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Giovedì, 24 marzo 2011

Ringraziamento

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

E’ merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perchè mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

WISLAWA SZYMBORSKA

 

La dissimulazione onesta è altra cosa. Più che un mentire è nascondere, velare, quando la parola sia conculcata, ad esempio sotto i regimi autoritari. A fin di bene, come si suol dire, quando sia imprudente esprimere giudizi in presenza di persone che non sono in condizione di comprendere. Altra cosa è nascondere verità sgradevoli e inconfessabili, un disagio che monta e che genera senso di estraneità, nausea.

La fatica che si fa a nascondere il dissenso, il contrasto insanabile, che si ripresenta sempre uguale, anche per anni, è inutile. Puntualmente, ragioni forti, prevalentemente ideali, fanno esplodere la rabbia che, incontrollata, si lascia dietro una scia di vergogna e silenzio. E’ allora che riaffiora il sentimento antico, che accompagna la mia vita nelle cose più importanti: io sono della razza di quelli che se ne vanno.

Il vero silenzio cala dalla parte di chi pure dovrebbe parlare, ché alle proprie ragioni si oppongono ragioni non meno forti, non importa quanto nobili. Di tutti i significati che sono stati dati al silenzio questo è quello che mi piace di più, perché ci vedo dentro la giusta punizione che viene inflitta dalla sorte. La continuazione delle discussioni è vana. Resta solo il silenzio. Nel secondo dopoguerra, in seguito a una crisi economica incomprensibile per quei tempi – considerato il valore della realtà che stava morendo -, la rivista della Resistenza francese Combat si limitò, a un certo punto, a pubblicare l’ultimo numero, che si apriva con un: “Silenzio, si chiude”. Seguì un bellissimo silenzio dalla loro parte, che niente e nessuno riuscì a violare.

Delle cose difficili da accettare da parte di chi è incapace di accettare la realtà degli altri c’è proprio quell’Inconfessabile che permea di sé i giorni. Le regole sono chiare. Vengono ‘rispettate’ per anni. Si obbedisce perché non è concesso altro. Almeno fino a quando non sia più possibile contenere dentro di sé il malessere, che monta fino ad esplodere in modo apparentemente immotivato in un giorno qualsiasi.

Goleman ha scritto assieme al Dalai Lama un ponderoso volume sulle emozioni distruttive – rabbia, illusione, desiderio -, tanto da farci sentire quasi al riparo da vizi ed errori che accompagnano la vita quotidiana. Ci dedichiamo con metodo e puntiglio ad esercizi spirituali che valgano a rendere la nostra anima candida e vergine, com’era in origine, quando ci è stata consegnata per l’uso. Ce la mettiamo tutta per essere civili e ipocriti quanto basta, se non riusciamo ad essere schietti e franchi e autentici e sinceri e veridici e trasparenti e disponibili, per non far trasparire sentimenti negativi, propositi di rivalsa, quando non inveterati rancori. Non vogliamo che la piena delle emozioni rompa gli argini! E’ necessario tacere! Tacere è un dovere morale! Non possiamo compromettere il lavoro altrui! Il ‘sacrificio’ – la mancata compensazione – di tutte le proprie frustrazioni e delusioni è compito di sempre. Non abbiamo forse fatto a meno di chiedere per noi, dovendo prima di tutto provvedere ad altri? Ha senso, allora, discriminare tra buone e cattive passioni, se nella mescolanza quotidiana c’è sempre di tutto e sempre bisogna sceverare, provvedendo a liberarsi della spazzatura dell’anima? Cosa sarà mai se un bel giorno non riusciremo a sbarazzarsi efficacemente della merda di turno? Sappiamo bene che ci sarà presentato il conto! Pagheremo, certo. Però, ce la mettiamo tutta per mettere tra parentesi non solo l’uggia più innocua o il pensiero della nostra casa, ma ogni più strano sentire, perché l’Angelo finalmente venga fuori a rischiarare e illuminare. C’è bisogno di luce, non di acqua calda.

Accade pure che tutte le buone intenzioni vadano a farsi friggere in un giorno qualsiasi, in cui ci abbandoniamo all’ira incontrollata e ci giochiamo in pochi minuti il lavoro di decenni. Dopo, è pace e silenzio intorno, come dopo una ridicola battaglia. Salvo riconoscere che sul campo c’è un solo morto.

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)