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Martedì 22 gennaio 2013

CAMMINARSI DENTRO (445): Noi siamo responsabili

Il saggio di Vittorio Zucconi e Valeria Vaccari, Psicologia della responsabilità nella tossicodipendenza è del 1997. Ne venni a conoscenza attraverso il rogersiano Paolo Iaria, per qualche anno Supervisore del gruppo degli Educatori di Libera Mente, in qualità di medico psicoterapeuta, impegnato per 14 anni nella sede di Exodus di Santo Stefano in Aspromonte. Grazie a loro, abbandonai l’idea iniziale dell’“irresponsabilità” del tossicodipendente.
Pensare questa ‘responsabilità’ non è mai stato facile: bisogna fronteggiare la ‘naturale’ tendenza del tossicomane alla manipolazione, ma nello stesso tempo bisogna cercare un varco in cui inserirsi per comunicare con la sua parte sana. Solo in questo modo è possibile prendersi cura della persona che si rivolge a noi in cerca d’aiuto.

La prima competenza da sviluppare è proprio nella capacità di tenere insieme gentilezza e fermezza: l’accoglienza rispettosa e affettuosa accompagnata a lucido scetticismo sulle parole non verificate con la famiglia.
La prima mossa della ragione è data dalla proposta di aprire il ‘confronto’ con la famiglia: di solito, usiamo l’argomento che vogliamo ottenere almeno il risultato che la famiglia non danneggi emotivamente il lavoro che facciamo; successivamente, diremo che la famiglia ‘ci serve’, perché riteniamo che debba essere aiutata ad uscire dall’assedio in cui necessariamente si è chiusa. A tutti diremo che la ‘droga’ si combatte a viso aperto, senza trucchi, senza accordi segreti con nessuno. Per questa via, il ragazzo si trova sempre più ‘stretto’ tra gli obblighi a cui viene chiamato: accordi di ogni genere saranno tentati, per tastare il suo grado di ‘libertà’, la responsabilità che è in grado di esprimere.

Quando ho avviato l’esperienza di volontariato, nel 1989, ho scelto, tra le altre formule propiziatorie, le parole del sociologo tedesco Sigfried Kracauer: «La realtà si comprende a partire dai suoi estremi». Per molto tempo, ho pensato che per comprendere la salute, la sobrietà, la normalità occorresse concentrarsi sulla malattia, sull’eccesso, nel nostro caso, sulla dipendenza. Il risultato non è dato per ‘sottrazione’, cioè ‘togliendo’ tutte le condotte disfunzionali. Non basta immaginare che si debba esser sobri. Nemmeno aiuta pensare ‘per confronto e contrasto’: paragonata a quella del ‘malato’, la nostra vita ‘normale’ sarebbe sempre preferibile, come se anche in essa non si annidasse il germe del dubbio, il gusto dell’avventura, l’amore del rischio, la tentazione del gesto irresponsabile! Anche a noi piace bere il buon vino. Chi deciderà per noi fin dove sia prudente spingersi? Insomma, siamo liberi. Quando ci svegliamo al mattino, non sappiamo se ci faremo guidare da un demone buono o da un demone cattivo. Siamo esposti, come i nostri ragazzi, che si perdono nel gorgo muto della dissolvenza, a cui amano abbandonarsi per dimenticare quanto sia insopportabile consistere in questo tempo, in questa città, in quest’ora della vita. Occorrono buone ragioni per non cedere all’angoscia di morte che ci attanaglia. Il nostro destino dipende in gran parte dalla capacità di opporci all’ineluttabile e all’immensurabile, per arrivare a consistere qui e ora, paghi di quello che abbiamo, anche se dappertutto risuonano le grida scomposte di chi soccombe sotto i colpi di fortuna.

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)