CAMMINARSI DENTRO (170): Che il nostro delirio salga agli astri, almeno!

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Sabato, 15 gennaio 2011

L’accumulo di post non pubblicati è pure un fatto. Si incomincia a sviluppare un’idea a volte dal valore strategico, che morde alla radice di problemi nevralgici; si scrive un paragrafo, massimo due, e poi non si riesce per settimane e per mesi ad andare avanti. L’intuizione originaria spesso è ben colta ed espressa, ma quello che manca è la ragione per andare avanti. Manca la prospettiva, lo sbocco da dare alle riflessioni iniziali. Non si capisce dove andare. Viene in mente che si tratta di pensieri che debbono essere pensati ancora, ma che questo sia chiaro non consola. Nei fatti, siamo fermi. Non riusciamo a pensare ulteriormente l’oggetto che pure ci sta a cuore. Magari, abbiamo inseguito quell’idea per anni. Ora riusciamo a parlarne, ma solo in parte. Credevamo di avere una nostra idea chiara, cioè compiuta, ma non è così. Quei pensieri restano nello spazio personale per un tempo indefinibile: il post porta scritto in alto, prima del titolo: Privato. Non pubblicato.


Su questi ‘blocchi’ della mente che non sono blocchi ho riflettuto a lungo. Non smetto di chiedermi perché un certo post, su cui sto lavorando da mesi, non riesca a diventare per me riflessione compiuta. Indago sulle emozioni che accompagnano quella attività della mente, per verificare che non intervenga qualcosa ad impedire il seguito della scrittura. Mi dico che non ho mai amato il frammento, perché lascerebbe ad altri il compito di completare quello che io ho il dovere di completare, almeno con l’esplicitazione di quello che mi sta a cuore su quell’argomento dato. Gli altri possono ugualmente intervenire, a cose fatte, imprimendo alla lettura svolte diverse dalle mie. Dunque, il frammento non serve. Può solo colpire l’immaginazione per un po’, ma sottopone il lettore a un lavoro di interpretazione non indifferente…

Ho pensato che la fatica di scrivere giochi un ruolo non secondario: spesso quello che abbiamo da dire è ‘poco’, non è già testo compiuto, almeno in forma embrionale. La fatica dipende dal fatto che le cose stentano a prendere forma. Non mancano le parole. Manca la forma. Francesco De Sanctis ha scritto: Stessa la forma, stesso il contenuto. E ancora: Non si può dire se venga prima la forma o prima il contenuto. E poi, esempi illustri, come l’Orlando di Ariosto, che non è prima un Cavaliere e poi Orlando. E nemmeno prima Orlando che prenderà la forma di un Cavaliere. Quel che è difficile comprendere è questo: se manchi la forma in cui calare le idee o se quella sensazione di vuoto voglia dire proprio che le idee non sono ancora state pensate, non riusciamo a pensarle. Non sappiamo.

Un post su “Scarto e Manutenzione”, ad esempio, su cui sto lavorando da oltre un mese, è fermo, perché la mole delle idee che affollano la mente è sicuramente grande, ma quello che non capisco è questo: in mezzo a quelle idee e poi al di là di esse, cosa mi preme veramente dire? Che i sentimenti e le relazioni sentimentali hanno bisogno di ‘manutenzione’? Che l’amministrazione degli ‘scarti’, la decisione su ciò che deve essere lasciato morire è difficile concettualizzare? Che l’una e l’altra cosa servono insieme, ma a che scopo parlarne? Non è poi la vita che provvede a fare il resto? Chiudere la vita in un post, con una formula che la spieghi tutta – come se poi potessimo trovarci ‘al riparo’ della saggezza conquistata? Non è meglio lasciare che sia uno scrittore a raccontare una storia esemplare che illustri l’una e l’altra idea, come ha fatto egregiamente Pascale con il suo volumetto La manutenzione degli affetti? Forse, l’unica cosa che possiamo fare è passare dalla riflessione al racconto: quando manca la forma delle idee, tentare la forma del racconto, e se forma non si dà, abbandonarsi al delirio, all’affabulazione scomposta e incontrollata, per dare almeno voce al proprio dolore.

Si capisce che prevale in noi la tendenza a combattere per difendere una posizione acquisita – quasi fosse un diritto! – in amore. C’è tutta una letteratura sull’argomento che milita a favore di questa tesi, che si debba gridare se amore non ci sente. E’ anche possibile, però, assistere in silenzio, lasciare che le cose seguano il loro corso, per ritrovarsi alla fine della corsa esattamente al punto in cui ci saremmo trovati se fossimo intervenuti drasticamente a reclamare il ‘dovuto’. La scelta tragica, insomma, ha più valore, non per il fatto di essere eroica, ma perché consente di tutelare meglio la propria dignità.

Resta da dire, infine, che c’è qualcosa al di sopra dell’amore. Non ha molto senso dibattersi e recalcitrare invano per tutta una vita al seguito di un sogno destinato a rimanere solo sogno. Gli unici sogni che valga la pena sognare sono quelli che si fanno ad occhi aperti. Eros potrà pure continuare a mietere le sue vittime. Bisogna decidere se vogliamo lasciare che sia un essere ‘intermedio’ come lui a decidere del nostro destino o se non sia preferibile sollevarsi alla considerazione che c’è qualcosa che lo supera e lo ‘invera’ in una visione delle cose in cui esso è solo un ‘momento’ della nostra vicenda mondana. Uno sguardo ‘discreto’ si poserà agevolmente sulle cose, per ricavarne sensi ulteriori, che salveranno le cose stesse da un destino già dato: lasciamo pure precipitare nel caduco e nel contingente ciò che non è destinato a durare ed eleggiamo ad eterno ciò che del caduco e del contingente merita di durare per noi. Solo ciò che ha valore è bello ed amabile e vero. Il resto può anche essere raccontato, giacché le cose che muoiono superano di gran lunga quelle che durano.

CAMMINARSI DENTRO (170): Che il nostro delirio salga agli astri, almeno!

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