scoprire le proprie fragilità, allora, è

  • riconoscere l’esistenza di uno strato profondo del cuore, che occorre attivare, lasciando che resti esposto al contatto con il mondo;
  • accettare quel contatto, senza erigere difese che impediscano al cuore di sentire quello che si agita nel cuore altrui;
  • accogliere nella propria mente i mondi possibili che si dischiudono tutte le volte che si sperimenta l’irruzione di significati altri nel recinto dell’anima;
  • patire la distanza, graduandola nel rapporto con l’altro, in quella “giusta distanza” che impedisce all’amore di travolgere e all’indifferenza di raggelare;
  • esprimere coraggiosamente il proprio sentire, senza rinunciare al dolore, che è nutrimento dell’anima, via obbligata che conduce al governo di sé.

pudorePer quanto mi riguarda, fare tesoro delle proprie fragilità significa, ad esempio, riconoscere la timidezza come componente ineliminabile del mio daimon: il mio carattere porta il segno di questo ‘sentire’, che si è fatto con il tempo vita schiva…Da questa mia ‘natura’ consegue una serie di risposte, di modi di rispondere alle sollecitazioni esterne che hanno condizionato tutta la mia vita, rendendola quello che è. Grazie al riconoscimento dei tesori che si nascondono nella vita schiva, ho scoperto in una mia fragilità le virtù di quel sentire, che vanno dalla virtù dell’innocenza alla virtù introspettiva, alla virtù del congedo. Su questa «elegia delle cose esitanti» si è soffermato nella primavera del 2007 Duccio Demetrio con un libro bellissimo sull’argomento, intitolato: La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza: un’autentica miniera di idee, oltre che di suggerimenti per l’azione e per la vita contemplativa. Il nostro tempo ha eretto a modello di comportamento il suo ‘contrario’, quella spudoratezza che abolisce ogni confine, rinunciando a difendere lo spazio interno dagli assalti dell’esterno: essa si spinge addirittura fino al punto  di aprire per intero lo spazio interiore agli sguardi indiscreti del mondo, abolendo l’azione del pudore, che è il motore della nostra libertà.

* * *

Nella primavera del 2002, riassumevo in un piccolo saggio etico-politico quelli che pomposamente chiamavo ‘fondamenti del lavoro sociale’.

VII. ETHOS ANTHROPOI DAIMON

 

[ La relazione con il ragazzo e la sua famiglia è definita etica. La relazione etica – e non psicologica – allude ad un legame originario, a un fondo comune che è dato dalla comune appartenenza di genere.

Essere parte del genere umano richiede un’etica originaria, un quadro di regole, cioè, che trovi il suo fondamento nell’ethos, nel costume collettivo. Ma ethos, come è detto nel titolo del paragrafo, rinvia a daimon: un filologo ha proposto di tradurre quel frammento del filosofo greco Eraclito come se ethos avesse in comune con daimon una radice in quello che di proprio, di soggettivo c’è in ognuno di noi.

Il mio ethos è il mio daimon. La mia moralità trova la sua radice originaria nel mio modo di essere. Incontrerà l’ethos dell’altro nel suo daimon. Il demone è quello che ci spinge ad agire. ]

 

Il rapporto che si istituisce sul campo con il ragazzo e con la sua famiglia si definirà sempre più nell’ambito di una cultura della RELAZIONE ETICA. L’azione educativa è anche etica, in quanto mira ad instaurare un insieme di comportamenti finalizzati ad un valore. Ciò che si tratterà di fondare è la possibilità di un ethos comune.

L’azione di volontariato incontra il suo fondamento in un’ETICA ORIGINARIA, nel riconoscimento che Eθanθρωποidaimon, che significa: «Demone a ciascuno è il suo modo di essere». Ethos, più che il comportamento collettivo o il costume, come abitualmente si dice, designa il modo di essere. Designa il modo di essere di ciascuno inteso nella sua irripetibile unicità: il modo di essere che è suo, che gli è proprio. L’etimo stesso di ethos contiene una radice che allude al suo, al sé. L’ethos pertiene all’esistente umano nella sua unicità. Indica ciò che è proprio dell’unico. Per questo esso corrisponde al daimon.

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)