CAMMINARSI DENTRO (85): Abitare la distanza, un’etica del linguaggio.

Il Trattato della lontananza è un saggio di 191 pagine – edito da Bollati Boringhieri nel 2008 – che si articola in dieci capitoli che Antonio Prete dedica all’addio, all’orizzonte, al cielo, all’esilio, alla pittura della lontananza, alla sua cartografia, allo sguardo da lontano, alla musica della lontananza, all’amore di lontano, alle ombre dei morti.



Premessa

Raccontare la lontananza è dare presenza a quel che è sottratto alla presenza.
Pensare la lontananza è dare una configurazione e un ritmo all’invisibile, una lingua all’irraggiungibile. Accogliere l’estremo. Questo azzardo è pulsione propria di ogni arte.
La lontananza è il lontano osservato nel suo movimento verso la rappresentazione, nel suo divenire figura. Il lontano osservato nel tempo e nello spazio del suo accamparsi.
Lontananza, nella lingua italiana, è una parola prossima, non solo per forma lessicale, a ricordanza: Leopardi, con ricordanza, designava il movimento del ricordare, cioè il salire a un’«immagine antica» – un’immagine perduta, chiusa nell’oblio – verso una nuova presenza, verso un nuovo tempo. Il tempo della poesia.
Anche la lontananza, come la ricordanza, dice il movimento verso un nuovo tempo: il lontano si fa linea, da indistinto che era. Si fa luce, da ombrosa fluttuazione nell’oscuro. E si fa forma, da sconfinato informe che era.
Questo movimento avviene nel linguaggio, è opera del linguaggio. Tutte le arti ne partecipano. E’ il ritmo di questo movimento che permette alla lontananza di non abolirsi come lontananza, disposta a lasciarsi attraversare nelle sue sconfinate regioni. E’ questo rapporto con il linguaggio che impedisce alla lontananza di contrarsi nella superficie illusoria di una prossimità tutta artificiale, istantanea, provvisoria.
Proprio qui si colloca l’idea che a lungo mi ha accompagnato, prima di distendersi nel tempo di questo libro: descrivere alcune figure della lontananza, così come il sapere della letteratura le ha accolte e interrogate. Un proposito – una ricerca – che prima di approdare alla scrittura di questo libro, ha avuto un suo tempo, per dir così, didattico: per un decennio, nella mia Università, ho tenuto ogni anno un corso su una figura della lontananza.
E mi accorgevo, via via, di trovarmi nel cuore – nell’urgenza – di una questione tutta contemporanea. Perché oggi la lontananza non è più lontana. E’ prossima, transitabile, perfino domestica. E’ infatti nelle case, sul monitor del computer, sul display dei cellulari, nel suono che giunge agli auricolari. La tecnica del nostro tempo, la tecnica oggi trionfante, è infatti la tecnica del lontano. L’avverbio greco tele – lontano -, che compare già nei primi poeti greci, va a comporre gli elementi e gli strumenti della tecnica contemporanea. Telefono, televisione, telematica. Tutto quel che è lontano – isole, deserti, città, avvenimenti, paesaggi, costumi di ignote popolazioni – viene oggi verso di noi, bruciando il tempo e lo spazio della lontananza. Si fa contemporaneo. Si fa superficie, schermo, suono. Diventa il qui e ora offerto allo sguardo, all’ascolto.
La lingua greca declinava la lontananza dando figura, movimento, gesto alla rappresentazione di quel che era lontano. Così l’avverbio tele, unendosi ad altre parole, andava a comporre campi semantici diversi, che potevano designare, di volta in volta, la profondità del mare, l’ampiezza della fama e della risonanza, l’errare in regioni lontane, il mostrarsi di un oggetto da lontano, le popolazioni lontane, l’amante lontano, e così via. Oggi, per noi, quell’avverbio greco annuncia parole che indicano prevalentemente forme della tecnica.
Nel mondo della telecomunicazione la lontananza è come raccolta in un punto e contratta, imponendosi la rapidità, l’immediatezza, la simultaneità. L’universo della «rete» accoglie la lontananza nel bagliore istantaneo di un’immagine, di un suono, di una scrittura.
E’ la nostra epoca. Con la ricchezza e l’ambiguità delle sue forme, dei suoi modi di rappresentazione. Non si tratta di opporre alla tecnica della lontananza l’arte della lontananza. Si tratta solo di mostrare che compito del linguaggio – anche del linguaggio che è proprio della tecnica – è non ridurre lo spessore della lontananza, la ricchezza delle sue varianti, la profondità delle sue figure, i territori incommensurabili del suo spazio.
Non sopprimere la lontananza: un proposito all’altezza della nostra epoca. E la narrazione, la poesia, le arti tengono aperto lo spazio della lontananza, perché rappresentano la lontananza come lontananza. Perché esigono la collaborazione immaginativa e meditativa di colui che legge, di colui che osserva.
Scopo di questo lbro è di invitare il lettore a sostare per un poco sulle figure nelle quali la lontananza si racconta e dispiega, facendosi ritmo e passione, lingua e meditazione.

Il lavoro sociale che svolgo nel Centro di ascolto per tossicodipendenti e per le loro famiglie si avvale da anni di una modalità personale di ascolto che è sostenuta dall’esercizio della lettura del βιος dei ragazzi, nello sforzo ininterrotto teso a “dare una biografia” all’esistenza spezzata. Il cammino interrotto, la comunicazione interrotta accettano di essere ripristinati a condizione che le dimensioni dell’anima siano ‘tentate’ tutte: non si tratta solo di riprendere possesso delle ‘cose’ vicine. Esse, anzi, si sono fatte lontane per il ragazzo. Lo spazio linguistico in cui ci si muove insieme, allora, deve contemplare la possibilità di nominare le cose lontane, distanti, assenti, talvolta perdute.
L’insofferenza alla frustrazione e l’ostinazione impaziente si ‘curano’ con la pratica quotidiana dell’ascolto degli altri – ‘misurando’ la distanza che ci separa -, ma soprattutto con la ‘terapia delle idee’ (la pratica letteraria) e con l’alfabetizzazione emotiva.
Contro la confusione dei sentimenti, bisogna aiutare poi a sperimentare la giusta attesa, per rendersi degni di essere amati.
Dopo la simulazione e l’inganno, per sconfiggere il potere delle illusioni, praticare sincerità, veridicità, autenticità.
Per definire la linea di demarcazione tra interno ed esterno, per affermare la forza del pudore, il pensiero della lontananza è essenziale.

L’ethos del social worker è tutto qui, nella capacità di ‘oscillare’ assieme all’altro tra Progetto e Destino, in quello spazio mai interamente esplorato della coscienza personale che solo rende possibile sperimentare il tono di un incontro: la lontananza è ‘qui’ sempre in questione. Conoscerne il perimetro è vitale per il lavoro sociale.

Se è vero che «è destino a ciascuno di noi il carattere», ne va della nostra felicità, cioè della possibilità di consistere qui e ora, consapevoli della distanza che ci separa, della differenza che ci allontana.

Maturità è distinguere sempre più nettamente e unire sempre più profondamente (Hugo von Hofmannsthal).

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