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Il volto è l’anima del corpo
LUDWIG WITTGENSTEIN

Finzione suprema o suprema menzogna? Ne converrete con me: più ‘menzogna’ che finzione! Se l’apparenza del volto fosse di per sé veicolo di verità, se dovesse indubitabilmente condurci al cuore della verità, ‘al cospetto’ delll’anima dell’altro, non saremmo già paghi del nostro sguardo? Non saremmo assolutamente certi del nostro ‘vedere’? Non sapremmo già tutto ciò che c’è da sapere?

E se è così – cioè, se siamo sempre sulla soglia, al di qua della Realtà umana dell’altro -, non siete disposti a riconoscere che, pur disponendo di volti, convinti di possedere l’accesso all’anima, in realtà non sappiamo molto di ciò che vorremmo sapere: il Segreto di un’anima, la sua vera natura, l’essenza nascosta?

Non è stupefacente il fatto che siamo protesi a cogliere un’ultima verità, la verità più vera di tutte le altre, come se la superficie delle cose fosse mera parvenza, mai una sostanziale ‘presenza’, ingannevole immagine di altro, che sta ‘dietro’ o ‘sotto’ ciò che appare?

Se pure siamo arrivati a ‘toccare’ qualche volta l’essenza, il cuore della cosa, perché poi continuiamo a cercare, magari ‘la stessa cosa’ che avevamo ‘afferrato’? Perché poi ‘la cosa’ ci sfugge?

Non è forse vero che non ci accontentiamo di quella fugace apparizione, quell’istante estatico, che troppo poco risulta se paragonato al nostro chiedere insistente?

Anche il volto cade sotto la scure del desiderio! Vorremmo appropriarci di un oggetto che oggetto non è, anche se le nostre mani corrono a disegnare la faccia che abbiamo di fronte! Quante volte le dita sapienti hanno percorso gli anfratti e si sono fermati sulle pianure facendosi lieve carezza? Ma le nostre mani conservano forse traccia del ‘possesso’ realizzato? Le nostre mani sono condannate a restare vuote!

E che dire degli occhi, che pure vorrebbero bere insaziati la luce che traspare ogni giorno, a ricordarci un’oltranza che non attingeremo mai? Non vogliamo noi forse sostare per sempre a guardare, perché sappiamo già che quando distoglieremo lo sguardo la cosa non sarà più? Questo è già più umano, più consapevole e umile saggezza di vita.

Quando impareremo a riconoscere che le cose belle, che pure sono per noi – non ci sono negate! -, non ci appartengono per sempre? Più doloroso ancora ammettere che non ci appartengono nemmeno per un giorno, per un’ora!

Cos’è allora il nostro consistere qui e ora, di fronte alla luce, se non un inesausto trascorrere da presenza ad assenza, da apparire a scomparire delle cose? Ciò che si staglia davanti a noi non è mera luce, di cui l’ombra sarebbe solo la ‘negazione’! Siamo impastati di luce e di tenebra. Il nostro apparire è in uno ritrarsi immediato. Siamo l’oscillante presenza che vive solo di memoria e oblio.

La malinconia non è altro che trascinarsi dimentichi della bellezza che pure ci sorrise poco fa. E che cos’è memoria se non la presenza a noi della lunga traccia delle cose, di un profumo che resta nell’aria, di fattezze e di ombre, di schegge vibranti e di tenue penombra, quando non il tuono che sconquassa la superficie e ci spaventa e ci abbatte? e sta lì a ricordarci che non di astratte simmetrie e armonie nascoste e proporzione e misura è fatta la cosa?

E se la cosa è persona, vivente persona, che si avvicina a noi per allontanarsi subito dopo, cosa ci sarà concesso se non che quella presenza si fermi per noi ancora un po’, magari che si installi presso di noi, nella nostra casa, nel nostro cuore, per rendere meno doloroso il tempo della necessaria lontananza, dell’assenza, della mancanza, quando non del distacco o della perdita?

Cosa vive della vivente presenza dell’altro presso di noi oltre alla viva presenza se non avremo imparato a far durare l’incanto dei giorni nei simulacri della nostra mente e nei fantasmi del nostro cuore? se non sentiremo più risuonare una voce, apparire l’immagine viva della creatura, trascorrere davanti a noi file di continuità che valgano a ingannare la Morte e a far durare per sempre un Volto, finalmente?

Cos’è volto, in fondo, se non il mito vivente che ci costruiamo giorno dopo giorno, facendo di una faccia un volto e di un giorno una serie di giorni e dei volti e dei giorni una storia, una biografia, che potremo scrivere solo noi?

A chi chiederemo compassione e conforto per i nostri giorni vuoti, se non avremo creato dal fondo di tutte le cose che ci sono più care luce e ombra, perché è di quest’ultima che vive nascostamente ciò che appare a noi e che non appare mai invano?

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Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)