angeloerosa

Avrei potuto scrivere ‘paterna’ ma non sarebbe stata la stessa cosa. Per di più, il ‘paterno’ è ‘maschile’, pertiene strettamente alla condizione maschile, alla natura del maschio, che è padre prima ancora di esserlo; mentre, la dolcezza, da sempre assimilata e riservata al ‘femminile’ non pertiene in modo esclusivo alla condizione femminile, alla natura della donna, per quanto si conservi il ricordo di una dolcezza che sembrava connaturata a tutte le donne.
Dire di Exodus, poi, che si può sperimentare nelle sue case la dolcezza è cosa non poco peregrina: molti si chiederanno cosa c’entri la dolcezza con la tossicomania e con i metodi da adottare per vincerla.

In verità, proprio questo è il sentimento che andrà posto alla base del metodo. A me è stato insegnato da grandi Fondatori di Comunità che la tossicomania si affronta con la fermezza e con la gentilezza.
Fermezza, non durezza. Scade nella scortesia, nella scontrosità, nella rumorosità, nell’insulto chi non conosce il potere della fermezza. E fermezza vuol dire che bisogna fare in modo che sia vero ancora oggi per noi quello che abbiamo detto, promesso, giurato ieri. Il ‘muro’ che, così facendo, mettiamo davanti al ragazzo è ciò che lo ‘fermerà’. Altro non è dato fare.
Gentilezza, poi, significa rispetto della persona, ascolto paziente, attenzione a ogni svolta della relazione, empatia, dialogo non giudicante, atteggiamento sempre congruente dalla parte di chi si impegna ad aiutare.

La gentilezza, dunque, non è la dolcezza. E’ di più. E non è un ‘semplice’ sentimento, perché non è un sentimento semplice, come abbiamo appena detto.
Eppure, dopo aver distinto dolcezza da gentilezza, non si può dire che resti poco, che della prima valga solo la tenerezza che pure sembra contraddistinguere quell’affetto.
Un Fondatore di Comunità diceva in tutti i suoi scritti che la tossicomania si combatte con l’amore, salvo chiarire poi che ‘amore’ significa ‘prendersi cura…’, dunque amare, cioè esercitarsi nella virtù dell’accettazione, dell’ospitalità, dell’accoglienza, del dono.
Abbiamo già scritto con Eschilo che la legge più bella è ubbidire al padre e con Nietzsche che chi non ha un padre se lo deve dare. Ubbidire al padre, darsi un padre: inchinarsi di fronte alla naturale saggezza del padre.
Recentemente, don Antonio Mazzi ha suggerito come uno dei suoi dieci comandamenti della saggezza: Aiuta amorevolmente chi ne ha bisogno – Inchinati davanti al fratello. Ha tematizzato poi lungamente il verbo chinarsi, inchinarsi. Io credo che per sollevarsi fino a raggiungere l’altro occorra inchinarsi, cioè chinarsi sulla fragilità dell’altro e sui sentieri dell’anima dell’altro camminare con passo accorto, come Ospite riconoscente dell’accoglienza ricevuta: essere una mente ospitale è il compito più importante, cioè essere a propria volta Ospite, cioè accogliere in sé chi ci ha permesso di entrare nella sua vita.
Con quali sentimenti ci accingeremo a varcare la soglia di un’anima? Basterà togliere le scarpe sporche? Non servirà un nuovo sentire, cioè farsi vaso di elezione, come ha scritto mirabilmente Dante? Non è compito, addirittura ‘missione’ di un’intera vita accogliere l’altro, fare dono di sé? Non è forse questo l’amore cristiano e non dovremo riguardarlo sempre come una legge a cui obbedire? Se parleremo allora di legge dell’amore, se essa è un imperativo morale, se la nostra dignità di creature discende dalla capacità di rispondere ad essa, questo sarà responsabilità: prendersi cura del fratello che è nel bisogno, inchinarsi davanti a lui.
E nel farlo, saremo padre e madre, fratello e sorella, come ci ha insegnato Francesco d’Assisi.
Non di indistinzione di ruoli io parlo, né di confusione dei sentimenti, ché si tratta più severamente di un amore che si declinerà ogni volta in modo diverso: ogni volta ci troveremo davanti Qualcosa di diverso: un figlio o una figlia, e questo ci farà sentire padre e madre; un simile, come riesce ad essere solo un fratello, e allora ci chineremo sui suoi bisogni e  sentiremo la fraternità che ci lega.
Ma che cosa finalmente lega i cuori, posto che non di leggi dello Stato qui si tratta? In che modo la legge dell’amore ci legherà all’altro? Riusciremo a sentirci, così, liberi, posto che libertà è obbligazione, giacché la libertà è forza che lega non che scioglie!? A quale forza del cuore faremo appello, se non alla stessa che contraddistingue la condizione di chi è ‘ridotto’ nel bisogno e da lì aspetta una risposta? E che cosa sarà ‘rispondere’ se non corrispondere a quell’attesa? E cosa daremo a chi tacitamente chiede, al di là dei beni materiali di cui pure avrà bisogno (reddito, salute…), se non la certezza di non esser solo, che può contare su qualcuno, che conta ciò che resta, ciò che dura, ciò che vale?
Nella vasta gamma dei sentimenti morali non includeremo, ad esempio, quello che nel XXVI dell’Inferno Dante chiama la dolcezza del vecchio padre? Che cos’è ‘dolcezza’, in fondo, se non riconoscimento di una medesimezza umana che proviene dalla natura più che da scelte storiche e culturali? Più che di tenerezza, parleremo di quel dolce che si distilla nel cuore quando questo si lascia attraversare dallo stupore della bellezza morale.
E’ dolce chinarsi sul fratello, ubbidire ai suoi bisogni, corrispondere alle sue attese, riconoscere la sua condizione di fratello e da lì incominciare a consistere riuscendo a vedere cos’è la vita buona. Nel corso del XX Capitolo di Exodus, che si è tenuto a Sirmione sul Garda dal 2 al 5 ottobre, uno dei miei fratelli, Salvatore Regoli, riferendo sinteticamente il suo cammino di Educatore, affermò che a un certo punto aveva incontrato la dolcezza di Exodus. Francamente, devo dire che non avevo mai sentito quell’espressione, riferita poi a una realtà grande, cioè fatta di tante cose (amministrazione, case, lavoro, fatica…). Continuo a pensare a quella dolcezza e mi viene in mente il modo in cui don Antonio si rivolge sempre ai suoi ragazzi. Riesce ad essere sempre, in un modo naturale e spontaneo, dolce con loro, come sanno essere i veri padri, che non mancano di rimproverare i loro figli e spesso lo fanno aspramente, ma con una voce calda e accorata, tipica di chi sa che sta parlando ai cuori e alle anime non alle menti. Io l’ho visto in tutti questi anni sempre chino sui suoi, sui ragazzi come sugli Operatori, mai stanco di amare. Perché la dolcezza di cui parliamo è pazienza e coraggio.

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)