CAMMINARSI DENTRO (100): E’ tempo di padri.

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È tempo di padri.
Il grande Anno delle Madri sta declinando.
Proprio nel massimo del suo fulgore il tempo del femminino mostra limiti e mostruosità a lungo nascoste.
La fratellanza inquieta dov’è?
Dove la casa comune?
Il sogno reciproco?
La merce sulle bancarelle si fa stantia.
Altre voci incalzano. Padri sereni avanzano severi e corrucciati.
Per niente disposti ad annuire scontenti.
È tempo di padri.

Non si tratta di fondare movimenti o di dettare proclami. Non c’è da contrapporre ragioni a ragioni. Piuttosto, è ora che i padri si assumano le loro responsabilità di padri. Dopo che è stata decretata la loro morte, è tempo di far sentire la voce che è propria del padre. La pazienza e la lungimiranza, la capacità d’ascolto e il perdono, il coraggio e il silenzio, il segreto… Bisogna procedere da soli, non attendere e non vivere di risulta, appoggiati alla sponda femminile. Non bisogna lasciare che siano le donne a decidere, per evitare conflitti anche gravi: se le donne sono incapaci di tenere a bada la loro Ombra, non rassegnarsi alla loro violenza. Gli amori nascono e muoiono. Le relazioni basate sul primato della stupidità non servono a niente: generano lutti e rovine. Tenere ben distinti i ruoli di maschio e femmina, moglie e marito da quelli di padre e madre. Riconoscere e rispettare il ruolo della madre e pretendere che la madre faccia vivere presso i figli la figura del padre. Riconosce e rispettare il ruolo del padre e pretendere che il padre faccia vivere presso i figli la figura della madre. L’esperienza nel Centro di ascolto insegna che spesso la madre nega la realtà del padre, come accade pure che padri autoritari neghino la realtà della madre. Il diniego è la causa prima della violenza. Nessuno accetta di buon grado di vedere negato il proprio ruolo, la propria funzione educativa. Allora, è indispensabile che ciascuno per la propria parte, se essa è oscurata dal partner, proceda senz’altro, senza indugi, che parli con franchezza e onestà ai figli, perché emerga finalmente il padre.

Essere madri, compagne, padrone di casa, lavoratrici. Tutto in un giorno. Quante donne affannate si rendono impazienti, inadempienti, prede dell’Ombra! Sembra quasi che altro a momenti non sia dato vedere, se non duri riflessi dell’Ombra.

Nel 1975 ho visto esplodere il femminismo in Italia, una nuova stagione di diritti, la nuova donna, parità più che uguaglianza, case editrici, antropologhe, filosofe, tanta letteratura. (L’onda è giunta fino a noi, a questo Evo di ferro, in cui ritorna il fascismo, la violenza imperversa dappertutto, contro i bambini, contro i diversi e gli stranieri, i tossicomani, i disabili, i deboli, le donne). Le mie amiche di allora dichiaravano tristi che non sarebbero state felici, che solo le loro figlie avrebbero visto il nuovo: loro portavano ancora nell’anima i segni della civiltà che tramontava sotto i colpi della dignità delle donne finalmente ritrovata. Bisognava aspettare venti o trent’anni, forse anche più, per vedere la nuova donna nascere finalmente libera in una società che non avrebbe educato più alla sottomissione e al silenzio. In quegli anni ero femminista anche io. Mia figlia Sara era nata un anno prima. Ero con lei, impegnato a farla crescere libera, cioè senza paure. Con il tempo, ho smesso di dire di essere femminista: qualcuno mi guardava in cagnesco. Correva questa voce: “Non c’è niente di più tristo / di un maschio femministo”. Sentivo di non poter sopportare nemmeno il pensiero che una donna potesse essere violentata. Ero pronto all’evenienza di una violenza per strada. Giravo armato, per sentirmi pronto a difendere una donna che potesse essere aggredita da un balordo. Insomma, ero felice del nuovo. Sentivo che ne saremmo usciti rigenerati tutti. E così è stato. Ho visto crescere i miei alunni negli anni ottanta e novanta, fino a questo decennio che volge al termine. C’è stata una mutazione antropologica anche per i maschi. Non più padri-padroni né primi o più forti. Abbiamo imparato a distinguere i tratti del carattere maschile da quelli del carattere femminile. Io non condivido l’ottimismo teorico di chi considera superata la Frauenfrage: la lotta tra i sessi non è mai finita. Si è aggiornata. Ha assunto nuove forme. Eventi culturali e di costume si sono succeduti numerosi nel tempo, fino a disegnare un paesaggio che non consente di dire più che siamo al cospetto del maschio di una volta o della donna di una volta. questo nuovo, tuttavia, non si lascia interpretare univocamente. Se appena ci mettiamo a discutere, la distanza delle opinioni si fa all’improvviso grande. Io ragiono in termini di genere umano maschile e di genere umano femminile, per significare una diversità, una differenza, una distanza che sono destinati a crescere, a dispetto dell’ottimismo ingenuo che circola nella nostra società. i facili costumi sono scambiati per vicinanza e facilità delle relazioni.

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