CAMMINARSI DENTRO (181): Avevo creduto nell’eloquenza del mio panierino.

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Venerdì, 11 marzo 2011

Più di cinquant’anni fa, quando frequentavo la Scuola elementare, attratto dai compagni di classe che restavano a pranzo a scuola, decisi che mi sarebbe piaciuto ritrovarmi a mensa con loro. Ne parlai a casa. Riuscii a convincere i miei genitori. Mi feci comprare una panierino di cartone tutto marrone e mi preparai al gran giorno. Ci feci mettere dentro da mia madre un solo mandarino e un tovagliolo e promisi di dire alla maestra di inserirmi nel numero dei bambini che quel giorno avrebbero mangiato a scuola.

Nel corridoio che separava le aule dalla mensa – che io non riuscii mai a vedere – c’era una lunga panca di legno con schienale su cui mi fermai ad aspettare il mio turno. Per via della mia feroce timidezza non dissi niente a nessuno. Ero convinto, però, che il panierino che avevo con me avrebbe dovuto funzionare da richiamo: mi aspettavo che una delle tante suore che passarono davanti a me si fermasse a chiedere cosa ci facessi lì, a ora di pranzo, e per di più con un panierino, come tutti gli altri bambini.

In verità, non si fermò nessuno. Passò l’ora del pranzo. Rientrammo in classe per le ore pomeridiane di scuola. Alla fine delle lezioni, uscii allegramente con la cartella e il panierino di cartone, ma con un certo appetito. Avevo mangiato solo un mandarino! I ricordi a questo punto si fanno incerti. Non so bene cosa dissi a mia madre. Sicuramente, accennai al fatto che nessuno mi aveva detto che potevo andare a mensa. Non so poi perché mia madre, che pure aveva provveduto con l’acquisto del panierino all’avvio della nuova esperienza per me, non intervenne a sciogliere il piccolo enigma del pranzo mancato. Conservo il sentore di un rimprovero, come se solo io avessi deciso di non andare fino in fondo.

Fatto sta che mi convinsi rapidamente dell’inutilità del mio tentativo: ci avevo provato, ma senza successo. A quei tempi ero convinto del fatto che quello che avevo nel cuore potesse bastare. Non comprendevo come mai nessuno avesse compreso le mie intenzioni. Eppure, il panierino era eloquente. Bastava farmi qualche domanda! Io non ero riuscito a parlare. Nessuno si era fermato ai miei timidi tentativi di essere ascoltato. Evidentemente, le cose andavano così. Forse mi convinsi del fatto che non ero adatto a quel genere di esperienza. Dovevo rassegnarmi a mangiare a casa. E fu così.

A distanza di qualche decennio, mi sono ritrovato a considerare quante volte nella vita di un bambino prima e di un ragazzo dopo pesi la convinzione che le cose basti averle dentro. Prima di riuscire a parlare, a far corrispondere le parole ai sentimenti, c’è voluto parecchio. Se oggi mi affanno a “dire tutto”, è forse a causa di quel primo panierino. Ce ne sono stati tanti ancora nella mia vita schiva.

Quante volte ci ritroviamo di fronte a persone che non parlano, non rispondono, non sanno dire! E come è faticoso riuscire ad immaginare cosa esse vogliano veramente! Se soltanto riuscissimo ad intuire quanto grande sia il loro desiderio di essere comprese, non ci sembrerebbe per niente strano se aspettano pazientemente, magari con un panierino in mano, che qualcuno si fermi a considerare che dopo tutto non è così difficile arrivare a comprendere le ragioni di un’attesa muta. Abbiamo sotto gli occhi i segni chiari di quella presenza e di cosa essa aspiri a dire a noi. Se da quella parte c’è una lingua che non parla, dalla parte nostra ci sono occhi incapaci di sentire il ritmo dolente di un’esistenza per niente dimentica di sé. Quel silenzio grida per essere udito altrove, là dove noi non riusciamo ad essere.

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