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Mercoledì 28 settembre 2011

Il volto è l’anima del corpo, ma non è faccia, pura esteriorità, superficie. Il volto è la profondità della faccia, è quel rinvio di cui sempre parliamo quando accenniamo all’invisibile che si mostra ma che pure subito si ritrae, si nasconde. I modi propri di quella cosa che è una persona di sottrarsi alla vista non è un eclissarsi in permanenza: non perdiamo di vista qualcosa che pure è ancora lì davanti a noi. Piuttosto, noi non riusciamo a cogliere fino in fondo, in tutta la sua estensione e in tutta la sua profondità, la realtà di ciò che ci si mostra.

Come tutto ciò che si mostra a noi il volto ha una sua profondità, una ulteriorità di senso che all’inizio non riusciamo a dire compiutamente. Non il colpo d’occhio o l’intuizione improvvisa basteranno a cogliere l’oggetto. Ma poi, si tratta di un oggetto? Se diciamo che è l’anima del corpo, se esso partecipa delle cose immateriali, si lascerà afferrare come riusciamo sempre a fare con tutto ciò che chiamiamo oggetto? D’altronde, se non si lascia afferrare è proprio perché non di un semplice oggetto si tratta, né di un oggetto semplice.

Potremmo obiettare che c’è un difetto di comprensione dalla nostra parte, che a ben guardare si può arrivare a cogliere qualcosa di ancor più essenziale, che sia rivelatrice di ciò che sta a fondo, oltre la pura superficie: magari un frammento di senso, la spia di un modo di sentire, un atteggiamento fondamentale perché ripetuto e distintivo, tra i tanti… Sicuramente, occorrerà un supplemento di ‘sguardo’, un’attenzione maggiore, un interesse, quasi una cura, per arrivare a dire che sentiamo la presenza di un volto che è questo e questo per noi. Occorrerà un sentire, più che un’intuizione e basta.

Dalla parte dell’oggetto, poi, diremo di ogni persona che possiede un volto, cioè una storia, un linguaggio, un senso. Saranno volto per noi le file di continuità istituite dall’altro per dare senso ai giorni, e se non è così parleremo di un volto senza storia, ma pur sempre volto: disorientamento, smarrimento, perplessità, insecuritas affioreranno alla superficie inequivocabilmente. Saranno volto le parole e le voci e i suoni e i discorsi e la domanda muta d’amore e tutto il resto del nostro inesausto dire. Sarà volto poi la felicità dell’opera, il sì alle cose, l’approdo alla chiarezza di sé, il consentire agli altri volti, l’attento sentire le presenze altre sulla scena del mondo.

Si richiede allora un lavoro, dalla nostra parte, teso a dare un volto alle cose, alle persone. Se c’è il rischio di chiamare profondità la grandezza di uno smarrimento in persona che invece non possieda una grande profondità di sentimento, è certo che dall’esattezza del nostro sentire dipende la possibilità di cogliere e dare senso a un volto che esprima storia, linguaggio, senso in una misura che autorizza a parlare della profondità di un volto che è sempre più che faccia, più che ‘simpatica’ espressione di sé: dal nostro sentire, cioè dalla nostra capacità di attivare gli strati profondi della nostra sensibilità, e dall’esattezza del nostro sentire, cioè dalla nostra capacità di cogliere ciò che l’altro è nella sua natura più profonda dipende la possibilità di dare un volto all’altro, cioè di riconoscere veramente ciò che egli è intimamente, ciò che propriamente, cioè essenzialmente è.

Al sentire è sempre associata, fino ad esserne costitutiva, la nostra moralità, cioè l’orientamento personale al valore. Un esatto sentire non mancherà di cogliere in un volto il personale orientamento al valore, cioè il grado della moralità personale, la qualità di valore che a sua volta l’altro saprà assegnare alle cose, alle persone.

Realizzare la profondità di un volto non è un gesto semplice: si richiede l’esperienza ripetuta del contatto emotivo con la realtà umana dell’altro; occorre percorrere i sentieri tracciati dall’anima nel tempo, per fare di una vita una biografia. Un volto chiede di essere narrato, non definito, chiuso in un concetto o, peggio ancora, in una semplice intuizione. Dire poi che si tratti dell’anima di un corpo è affermazione impegnativa, che richiede un supplemento di riflessione in più. Cosa sia corpo e quale relazione intrattenga quest’anima con il suo corpo è compito grande su cui bisognerà tornare ancora.

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)