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Mercoledì 26 dicembre 2012

IMPARARE A VIVERE (3)
Aσκήσεις (6): Di fronte al rifiuto di rispondere alla domanda d’amore

[ La stesura di questo articolo si basa per intero sul saggio di MORENO MANGHI, Il rifiuto. La Versagung nell’insegnamento di Lacan (ottobre 2009). Il progredire della conoscenza delle questioni teoriche e delle implicazioni pratiche imposte all’attenzione dalla lettura del saggio stesso comporterà correzioni e aggiornamenti del nostro articolo. La provvisorietà di questa sintesi personale è un tacito invito a chi legge a procedere con la lettura personale di quel testo nevralgico della letteratura psicoanalitica contemporanea.  ]

INDICE del saggio:

I. La frustrazione, 2
Riferimenti bibliografici dei seminari di Lacan citati, 3
Liminare, 4
PRIVAZIONE-FRUSTRAZIONE-CASTRAZIONE, 8
Privazione, 9
La privazione è la mancanza reale di un oggetto simbolico
Frustrazione, 11
La frustrazione è la mancanza immaginaria di un oggetto reale
Castrazione, 12
La castrazione è la mancanza simbolica di un oggetto immaginario
LA DIALETTICA DELLA FRUSTRAZIONE NELLA DOMANDA D’AMORE, 16
IL NESSO FRUSTRAZIONE-REGRESSIONE, 23
A CHE PUNTO SIAMO. RICAPITOLAZIONE, SCHIARIMENTI, GLOSSE, 28
AL DI LA’ DELLA DOMANDA D’AMORE: IL DESIDERIO, 32
AMORE INCONDIZIONATO E DESIDERIO COME CONDIZIONE ASSOLUTA, 36
LA VERSAGUNG AL CENTRO DELLA TRAGEDIA MODERNA, 42

La vertiginosa altezza raggiunta con il concetto di Versagung in ambito psicoanalitico può essere compresa solo da chi abbia dimestichezza con i temi dell’Educazione e della Cura, per le ripercussioni che quel concetto è destinato ad avere sulle idee che guidano Educatori e Terapeuti. Siamo oltre Pedagogia e Psicoterapia: non vale qui il solo specialismo delle Professioni d’aiuto, con titoli e curricula. Parliamo di cure informali, cioè di qualcosa che si situa al di qua dell’intervento codificato da setting e protocolli, perché il ‘fenomeno’ descritto non è riconducibile al solo ambito psicopatologico.
Accade a tutti noi, nel corso della vita, di ritrovarci accanto al dolore di qualcuno: allora saremo confortati nell’azione dal nostro sapere pratico e dall’esperienza, la nostra esperienza delle cose. Per me, ad esempio, che lavoro in un Centro d’ascolto per tossicomani da ventitré anni, è facile stare accanto a un ragazzo che sia affetto da quella grave patologia. Avendo imparato a tenere distinti ambiti di intervento e ruoli, riesco a stare nel ‘campo’ che mi appartiene, che è quello dell’educazione e delle cure informali. A proposito di queste ultime, non andranno confuse con le cure dei familiari, quando si tratti di assistere una persona affetta da malattie invalidanti o tipiche della vecchiaia. Genericamente intese, anche se previste con rigore dalla Scuola di Trento, ad esempio – vedere la Voce di Dizionario Community care in “lavoro sociale 3/2004, pp.421-426” e Cure informali (care) in “lavoro sociale 1/2002, pp.131-138” -, esse sono il nostro prenderci cura di persone che affiancheremo anche per anni: nel Centro di ascolto Libera Mente ci sono persone che frequentano il Centro anche da quindici anni. L’opera di affiancamento dei genitori che vi si conduce nel gruppo di auto-aiuto delle famiglie ci spinge a fare queste riflessioni sulle cure informali: in quanto adulti educatori, i genitori apprenderanno nuove modalità di comunicazione con i loro figli e nuovi stili educativi. Dovranno scegliere nuovi modelli educativi. Oppure, fare riferimento a vecchi modelli che conservino ancora la loro efficacia. Sicuramente, dovranno modulare il loro comportamento, basandosi sulla ‘fase’ che si sta attraversando: di puro ‘contenimento’, quando il ragazzo è nella fase acuta della dipendenza; di accettazione e di orientamento, quando i processi riparativi e ricostruttivi della personalità siano stati avviati.
Un Educatore che operi in un Centro d’ascolto può rivendicare l’assenza di competenze sviluppate in ambito accademico, essendo fornito di esperienza d’insegnamento – come nel mio caso – e di saggezza di vita, essendo un adulto impegnato nella formazione permanente di sé, nella cura di sé, nella ricerca costante delle proprie ragioni di vita nello studio, nella riflessione, nell’azione. Quasi cinquant’anni di studio della Filosofia, trentacinque anni di insegnamento della Letteratura italiana e latina, ma soprattutto della Lingua italiana, ventitré anni di lavoro sociale in un Centro d’ascolto, un’esperienza di formazione permanente in Exodus avviata venti anni fa autorizzano a pensare di aver conseguito certezze nel campo dell’Educazione e della Cura.
Rivendicare il valore e il peso di cure informali ha senso, perché prima, durante e dopo ogni intervento riparativo e ricostruttivo, intervengono a diverso titolo famiglia e volontariato sociale con un’azione educativa che è importante oggi che non dica genericamente ‘frustrazione’ e ‘rinuncia’: più correttamente c’è da dire Rifiuto (Versagung), con tutto quello che comporta di nuovo, anche per noi, questa rinnovata prospettiva.

La pedagogia dei sacrifici e delle rinunce, da cui provengo, non sembra essere più di moda. Eppure, il senso del limite si apprende soltanto quando ci si scontri con le prescrizioni per l’azione che sono dettate da un’autorità riconosciuta e ‘ascoltata’. Un tempo contribuivano anche le pene corporali a confermare l’autorità della scuola e della famiglia. Oggi, è più difficile acquisire autorità sul campo, senza la ‘sponda’ rappresentata da Autorità che non era necessario nemmeno riconoscere, perché si imponevano sui ragazzi per il mandato ricevuto.
Il ‘comandamento’ Onora il padre e la madre, ad esempio, aveva una sua forza, per cui si imponeva nelle nostre vite attraverso esempio e testimonianza: i padri non erano soltanti i ‘patriarchi’ che rivendicavano un potere quasi esclusivo sui figli: essi provvedevano sempre alla trasmissione del desiderio. Quando chiesi la bicicletta nuova a mio padre, non disse di no. Ci pensò un po’ su e disse solennemente che l’avrebbe comprata «tra un anno». Naturalmente, io mi misi subito a contare i giorni. Così nasceva e si irrobustiva in noi il desiderio. Così imparavamo a differire nel tempo la soddisfazione dei nostri desideri: sapevamo che non sarebbe stato mai possibile avere ‘subito’. Nemmeno potevamo sperare di avere ‘tutto’. Passavamo il tempo a pensare a tutto quello che non avremmo avuto mai, perché troppe erano le cose che giudicavamo ‘irraggiungibili’. Così potevamo sognare ad occhi aperti, portandoci nel cuore le nostre segrete speranze. Così curavamo lo sviluppo dello spazio interiore indispensabile ad elaborare quello che poi sarebbe stato chiamato frustrazione. Ciò che ci veniva negato per l’immediato rientrava nel numero delle cose a cui bisognava rinunciare temporaneamente, in attesa di un ‘incasso’ certo ma lontano nel tempo. Così imparavamo a conoscere attesa e speranza. Così imparavamo ad accettare la rinuncia, la mortificazione, il sacrificio, l’assenza, la mancanza. In seguito, avremmo compreso meglio l’abbandono e la perdita.
Possiamo dire oggi che l’esperienza dell’abbandono è devastante, perché va ad intaccare i fragili equilibri che siamo impegnati a costruire ‘intorno’ al nostro Io, dimentichi del più poderoso e solido ‘contesto’ della persona.
L’esperienza della morte ci è più ‘familiare’, se non altro perché ‘attesa’, anche se la cultura dominante tende ad esorcizzarla, aiutandoci a ‘scansarla’, ad evitare di fare i conti con essa: è stato detto autorevolmente che è l’ultimo dei tabù.

Il campo dell’esperienza si è dilatato, per noi. Si potrebbe parlare di una mutazione antropologica che ha investito i sessi e le culture, che ha messo in questione sempre più i modelli educativi, che non ci consente di pensare l’esperienza nei termini autoritari in cui risultava ‘facile’ trasmettere esperienza da una generazione all’altra. La stessa espressione ‘trasmettere esperienza’ era forse già inadeguata allora: si trattava sempre di imposizioni, che spesso tradivano le vocazioni naturali delle persone… Quando, a partire dagli anni Sessanta, le energie ‘creative’ delle giovani generazioni si sono liberate, la mobilità sociale è cresciuta, le classi sociali sono scomparse, le distanze tra le persone si sono accorciate. La caduta delle barriere che tenevano separati i mercati, tuttavia, ha generato un nuovo tipo di solitudine: forgiare il destino personale in un campo tanto grande ha reso tutti esposti, più deboli, con meno tutele e scarse certezze sul mondo esterno. Da venti anni, almeno, nelle politiche di intervento a sostegno delle persone affette da grave disagio sociale, a partire dagli adolescenti, si è affermata una pedagogia interamente incentrata sulla persona, per ‘scoraggiare’ la domanda di sostanze stupefacenti e psicotrope, anche attraverso la promozione delle forme più impensate di agio sociale. Lo sfondo sociale, però, è rimasto immutato. Sdoganamento del narcisismo, epoca delle passioni tristi, nomadismo intellettuale, tribalismo giovanile sono stati invocati per dare un nome al disagio della civiltà di oggi. Schematizzando molto, si potrebbe dire che all’idea freudiana di un principio della realtà che si imponeva sul principio del piacere, inducendo il soggetto a rinviare il soddisfacimento del desiderio, si è sostituito un principio del piacere, che trova nel soddisfacimento immediato di tutti i desideri un indebolimento del soggetto stesso, che stenta ad incontrare il suo limite, impegnato com’è a scansare ogni forma di privazione e di dolore. Sacrificio e rinuncia sembrano i termini di una ‘regola’ del vivere quotidiano che non trova mai la propria misura.

Può, allora, ‘funzionare’ ancora una pedagogia dei sacrifici e delle rinunce, aiutando le autorità parentali e scolastiche a segnare il limite che solo consente di crescere, giacché assegna mete credibili all’azione e fonda i processi di individuazione personali  su un senso di sé che non si risolva nella dissipazione infinita del consumo e basta?

La riconsiderazione della frustrazione nel quadro da cui ‘proviene’ e le sue relazioni con privazione e castrazione soltanto ci consentiranno di inscrivere le forme della mancanza sotto i registri del simbolico, del reale, dell’immaginario. Solo per questa via l’amore troverà la sua giusta collocazione, se sapremo oscillare tra presenza e assenza, senza perdere mai di vista il potere di chi ha da dispensare il dono, che può sempre revocare il patto, rifiutandosi di rispondere alla domanda d’amore.
Ritrovarsi di fronte a questo rifiuto non significa soltanto sperimentare l’abbandono reale e la perdita reale dell’oggetto d’amore. Il ‘soggetto del rifiuto’ è inizialmente la madre, in seguito la donna, che ci metterà di fronte alla sua mancanza costitutiva, facendoci misurare nella maniera più esatta il ‘destino’ del desiderio.

Imparare a vivere, in questo quadro, significherà imparare a comprendere che non ci troviamo più di fronte all’onnipotenza delle madri, che non rinunceranno mai a donare l’amore incondizionato di cui i piccoli hanno bisogno, ma saranno costrette sempre più consapevolmente a rifiutarsi di dire sì a ciò che non possono dare, perché ne sono prive, e per l’insaziabilità del desiderio: soddisfare esso ‘incondizionatamente’, ammesso che sia possibile, non basterebbe a ‘colmare’ la mancanza costitutiva di ogni essere umano, che è destinata a rimanere tale, in tutte le epoche della vita.

A questa coscienza alta della nostra condizione deve corrispondere una capacità di visione della realtà dell’anima altrettanto alta: ‘psiche’ non basta più, con i vecchi schemi del Novecento.
L’esercizio che ci attende è abitare la distanza, come etica del linguaggio che pensa l’invisibile dell’esperienza propria e quella altrui, senza impazienze e senza soverchie illusioni. La distanza che separa dagli altri è da ricondurre sempre alla nozione definitiva di mancanza, che istituisce ogni altra nozione e tutte le categorie di cui ci serviamo per ordinare l’esperienza nei suoi confini.

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«Vi ho pregato di rivedere l’uso che si fa oggigiorno in analisi del termine frustrazione. Volevo così incitarvi a ritrovare ciò che vuol dire nel testo di Freud, dove quel termine non viene mai utilizzato, il termine originale di Versagung, nella misura in cui ha un accento che va ben al di là e più a fondo di ogni frustrazione concepibile». (Jacques Lacan, Il Seminario, Libro VIII, p. 330 dell’edizione in lingua francese) 

Per tornare a Versagung e alla portata di questo concetto per noi, sarà utile fare riferimento a un’occasione linguistica denunciata da Moreno Manghi, autore del saggio Il rifiuto. La Versagung nell’insegnamento di Lacan su cui poggia questa nostra riflessione: tutta la psicoanalisi del Novecento ha contribuito a costruire una ‘pedagogia della frustrazione’ sulla base di un termine che non compare mai nell’opera di Freud! (Anche noi, in verità, abbiamo creduto fino a poco fa che il tossicomane sia persona che non tollera il peso della frustrazione! E’ dato poco rilevante che si dia pure il fatto dell’irritazione conseguente a tutte le esperienze di assenza e all’incapacità di agire indotta dalle sostanze: il disturbo prodotto dalle condotte d’abuso ha la sua ragione in un più generale ‘blocco’ della capacità di accettare le rinunce che accompagnano i nostri atti liberi. In assenza di questi ultimi – se anche noi ci ritroviamo nella condizione di non poter agire liberamente, saremo irascibili, irritabili, ‘frustrati’… -, cercheremo altrove la spiegazione del nostro disagio).
La nozione di frustrazione andrà ricondotta dentro più nitidi confini, se opportunamente distinta da privazione e castrazione e articolata rispetto alla mancanza dell’oggetto secondo le categorie dell’oggetto simbolico, reale, immaginario:

Mancanza Reale: Privazione Immaginaria: Frustrazione
Simbolica: Castrazione
Oggetto simbolico reale immaginario

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Leggere anche

Aσκήσεις (1): La nostra esperienza morale

Aσκήσεις (2): Lo spirituale un tempo

Aσκήσεις (3): La dissimulazione onesta

Aσκήσεις (4): Strategie di apparizione

Aσκήσεις (5): I nostri Esercizi

 

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Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta per esercizi spirituali. La preferiamo al più chiaro ‘esercizi spirituali‘ di Hadot, perché ci consente di ‘risalire’ alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all’altra o per esprimere una preferenza ‘laica’ da anteporre allo spirito cristiano… Piuttosto, per una ragione terminologica.
Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta.
Dovremo prepararci a vivere in condizioni di precarietà e insicurezza, pur possedendo i beni accumulati nella fase precedente. Non è detto che vivremo male. Dovremo, sicuramente, convivere con tanti giovani senza prospettive certe di vita, in un mondo che non sarà più quello di prima. Chi ha avvertito per tempo i cambiamenti in atto si sta preparando. Molti sono già pronti.
L’esperienza sta subendo una torsione ‘restrittiva’, a causa degli sconvolgimenti economici che investono Cosmopolis. Bisogna registrare i cambiamenti che intervengono nel mondo-della-vita in seguito all’austerità obbligata che ci ritroviamo a vivere. Non rinunceremo solo al superfluo. Saranno intaccati stili di vita ‘da sempre’ improntati a dissipazione e consumo.
C’è forse speranza che tornino i volti, quando avremo ‘archiviato’ la civiltà malata dell’usa e getta?

Il termine Ασκήσεις contiene anche una preziosa sfumatura ‘ascetica’, un’allusione a ‘rinuncia’ che non abbandoneremo mai. Chi scrive queste note ‘proviene’ da un’educazione interamente improntata a sacrificio e rinuncia. Occorre verificare quanto resti di quella tradizione e se non stia giungendo il tempo in cui sacrifici e rinunce acquisteranno un senso nuovo, nel fuoco della moralità privata.

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)