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Lunedì 22 ottobre 2012

CAMMINARSI DENTRO (431): Una segreta tragedia

«Sono sempre i nostri muri quelli contro cui urtiamo e su cui proiettiamo la nostra immagine del mondo, sia che cerchiamo di amplificare il nostro spazio, sia che vi accatastiamo i nostri beni.»

«Solo chi rimane completamente se stesso si presta alla lunga a venire amato, perché solo così, nella sua pienezza vitale, può simbolizzare per l’altro la vita, essere avvertito come una potenza di essa. Non vi è errore più grande nell’amore dell’adattarsi timorosamente l’uno all’altro e di uniformarsi a vicenda…».

«Un eterno rimanere estranei nell’eterna vicinanza è dunque il segno più pertinente e inalienabile di ogni amore in quanto tale: …non solo nel disprezzo o nell’amore non ricambiato, infatti, ma dappertutto, ovunque dove ci si ama, l’uno sfiora solo l’altro lasciandolo poi a se stesso. E’ sempre una stella irraggiungibile che noi amiamo, e ogni amore è sempre nella sua profonda essenza una segreta tragedia, ma proprio per il fatto di esserlo riesce ad avere effetti così potentemente produttivi».

LOU ANDREAS SALOME’, Riflessioni sull’amore (1900)

A proposito delle ragioni di un amore, se ci chiediamo perché proprio quella persona sia diventata ‘oggetto’ del nostro amore, siamo giunti ad una consapevolezza tragica: siamo divisi, in noi, tra le ragioni manifeste e quelle che ci sfuggono, tra chiarezza e oscurità. 
Sulle ragioni manifeste è stato scritto per secoli. Possiamo dire di sapere per quante vie possiamo incamminarci. E’ stata descritta, con Il portiere di notte, perfino la ‘nazificazione’ dell’amore.
Meno noti sono i percorsi, gli infiniti percorsi possibili che abbiamo ricondotto alla nostra capacità di divinare da quel fondo enigmatico e buio di cui ci parla Platone.  Tentare di costruirne una mappa è impresa impossibile, perché dovrebbe coincidere con la nostra capacità di invenzione, con la sfera della nostra libertà.
L’attività di cui parliamo è l’improvvisazione. Quante volte ci è capitato di stupirci di noi stessi, per aver detto (e fatto) cose che sembravano avere un soggetto diverso da noi? Possiamo parlare anche di spontaneità. All’opera è la fantasia, la facoltà inconscia della nostra anima che ‘produce’ ad occhi aperti discorsi e azioni. Diremo, allora, che ci sono i momenti in cui controlliamo le nostre azioni, che sono prodotti per lo più consapevoli del nostro sentire. Ci sono, poi, momenti di ‘abbandono’, di espressione di sé incontrollati: i nostri atti non sono veri atti, perché si tratta di manifestazioni impreviste della sensibilità contraddistinte da gestualità, mimica facciale, vocalità. Oltre il dominio del ‘verbale’ puro.
Siamo portati tutti a credere nell’amore per questa ragione, perché il sentimento si manifesta in forme imprevedibili e questo ci fa pensare che sia autentico il sentire di chi vi si abbandona, non essendovi controllo alcuno sui comportamenti e sugli atteggiamenti personali. Quanto più grande è questo abbandono, tanto più chiaro ci apparirà l’attaccamento che la persona realizza quotidianamente nei confronti delle persone che ama.
Tuttavia, la natura di questo attaccamento sarà influenzata dal modo di sentire e dalla sua 
intensità, dall’educazione sentimentale della persona e dalle convinzioni che accompagnano quel sentire.
La serietà delle intenzioni di una persona, allora, dovrà essere osservata nel tempo e così compresa, fino a nuova smentita da parte della realtà.

Di quest’ultima, forse, bisognerebbe parlare veramente. Il senso comune, e noi con esso, è portato a pensare la realtà come la pura oggettività, lo spazio dei dati di fatto che non sfuggono mai alla comprensione, tanto forte è la luce con cui ci si mostrano. Sembra che stiamo parlando di ciò di cui non sia possibile dubitare mai in alcun modo.
A me piace dire nel Centro di ascolto in cui lavoro che alla verità preferisco la realtà (c’è una madre che mi guarda con sospetto: mi ricorda periodicamente che sa bene che io non credo nella verità!, come se fossi un viandante che ha smarrito la strada): solo la realtà smentisce veramente le mie illusioni e falsifica le mie congetture, le supposizioni, ogni argomentare quotidiano su ciò che vi è, se non ci sia opportuna congruenza tra le parole e le cose. La conquista più grande è proprio nel riconoscere che la nozione di realtà è più ampia di quella di verità. È come se la realtà fosse più vera della stessa verità! C’è più verità nella contraddittorietà del reale che non nella fissità, nella rigidità di un fatto che pure sarà vero, perché è accaduto. Ce ne sono le tracce, le prove, le testimonianze. Tuttavia, la verità di un ‘piccolo’ fatto non può essere assunta nelle relazioni umane al rango di verità ultima. Se così fosse, se invocassimo quella ‘piccola’ verità come guida per l’azione, rischieremmo di farci guidare ora da questo ora da quel fatto, senza venire a capo di alcuna verità vera. Per questo, io preferisco dire che “la verità è il tono di un incontro”. Vladimir Jankélévitch chiama le-presque-rien, il-quasi-niente, quello che stringiamo tra le mani quando ci affanniamo ad inseguire le nostre verità quotidiane.

Inscritta nei registri del Reale, del Simbolico e dell’Immaginario, la nostra esperienza non è la cosa di cui si appropria tanto facilmente il senso comune, per dire che ieri abbiamo fatto questo e quest’altro ancora, come se tutto ciò che è apparso si fosse mostrato nella sua evidenza incontrovertibile.
I tre super-concetti possono essere compresi solo se pensati in connessione l’uno con l’altro. Secondo Recalcati Reale, Simbolico e Immaginario “sono tre vettori, tre linee di forza. Abbiamo il vettore che va dal reale all’immaginario. Il reale coperto dall’immaginario dà il senso di realtà e la realtà è precisamente l’effetto di questo ricoprimento immaginario del reale. La castrazione rende possibile l’accesso alla realtà. La realtà non è il reale per Lacan. La realtà è il reale coperto dall’immaginario e dal simbolico. La freccia che va dall’Immaginario al Simbolico è la freccia del senso. La dimensione della verità implica il rapporto tra immaginario e simbolico. La verità si dà come simbolizzazione dell’immaginario. Ogni volta che accade la simbolizzazione dell’Immaginario c’è effetto di verità…”. Dobbiamo partire da qui per comprendere le vie che prende la nostra coscienza quando si abbandona all’esperienza amorosa. Per fare veramente i conti con la verità credo che costituisca una via obbligata fare i conti con la realtà. 

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)