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Venerdì 29 aprile 2016

DARE FORMA AL LAVORO EDUCATIVO

Il setting educativo

Una mappa esperta di tutta l’esperienza educativa personale deve partire necessariamente da qui, cioè dalla considerazione dell’insegnamento a scuola e del lavoro educativo nel Centro di ascolto, ma soprattutto dall’idea che nell’attività educativa ne va anche del soggetto: l’Educatore è il soggetto in questione, giacché l’Educatore definisce – con le scelte che gli sono consentite dalla libertà di insegnamento a scuola e con le prerogative professionali di cui gode ‘nel sociale’ – il campo d’azione, le regole del gioco, l’ambiente con i suoi dispositivi e le prescrizioni per l’azione. Sarà importante, allora, la rappresentazione che egli restituirà del lavoro educativo, l’organizzazione della conoscenza che avrà prodotto, la forma data al lavoro educativo, la categorizzazione delle pratiche educative, perfino la minuta concettualizzazione delle scelte fatte sul campo, i modi di costruzione del proprio ambiente educativo.

Per chi scrive queste note, contribuiscono in modo decisivo a fare ambiente il docente, gli studenti, l’aula, la cattedra, i banchi, la vecchia lavagna. Ogni altra risorsa – a parte il tempo-scuola, il ritmo della didattica, la scansione in unità didattiche della programmazione annuale – incide in modo marginale sul successo dell’azione educativa. L’esperienza accumulata lungo tutta la carriera ci consente di dire che, ad esempio, le tecnologie multimediali non aggiungono molto alla didattica della lingua, all’esercizio della scrittura, alla comprensione dei testi, alla produzione personale di argomentazioni ben fondate da parte degli allievi, alla capacità di fare inferenze nel lavoro critico. 

In un contesto che assegna il ruolo preminente al rapporto frontale con il gruppo-classe e alla relazione educativa con i singoli studenti, chi parla è già ‘istituito’, ‘validato’, riconosciuto per le sue competenze professionali: queste trovano il loro fondamento

  • nello studio personale inteso come formazione permanente e aggiornamento di conoscenze strumenti e metodi da esibire agli allievi all’inizio dell’anno scolastico e poi sempre in itinere, con materiali di studio approntati per loro e con libri e riviste che mostrino i progressi delle conoscenze e l’arricchimento della professionalità, per quanto tutto questo si possa ‘trasmettere’ ai ragazzi;
  • nel ‘superamento’ degli ostacoli frapposti dalla burocrazia attraverso la definizione di un setting educativo tutto incentrato sulla qualità della relazione educativa stabilita con il singolo studente;
  • nell’esercizio della parola, inteso come personale modo di incarnare l’ora di lezione, che si esprime mostrando i contenuti della propria mente, il valore attribuito ai fondamenti della disciplina insegnata, il senso delle opere umane, dei documenti come dei monumenti della cultura.

Lo spazio più interessante, tuttavia, in cui si muove l’Educatore è lo spazio sociale che egli istituisce dal momento in cui prende la parola. In quello spazio subito ‘prende posto’ la parola che definisce lo spazio sociale come spazio educativo. L’educazione si configura, allora, come esercizio di esperienza. L’Educatore si trasforma in validatore dell’esperienza dei ragazzi con il ricorso a costrutti che si presentano subito come Erlebnis ed Erfahrung: esperienza vissuta ed esperienza di viaggio, di cammino.

È nel paradosso costitutivo dell’esperienza educativa che l’Educatore trova il suo Oriente: da una parte l’esperienza è praticabile, osservabile, conoscibile nell’interezza del suo manifestarsi; dall’altra, rinvia all’invisibile della coscienza morale, è soprattutto trascendenza, luogo del non-detto, del mistero, dell’ineffabile… Più che oscillare tra un polo e l’altro, l’Educatore indicherà la natura ‘antinomica’ dell’esperienza, giacché non si tratterà di propendere per uno dei modi in cui ci è dato fare esperienza delle cose e delle persone. La sensibilità personale dello studente si affinerà nel tempo proprio grazie all’assunzione piena dei paradossi dell’esperienza: l’educazione estetica, l’educazione letteraria, l’educazione alla scrittura, l’educazione sentimentale, l’educazione morale passano per questo crocevia culturale. Solo uno sguardo che riesca a tenere insieme apparenza e realtà della persona saprà trascorrere da forma a forma fino ad attingere l’invisibile dell’esperienza dell’altro. 

Il ‘luogo’ della trascendenza del singolo è la sua natura di persona. È trascendenza personale l’invisibile dell’esperienza personale. La realtà della persona e l’apparenza, se pensate insieme, possono essere comprese adeguatamente e ‘attinte’, raggiunte, ‘toccate’ quasi dallo sguardo di chi sia capace di seconda vista, cioè allenato ad andare oltre l’apparenza, che non si rivelerà mai fonte di inganno, se tenuta sempre insieme alla realtà della persona, a quell’invisibile dell’esperienza personale che ci viene restituita da sguardo, voce, volto, atti del singolo. Accurata empatia e colloquio di motivazione faranno il resto.

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In un Centro di ascolto che intervenga nel campo di tutte le dipendenze, oltre alle figure dei terapeuti e  dei curatori di problemi giuridici ed economici, spiccano gli Educatori, che si definiscono come figure professionali che operano nel campo sociale, che sono impegnati nel lavoro sociale: il campo dell’azione educativa è sociale, non psicologico; l’attività educativa si avvale di tutte le conoscenze di tipo psicologico psicoanalitico psichiatrico che l’Educatore riesce ad acquisire per dare fondamento sicuro al lavoro educativo, ma il baricentro della sua azione è sociale, giacché pertiene alle relazioni sociali non alle dinamiche profonde della persona che sono di competenza esclusiva dei terapeuti di tutte le scuole: la relazione terapeutica e la relazione educativa sono stabilite dagli Operatori diversi che intervengono nella relazione d’aiuto con modalità diverse. Sarà opportuno, a questo riguardo, distinguere tra setting clinico e setting educativo. Se a tutti è noto il primo, risulterà non del tutto chiara la natura del secondo. Se è più evidente il carattere della relazione educativa a scuola, andrà meglio definita la natura delle relazioni che si stabiliscono con la relazione d’aiuto.

Risorse:

Setting

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)