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Sabato 19 gennaio 2013

CAMMINARSI DENTRO (443): Per amore di conoscenza

Amore è desiderio di conoscenza.
CESARE PAVESE

Alla domanda su che cosa sia per noi Educazione è possibile rispondere in tanti modi. Se pensiamo nello stesso tempo a cosa sia a fondamento dell’Educazione e cosa sia un Educatore per noi, ci sembra più urgente riferire ciò che abbiamo messo di personale nell’azione educativa e che è possibile rinvenire nel tempo dell’insegnamento a scuola, nel tempo dell’aiuto al Centro di ascolto, nel tempo della crescita di una figlia a casa.
Tutta la mia esperienza educativa è stata sorretta da idee non proprio ‘pedagogiche’: non ho scomodato le moderne Scienze dell’educazione per andare avanti: piuttosto, mi sono fatto guidare dalle neuroscienze, dalla filosofia, da tutto ciò che aiutava ad accrescere la sensibilità, dall’arte alla letteratura, alla musica e al cinema.
A scuola è stato facile: dovevo addestrare i ragazzi a sviluppare competenza nelle quattro abilità fondamentali – ascoltare, parlare, leggere, scrivere -, per accrescere le capacità espressive e comunicative. Su tutto, però, ho fatto prevalere la scrittura.
A casa mi sono fatto guidare dalla cultura femminista, perché si trattava di aiutare a crescere libera dalla paura una figlia.
Al Centro di Ascolto si tratta sempre di “riportare i ragazzi a casa”, di aiutarli a riconoscere ciò che esalta l’esperienza personale e ciò che la deprime.

Della mia vita so con certezza che ho sempre lavorato per dare continuità a tutto quello che ho fatto. Quando mi sono reso conto dei cambiamenti che intervenivano in me, perché mi lasciavo alle spalle un’epoca della vita ormai trascorsa, non ho mai indugiato a lungo a rimpiangere le cose belle dell’infanzia o della prima adolescenza. Sono stato, piuttosto, impaziente di scoprire cosa la vita mi riservasse di nuovo. Ho accettato sui banchi di scuola e poi all’Università che la ‘sintesi’ arrivasse a tempo debito e che le cose prendessero forma dopo sforzi cognitivi, tentativi ripetuti, errori. Ho capito presto che solo il lavoro dà risultati: intelligenza, volontà, attitudini aiutano, ma non bastano. L’oscuro lavoro quotidiano soltanto è il crogiuolo in cui precipitano tutte le intenzioni e i propositi e i sogni e le aspirazioni e le performance. Ho visto crescere la mia parte sana grazie allo studio e alla prova a cui sottomettevo le mie facoltà superiori.

Mi è sempre piaciuta l’espressione “lavoratori della conoscenza” scelta dal mio Sindacato per designare gli Insegnanti. L’accento per me è posto su ‘conoscenza’. L’espressione più difficile del nostro compito umano nello sforzo di costruire relazioni significative con gli altri è “la conoscenza personale”, cioè la conoscenza della persona. Tutto il nostro sentire dipende dalla nostra capacità di conoscere la natura dell’altro, per stabilire di conseguenza contatti e scambi emotivi fruttuosi, per allacciare rapporti e dare vita a relazioni durature.
Siamo abituati a ricondurre l’idea della conoscenza a complesse strategie di apprendimento che portino all’acquisizione del significato di termini, concetti, fatti, principi, regole, leggi… Se rivolgiamo lo sguardo dalle ‘cose’ alle persone ci rendiamo presto conto del fatto che non si tratta mai di venire a capo una volta per sempre del significato di un’esistenza, come se fosse possibile ridurre la trascendenza personale, tutto l’invisibile dell’esperienza personale alla fissità di un concetto! A volte ci accade di dire che ‘sappiamo’ chi è una persona, perché abbiamo attribuito importanza ad essa, perché occupa un posto nella nostra esistenza, perché siamo spinti dalla curiosità ad indagare ancora, per dare ancora senso, più senso al modo di declinarsi nel mondo di qualcuno. Se non ci faremo accecare, però, da impazienza e avidità, dovremo riconoscere che il darsi a noi di un’esistenza non è mai paragonabile al modo di darsi delle cose, su cui finiremo sempre per esercitare una qualche forma di possesso. Nell’amore, come in tutti i modi di relazionarci all’altro, ciò che incontriamo è un soggetto, mai un oggetto. ‘Ridurre ad oggetto’ della nostra azione l’altro è sempre impresa destinata al fallimento e generatrice di follia.
La vita del soggetto è possibile ‘afferrare’ solo nel tempo, giacché essa si dà solo nel tempo. Tutti i tentativi di fermare il tempo sono pura pazzia. Noi siamo abitatori del tempo. Siamo i mortali. Non possiamo fare altro che consistere qui e ora, nel nostro tempo mondano, consci del nostro sbandato andare. Ci è concesso istituire file di continuità per dare orientamento al nostro cammino. È nell’istante eterno soltanto che dura l’incanto delle cose belle. Riesce a rendere eterno ciò che non dura solo chi arriva ad attribuire valore alle cose.

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)