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Domenica 18 dicembre 2011

Aver parlato tanto – dal 2 settembre 2007 a oggi – dell’esperienza personale, di vita ed educativa, in tutti i suoi aspetti, non è sufficiente, per quanto riguarda il resoconto del lavoro di volontariato. Mi sembra di non aver detto ancora nulla, se penso alle storie personali, al ‘contenuto’ dei singoli colloqui, all’esemplarità di spezzoni di dialogo che restano nella memoria come momenti che andrebbero fatti conoscere a tutti. Ho anche scritto un centinaio di pagine con una decina di storie personali, ma non le ho mai ‘pubblicate’ perché penso sempre che il dolore delle persone non debba essere ‘divulgato’, anche se mascherato con la scelta dell’anonimato.

Ho la sensazione qui, a ripensare agli oltre trecento articoli (WordPress chiama così i post) pubblicati, che il cuore dell’esistenza spezzata non è stato nemmeno sfiorato. Bisognerebbe riferire colloquio per colloquio le differenze rilevate nell’uso della parola, il venir meno delle rigidità dei muscoli del viso, l’abbandono di questo o quello schema di ragionamento… Bisognerebbe spiegare con quale linguaggio è stato ottenuto il risultato parziale che apre la strada a più sostanziose forme di collaborazione. Sulle descrizioni iniziali si tratta di ricostruire poi le interpretazioni intervenute a imprimere la direzione di marcia al lavoro di aiuto. Ho scritto sull’improvvisazione, finalmente. Dopo tanti anni di esperienza, si richiedeva quel chiarimento, che non è poi nemmeno compiuta espressione di tutto quello che accade quando ci avventuriamo nella terra di nessuno che ci separa dagli altri.

Nei trentacinque anni trascorsi a scuola, come insegnante di lingua e letteratura italiana, nonché di lingua e letteratura latina, sono stato sempre convinto di dover preparare la lezione del giorno dopo senza trascurare alcunché. Dovevo sapere bene, punto per punto, di che cosa avrei parlato: senza lasciare nulla all’improvvisazione! Ma il fatto più interessante è proprio questo: negli ultimi anni di insegnamento, forse perché convinto che prevalesse la stanchezza ad impedirmi di preparare le lezioni a casa, ho smesso del tutto di farlo. Sono entrato in classe provando autentica paura, perché temevo di restare in silenzio, senza sapere cos’altro dire, magari dopo un avvio pure interessante! Non è mai accaduto, invece, che io rimanessi senza argomenti. Mi sono convinto, addirittura, con il passare del tempo, che le ultime erano le mie lezioni più belle. La ricchezza dei riferimenti testuali e critici, il materiale esibito, gli schemi e le mappe proposti alla lavagna erano la riprova del fatto che avevo da dire non poco su tutti i temi prescelti.

Se nei primi anni di esperienza ero portato a condannare quasi ogni più piccola forma di improvvisazione è perché facevo coincidere improvvisazione con spontaneità ingenua, con espressione di sé non controllata e dunque aleatoria, cioè esposta ai capricci del caso e affidata al rischio dell’errore.

In realtà, improvvisare significa lasciare che il discorso prenda la sua piega; significa dargli una piega che comprenda in sé le suggestioni, i concetti, la trama delle idee che un buon inizio porta sempre con sé. E’ come lavorare su un tema musicale. D’altra parte, non partiamo sempre con il fissare un tema, girando intorno ad esso, descrivendo l’oggetto, passando alla classificazione dell’oggetto stesso attraverso il suo inserimento nella classe di oggetti di cui fa parte a buon diritto, operando successive categorizzazioni e gerarchizzazioni, per passare poi alla contestualizzazione e alla ‘storicizzazione’ del frammento di senso rinvenuto?

Se pensiamo alle anticipazioni degli incontri a cui la mente si abbandona sempre, nel corso della vita, quasi a voler tutto prevedere, tutto comprendere, prima ancora di aver fatto esperienza di ciò che l’altro ha da dirci, non si verifica poi puntualmente che nulla di ciò che avevamo ‘previsto’ si avveri? e non ci ritroviamo smarriti e inizialmente confusi, ma poi sempre più in linea, in sintonia con le cose che provengono dall’altro, giacché ci sforziamo di corrispondere a quanto proviene da quell’altra esistenza? e il nostro corrispondere, se non è per niente o solo in parte quanto pure avevamo ‘previsto’, ‘da dove proviene’? non è forse improvvisazione e basta?

Ma noi non smettiamo mai di stupirci di quello che esce dalla nostra bocca. Quante volte abbiamo concluso: è veramente interessante tutto quello che ho detto? non mi aspettavo di essere in grado di fare quello che ho fatto? A ben guardare, noi non facciamo altro che improvvisare.

Ma a questo punto si richiede una più solida ‘fondazione’ di questo dire apparentemente infondato.
Interviene la voce. Interviene il volto. Interviene l’esperienza tutta. Interviene la nostra conoscenza del labirinto. Interviene il rigore logico di cui siamo capaci. Interviene la conoscenza enciclopedica del mondo che possediamo. Interviene il cuore, con il suo ‘ordine’. Interviene la nostra moralità.
Di questo e di altro ancora abbiamo già parlato. Parlarne ancora, per far emergere il carattere comune e quotidiano di tutto ciò che precede, serve a dare ai passanti il senso di un fare che non discende solo da competenze e capacità personali: siamo tutti ‘interpellati’, chiamati dal mondo ad esprimere ciò che abbiamo da dire. E non accade mai che ci fermiamo a studiare i passi che faremo. Procediamo senz’altro nella terra incognita che è data dall’esperienza dell’altro, sicuri solo di questa volontà di agire. Senza di essa ci ritroveremmo costretti a sostare sterilmente sotto il nostro albero, a contemplare la vita che incalza le esistenze tutte, non concedendo a nessuno tregua.
La vita di relazione, di cui si sostanzia tutta la nostra vita, ci induce al mattino ad abbandonare le nostre tiepide case, per affrontare il mondo con il suo carico di sì e di no. La foresta dei simboli in cui tutti ci moviamo è anche il labirinto nel quale a volte ci perdiamo. A nessuno è concesso uno ‘sconto’. Quanto più intricato è il territorio in cui ci avventuriamo, tanto più dobbiamo confidare nelle nostre mappe. Sono esse che ci consentono di avanzare improvvisando la vita.

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)