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Quando mi rivolgo a me stesso, alla mia intimità, con l’introspezione e con il dialogo interiore, non mi incontro veramente, se non nella forma del monologo, e non realizzo alcuna conoscenza di me. Tutt’al più, potrei imbastire, nella scrittura, un confronto ideale con un Io immaginario, come in un dialogo tra due personaggi immaginari, uno dei quali potrei essere io! L’astratta coincidenza tra me che osservo e me che vengo osservato rende vana l’osservazione. In realtà, non c’è osservazione, per la coincidenza di soggetto e oggetto: non riesco veramente a farmi oggetto della mia osservazione, semplicemente ripiegandomi su me stesso. Io posso essere solo il soggetto che osserva. Non c’è reale ed efficace sdoppiamento, per rendere possibile l’osservazione, e se pure si richiedesse una tale incomprensibile ‘scissione’, non saprei proprio come realizzarla. Occorre, piuttosto, sviluppare la capacità di osservarsi vivere, prendendo in considerazione i modi in cui l’esistenza si manifesta: nel patire, nell’agire, nel pensare. Certo, ascolto le ‘voci di dentro’, ma quanto esse possono dirmi di ciò che più mi preme sapere, relativamente ai modi del mio consistere e al più autentico significato del mio modo di darmi al mondo? E’ proprio la natura di ciò che c’è di più proprio in ognuno di noi che rende difficile raggiungere il nucleo nascosto della persona, l’invisibile dell’esperienza, oltre l’apparenza data dal comportamento: la trascendenza della persona è il più concreto; non un aldilà che escluda ed elida l’apparenza; piuttosto, la profondità degli strati del sentire, non disgiunta mai dai modi del mio apparire. Lo sguardo più adeguato alla realtà della cosa è quello fenomenologico, il solo che sia capace di tenere insieme polarità distinte come esperienza e comportamento, apparenza ed essenza, visibile e invisibile, interno ed esterno…


L’ascolto della mia voce e l’osservazione dei miei gesti e delle azioni, l’esercizio della lettura, della scrittura, del dialogo con altri, l’imparare a morire come pratica di vita sono tutt’altra cosa: è solo un altro che incontro, se cerco me stesso; io mi troverò solo se mi cercherò altrove, in un altrove fuori di me, lontano dalle mie umidità gastriche.
E’ dentro la mia realtà umana, dentro i miei cambiamenti, nell’oscillazione tra progetto e destino che incontrerò l’altro che io sono: libertà in situazione.

La ‘scomposizione’ a cui assisto, se considero la mia realtà umana – per cui ciò che si dà non è un semplice ma una realtà cangiante, plurale, contraddittoria, sempre dislocata altrove… -, mi induce a pensarmi nei termini di un ordito di relazioni interne a cui corrisponde la trama delle relazioni con il mondo esterno. Indagare l’uno e l’altra è compito di queste riflessioni. E’ merito di Cacciari aver usato la coppia felice  ordito/trama, per restituire in immagine la struttura delle relazioni interne di cui è fatta la soggettività personale e la struttura delle relazioni che il soggetto intrattiene con gli altri: Sulla Relazione 12345.

La relazione con l’altro fuori di me è preceduta e accompagnata dalla relazione con l’altro che è dentro di me. Di relazioni si tratta, cioè del rapporto tra distinti, quando non di opposti. La natura dell’identità personale non è segnata dalla fissità dell’identità data una volta per sempre, come se fosse possibile per la persona consistere in una condizione data per sempre, senza alcuna forma di trascendenza, cioè di rinvio ad altro, nel profondo della coscienza e nel tempo della coscienza. Ciò di cui facciamo tutti esperienza è proprio il fatto che quell’altro che cerchiamo di afferrare – in noi e fuori di noi – si sottrae alla vista, quindi va cercato nelle sue manifestazioni contraddittorie, nella vita della coscienza, nelle trasformazioni del Sé indotte dall’azione sul mondo e del mondo sulla coscienza personale.

L’esistenza personale è contraddistinta dalle forme del tempo, dentro le quali andremo a cercare il concreto, cioè «gli interi di appartenenza delle cose che i fenomeni manifestano, secondo i principi di evidenza e di trascendenza. […] Possiamo definire tutti gli aspetti parziali della persona come momenti, e caratterizzare dunque la persona come un intero le cui parti proprie sono non-indipendenti: un intero indivisibile, un individuo. […] … le parti temporali sono parti non-indipendenti e vanno quindi intese piuttosto come aspetti temporali dell’intero (aspetti passati, presenti e futuri). […] … le persone potrebbero essere concepite come interi temporalmente estesi, che però sono “tutti” in ogni parte così come sono “tutti” in ogni atto. […] … nella sua essenza individuale, una persona è “unità concreta di atti” (Max Scheler):

«in ogni atto pienamente concreto sta tutta la persona, e in ogni atto (e per mezzo di esso) varia la persona intera […] Appunto per ciò non c’è bisogno qui di alcun essere duraturo, che si conservi nella successione, per assicurare l’“identità della persona individuale”. L’identità sta soltanto nell’orientamento qualitativo di questo “diventar altro”. Se cerchiamo di portare all’evidenza di un dato questo che è il più recondito di tutti i fenomeni, siamo costretti a ricorrere a immagini per indurre il lettore a guardare in direzione del fenomeno […] questo “diventar altro” nel suo modo individuale è ciò che precisamente costituisce il tutto della sua esistenza» (Max Scheler, Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori, San Paolo Edizioni 1996, pp.475-476).

[…] Alla questione “chi è questa persona?” noi possiamo rispondere in modo estrinseco, cioè fornendo tutta l’informazione usualmente contenuta nelle carte d’identità, o in modo intrinseco, in un modo cioè che è alla base di ogni vera conoscenza personale:

Se esamino la natura più intima di un individuo […] io la conoscerò e la comprenderò più profondamente quando avrò riconosciuto il sistema organizzato e strutturato delle sue opzioni e preferenze in materia di valori. Chiamo “ethos” il sistema di valori di questo soggetto. Ma il nucleo più fondamentale di questo ethos è l’ordine dell’amore e dell’odio, vale a dire la forma dell’organizzazione di queste passioni dominanti ed egemoniche, e in primo luogo la forma dell’organizzazione che si presenta a un livello divenuto esemplare. Le concezioni globali del mondo, così come gli atti e le azioni di un soggetto, sono sempre rette da questo sistema. (Max Scheler, Ordo amoris, Morcelliana 2008, pp.49-50)

[…] la fisionomia personale (“natura più intima”) di un individuo risiede fondamentalmente nella strutturazione assiologica del suo sentire […] la questione dell’identità personale si connette a quella dell’identità culturale […]» (Roberta De Monticelli, Ontologia del nuovo. La rivoluzione fenomenologica e la ricerca oggi, Bruno Mondadori 2008, pp.84-88.

Leggere

ROBERTA DE MONTICELLI, La fenomenologia come metodo di ricerca filosofica e la sua attualità, 2005

GIOVANNI PIANA, La fenomenologia come metodo filosofico

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)