Lunedì 21 gennaio 2013

CAMMINARSI DENTRO (445): FAUSTO PELLECCHIA, Un’idea sull’amore

Che la filosofia contenga già nell’etimo del suo nome un’originale  relazione con l’amore e il desiderio, è una caratteristica tenacemente rammemorata nella sua plurimillenaria tradizione.
 
Si suole ripetere che proprio questa relazione amorosa definisca la sua  dimora, nella distanza che la separa tanto dalle solitarie vette della sophia, quanto dai virtuosismi dell’antilogia sofistica.
 
Ma essa non potrebbe  attestarsi come inesauribile amore del sapere senza costituirsi, al tempo stesso, come sapere dell’amore, nel senso però di un genitivo soggettivo che non riesce mai a venire a capo di se stesso come genitivo oggettivo. In altri termini,  l’amore in cui abita la filosofia sarebbe nient’altro che un pensiero che ama o l’amore stesso in quanto pensa e si pensa, senza mai riuscire a raggiungersi come un sapere d’amore (che resta piuttosto riservato alla poesia e alla letteratura).
 
D’altra parte, proprio a Platone, che ne segnò per sempre la storia, vien fatta risalire la prossimità di quella scienza senza oggetto, che in occidente prese il nome di ontologia – sapere votato all’esistente puro, senza  proprietà – e della passione amorosa. Ciò a cui la filosofia volge il suo sguardo affascinato è l’esistente come tale che, sottraendosi ad ogni predicato reale, può essere appresa solo come punto di arresto del potere nominante del linguaggio.
 
Reciprocamente, ciò che appassiona nell’amore è propriamente solo l’esistenza dell’Altro che, svelandosi come imprendibile prossimità, si mostra come l’unico, quotidiano “miracolo” di cui ci sia riservata l’esperienza. L’intenzione suprema della filosofia consiste infatti nell’educare alla meraviglia più trita e, al tempo stesso, più imparabile: lo stupore che l’altro semplicemente sia, al di là o al di qua delle mie attese, dei miei desideri o del mio potere, meravigliosamente sciolto dalle parole e dai discorsi che tentano di catturarlo e di darne ragione – essendo piuttosto, proprio in questa loro impotenza, già da sempre a lui rivolti.
 
Di qui, l’inconsistenza dei tratti che nel discorso corrente sono raccolti sotto la rubrica di “amore platonico”.  Tanto l’idea che l’amato sono infatti esprimibili solo attraverso la radicale anonimia del nome, cioè attraverso l’impossibilità del nome di nominare la sua stessa capacità di chiamare l’Altro, di rivolgersi unicamente ad esso.
 
Non è un caso che l’idea platonica abbia la sua espressione tecnica nel nome della cosa seguito da “autò”, cioè nell’anafora del nome: l’idea della rosa è “la rosa stessa”.  Reciprocamente, la tesi secondo cui  l’Agathon è l’idea al di sopra di ogni altra idea, esprime il singolare statuto ontologico dell’amore: l’Agathon (solitamente tradotto con “il Bene”) non ha alcuna connotazione morale, ma appartiene alla famiglia di “agapao” (= amare, aver caro, da cui “agapeton” = amabile, desiderabile).  Che “esistente”  (ens) non sia un predicato reale, ma inerisca a ogni predicazione senza però aggiungervi alcuna proprietà, ciò può solo significare, se ben si riflette, che l’“agape” insegue unicamente l’essere dell’altro, non le sue qualità; e poiché  non potrebbe mai appropriarsene, lo cerca solo mantenendosi da esso indefinitamente a distanza: lo reclama, lasciandolo essere tale qual è, nella splendida sembianza del puramente Amabile.
 
Una prima indicazione proviene dall’aporia della categorizzazione dell’oggetto amato.  Ciò che rende possibile l’innamoramento e ne costituisce la causa, non è né il bello, né il buono né, tanto meno, la somma dei predicati reali con cui invano l’intelletto si sforza di afferrare l’essenza dell’amabile.
 
Se l’amante si dichiarasse dicendo: “Ti amo perché sei bello e intelligente, perché sei onesto e generoso, perché mi copri di attenzioni, perché mi sei fedele, ecc.”, bisognerebbe assolutamente diffidare delle sue parole. Molto più disperatamente autentica sarebbe l’ammissione costernata:  “Sono follemente innamorata di te, sebbene tu non sia né bello né intelligente, ed anzi un bugiardo,  egoista e  mascalzone…!”.
 
In questo senso, un’erotica filosofica sarebbe una versione profana della teologia della grazia:  l’essere eletti  senza merito, in virtù di un imperscrutabile volere – per non dire un capriccio – del dio, diviene il presupposto necessario da cui misteriosamente consegue l’amabilità  dell’oggetto. Per questo, ogni sapere e ogni discorso d’amore si arresta, infine,  sulla soglia del nome dell’amato, che lo interpella e  lo invoca nella sua intatta, inafferrabile singolarità

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    EMOZIONI E SENTIMENTI
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)