*

Domenica, 16 gennaio 2011

La ribellione contro l’asservimento delle coscienze perseguito dal potere politico si traduca nella cura di sé come pratica di resistenza che può diventare la chiave di un impegno politico-filosofico volto a disfare le nostre identità e a inventare nuove forme di soggettività e nuove modalità di esistenza. Per questo, ieri ho iniziato la lettura delle 450 pagine dell’opera di MICHEL FOUCAULT, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982), FELTRINELLI 2003.


Lezione del 6 gennaio 1982 – Prima ora

Indice che precede la prima ora della lezione:

Un nuovo punto di partenza teorico: la cura di sé – Le interpretazioni del precetto delfico “conosci te stesso” – Socrate uomo della cura: analisi di tre brani dell’Apologia di Socrate – La cura di sé come precetto della vita filosofica e morale antica – La cura di sé nei primi testi cristiani – La cura di sé come atteggiamento generale, rapporto con sé, insieme di pratiche – Ragioni della svalutazione moderna della cura di sé a vantaggio della conoscenza di sé: la morale moderna; il momento cartesiano – L’eccezione gnostica – Filosofia e spiritualità

La prima ora della lezione del 6 gennaio 1982, che è racchiusa in 19 pagine, si apre con il riferimento al Corso dell’anno precedente che aveva già come tema il rapporto tra soggetto e verità, ma era stato condotto all’insegna dell’interpretazione di un esempio privilegiato, la questione del regime dei comportamenti e dei piaceri sessuali nell’Antichità – il regime degli aphrodisia – così come era apparso e come era stato definito nei primi due secoli dopo Cristo.

Punto di partenza del nuovo Corso: la nozione di “cura di se stessi”. Si tratta della nozione di epimeleia heautou, che i latini hanno tradotto con cura sui. C’è da rispondere subito a un’obiezione: perché partire da questa formula, se il problema della conoscenza di se stesso da parte del soggetto è stata sempre ricondotta alla formula gnōti seauton (“conosci te stesso”)?

In realtà, il significato della formula greca non è quello che le è stato attribuito in seguito. Secondo una proposta dello studioso Roscher (1901), i precetti delfici non avevano valore di prescrizione morale o religiosa. Ad esempio, uno dei tre precetti, mēden agan (“niente di troppo”), stava a significare che chi si recava a consultare il dio non doveva porre troppi quesiti. Il secondo precetto, sulle egguai (“promesse”), prescriveva di non fare voti e di non vincolarsi a cose e a impegni che non fosse possibile poi mantenere. Lo gnōti seauton significava che, nel momento in cui ci si accingeva a interrogare l’oracolo, era necessario esaminare dentro di sé in maniera accurata le domande che si volevano fare. Dal momento, insomma, che si doveva ridurre il più possibile il numero delle domande, e non farne troppe, veniva altresì prescritto di fare attenzione, in se stessi, a quello che c’era davvero bisogno di sapere. Anche Defradas (1954) non assegna valore conoscitivo a gnōti seauton: non rappresenta un principio di conoscenza di sé.

La tradizione filosofica, a partire da Platone, ha associato il principio delfico a Socrate. Più interessante per noi il fatto che ad esso si accompagni il principio epimelei heautou, “curati di te stesso”. In alcuni testi, addirittura, gnōti seauton appare subordinato a epimelei heautou. Nella stessa Apologia di Socrate compaiono tre brani in cui Socrate sollecita gli altri a occuparsi di se stessi.

La cura di sé dovrà essere considerata come il momento del primo risveglio. Subito dopo, Foucault ricorda il paragone di Socrate con il tafano, l’insetto che tormenta gli animali pungendoli, facendoli così correre e agitare. «La cura di se stessi rappresenta dunque una sorta di aculeo che dovrà essere piantato proprio nella carne degli uomini, che dovrà essere conficcato nella loro esistenza, destinato a fungere da principio di agitazione, di movimento, di inquietudine permanente per l’intero corso dell’esistenza

Il principio dell’epimeleia heautou deve, allora, essere separato dal principio del gnōti seauton e trattato come il principio dal quale quest’ultimo prende forza e significato: una parte cospicua dell’Alcibiade lo dimostra. Stoici, Cinici ed Epitteto testimonieranno sempre della natura di Socrate come colui che per le strade esortava i giovani dicendo loro: «Dovete occuparvi di voi stessi». Inoltre, c’è da dire che il principio dell’epimeleia heautou non solo è apparso all’origine del pensiero greco ma ha accompagnato, fondando il principio del gnōti seauton, lungo tutto il corso della storia greca, ellenistica e romana. La nozione di cura di se stessi è centrale in Platone; Epicuro ripropone una formula analoga: «ogni uomo, notte e giorno, e nel corso di tutta quanta la sua vita, deve occuparsi della propria anima». Egli per dire occuparsi usa il verbo therapeuein; la cura sui è centrale in Seneca; percorre tutte le Diatribe di Epitteto; nella cultura ellenistica e romana il principio della cura di sé si allargherà alla vita di tutti gli uomini e diventerà principio generale che guida tutta la vita razionale dell’uomo. Foucault, a questo punto, esalta la capacità di una storia del pensiero di mostrare come un fenomeno inizialmente circoscritto vada generalizzandosi lentamente fino a diventare significativo per la stessa comprensione del nostro modo d’essere di soggetti moderni. Attraverso Filone, si ritrova il principio nell’ascetica cristiana che prende le mosse proprio dalla cura di sé.

La storia della nozione di epimeleia heautou è la storia di una nozione che nel tempo si è ampliata, i suoi significati si sono moltiplicati e perfino modificati. Al di là delle anticipazioni schematiche già proposte, allora Foucault indica ciò che in questa nozione troviamo:

«in primo luogo, il tema di un atteggiamento generale, di un certo modo di considerare le cose, di essere nel mondo, di realizzare determinate azioni, di intrattenere delle relazioni con gli altri. Il che significa che l’epimeleia heautou è un atteggiamento: verso di sé, verso gli altri, verso il mondo;

l’epimeleia heautou rappresenta anche una certa forma di attenzione, di sguardo. Curarsi di se stessi implica infatti che si converta il proprio sguardo, e che lo si faccia convergere dall’esterno verso… stavo per dire l’‟interno”. Ma lasciamo da parte tale termine (che, ammetterete, comporta un bel po’ di problemi), per dire semplicemente che è necessario convertire il proprio sguardo distogliendolo dall’esterno, dagli altri, dal mondo, e così via, per farlo convergere verso ‟se stessi”. La cura di sé implica un certo modo di vigilare intorno a quel che si pensa e a quel che accade nel pensiero. Vi è infatti affinità della parola epimeleia con meletē, che significa al contempo esercizio e meditazione;

in terzo luogo, la nozione di epimeleia non designa semplicemente tale atteggiamento generale o tale forma di attenzione rivolta verso di sé. L’epimeleia designa sempre anche un certo numero di azioni, e precisamente quelle azioni esercitate da sé su di sé, quelle attraverso le quali ci si fa carico di sé, quelle per mezzo delle quali ci si modifica, ci si purifica, ci si trasforma e ci si trasfigura. Di qui viene tutta una serie di pratiche che sono, nella gran parte dei casi, altrettanti esercizi destinati ad avere – nella storia della cultura, della filosofia, della morale e della spiritualità occidentali – una lunghissima posterità. Mi riferisco, per esempio, alle tecniche di meditazione, alle tecniche di memorizzazione del passato, alle tecniche per l’esame di coscienza, o ancora a quelle volte a sottoporre a verifica le rappresentazioni via via che esse si affacciano alla mente, eccetera.»

Il tema della cura di sé appare con chiarezza fin dal V secolo a.C.; attraversa, fino al IV-V secolo d.C., tutta la filosofia greca, ellenistica e romana ma anche la spiritualità cristiana: mille anni di trasformazioni, dunque, uno dei fili conduttori della storia di quei secoli.

Prima di concludere la sua presentazione al Corso, tuttavia, Foucault si chiede come sia stato possibile che una nozione così importante per il mondo antico sia stata trascurata dalla filosofia quando essa si è apprestata a ricostruire la sua storia.C’è sicuramente qualcosa nel principio della cura di sé che appare come perturbante. Sicuramente ha giocato il fatto che tutte le formule che ne sono derivate suonano come affermazione eccessiva di sé o sfiducia nella morale collettiva. L’etica generale del non-egoismo, che le regole debbono guidare l’azione si fondino su austere pratiche di vita, in antico sicuramente riposava sul principio della cura di sé. La ragione essenziale, tuttavia, dell’abbandono di questo principio andrà ricercato in quello che Foucault chiama ‘momento cartesiano’, cioè attraverso la riqualificazione del gnōti seauton e la squalificazione dell’epimeleia heautou. La prima operazione è fortemente affermata nelle Meditazioni, dove il principio di evidenza, da cui parte ogni scelta filosofica, si esprime come forma di coscienza, senza che sia possibile alcun dubbio. Inoltre, collocando il principio di evidenza all’origine dell’accesso all’essere nella forma dell’indubitabilità dell’esistenza personale, Cartesio fa del “conosci te stesso” uno degli accessi fondamentali alla verità. Anche se la distanza è immensa tra il gnōti seauton socratico e il procedimento cartesiano, il principio socratico viene assunto all’interno del procedimento filosofico anche dopo il XVII secolo. Per questa via, il principio dell’epimeleia heautou è stato progressivamente svalutato e dimenticato.

Se proviamo a definire la filosofia come la forma di pensiero che si interroga su ciò che permette al soggetto di avere accesso alla verità, «allora credo che potremo definire “spiritualità” la ricerca, la pratica e l’esperienza per mezzo delle quali il soggetto opera su se stesso le trasformazioni necessarie per avere accesso alla verità. Definiremo insomma “spiritualità” l’insieme di quelle ricerche, di quelle pratiche e di quelle esperienze che potranno essere costituite dalle purificazioni, le ascesi, le rinunce, le conversioni dello sguardo, le modificazioni dell’esistenza, e così via, che non tanto per la conoscenza, bensì per il soggetto, per il suo stesso essere di soggetto, rappresentano il prezzo da pagare per avere accesso alla verità. E si tratta di una spiritualità che, almeno per come appare in Occidente, possiamo dire possieda almeno tre caratteri.»

La spiritualità postula che il soggetto così com’è non è capace di accedere alla verità.

Il secondo carattere della spiritualità è rappresentato dal fatto che la conversione, la trasformazione del soggetto può avvenire secondo differenti forme, nella forma di un movimento che sottrae il soggetto al suo statuto e alla sua condizione attuale (si tratta del movimento ascensionale dell’eros), nella forma di un lavoro di sé su di sé (attraverso il lungo sforzo dell’ascesi).

«La verità è quel che illumina il soggetto, quel che gli concede la beatitudine, quel che gli consente di ottenere la tranquillità dell’anima. Insomma, nella verità, e nell’accesso a essa, c’è qualcosa che realizza il soggetto stesso, che realizza l’essere stesso del soggetto, o che lo trasfigura.» Non dell’individuo, ma del soggetto stesso nel suo essere di soggetto.

L’unica grande obiezione a tutto ciò è rappresentata dalla gnosi, che attribuisce all’atto della conoscenza valore assoluto nell’accesso alla verità. Il filosofo poi che si costituisce come eccezione massima perché non attribuisce alla spiritualità lo stesso valore che gli stiamo dando noi. Ma Aristotele, secondo Foucault, non rappresenta l’Antichità. Piuttosto, ne è l’eccezione.

La storia dell’accesso alla verità nell’età moderna coincide con tutte le pratiche che anche prima di Cartesio, ma che con Cartesio e dopo di lui hanno assegnato alla conoscenza la via d’accesso esclusiva alla verità. Le condizioni che rendono possibile tale accesso, ormai, non hanno più a che fare con la “spiritualità”. Inoltre, “è necessario non essere folli per poter avere accesso alla verità”; è indispensabile avere ricevuto una certa formazione e far parte di una comunità scientifica in cui vige un certo consenso. Pratiche e condizioni che non riguardano mai il soggetto in quanto tale. Si limitano a coinvolgere l’individuo in ciò che concerne la sua concreta esistenza, ma non la struttura del soggetto in quanto tale.

*

CAMMINARSI DENTRO (189) – Prendersi cura di sé (4): Il momento socratico-platonico, con l’apparizione dell’epimeleia heautou all’interno della riflessione filosofica. Prima analisi dell’Alcibiade di Platone.

*

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

    _______________________________

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
    _______________________________

    IL NOSTRO SENTIRE
    ___________________________

    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
    _______________________________

    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

    _____________________________

    Sulla Scrittura
    _______________________

    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)