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da akatalēpsía o degli infiniti ritorni:
1506. Il paradosso del male da

GIORGIO FRANCK, La gioia, il dolore, l’eccesso, contenuto ne Il Male. Scritture sul male e sul dolore, PENDRAGON 2001, a cura di Franco Rella

Il male è impensabile, indicibile. Se lo si potesse pensare e capire non sarebbe nemmeno male, ha detto Ricoeur. Il saggio di G. Didi-Huberman, entra nel luogo del male assoluto, Auschwitz, e cerca di decifrarne delle tracce attraverso l’analisi di alcune immagini fotografiche. Al problema del pensiero e della tragedia dell’ebraismo si rifanno anche i saggi di I. Kajon e di W. Tommasi. Filosofico è l’approccio diretto di J. L. Nancy al problema, e filosofico, con un’importante curvatura etico-politica è il saggio di M. Cruz. Tra filosofia e letteratura si pone l’analisi di alcuni testi di G. Bataille, proposta da A. Ferrarini. Il saggio di G. Franck mette, in modo anche stilisticamente originale, appunto filosofia e letteratura di fronte al “male di vivere”. C. Bigliosi, attraverso Proust e Colette entra nell’inferno che fermenta nel cuore umano: l’inferno della perversione dei sentimenti e, in particolare, del sentimento d’amore nella gelosia. E infine I. Kajon interviene sulla rappresentazione artistica del dolore. Due frammenti di De Maistre e di Leopardi e un immenso testo di Baudelaire declinano il tema del male, del dolore e della morte. Questo volume non ha l’intento di definire ciò che il male sia, e neppure di disegnarne i confini. Vuole semplicemente aprire alcuni sentieri dentro il suo buio territorio, e fare qualche passo al suo interno. Il risultato di questa operazione, per il curatore, è la conferma di una convinzione profonda, comune a tutti coloro che vi hanno collaborato: l’esercizio del pensiero filosofico o critico ha senso soltanto in quanto si misuri con le questioni decisive che costituiscono il destino stesso dell’uomo.

Il manifesto di akatalēpsía

Lettere dalla zona interdetta

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La lettura delle cose di Clelia Mazzini è sicuramente ardua. Misurarsi con esse vuol dire cercare le parole nei crepacci: favorire il volo della mente, non opporsi ad esso. Non opporre resistenza. Si parte dal frammento, che con lei non è mai testo irrelato, scheggia e basta. Non si dà veramente incompiuto qui, giacché non avrebbe senso affidare a un testo breve il ‘compito’ di rappresentarci – come riescono a fare bene tutti i suoi testi – se l’implicito e il presupposto avessero la meglio. Nessuna reticenza è ammessa. Ognuno di questi testi è parte non solo dell’opera da cui proviene: ne costituisce un estratto prezioso, direi quasi strategico; aiuta a disegnare traiettorie di senso. Non si tratta di brevi folgorazioni e basta. Sempre, in poche righe è chiuso un mondo. Del tema veicolato si dice tutto. Icasticità e sintesi ed essenzialità e brevità sono una cosa sola. Né scrittura aforistica né culto del frammento prevalgono. Gli stessi testi proposti non sono citazione né ‘scheda’ bibliografica – quello che mi ha colpito di più di questo libro! Clelia sottolinea parti di testo, mette in corsivo e in neretto intere frasi e periodi: si appropria del testo stesso, fino a farne cosa solo sua. L’enfasi cercata è il modo che predilige per dire l’emozione e il ragionamento. Tra le mosse della ragione, l’ambiente sempre uguale da anni; le immagini che accompagnano i testi non illustrano quasi nulla. Stanno lì ad abbellire la pagina, senza nulla aggiungere e in nessun modo interferendo con il senso. Il suo sito è fatto solo di testi. E’ un omaggio al Testo.

Imparare a leggere Clelia Mazzini è espressione che può andar bene per dire di ogni persona che prenda sul serio la scrittura che occorre trovare il nesso che da testo a testo conduca da qualche parte, per significare la ricerca della Erörterung, del ‘luogo proprio’ di essa, che non sta propriamente in un solo testo. Roland Barthes, discutendo su Sade, Fourier, Loyola, nell’opera che è stata definita il suo testamento spirituale, ha sentenziato definitivamente che non c’è nessun segreto da carpire: il segreto è vivere con Sade, Fourier, Loyola.

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Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)