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Una serie di articoli raccoglierà la lunga esperienza di studio dell’ultima opera di Duccio Demetrio. Procederò con scadenza settimanale alla trattazione del contenuto, concentrandomi su capitoli e paragrafi. Avevo segnalato la sua uscita in novembre. Lo stesso articolo viene rimaneggiato oggi e porta perciò la data dell’aggiornamento. Sarà arricchito con la riflessione che condurrò sulle parti di cui si compone, capitolo per capitolo. Più che recensione, sarà una mia personale valorizzazione di tutta la ricchezza del testo: restituire in un breve saggio le suggestioni innumerevoli del testo stesso non è compito facile. Demetrio, infatti, ha una scrittura densa, sintetica, in cui confluiscono esperienze pluridecennali: a volte, un passaggio innocente racchiude in sé spunti di riflessione che da soli meriteranno interi articoli. Si tratterà, in parte, di fare il lavoro inverso. Se la sua opera è lavoro di sintesi di una vasta materia di studio, bisognerà risalire analiticamente a ciò da cui proviene, basandosi sulla pura testualità, ma anche su tutte e sette le condizioni della testualità. Ad esempio, un raccordo con gli altri testi da lui dedicati alla scrittura o che contengono capitoli in cui la scrittura gioca un ruolo importante (intertestualità).


Di scrittura Duccio Demetrio aveva già parlato abbondantemente nella sua opera precedente. Non solo, come è naturale, in Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé (1995) e nell’impegnativo La scrittura clinica. Consulenza autobiografica e fragilità esistenziali (2008). Colpisce piacevolmente il fatto che essa compaia tra i ‘talenti’ di chi conduce una vita schiva (La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, 2007): la quarta sezione del volume, intitolata Talenti, è suddivisa in tre capitoli, come quelle precedenti: 

1. Con ingenua grazia – La virtù dell’innocenza
2. Una scrittura interminabile – La virtù introspettiva
3. Uscire di scena – La virtù del congedo
Il secondo capitolo propone la scrittura come Il riscatto dell’introverso.
Dopo un’immagine in bianco e nero, alla pagina 235, la citazione da EMIL CIORAN:

Scrivere, per poco che sia, mi ha aiutato a passare da un anno all’altro, dato che le ossessioni espresse si sono affievolite e, per metà, le ho superate.

Nella pagina successiva, i seguenti versi di MARIANGELA GUALTIERI:

Gli altri sono troppi, per me.
Ho un cuore eremita.
Sono
impastata di silenzio e di vento.
Sono antica.
Mi pento ogni volta che vado
lontano dal mio stare lento
nella velocità della sera…

e poi il suo

A voce spenta

Se la timidezza è destino, non vi è altro modo per addomesticarla che scriverne: sottraendola ai suoi cunicoli, facendone il proprio pubblico manifesto. Il sentire schivo trova in questi istanti un più intenso raccoglimento. La scrittura è preghiera rivolta agli dei del silenzio. Riattraversa le età, firmando la loro indelebile traccia; si ricorre all’inchiostro per estinguere torti e vergogne. E’ nelle righe in cammino che per la prima volta la penna restituisce in altro linguaggio quel che appariva maleficio. Poi, oltre quel sentire che ancora può bruciare, la scrittura non ne trascura nessuno e la timidezza si rende chiave per aprire ogni terra d’uomini o cose.

Il capitolo si apre con il titolo grande: La virtù introspettiva. Si estende da pagina 237 a pagina 245. Al suo interno, i titoletti: Fare di sé un taciturno tema vitale e Una solitudine abitata.
L’introverso troverà occasioni di riscatto nella solitudine cercata: sarà essa a liberare risorse capaci di assicurare rivincite e successi. L’abitudine inveterata ad interrogarsi, l’attitudine alla riflessività e all’introspezione consentono di «conoscere le gioie talvolta assolute della contemplazione in propria unica presenza. Questo umore prezioso si incontra appena può con la possibilità di scrivere di sé». In questa scoperta, che alimenta il diritto a una vita schiva stando in mezzo agli altri, si afferma il potere della scrittura, che, se rivela, al contempo cela.

demetrio

Si scrive spesso per necessità e per dovere. A volte lo si fa invece per puro piacere, per l’impulso di addentrarsi nella felicità o nel male di vivere, per fissare ricordi o perché si scopre che scrivere di sé allevia il dolore, rinsalda l’amicizia e dà forza. Le ragioni profonde e poco indagate per cui amiamo scrivere è il tema di questo libro. L’autore passa in rassegna le differenti facce che assume la passione di scrivere quando diventa un’ossessione, quando si impugna una penna o si batte su una tastiera senza altra ambizione che non sia l’incontro con le parti ancora in ombra di noi stessi. [dalla quarta di copertina]

[Ricevuto direttamente da Duccio Demetrio il 12 dicembre]

Intervista di MARIA GIOVANNA FARINA a DUCCIO DEMETRIO

Recensione di FLORA MOLCHO

Recensione di GIORGIO MACARIO

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INDICE

Ante litteram
AGLI SCRITTORI PER DILETTO

I. LODE ALLA SCRITTURA
Il riscatto della Musa dimenticata

II. SCRIVERE PRIMO AMORE
Eros e Psiche: accogliere al buio

III. ASCOLTARE IL MITO
Ermes: il messaggero alato

IV. FILOSOFI PER DESTINO
Circe: in alambicchi imprevisti

V. NARRATI DA ANTICHE STORIE
Pandora: sfuggiti all’estremo sconforto

VI. MITI GENERATIVI
Flora e Persefone: come semi nell’aria

1. Mnemosine e Lete: maternità complici e rivali
Scrivere è memoria e oblio

2. Apollo: due paternità in un sol dio
Scrivere è luce e ombra

3. Poro e Penia: Eros, il figlio inaffidabile
Scrivere è ricchezza e povertà

VII. METAMORFOSI
Arianna: per sempre amanti

1. Orfeo e Euridice
Scrivere è impazienza e lentezza

2. Piramo e Tisbe
Scrivere è equivoco e sincerità

3. Filemone e Bauci
Scrivere è ingratitudine e riconoscenza

VIII. MITI DI SOLITUDINE
Didone: in silenzio si adempie il fato

1. Narciso
Scrivere non è annullamento

2. Sisifo
Scrivere non è ripetizione infinita

3. Atteone
Scrivere non è innocenza

IX. MITI DI CURA
Aracne: la tela invisibile

1. Asclepio
Scrivere è un balsamo sospetto

2. Chirone
Scrivere è una ferita inguaribile

3. Ila
Scrivere è un commiato

X. IL CASTIGO INELUTTABILE
Danaidi: inutile affanno è una vita senza scrittura

Post scriptum
CARI AGLI DEI
Passeggiando per Elisia

Bibliografia, pag.225


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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)