_______________________________________________________________

Lunedì 14 gennaio 2013

CAMMINARSI DENTRO (441) : Un grido perduto nella notte

Fragile patrimonio sono i sogni,
ci fanno ricchi un’ora –
poi, poveri, ci scaraventano
fuori dalla purpurea porta
sul duro recinto
dimora di prima

Emily Dickinson

Il testo che segue è apparso poco fa nello spazio web del professor Recalcati, su Facebook.

Anche l’amore più grande, più assoluto, più certo, più simile ad un destino, può cadere, rivelarsi polvere, diventare niente. Cosa ci accade quando facciamo ancora esperienza di non essere altro che un grido perduto nella notte, quando incontriamo ancora la ferita traumatica dell’abbandono assoluto? Quando, come si dice meno radicalmente, “non è più come prima”? Può la vita resistere? Può continuare ad abitare un mondo che non è più lo stesso mondo? Può non cedere alla tortura dell’insensatezza? Ritarderò l’uscita del mio secondo tomo su Lacan per scrivere di questo. MASSIMO RECALCATI

Quello che sconcerta di più è l’inaudito stupore, l’imprevisto della nuova condizione, l’arresto del tempo dell’attesa e della speranza, l’apertura dell’anima non più ‘sostenuta’ dall’altra parte, l’eclissarsi improvviso dell’altra parte, assieme al gioco d’amore, alla voce, al volto, al caldo abisso della trascendenza personale. Non più risposte, spiegazioni e conferme, assillo e affanno, premuroso richiamo, appello invadente, rimprovero, sorriso. Cessa l’incanto della viva presenza, lo charme del tempo, con le file di continuità e il dono di sé. L’assenso, l’accordo, il conforto, la carezza non sono più. Il tanto mi dà tanto e l’apparato dei giorni, ma soprattutto delle ore. Il sapore immutato dei momenti vissuti insieme. L’attimo di gioia che si faceva istante eterno inspiegabilmente sottratto. Della gioia dispensata a piene mani più nessuna traccia, nemmeno il dolce ricordo. Solo disincanto e tragedia, scissione, separazione. Frantumi di tempo. Il nunc scomparso. «Potremmo riparlarne dopo?» Non più ‘dopo’. Solo immobile e vuoto presente. Anancasmi e brevi affanni. Poi, più nulla. Silenzio nella testa. Inerzia intellettuale e noia. L’orrenda, barbara malinconia che lima e che divora. Non la celeste nostalgia degli umani. Il vano sforzo della vicinanza sollecita e la testimonianza del solidale abbraccio. E poi? Cessati gli sforzi e gli abbracci e la vicinanza e la sollecitudine affettuosa? Solo tetraggine e abbandono. Come quello mortale del tempo dei sogni e delle belle speranze, quando era intollerabile a tutti che appena un po’ venissimo lasciati a noi stessi, come se fosse per sempre! Ma ora è così, è per sempre. Non avevamo creduto che si potesse giurare amore eterno, perché l’amore, come tutte le umane cose, è nel tempo, ma ci apparecchiammo per un tempo senza tempo, anche se non credevamo si potesse seriamente dire ‘per sempre’. Abbiamo prediletto perfino una canzone che chiede proprio quello che non si può promettere: Amami per sempre. Perché c’era chi aveva qualcosa da dire a noi sempre. Immancabilmente. Come la chiacchiera dei bambini, che farfugliano a volte cose insensate, ma vere, accompagnate sempre da convinto entusiamo e la serena certezza di essere creduti ancora. Sentivamo ad ogni piè sospinto che ci fosse tempo ancora per noi. Abbiamo creduto. Ci siamo affidati. Ora non c’è più sponda. Non sappiamo dove depositare le nostre emozioni. Ma la ferita che brucia in mezzo al petto e ci consegna all’angoscia dell’insussistenza e dell’infondatezza insensata è del cuore. È il tempo del dolore senza fine. Sentiamo già che esso potrà solo farsi più tenue e accennare a scomparire, per ripresentarsi a noi come morbo incurabile e strazio senza fine. Le intenzioni lacerate stanno lì a segnalare l’infranto e l’irreparabile, come morte sopraggiunta a colpire selvaggiamente. Come i venti freddi sferzanti di marzo, che tagliano la faccia e pietrificano e sconquassano le più miti pretese. Siamo stati così lasciati a chiedere e basta. E dopo aver dedicato una vita alla critica all’insensato chiedere, siamo lì, sulla nuda porta a chiedere, pur sapendo bene che si possa chiedere soltanto ciò di cui si conosce già la risposta. Eppure, non facciamo altro, ormai. Perfino nell’assenza fisica di chi dovrebbe rispondere ancora.

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

    _______________________________

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
    _______________________________

    IL NOSTRO SENTIRE
    ___________________________

    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
    _______________________________

    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

    _____________________________

    Sulla Scrittura
    _______________________

    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)