Camminarsi dentro (24): Del sentire e del sentire morale.

[Gli spazi bianchi tra paragrafo e paragrafo non segnalano una svolta  del discorso: servono, piuttosto, ad indicare un ‘salto’ necessario del ragionamento: in realtà, i piccoli blocchi di testo che seguono meriterebbero uno sviluppo più adeguato. L’ampiezza della materia coincide con la storia della filosofia e con la storia delle neuroscienze! Le conclusioni provvisorie alle quali sono arrivato dipendono dal fatto che le nostre conoscenze della natura umana non sono definitive. Come tutte le argomentazioni personali, essa presenta i caratteri di un’argomentazione personale. Si tratta di uno sforzo personale di chiarificazione di me a me stesso condotto in pubblico, con la speranza che voci amiche sappiano raccogliere e restituire spunti ulteriori di conoscenza. Questo post finirà tra le Pagine esemplari (nel frame di sinistra), cioè tra i testi definitivi, che segnalano una ‘posizione’ da me raggiunta. Subirà rimaneggiamenti continui. Per questo, comparirà sempre di nuovo, con la data aggiornata, ad indicare un cambiamento significativo in esso intervenuto. I testi fondamentali dei miei maestri sono riportati nelle note numerate, che dovrebbero restituire una bibliografia ragionata, cioè una schedatura dei testi stessi, per indicare in una forma che non fosse quella della recensione, il contenuto teorico che ispira la mia esistenza; ma, se così fosse, ci troveremmo in presenza di un testo di natura diversa dal post di un blog!]

I) DISTINGUERE TRA SENTIMENTI PSICOLOGICI e SENTIMENTI MORALI

Vale la pena di occuparsi qui di sentimenti, e soprattutto di sentimenti morali, per l’influenza che essi esercitano sulla vita della nostra coscienza, per il grado di consapevolezza di noi stessi che rivelano, per la qualità della nostra persona che annunciano e mostrano.

Quest’ultima sarà ‘decisa’ dalla nostra capacità di attivare gli strati profondi della nostra sensibilità.

I filosofi in ogni tempo hanno scritto sulle passioni umane, trattando emozioni, sentimenti e passioni spesso in modo errato: hanno chiamato passioni quello che noi oggi chiamiamo sentimento, emozione, disposizione morale, abito di comportamento… (1).

Una più chiara conoscenza degli affetti ci aiuterà tutte le volte che ci sentiremo spinti ad ‘aiutare’ qualcuno in difficoltà: le persone impegnate nelle professioni d’aiuto possono prescindere da questa conoscenza, dovendo quotidianamente avere a che fare con le emozioni dell’altro?

Non dovrà essere riguardato come vera e propria consulenza filosofica il colloquio di motivazione, in cui sono impegnati per tutta la vita gli Educatori? (Gli psicologi rivendicano il territorio della psiche come competenza esclusiva della loro professione. Di fronte alle loro pretese imperialistiche – in pratica, penose, visti i risultati! – bisogna rispondere cacciandoli dalle scuole, dove pretendono di insegnare agli insegnanti a fare scuola. Si sono impadroniti del tema del bullismo, arrivando a sostenere che l’intervento compete a loro! In realtà, non capiscono niente di bullismo, perché non sono in grado di dire in pochi minuti di che cosa si tratta. Se, comunque, firmate i loro progetti e li pagate, vi faranno un Corso di formazione, durante il quale non potrete minimamente intervenire sul fenomeno, nella vostra scuola: loro sanno e loro interverranno. Invece, sappiamo tutti bene che il bullismo è il prodotto dell’assenza di regole. Nella mia scuola, con 900 studenti, non c’è bullismo. Questo, come tutti gli altri problemi della scuola, della famiglia e della società civile, sono problemi educativi. Gli psicologi, in questo, non c’entrano proprio per niente: non servono. Considerato che fanno i padroni in casa d’altri, è ora di cacciarli. Si tenessero pure la loro psiche. Noi ci occupiamo delle menti e dei cuori, delle anime delle persone: tutta roba che loro non capiscono.)

La ‘necessità’ di occuparsi di affetti deriva anche dal fatto che spesso le scelte dalle quali dipende la piega che prenderà la nostra vita non possono prescindere dal nostro sentire, cioè dalla tonalità dei nostri sentimenti: ad esempio, l’accettazione di una persona, quando non sia basata su una chiara conoscenza della stessa, risulterà con il tempo sicuramente poco meditata, se la scelta fatta si rivelerà controproducente.  Sempre, per noi, la conoscenza vale come ‘premessa’ per l’agire e per il sentire.

La nostra vita sentimentale è tutta punteggiata di momenti in cui abbiamo prima agito e poi pensato, e siamo stati spinti ad agire più dall’impulso che da chiare ragioni personali.
Quante volte scegliamo ciò che non è conveniente per noi, indotti a farlo da un fraintendimento del valore di quello che sentiamo? Quante volte affermiamo di avere un ‘sesto senso’, di avvertire chiaramente quello che ci si para davanti, e quindi procediamo, convinti di fare bene?

Della famiglia si è sempre detto che è il luogo degli affetti, è dove si fa esperienza dei legami affettivi… Ma la famiglia riesce (ancora) – ammesso che abbia saputo farlo bene in passato! – ad essere il luogo in cui si vivono esperienze morali condivise? In altre parole, la famiglia riesce a dare una moralità ai singoli che ne fanno parte? Aiuta a (ri)conoscere e a praticare la virtù, la rinuncia, il sacrificio, ad accettare il dolore, (esperienze tutte senza le quali non si dà vera crescita)?

La scuola, a sua volta, si dà – tra i suoi obiettivi – il compito di aiutare i ragazzi a costituirsi come soggetti morali? Cosa deve essere per essa il “prodotto finale” del suo ‘lavoro’ educativo?

«Va’ dove ti porta il cuore» non vale in assoluto; a parte il primato che si vorrebbe assegnare al motto letterario della Tamaro, estrapolandolo da un contesto testuale in cui non compare alcuna prescrizione di tipo assoluto. Per di più, io non credo al primato dei sentimenti. Ho sempre seguito Dante Alighieri, nel credere che dobbiamo farci guidare dalla ragione e non dalla volontà.
La volontà, poi, non è libera: aspira ad esserlo, ma il nostro arbitrio è ‘servo’. Preferisco pensare così, con Lutero e Cacciari: che il servo arbitrio aspiri a farsi libero e che questo sia il nostro compito, realizzare la nostra libertà nell’azione, con l’azione morale.

A me piace distinguere tra sentimenti e sentimenti morali. I primi sono sentimento tout court, cioè senza aggiunte, senza aggettivi che qualifichino ulteriormente la loro natura: al loro interno comprenderemo anche i sentimenti morali, ma ne parleremo a parte, come la parte più forte della nostra esistenza. Il nostro esistere e consistere qui e ora, come si suol dire, sarà di natura morale; ci declineremo al mondo come soggetti morali.

II) ‘SUPERARE’ IL DUALISMO CORPO-MENTE, MA ANCHE L’OPPOSIZIONE RAGIONE-PASSIONE, COGNITIVO/EMOTIVO (l’«errore di Cartesio», come è stato chiamato da Antonio Damasio).

Una certa pace, se non proprio una serenità piena, sarà stata conquistata proprio grazie a questa decisione, grazie alla volontà di ‘separarsi’ da ogni altra definizione dell’uomo – l’animale politico (Aristotele), l’animale razionale (Cartesio), l’animale simbolico (Cassirer, Eco) -, per dare al proprio esistere la consistenza di una soggettività che per me si qualifica essenzialmente come morale.

Del modo di pensare l’uomo, poi, c’è da registrare il fatto che prima di essere un animale pensante egli è senziente ed agente: il patire e l’agire come qualifiche costitutive della nostra umanità, che non separeremo mai dalla natura dell’uomo come animale che pensa: «Gli esseri umani sembrano essere un particolare tipo di esseri o almeno sono riconoscibili come tali, se adottiamo una prospettiva filosofica, non in quanto animali parlanti (e pensanti) quanto piuttosto come animali parlanti (e pensanti) e agenti (e pazienti) in un mondo strano e complicato che non è intrinsecamente “loro”» (2).
Se l’uomo fosse capace di pensare senza sbagliare, grazie al suo solo pensare; se l’esperienza che egli fa del mondo non fosse a sua volta fonte di sempre nuova conoscenza; se l’avvertimento dell’esistenza altrui, il sentire (l’altro) e il patire la relazione, non avessero alcun valore fondativo, se ne potrebbe pensare che si tratta solo di espressioni ‘basse’ nella vita della coscienza: la dimensione dell’intersoggettività, invece, si sta rivelando parte grande della natura umana, se si pensa soltanto ai risultati degli studi sul cervello degli animali e dell’uomo, che hanno rivelato l’esistenza di cellule  – i neuroni-specchio – specializzate nel ‘riconoscimento’ delle emozioni dell’altro…

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(1) Vedere, al riguardo, ROBERTA DE MONTICELLI, L’ordine del cuore. Etica e teoria del sentire, Garzanti 2003.

(2) SALVATORE VECA, Dell’incertezza. Tre meditazioni filosofiche, Feltrinelli 1997: su «ciò che vi è», su «ciò che vale», su «chi noi siamo».

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