_________________________________

Sabato 14 settembre 2013

IL NOSTRO SENTIRE (2): I narcisisti non guariscono mai

Angustia della mente, apatia dei sensi e aridità di cuore concorrono sicuramente a farci percepire l’altro come poco sensibile ai richiami di chi cerchi le vie d’accesso al suo cuore. Più doloroso ancora è l’impatto con le persone dotate di Io ipertrofico, ‘piene di sé’, mai disposte a concedere il perdono, portate a ‘rilanciare’ sempre senza riconoscere i diritti dell’altro, incapaci di credere ai sentimenti altrui.

Narcisismo, disturbo narcisistico di personalità, anaffettività sono i territori da esplorare. È tempo di guardare negli occhi la Medusa che ci pietrifica con il freddo che si porta dentro.

Il freddo dentro

Un caso esemplare, al riguardo, è quello di Erika De Nardo che il 21 febbraio 2001, all’età di sedici anni, uccise sua madre e suo fratello, con la complicità del suo fidanzatino. Tre anni dopo il delitto e un anno dopo la condanna definitiva, su Erika scese il silenzio. Lidia Ravera scrisse allora Il freddo dentro (Rizzoli, 2003), una lettera ad Erika di 175 pagine con la quale esce dal silenzio e pone domande, perché «Erika ha spostato le frontiere dell’orrore, le ha rese domestiche. Le ha situate in un interno borghese, perfino virtuoso. Fra la gente perbene. Erika rassomiglia troppo ai ragazzi normali. E’, contemporaneamente, turpe e banale, estrema e mediocre, cattiva e sciocca, colpevole e ingenua. Il suo gesto ha disordinato il tranquillo scenario delle nostre convinzioni». […]
Il silenzio «si è richiuso su tutto quel sangue versato, commentato, esposto. Ha coperto le impronte, le intercettazioni, le confessioni involontarie, quelle volontarie, le bugie. Ha coperto la tragedia e la commedia che la tragedia ha bruscamente interrotto. Il silenzio si è sostituito alle accuse, allo sconcerto, all’orrore. E’ sceso su di te come un sudario, a ripararti dagli sguardi, a spegnere l’attenzione. Tutti ne parlano, attorno a te, di questo silenzio, te lo porgono come un dono, lo brandiscono come una spada contro chi vuole ancora parlare. E’ diventato un ‘progetto educativo’, il silenzio. I riflettori, dicono, ti hanno fatto male. Non si può regalare una ribalta a una giovane narcisista.
Non si può premiarla con la notorietà dopo che ha ucciso.
Infatti, non si può.
Ma neanche si può premiarla con il silenzio, dopo che ha offeso le nostre certezze.
Lei ha bisogno di silenzio, noi abbiamo bisogno di risposte, o almeno di continuare a porci delle domande», a riflettere, a pensare, perché Erika è un caso estremo, ma il freddo che è dentro di lei potrebbe essersi insinuato anche in altri corpi giovani, in altre anime. Come una malattia. E la colpa potrebbe essere anche nostra. [dal risvolto di copertina] 

Dopo aver dedicato anni allo studio delle forme pietrificate del sentire, ci sembra di poter dire qualcosa di ‘definitivo’. Ci piacerà essere smentiti da visioni più adeguate della realtà.
Risponde Umberto Galimberti, la rubrica settimanale dell’inserto D di Repubblica, del 20 luglio 2013 – Narcisisti senza speranza? -, presenta la lettera di uno psicologo e psicoterapeuta che lamenta la sua condizione di narcisista. Questo lettore dichiara di essersi sottoposto a lunghe psicoterapie, anche per prepararsi al suo lavoro, ma di avere scoperto che il suo narcisismo di fondo era rimasto intatto. La sua vita affettiva  era precaria e tormentata. Si rivolge al filosofo e psicoterapeuta Galimberti per chiedere aiuto, considerato che il 15 giugno nella stessa rubrica – Perché quelli che si amano troppo non sanno amare – aveva incontrato la sentenza che segue: «Dai narcisisti bisogna stare lontani perché “costituzionalmente” non sanno amare. E dal narcisismo non guariscono mai». Galimberti risponde con Freud: «Al progetto terapeutico si frappone naturalmente l’incapacità di amare del narcisista, che si sottrae alla prosecuzione della cura, per affidare alla persona amata l’ulteriore processo di guarigione, con tutti i rischi connessi alla pesante dipendenza del malato da colei che si è prestata a questo estremo salvataggio». Galimberti conclude: «A questo punto non resta che sperare che l’amore faccia miracoli, e qualche volta li fa».

A parte questa conclusione ottimistica e illusoria, resta il dato, di cui da tempo facciamo esperienza anche sulla nostra pelle, dell’incapacità di amare, dell’insensibilità, dell’aridità di cuore di chi è affetto da questa malattia.

*

Leggere anche IL NOSTRO SENTIRE (1): Il nostro sentire – La volontà libera

Pagina successiva →

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
    ___________________________

    EMOZIONI E SENTIMENTI
    ___________________________

    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
    _______________________________

    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

    _____________________________

    Sulla Scrittura
    _______________________

    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)