Sabato 14 settembre 2013

IL NOSTRO SENTIRE (1): Il nostro sentire – La volontà libera

 

L'ordine del cuore

Leggere ROBERTA DE MONTICELLI, L’ordine del cuore. Etica e teoria del sentire, GARZANTI 2003

Il «sentire» che Roberta De Monticelli osserva in questo saggio è componente fondamentale della nostra affettività, esplorata nelle diverse manifestazioni: dalle infinite sfumature affettive della percezione sensoriale alla vicenda degli stati d’animo, dagli umori alle emozioni, dai sentimenti alle passioni… Ricondurre questi fenomeni all’interno di una visione d’insieme significa anche cominciare a tracciare una personologia, ovvero una teoria di ciò che siamo. Per condurre la sua analisi, Roberta De Monticelli esplora lo stato della ricerca filosofica per intraprendere poi quella «riduzione all’essenziale» di marca fenomenologica al termine della quale si potrà affrontare il tema dell’indifferenza morale e della banalità del male.

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Un Seminario sul sentire

Intervista a Roberta De Monticelli sul sentire (Festival di filosofia di Modena, 2008)

Leggere L’ordine del sentire tra affetto e valore: il rapporto fondamentale tra formazione della persona e incontro con l’altro, di MARA DELL’UNTO

[Recensione de L’INDICE] Roberta De Monticelli ha iniziato i suoi studi con lavori dedicati a Husserl, Wittgenstein, Frege e Leibniz, che discutono gli aspetti logici e ontologici del loro pensiero. Nell’ultimo periodo ha dedicato particolare attenzione al problema, insieme epistemologico, etico e ontologico, della persona, in volumi come La conoscenza personale. Introduzione alla fenomenologia (Guerini, 1998; cfr. “L’Indice”, 1999, n. 10) e La persona, apparenza e realtà (Cortina, 2000). Questo suo ultimo libro ne costituisce l’ideale proseguimento nella direzione di una fondazione dell’etica.

L’etica riguarda le persone: io, tu, noi. Che cosa sono le persone? Anzitutto, non sono cose. Più precisamente, una persona è un’entità dotata di individualità essenziale: è unica, irripetibile, non replicabile in serie. Quasi un’ovvietà: per il senso comune, ma non per la filosofia, nella quale signoreggia, da Aristotele a P.F. Strawson, una teoria per la quale Socrate è Socrate perché possiede una serie di proprietà localizzate spazio-temporalmente. Eppure, per fare di una persona quella persona, questo non basta, ed ecco come verificarlo. Se chiedete a un innamorato perché ama la sua amata, vi risponderà: non perché è bella, buona, intelligente, qui o là, prima o dopo, ma perché è lei; in quel “perché è lei” sta proprio il senso di unicità e irripetibilità delle persone.

L’etica, d’altra parte, deve rispondere al problema di come distinguere il bene dal male. Qual è la soluzione secondo De Monticelli? So che qualcosa è bene perché sento che è bene – il sentire essendo la percezione di qualità di valore nelle cose (prima tesi fenomenologica). Qui sorge una facile obiezione: il sentire è soggettivo, dunque anche bene e male lo sono, e così l’etica si dissolverà nel relativismo. L’obiezione sorge da una considerazione riduttiva del sentire, e per rimuoverla è necessario analizzare con precisione il sentire stesso.

Anzitutto, l’affettività umana è un intreccio complesso di tendere e sentire: azione e risposta da una parte, ricezione e ascolto dall’altra. Senza ascoltare non si potrà mai rispondere adeguatamente. Seconda tesi fenomenologica è dunque la seguente: la componente tendenziale dell’affettività deve fondarsi su quella ricettiva; il tendere si fonda sul sentire.

In secondo luogo, il sentire è una struttura stratificata con decorso ascensionale: posso sentire il piacere di questo massaggio o il dolore di questa ferita (livello del piacere e del dolore), ma posso anche sentirmi male perché oggi tutto va storto o euforico perché la fortuna mi arride (livello dei sensi vitali e degli umori), e posso, infine, ammirare quella persona per la sua intelligenza, essergli grato per la sua generosità, amarlo perché è lui, ecc. (livello dei sentimenti). A ogni strato è in gioco una distinzione tra bene e male, che procede dal giudizio “questo è piacevole o doloroso” sino al giudizio “questo uomo è degno di ammirazione, stima, amore, ecc.”. Il primo strato permette giudizi valoriali rispetto a cose, il secondo rispetto alla nostra persona, il terzo rispetto ad altre persone. Il giudizio diretto su altre persone è particolarmente delicato. Ogni altro, abbiamo detto, è unico e irripetibile: il che lo rende un valore in sé. Il livello dei sentimenti permette di sentire questa irripetibile individualità. Come? La risposta si articola in due momenti, statico e dinamico. Solo al livello dei sentimenti è in gioco una comparazione di valori: il giudizio sull’altro è un giudizio secondo la mia scala di valori, comparata con quella dell’altro. La scala di valori, detta anche agostinianamente “ordine del cuore”, contribuisce a fare di ciascuno un’individualità essenziale, e per questo un valore per sé (momento statico). Come si forma un ordine del cuore? Con l’educazione del sentire: esercizio alla precisione assiologica che si guadagna soprattutto nel contatto con gli altri (momento dinamico).

Fin qui si è detto che il sentire è stratificato e che è strutturato secondo un ordine del cuore, risultato di un’educazione. L’accusa di relativismo non è ancora superata: infatti, se ogni ordine del cuore è diverso, e se ciascuno giudica secondo il proprio, ogni giudizio sarà relativo. Occorre guadagnare la nozione di rispetto, e di qui quella di “base universalmente obbligante”. Se risultato di un’opportuna educazione, la scala di valori di ciascuno, oltre le differenze individuali, dovrebbe permettere di sentire l’individualità di ognuno: tale sentimento è il rispetto, il sentire che a ognuno è dovuto lo stesso per il semplice fatto che è una persona. Come nasce il sentimento del rispetto? Con l’amore. Come abbiamo visto, se io amo e sono amato, in questo abbraccio sono in gioco le nostre individualità come tali, nella loro purezza e irripetibilità. Purtroppo, non si può amare tutti, ma si può estendere questo sentimento, in forma debole, nella forma del rispetto per tutti: il rispetto diviene così l’ombra vuota dell’amore – un’ombra importantissima per la morale. L’accusa di relativismo cade, se si suppone che ciascun ordine del cuore debba essere compatibile con una base universalmente obbligante, il cui contenuto è appunto il rispetto, il sentimento di ciò che è dovuto a ognuno in quanto tale. Ora disponiamo della risposta completa all’obiezione: il sentire ha una struttura stratificata e non momentanea, che cresce e va educata; ciascuno giudica secondo il suo personale ordine del cuore, ma questa varietà non porta al relativismo, perché ogni ordine del cuore deve essere compatibile con una base universalmente obbligante, che ha come contenuto il rispetto. La nozione di rispetto deve essere supportata da quella di individualità essenziale: rispetto l’altro perché lo riconosco come individualità essenziale; in secondo luogo, il rispetto è il vertice di un processo educativo: i sentimenti vanno risvegliati, e l’amore svolge un ruolo indispensabile in questo risveglio.

Le tesi principali del libro ci paiono due, una ontologica e una di filosofia morale: esistono entità dotate di individualità essenziale; l’etica si fonda sul rispetto come sentimento di ciò che è dovuto a ognuno in quanto tale. Accanto a queste tesi ce ne sono numerose altre: il realismo assiologico, la priorità del sentire sul tendere, la stratificazione e complessità del sentire, la necessità di educare il sentire. Non è tempo di discuterle tutte, e ci soffermeremo solo su tre problemi, relativi alle due tesi principali. Anzitutto: perché una persona è un’individualità essenziale? Il modo più persuasivo per mostrarlo ci pare quello che fa appello alle parole dell’innamorato: “Amo lei perché è lei”. Ora, a partire dall’amar-lei-perché-è-lei (sentimento dell’individualità come tale) è postulata metafisicamente l’esistenza di entità dotate di individualità essenziale, senza che questa inferenza sia sufficientemente argomentata. Invero, De Monticelli ci rinvia a un suo testo in preparazione, Persona e individualità essenziale. Sull’ontologia e l’epistemologia dell’individualità: forse là, piuttosto che in L’ordine del cuore, sarà da ricercarsi la risposta alla domanda.

In secondo luogo: scopo del libro è fondare un’etica sul sentire; di fatto, esso fonda un’etica sul rispetto. Il rispetto è definito come sentimento di ciò che è dovuto a ognuno in quanto tale, in quanto cioè individualità essenziale – sentimento, dunque, completamente a priori, purificato da qualsiasi riferimento alla sensibilità. È noto come Kant abbia fondato un’etica totalmente razionale e a priori, depurata da ogni residuo sensibile, convinto che solo così si potesse evitare il relativismo morale. De Monticelli, d’accordo con l’accusa di formalismo di solito mossa a Kant, ha tentato di fondare un’etica non relativistica sull’affettività, ma per evitare il relativismo è ricorsa a un sentimento a priori come il rispetto. Si tratta ancora di un’etica del sentire?

In terzo luogo: come evitare che l’individualità si trasformi in assolutezza del relativo? La risposta del libro è la seguente: ciascun ordine del cuore individuale deve essere compatibile con una base universalmente obbligante, il cui contenuto è il rispetto. Sembra profilarsi però un corto circuito dell’individualità: l’individualità ha il suo limite nel rispetto; il rispetto si definisce come il sentimento dell’individualità. In questo libro, De Monticelli ha tentato di ribaltare due popolari luoghi comuni della filosofia, che individualità e sensibilità, sotto rispetti diversi, comportino relatività. Al lettore, che non vogliamo troppo influenzare con le nostre perplessità, il compito di giudicare se ci sia riuscita o meno.

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Che cos’è una scelta? Fenomenologia e neurobiologia, di Roberta De Monticelli   

La novità di ognunoLa novità di ognuno ci guida alla scoperta di questa verità insieme antica e rivoluzionaria, intimamente legata a una delle questioni filosofiche capitali e attualissima, quella del libero arbitrio, oggi messo in discussione dal riduzionismo radicale di molti scienziati. Per fondare la sua riflessione, Roberta De Monticelli intreccia due cammini: da un lato ripercorre i passi dei maestri del pensiero filosofico su questo tema; dall’altro riparte dall’esperienza quotidiana di ciascuno di noi, dai nostri sentimenti, dai nostri atti. Perché non è certo una riflessione astratta volta a definire la natura umana. Al contrario, sono posti al centro dell’attenzione la nostra vita, i nostri sensi, la nostra carne, i nostri affetti. È proprio grazie alle nostre decisioni – attraverso ciascuna delle nostre decisioni, piccole e grandi – che definiamo la nostra unicità. Siamo noi stessi, in ogni istante, a costruire la nostra identità, la nostra persona. Oggi paiono dominare l’indifferenza politica e morale e il suo contrario, il richiamo a principi astratti d’autorità. La novità di ognuno ci dice invece che ciascuno di noi, fedele alla propria natura, è libero di scegliere – e dunque si deve anche assumere la responsabilità morale e politica delle proprie scelte.

Roberta De Monticelli, “Libertà del volere: un’illusione antica?”, Festival della Mente, 6/9/2009

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)