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C’è un tempo della vita che sembrerebbe non tempo, se non intervenisse il cuore a ribellarsi all’ingiuria del mondo, che mi vorrebbe rassegnato e fuori gioco, inerte e preso dal tedio, insofferente del lungo scorrere del tempo, che dovrebbe sancire solo la vita trascorsa e vissuta e compiuta ormai… Accade invece di svegliarsi con un più acuto sentimento del tempo, con la consapevolezza nota della brevità della vita, cosa che è tale per tutti, ma senza rimpianti. Con la saggezza che viene dalla riflessione ininterrotta e dall’esperienza del dolore, per cui  il tempo trascorso è stato tempo vissuto con pienezza, e una parte grande di esso è stata donata agli altri con disinteresse e gratuità. Con questa saggezza, cioè con la consapevolezza di avere scelto il Bene e di averlo chiamato il Bene, è facile ricordare il Bene ricevuto. Fedele alla sentenza Chi non ricorda il bene che ha ricevuto non spera, posso dire che io ricordo; io so bene quanto ho ricevuto dagli altri.  Mi muove la speranza. Penso al futuro. Guardo avanti e immagino altri giorni felici, vissuti cioè virtuosamente, senza affanni né irrequietezze. Dovrei sentirmi povero e infelice? Rimpiangere un tempo che poteva essere impiegato meglio? Io ho impiegato bene il tempo migliore della mia vita, perché ho insegnato a scuola  al mattino e ho continuato al pomeriggio nel Centro di ascolto il lavoro educativo con i giovani.
I delinquenti al governo, che puntano a distruggere la scuola pubblica, non investendo denaro per essa, ma togliendole addirittura denaro, non possono nulla contro il lavoro che centinaia di migliaia di insegnanti fanno quotidianamente per questa sventurata nazione! Il fango che gettano sul lavoro degli insegnanti può solo indebolire l’azione educativa, ma non può distruggere le speranze di milioni di ragazzi che amano la scuola, perché in essa incontrano ogni giorno i loro simili, sperimentano la vita in tutte le sue forme e imparano a conoscere il mondo.
Senza riforme e a dispetto di tutte le inutili trasformazioni intervenute nel tempo, dal 1973 al 2008 sono salito sulla cattedra e ho parlato con i ragazzi. Con la lavagna e con il gesso, con la cattedra e con i banchi e con i libri di testo, abbiamo letto e scritto, abbiamo ascoltato e parlato. Abbiamo descritto il mondo. Abbiamo compreso i testi letterari e non. Abbiamo parlato delle cose apprese e abbiamo cercato sempre nuova conoscenza. Abbiamo espresso con la scrittura i sentimenti religiosi e morali, i pensieri e le speranze. Abbiamo dato forma al magma sottostante, a tutto quello che si agitava nella mente e nel cuore. Siamo cresciuti.  La scuola continuerà a vivere sempre, a dispetto dei fascisti e degli ideologi del libero mercato, che mirano a ridurre a merce tutto, per poter comprare e vendere tutto, anche ciò che non avrà mai prezzo.
I genitori di Libera Mente hanno voluto festeggiare il 25 settembre il compimento dei 60 anni da parte mia. Su una grande torta hanno voluto che fosse scritto: Per i tuoi sessant’anni vissuti con dignità. Se questo è vero, dovrei immaginare di non avere ora più dignità, solo perché un italiano, cioè un berlusconiano, ritiene che io sia vecchio, cioè inutile? Il cancro che divora l’Italia è vecchiaia e sudiciume, non la mia vita!
I giorni successivi all’infarto, nel 2000, furono segnati dalla sensazione netta che non di me solo si trattava: mi ritrovavo a pensare che, se mi sentivo fragile come il vetro, la vita degli altri non era meno fragile. Pensavo, anzi, a quanti si portano dentro una stenosi coronarica senza saperlo! Quanti vivono dissipando il bene della salute, contribuendo così ad accorciare il tempo concesso da vivere ancora!? Quanto era lunga ancora la mia vita e quanto la loro, quella dei sani che forse credevano di essere più sani di me?

C’è che questo tempo mi appartiene per intero, più di quanto non sia per chi mi riserva le sue ingiurie e magari vive ‘indaffarato’, come insegna Seneca, senza avere tempo per le cose belle e senza la capacità di godere di esse in pace. Tra queste ultime, ci sono le stesse cose di prima per me, nessuna esclusa. Se prima era scuola più colloqui pomeridiani nel Centro di ascolto, cioè lavoro educativo; ora è colloqui pomeridiani, cioè lavoro educativo, a cui si aggiunge lo studio più intensivo, la lettura, ma soprattutto la scrittura, accanto al lavoro educativo. Studio, lettura e scrittura sono finalizzati al lavoro educativo. Le ingiurie del mondo, allora, suonano oscure, ché non di me si parla quando si dice che sarei vecchio e pensionato, cioè fannullone, come amano dire i fascisti al governo, oggi.
Un tempo i vecchi e la vecchiaia erano considerati venerandi. Questo tempo di bulli e dispudorati, che non ha il senso del limite, incontrerà il proprio limite solo nelle catastrofi che puntualmente stanno arrivando. Non che io speri qualcosa!: gli stupidi per definizione non apprendono mai nulla. Tuttavia, sono costretto a distinguere tra vecchio e vecchio. Se i vecchi sono disprezzati e dimenticati, oggetto spesso di violenza, sfruttati quando hanno qualche soldo; non per questo, mi sentirò parte della massa informe e senza nome di coloro i quali sono misconosciuti da questa sventurata nazione, interamente berlusconizzata e vittima morale delle mafie di ogni genere, nonché del suo familismo amorale. La responsabilità personale sotto la dittatura, di cui parlava Hannah Arendt, si applica per me anche ai tempi presenti: la viltà degli italiani risplende in tutta la sua grandezza.
Se una volta l’ultima età della vita era sempre riconosciuta e rispettata, le derive del tempo hanno provveduto oggi a dissolvere ogni cosa. Non poteva essere risparmiata la vecchiaia. Se i cosiddetti italiani rinnegano il loro passato fascista, per poter tornare allegramente a fare quello che hanno già fatto, con un altro nome, non c’è speranza per questa che non è mai stata una nazione che i suoi figli – non importa quale sia la loro età – vengano rispettati da gente che non pronuncia mai la parola cittadino: questi sono gente, telespettatori, tifosi. Niente altro.

Il tempo che viene è di una qualità speciale, sapido come i frutti d’autunno che siano stati lasciati maturare in pace. Questo tempo che mi viene incontro è fatto di musica, di luce, di dolci amici, di sogni probabili e lieti, di ricche letture e scoperte, soprattutto di scoperte. Perché il tempo che non è tempo è solo quello di chi non conosce lo stupore che si prova di fronte alla bellezza morale e con occhio malevolo si avvelena l’anima, invidiando la mia pace e la voglia di continuare a stupirmi delle cose belle. Lascio a chi sa solo ingiuriare la vita l’affanno e l’avidità del tempo che non basta mai, perché il suo impiego è segnato dall’assenza della compassione e dal tedio. Le persone stupide – cioè cattive – continueranno a cercarmi dove non sono. E’ bene che non sappiano dove maturano i frutti di questa stagione. Non si prenderanno certo cura loro del mio giardino! Ma non per questo verranno meno i colori e i profumi, che l’aria spande intorno anche per me.

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)