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	<title>Ai confini dello sguardo</title>
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	<description>Per una comunità di destino - «Solo il vero sapere ha potenza sul dolore» (ESCHILO)</description>
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		<title>Il nostro sentire</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 15:48:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[Giovedì 25 aprile 2013 CAMMINARSI DENTRO (475): Il nostro sentire &#8211; La volontà libera Leggere ROBERTA DE MONTICELLI, L&#8217;ordine del cuore. Etica e teoria del sentire, GARZANTI 2003 Il «sentire» che Roberta De Monticelli osserva in questo saggio è componente fondamentale della nostra affettività, esplorata nelle diverse manifestazioni: dalle infinite sfumature affettive della percezione sensoriale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Giovedì 25 aprile 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (475): Il nostro sentire &#8211; La volontà libera</span></p>
<p><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/image.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-17236" alt="L'ordine del cuore" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/image.jpg" width="268" height="421" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Leggere ROBERTA DE MONTICELLI, <em>L&#8217;ordine del cuore. Etica e teoria del sentire</em>, GARZANTI 2003 </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il «sentire» che Roberta De Monticelli osserva in questo saggio è componente fondamentale della nostra affettività, esplorata nelle diverse manifestazioni: dalle infinite sfumature affettive della percezione sensoriale alla vicenda degli stati d&#8217;animo, dagli umori alle emozioni, dai sentimenti alle passioni&#8230; Ricondurre questi fenomeni all&#8217;interno di una visione d&#8217;insieme significa anche cominciare a tracciare una personologia, ovvero una teoria di ciò che siamo. Per condurre la sua analisi, Roberta De Monticelli esplora lo stato della ricerca filosofica per intraprendere poi quella «riduzione all&#8217;essenziale» di marca fenomenologica al termine della quale si potrà affrontare il tema dell&#8217;indifferenza morale e della banalità del male. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 24px;">*</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 24px;"><a href="http://www.swif.uniba.it/lei/swifdisc/demonticelli/testoseminario.htm" target="_blank">Un Seminario sul sentire</a></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 24px;">* </span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/EwQCmVeYc7g" height="332" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Intervista a Roberta De Monticelli sul sentire (Festival di filosofia di Modena, 2008)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Leggere <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/15/08/2011/imparare-a-leggere-19-mara-dellunto-lordine-del-sentire-tra-affetto-e-valore-il-rapporto-fondamentale-tra-formazione-della-persona-e-relazione-con-laltro/" target="_blank"><em>L’ordine del sentire tra affetto e valore: il rapporto fondamentale tra formazione della persona e incontro con l’altro</em>, di MARA DELL’UNTO</a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">[Recensione de L'INDICE] Roberta De Monticelli ha iniziato i suoi studi con lavori dedicati a Husserl, Wittgenstein, Frege e Leibniz, che discutono gli aspetti logici e ontologici del loro pensiero. Nell&#8217;ultimo periodo ha dedicato particolare attenzione al problema, insieme epistemologico, etico e ontologico, della persona, in volumi come La conoscenza personale. Introduzione alla fenomenologia (Guerini, 1998; cfr. &#8220;L&#8217;Indice&#8221;, 1999, n. 10) e La persona, apparenza e realtà (Cortina, 2000). Questo suo ultimo libro ne costituisce l&#8217;ideale proseguimento nella direzione di una fondazione dell&#8217;etica. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">L&#8217;etica riguarda le persone: io, tu, noi. Che cosa sono le persone? Anzitutto, non sono cose. Più precisamente, una persona è un&#8217;entità dotata di individualità essenziale: è unica, irripetibile, non replicabile in serie. Quasi un&#8217;ovvietà: per il senso comune, ma non per la filosofia, nella quale signoreggia, da Aristotele a P.F. Strawson, una teoria per la quale Socrate è Socrate perché possiede una serie di proprietà localizzate spazio-temporalmente. Eppure, per fare di una persona quella persona, questo non basta, ed ecco come verificarlo. Se chiedete a un innamorato perché ama la sua amata, vi risponderà: non perché è bella, buona, intelligente, qui o là, prima o dopo, ma perché è lei; in quel &#8220;perché è lei&#8221; sta proprio il senso di unicità e irripetibilità delle persone. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">L&#8217;etica, d&#8217;altra parte, deve rispondere al problema di come distinguere il bene dal male. Qual è la soluzione secondo De Monticelli? So che qualcosa è bene perché sento che è bene &#8211; il sentire essendo la percezione di qualità di valore nelle cose (prima tesi fenomenologica). Qui sorge una facile obiezione: il sentire è soggettivo, dunque anche bene e male lo sono, e così l&#8217;etica si dissolverà nel relativismo. L&#8217;obiezione sorge da una considerazione riduttiva del sentire, e per rimuoverla è necessario analizzare con precisione il sentire stesso. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Anzitutto, l&#8217;affettività umana è un intreccio complesso di tendere e sentire: azione e risposta da una parte, ricezione e ascolto dall&#8217;altra. Senza ascoltare non si potrà mai rispondere adeguatamente. Seconda tesi fenomenologica è dunque la seguente: la componente tendenziale dell&#8217;affettività deve fondarsi su quella ricettiva; il tendere si fonda sul sentire. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">In secondo luogo, il sentire è una struttura stratificata con decorso ascensionale: posso sentire il piacere di questo massaggio o il dolore di questa ferita (livello del piacere e del dolore), ma posso anche sentirmi male perché oggi tutto va storto o euforico perché la fortuna mi arride (livello dei sensi vitali e degli umori), e posso, infine, ammirare quella persona per la sua intelligenza, essergli grato per la sua generosità, amarlo perché è lui, ecc. (livello dei sentimenti). A ogni strato è in gioco una distinzione tra bene e male, che procede dal giudizio &#8220;questo è piacevole o doloroso&#8221; sino al giudizio &#8220;questo uomo è degno di ammirazione, stima, amore, ecc.&#8221;. Il primo strato permette giudizi valoriali rispetto a cose, il secondo rispetto alla nostra persona, il terzo rispetto ad altre persone. Il giudizio diretto su altre persone è particolarmente delicato. Ogni altro, abbiamo detto, è unico e irripetibile: il che lo rende un valore in sé. Il livello dei sentimenti permette di sentire questa irripetibile individualità. Come? La risposta si articola in due momenti, statico e dinamico. Solo al livello dei sentimenti è in gioco una comparazione di valori: il giudizio sull&#8217;altro è un giudizio secondo la mia scala di valori, comparata con quella dell&#8217;altro. La scala di valori, detta anche agostinianamente &#8220;ordine del cuore&#8221;, contribuisce a fare di ciascuno un&#8217;individualità essenziale, e per questo un valore per sé (momento statico). Come si forma un ordine del cuore? Con l&#8217;educazione del sentire: esercizio alla precisione assiologica che si guadagna soprattutto nel contatto con gli altri (momento dinamico). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Fin qui si è detto che il sentire è stratificato e che è strutturato secondo un ordine del cuore, risultato di un&#8217;educazione. L&#8217;accusa di relativismo non è ancora superata: infatti, se ogni ordine del cuore è diverso, e se ciascuno giudica secondo il proprio, ogni giudizio sarà relativo. Occorre guadagnare la nozione di rispetto, e di qui quella di &#8220;base universalmente obbligante&#8221;. Se risultato di un&#8217;opportuna educazione, la scala di valori di ciascuno, oltre le differenze individuali, dovrebbe permettere di sentire l&#8217;individualità di ognuno: tale sentimento è il rispetto, il sentire che a ognuno è dovuto lo stesso per il semplice fatto che è una persona. Come nasce il sentimento del rispetto? Con l&#8217;amore. Come abbiamo visto, se io amo e sono amato, in questo abbraccio sono in gioco le nostre individualità come tali, nella loro purezza e irripetibilità. Purtroppo, non si può amare tutti, ma si può estendere questo sentimento, in forma debole, nella forma del rispetto per tutti: il rispetto diviene così l&#8217;ombra vuota dell&#8217;amore &#8211; un&#8217;ombra importantissima per la morale. L&#8217;accusa di relativismo cade, se si suppone che ciascun ordine del cuore debba essere compatibile con una base universalmente obbligante, il cui contenuto è appunto il rispetto, il sentimento di ciò che è dovuto a ognuno in quanto tale. Ora disponiamo della risposta completa all&#8217;obiezione: il sentire ha una struttura stratificata e non momentanea, che cresce e va educata; ciascuno giudica secondo il suo personale ordine del cuore, ma questa varietà non porta al relativismo, perché ogni ordine del cuore deve essere compatibile con una base universalmente obbligante, che ha come contenuto il rispetto. La nozione di rispetto deve essere supportata da quella di individualità essenziale: rispetto l&#8217;altro perché lo riconosco come individualità essenziale; in secondo luogo, il rispetto è il vertice di un processo educativo: i sentimenti vanno risvegliati, e l&#8217;amore svolge un ruolo indispensabile in questo risveglio. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Le tesi principali del libro ci paiono due, una ontologica e una di filosofia morale: esistono entità dotate di individualità essenziale; l&#8217;etica si fonda sul rispetto come sentimento di ciò che è dovuto a ognuno in quanto tale. Accanto a queste tesi ce ne sono numerose altre: il realismo assiologico, la priorità del sentire sul tendere, la stratificazione e complessità del sentire, la necessità di educare il sentire. Non è tempo di discuterle tutte, e ci soffermeremo solo su tre problemi, relativi alle due tesi principali. Anzitutto: perché una persona è un&#8217;individualità essenziale? Il modo più persuasivo per mostrarlo ci pare quello che fa appello alle parole dell&#8217;innamorato: &#8220;Amo lei perché è lei&#8221;. Ora, a partire dall&#8217;amar-lei-perché-è-lei (sentimento dell&#8217;individualità come tale) è postulata metafisicamente l&#8217;esistenza di entità dotate di individualità essenziale, senza che questa inferenza sia sufficientemente argomentata. Invero, De Monticelli ci rinvia a un suo testo in preparazione, Persona e individualità essenziale. Sull&#8217;ontologia e l&#8217;epistemologia dell&#8217;individualità: forse là, piuttosto che in L&#8217;ordine del cuore, sarà da ricercarsi la risposta alla domanda. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">In secondo luogo: scopo del libro è fondare un&#8217;etica sul sentire; di fatto, esso fonda un&#8217;etica sul rispetto. Il rispetto è definito come sentimento di ciò che è dovuto a ognuno in quanto tale, in quanto cioè individualità essenziale &#8211; sentimento, dunque, completamente a priori, purificato da qualsiasi riferimento alla sensibilità. È noto come Kant abbia fondato un&#8217;etica totalmente razionale e a priori, depurata da ogni residuo sensibile, convinto che solo così si potesse evitare il relativismo morale. De Monticelli, d&#8217;accordo con l&#8217;accusa di formalismo di solito mossa a Kant, ha tentato di fondare un&#8217;etica non relativistica sull&#8217;affettività, ma per evitare il relativismo è ricorsa a un sentimento a priori come il rispetto. Si tratta ancora di un&#8217;etica del sentire? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">In terzo luogo: come evitare che l&#8217;individualità si trasformi in assolutezza del relativo? La risposta del libro è la seguente: ciascun ordine del cuore individuale deve essere compatibile con una base universalmente obbligante, il cui contenuto è il rispetto. Sembra profilarsi però un corto circuito dell&#8217;individualità: l&#8217;individualità ha il suo limite nel rispetto; il rispetto si definisce come il sentimento dell&#8217;individualità. In questo libro, De Monticelli ha tentato di ribaltare due popolari luoghi comuni della filosofia, che individualità e sensibilità, sotto rispetti diversi, comportino relatività. Al lettore, che non vogliamo troppo influenzare con le nostre perplessità, il compito di giudicare se ci sia riuscita o meno. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">*</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><a href="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/02/scelta-de-monticelli.pdf" target="_blank"><em>Che cos&#8217;è una scelta? Fenomenologia e neurobiologia</em>, di Roberta De Monticelli</a>   </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><em><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/image1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-17252" alt="La novità di ognuno" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/image1.jpg" width="259" height="389" /></a>La novità di ognuno</em> ci guida alla scoperta di questa verità insieme antica e rivoluzionaria, intimamente legata a una delle questioni filosofiche capitali e attualissima, quella del libero arbitrio, oggi messo in discussione dal riduzionismo radicale di molti scienziati. Per fondare la sua riflessione, Roberta De Monticelli intreccia due cammini: da un lato ripercorre i passi dei maestri del pensiero filosofico su questo tema; dall&#8217;altro riparte dall&#8217;esperienza quotidiana di ciascuno di noi, dai nostri sentimenti, dai nostri atti. Perché non è certo una riflessione astratta volta a definire la natura umana. Al contrario, sono posti al centro dell&#8217;attenzione la nostra vita, i nostri sensi, la nostra carne, i nostri affetti. È proprio grazie alle nostre decisioni &#8211; attraverso ciascuna delle nostre decisioni, piccole e grandi &#8211; che definiamo la nostra unicità. Siamo noi stessi, in ogni istante, a costruire la nostra identità, la nostra persona. Oggi paiono dominare l&#8217;indifferenza politica e morale e il suo contrario, il richiamo a principi astratti d&#8217;autorità. La novità di ognuno ci dice invece che ciascuno di noi, fedele alla propria natura, è libero di scegliere &#8211; e dunque si deve anche assumere la responsabilità morale e politica delle proprie scelte.</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/MK0HhyI5E-Q" height="332" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Roberta De Monticelli, &#8220;Libertà del volere: un&#8217;illusione antica?&#8221;, Festival della Mente, 6/9/2009</span></p>
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		<title>Lettera d&#8217;amore in ritardo</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 13:54:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[Giovedì 25 aprile 2013 CAMMINARSI DENTRO (474): Lettera d&#8217;amore in ritardo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Giovedì 25 aprile 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (474): Lettera d&#8217;amore in ritardo</span></p>
<p><object width="442" height="390" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0" bgcolor="#FFFFFF"><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="quality" value="high" /><param name="wmode" value="direct" /><param name="flashvars" value="autostart=false&amp;provider=video&amp;file=http://flv.kataweb.it/repubblicatv/file/2013/04/25/130946/130946-video-rrtv-proclemer_lettera250413rs.mp4?width=640&amp;height=387&amp;repeat=false&amp;logo.file=0&amp;logo.position=top-left&amp;logo.margin=10&amp;shuffle=false&amp;mute=false&amp;volume=60&amp;stretching=unfiform&amp;screencolor=000000&amp;buffer=5&amp;smoothing=true&amp;brand=RepubblicaTV&amp;category=spettacoli_e_cultura&amp;subcategory=&amp;videotitle=\'\'Lettera d\'amore in ritardo\'\': la Proclemer a Brancati 40 anni dopo la sua morte&amp;streamurl=http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/lettera-damore-in-ritardo-la-proclemer-a-brancati-40-anni-dopo-la-sua-morte/126530/125032&amp;webserviceurl=http://video.repubblica.it/php/services/related.php?id=&amp;mediaid=126530&amp;dock=false&amp;image=&amp;debug=false&amp;skin=http://flv.kataweb.it/player/v4/skin/skin_rrtv_temp.swf&amp;plugins=http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_nielsen.swf,http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_related.swf" /><param name="src" value="http://flv.kataweb.it/player/v4/player/player_v1a.swf" /><param name="allowscriptaccess" value="true" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="442" height="390" type="application/x-shockwave-flash" src="http://flv.kataweb.it/player/v4/player/player_v1a.swf" allowScriptAccess="always" allowFullScreen="true" quality="high" wmode="direct" flashvars="autostart=false&amp;provider=video&amp;file=http://flv.kataweb.it/repubblicatv/file/2013/04/25/130946/130946-video-rrtv-proclemer_lettera250413rs.mp4?width=640&amp;height=387&amp;repeat=false&amp;logo.file=0&amp;logo.position=top-left&amp;logo.margin=10&amp;shuffle=false&amp;mute=false&amp;volume=60&amp;stretching=unfiform&amp;screencolor=000000&amp;buffer=5&amp;smoothing=true&amp;brand=RepubblicaTV&amp;category=spettacoli_e_cultura&amp;subcategory=&amp;videotitle=\'\'Lettera d\'amore in ritardo\'\': la Proclemer a Brancati 40 anni dopo la sua morte&amp;streamurl=http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/lettera-damore-in-ritardo-la-proclemer-a-brancati-40-anni-dopo-la-sua-morte/126530/125032&amp;webserviceurl=http://video.repubblica.it/php/services/related.php?id=&amp;mediaid=126530&amp;dock=false&amp;image=&amp;debug=false&amp;skin=http://flv.kataweb.it/player/v4/skin/skin_rrtv_temp.swf&amp;plugins=http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_nielsen.swf,http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_related.swf" allowscriptaccess="true" allowfullscreen="true" bgcolor="#FFFFFF" /></object></p>
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		<title>Il volto interno</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/21/04/2013/il-volto-interno/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 06:11:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[Domenica 21 aprile 2013 CAMMINARSI DENTRO (473): Dell&#8217;amore il volto interno Finché una luce senza margini d&#8217;ombra illumina l&#8217;oscurità del tempo, risale ad uno ad uno i suoi tornanti e m&#8217;accorgo di te entrata nella mia vita neppure mi chiedo da che parte e quando e se lo sei o se invece non sei sorta [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Domenica 21 aprile 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (473): Dell&#8217;amore il volto interno</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;"><em>Finché una luce senza margini d&#8217;ombra<br /> illumina l&#8217;oscurità del tempo,<br /> risale ad uno ad uno i suoi tornanti<br /> e m&#8217;accorgo di te entrata nella mia vita<br /> neppure mi chiedo da che parte e quando<br /> e se lo sei o se invece non sei sorta<br /> su dalla sua profondità di notte in notte affiorando.<br /> &#8211; Che farà qui &#8211; mi dico mentre splendi<br /> e sorridi un sorriso anche mio &#8211; forse<br /> veglia su di me. Forse affina da sempre il mio pensiero<br /> occupato da troppe parvenze e monco -<br /> e ti guardo come sei, già nota<br /> sebbene mai prima d&#8217;ora veduta<br /> e stupisco che l&#8217;amore abbia questo volto interno.</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Mario Luzi, <em>Il pensiero fluttuante della felicità</em>, dalla raccolta <em>Su fondamenti invisibili</em></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Di tutte le epifanie mondane di cui abbiamo fatto esperienza fin qui la sola che si affermi tra gli istanti eterni come irripetibile apparizione c&#8217;è lei, ogni volta di nuovo, solo colei che fa tremare il nostro cuore e ci riempie di gioia quando cade sotto il nostro sguardo e si fa subito sguardo che sorride a noi, soltanto a noi.<br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Avevamo apparecchiato per il rito d&#8217;amore un&#8217;altra macchina per noi, che valesse a proteggere le deboli mura dietro le quali credevamo di aver messo al riparo il nostro cuore. Avevamo immaginato un lento incedere, i gesti misurati di chi accortamente apre e chiude come fa la primavera con i suoi primi boccioli, lunghe pause dell&#8217;anima e spunti e avvertimenti e cenni di assenso, perché volevamo essere maneggiati con cura. <br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Ma lei era lì, già viva presenza che chiedeva ulteriorità di senso, un altro senso ancora, già desiderio di conoscenza. Noi la conoscevamo appena, eppure volevamo già fermare il tempo, ripercorrendo infinite volte gli istanti appena trascorsi per il futuro gioco della memoria. Cos&#8217;altro è poi il bisogno irrefrenabile di vederla ancora, quando si sia appena allontanata, se non l&#8217;urgenza della mente di disegnare ancora i confini e le frontiere interne e le piccole ombre e misurare la luce che promana dal corpo d&#8217;amore? <br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Le sue esitazioni sono state pure avvertimento, e il silenzio non pausa né accorto meditare. Le sue ostinazioni non erano attesa di un&#8217;altra certezza da fornire, perché uscisse dalla fredda insicurezza in cui sempre si cacciava. Attraverso gli occhi, invece, attraversò fino all&#8217;ultima stanza il labirinto, mentre la mente estatica contemplava ancora stupefatta il volto interno di quello che si ostinava a chiamare amore. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">La viva presenza è presenza viva solo se a sua volta protesa a cogliere l&#8217;ek-stasis della propria presenza mondana. Non basta amare ed essere amati, se quest&#8217;ultimo modo di consistere nel mondo non è consapevole accettazione della propria mondana presenza, oggetto di un desiderio che attenderà sempre una risposta.</span></p>
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		<title>Non ci basta primavera?</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 21:54:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[Martedì 16 aprile 2013 CAMMINARSI DENTRO (472): Non ci basta primavera? Accade raramente di ritrovarsi a considerare che un&#8217;occasione preziosa è stata sciupata per insipienza e per impazienza. Siamo convinti che intervenga a compromettere una relazione umana che stava per nascere la nostra stupidità o una catena di sfortunate coincidenze. Equivoci, fraintendimenti, incomprensioni&#8230; Mentre, invece, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Martedì 16 aprile 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (472): Non ci basta primavera?</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/LSIxG7pdjb4" height="249" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Accade raramente di ritrovarsi a considerare che un&#8217;occasione preziosa è stata sciupata per insipienza e per impazienza. Siamo convinti che intervenga a compromettere una relazione umana che stava per nascere la nostra stupidità o una catena di sfortunate coincidenze. Equivoci, fraintendimenti, incomprensioni&#8230; Mentre, invece, è solo l&#8217;impazienza a guidarci verso la rovina.</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"><span style="font-size: 20px; line-height: 21px;"><em>Negli uomini ci sono due peccati capitali, da cui derivano tutti gli altri: impazienza e negligenza. Per l&#8217;impazienza sono stati cacciati dal Paradiso, per la negligenza non vi tornano. Ma forse c&#8217;è un solo peccato capitale: l&#8217;impazienza. Per l&#8217;impazienza sono stati cacciati, per l&#8217;impazienza non ritornano</em>. - FRANZ KAFKA, <em>Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via</em></span></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"><span style="font-size: 20px; line-height: 21px;">Non si può dire, però, che non ci si possa adoperare ad arginare la piena dei nostri affetti, per orientarli verso sponde più sicure. Basta ritornare a fare con metodo quello che ci eravamo disposti a fare prudentemente.</span></span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><em>Tutti gli errori umani sono impazienza, interruzione precipitosa di ciò che è metodico, apparente recinzione intorno all&#8217;apparente.</em> &#8211; FRANZ KAFKA, <em>Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via</em></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"><span style="font-size: 20px; line-height: 21px;">Quello che resta lì a ricordarci chi siamo è l&#8217;errore commesso invadendo il campo con affrettate iniziative, con l&#8217;enfasi e l&#8217;entusiasmo, l&#8217;eccesso di interpretazione e il malcelato interesse ad acquisire un amico in più. Bisogna far finta di niente, magari fischiettare spensierati, per ingannare la vita e farle credere che il giardino non ha bisogno di acqua né di particolari attenzioni. Non ha bisogno di delicatezza né di essere maneggiato con cura. Non provvede primavera a risarcire le sue creature con i venti opportuni e le acque salutari e le ondate di luce e il tepore improvviso? Perché chiedere ormai quello che sicuramente verrà a recare conforto e ristoro? L&#8217;inverno è finito. A che vale l&#8217;affanno e la corsa e il trepido interrogare? Primavera è arrivata.</span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Leggere Foucault</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2013 13:42:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[Lunedì 8 aprile 2013 CAMMINARSI DENTRO (471): Leggere Foucault SPECIALE MICHEL FOUCAULT, un Seminario&#8230; Genova 4 Aprile 2013 - SPECIALE MICHEL FOUCAULT &#8211; Mario Galzigna, uscire dall&#8217;oleografia psichiatrica  - SPECIALE MICHEL FOUCAULT: Mario Galzigna, la follia al di la&#8217; della confisca istituzionale  - SPECIALE MICHEL FOUCAULT &#8211; Mario Galzigna e Paolo Peloso, La follia tra prossimita&#8217; [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Lunedì 8 aprile 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (471): Leggere Foucault</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/foto-1.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-17194" alt="foucault1" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/foto-1-672x1024.jpg" width="672" height="1024" /></a>SPECIALE MICHEL FOUCAULT, un Seminario&#8230; Genova 4 Aprile 2013<iframe src="http://www.youtube.com/embed/XjfH9qmRC9A" height="249" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe> -</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">SPECIALE MICHEL FOUCAULT &#8211; Mario Galzigna, uscire dall&#8217;oleografia psichiatrica <iframe src="http://www.youtube.com/embed/r__cD_xvC1M" height="249" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe> -</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">SPECIALE MICHEL FOUCAULT: Mario Galzigna, la follia al di la&#8217; della confisca istituzionale <iframe src="http://www.youtube.com/embed/CPcWN_QIGEQ" height="249" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe> -</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">SPECIALE MICHEL FOUCAULT &#8211; Mario Galzigna e Paolo Peloso, La follia tra prossimita&#8217; e distanza <iframe src="http://www.youtube.com/embed/eQhOKi4Wcuw" height="249" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/foto-2.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-17196" alt="foucault2" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/04/foto-2-666x1024.jpg" width="666" height="1024" /></a> </span></p>
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		<title>Dopo l&#8217;amore</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/29/03/2013/dopo-lamore/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 Mar 2013 18:08:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 29 marzo 2013 CAMMINARSI DENTRO (470): Dopo l&#8217;amore È un dolore diverso e difficile da sopportare. Non colpisce una regione del cuore tra le altre. Ne esce alterato il senso di tutta un&#8217;esistenza. Ci siamo affacciati alla vita in un mondo in cui il matrimonio era indissolubile, l&#8217;amore eterno, l&#8217;esperienza sentimentale del tutto oscura: [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Venerdì 29 marzo 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (470): Dopo l&#8217;amore</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">È un dolore diverso e difficile da sopportare. Non colpisce una regione del cuore tra le altre. Ne esce alterato il senso di tutta un&#8217;esistenza.<br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Ci siamo affacciati alla vita in un mondo in cui il matrimonio era indissolubile, l&#8217;amore eterno, l&#8217;esperienza sentimentale del tutto oscura: la cultura romantica era ancora &#8216;operante&#8217;: la sfera degli affetti confinava con l&#8217;assoluto e l&#8217;eterno. Nessuno era in grado di &#8216;pensare&#8217; i sentimenti: essi apparivano nella nostra vita misteriosamente e sembrava che dovessero durare per sempre. La loro genesi, lo sviluppo, la durata erano questioni che nessuno si poneva. Si trattava di doni della vita sui quali nessuno osava interrogarsi. La mancanza di chiari riferimenti concettuali e l&#8217;assenza di &#8216;avvertimenti&#8217; sul da farsi portavano tutti a credere che ci si dovesse affidare alla loro &#8216;bontà&#8217;, salvo poi affrontare separatamente la questione dell&#8217;errore e quella del male come prodotti della libertà personale: ogni errore e ogni colpa andavano ascritti alla sfera della responsabilità personale: i sentimenti negativi potevano essere riguardati come oggetti da studiare e su cui discutere. Direi che soprattutto l&#8217;amore conservava l&#8217;aura di mistero che aveva guadagnato nel tempo.<br />Se avessimo avuto &#8216;intelletto d&#8217;amore&#8217;, avremmo tenuto insieme luce e ombra, illuminando la zona luminosa, magari per decidere meglio di che cosa tutta quella luce fosse fatta, senza trascurare gli &#8216;avvertimenti&#8217; che pure ci venivano dall&#8217;esperienza e che avrebbero renderci consapevoli di quanta ombra ci fosse in quell&#8217;esperienza.<br />È stato detto autorevolmente che l&#8217;amore non è cieco, anzi insegna a vedere. Ma quanta &#8216;sapienza&#8217; si richiede per arrivare a &#8216;vedere&#8217; e poi ad agire sulla base di ciò che si è compreso dell&#8217;altro? Perché, pure in mezzo a questo chiaro vedere, non riusciamo a decidere quasi mai che non vale la pena di inaugurare una relazione che si presenta già con caratteri a dir poco problematici? La conoscenza dell&#8217;altro è possibile solo dentro la relazione sentimentale &#8216;conclamata&#8217;? Perché non riusciamo a dare (il giusto) peso agli &#8216;avvertimenti&#8217; dell&#8217;esperienza e al giudizio di coloro che, talvolta, ci mettono in guardia dal proseguire sulla strada imboccata? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Abbiamo impiegato quasi tutta la vita a districarci nella foresta di sentimenti, ostentando nella vita quotidiana una certa &#8216;sicurezza&#8217; sul nostro sentire e sulla possibilità di intrecciare relazioni sentimentali soddisfacenti. Fino a quando non abbiamo scoperto che eravamo impegnati in una battaglia per il riconoscimento senza fine. In realtà, ogni cosa significativa e sana vive nel tempo, è fatta di momenti di verifica che non possono essere rimandati all&#8217;infinito: abbiamo appreso a nostre spese che modi sbagliati di intendere i rapporti uomo-donna, ad esempio, influenzano pesantemente la relazione affettiva, interferendo con i modi di risposta alla domanda d&#8217;amore. Ambivalenza e irresolutezza, che sono le caratteristiche di fondo della sensibilità romantica, sono la peste che trasforma poi ogni cosa, alterando il fragile equilibrio che sempre tiene insieme ogni relazione che si basi sulla reciprocità dello scambio. Senza tale chiara volontà, siamo di fronte alla patologia del sentimento, alla malattia dell&#8217;amore. Ci sono amori malati che bisogna aiutare a morire, per salvare la propria salute mentale e tornare a vivere in modo sano. Quando ci accada di essere noi l&#8217;oggetto del rifiuto, se l&#8217;esito finale tarda a manifestarsi, per  la pura volontà di perpetuare un rapporto che non si vuole troncare, a noi resta il comito di gestire il malato terminale. Bisogna aiutarlo a morire. E non è facile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">È un dolore difficile e diverso da sopportare. Quando lo stato di sospensione e la vana attesa si fanno deserto degli affetti, e ogni contatto non ci recherà più alcun conforto, ci ridurremo ad oscillare tra buone maniere e recriminazione. Come se ci fosse qualcosa da salvare ancora!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Ci siamo chiesti negli ultimi decenni cosa si debba raccontare ai ragazzi in materia di sentimenti, particolarmente oggi, in un tempo in cui si parla solo di emozioni, raramente di sentimenti. Si può dire che l&#8217;amore è un sentimento &#8216;a tempo&#8217;, che di solito dura qualche anno, difficilmente per tutta la vita? La realtà delle tante unioni felici si presenterebbe subito alla mente come un argomento efficace contro tanto &#8216;realismo&#8217;. Resta il fatto che il costume è cambiato. Il modo di sentire collettivo si è fatto pragmatico, cioè meno propenso a sposare teorie generali buone per tutti i casi. Ognuno di noi è portato a pensare che il campo degli affetti è forse il campo in cui la libertà personale si manifesta più ampiamente. Siamo, tuttavia, ancora soli di fronte alla vita e al suo &#8216;spettacolo&#8217;: le cose si manifestano a noi in modi sempre inediti, anche se ci affanniamo a vedere sempre lo stesso nelle più diverse situazioni, per quel bisogno di identità che impone il ricorso all&#8217;immagine della continuità della vita. Ad essa applichiamo schemi di comodo, per metterci al riparo dalla tempesta delle passioni e dalle intermittenze del cuore. Giuriamo fedeltà ed eternità per gli affetti che proviamo, ma ci scontriamo con il venir meno degli stessi. Si smette di amare, per la gravità delle incomprensioni, per l&#8217;insuperabilità dei fraintendimenti, per la volontà di non perdonare. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">È un dolore diverso e difficile da sopportare, perché non c&#8217;è più amore. A questo non eravamo preparati. Abbiamo saputo affrontare tutto, le nascite e le morti, l&#8217;esaltazione per ogni nostra nuova nascita, ma anche l&#8217;afflizione per le perdite per cui non eravamo pronti. Questo dolore è più forte della stessa morte. Non perché l&#8217;amore fosse grande e abbracciasse ogni cosa in noi, ma per il fatto che questo abbandono ha il sapore del rifiuto, che si accompagna ad altri rifiuti che stiamo vivendo negli stessi mesi e nelle stesse ore. A questo dolore non siamo riusciti a dare ancora un nome. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">È un dolore diverso e difficile da sopportare. Ne esce ridefinito il senso di tutta un&#8217;esistenza, perchè l&#8217;amore per noi non è solo l&#8217;amore per una donna: non si è trattato solo di una storia d&#8217;amore. Quando all&#8217;oggetto d&#8217;elezione sono state riservate le cure che nemmeno una figlia ha ricevuto e sono stati compiuti i gesti che avrebbero dovuto assicurare per sempre il riconoscimento e l&#8217;amore ricambiato, non è possibile fare a meno di pensare che si è trattato di un sentimento mal riposto, di una fiducia immeritata. Il tempo del disamore porta inevitabilmente con sé il disincanto. All&#8217;incanto perduto succede fatalmente la prosa quotidiana. Tutte le forme di deprivazione che vanno a costituire il tempo-dolore non possono essere compensate né surrogate da alcunché. Per chi scrive non si è trattato di una canzone di Cole Porter.</span></p>
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		<title>Il Segreto</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 15:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[Martedì 26 marzo 2013 CAMMINARSI DENTRO (469): Il Segreto «C’è un solo segreto, tra i valori maschili, ed è il segreto del padre: il padre che si fa segreto, che tace gli affanni, senza rinunciare al respiro lungo della vita distesa, che scioglie i grumi di dolore e rende giustizia dei diritti di ognuno nella [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Martedì 26 marzo 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (469): Il Segreto</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">«</span><em><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">C’è un solo segreto, tra i valori maschili, ed è il segreto del padre: il padre che si fa segreto, che tace gli affanni, senza rinunciare al respiro lungo della vita distesa, che scioglie i grumi di dolore e rende giustizia dei diritti di ognuno nella propria mente ospitale. Il padre, infatti, è il lungimirante</span></em><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">»</span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">.</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">All&#8217;appuntamento con la vita solitamente si arriva impreparati come genitori: i titoli di studio non aiutano a fare bene. Se non fosse così, dovremmo concludere che gli Psicologi, in quanto scienziati dell&#8217;anima, saranno i migliori genitori! Tutte le altre categorie professionali, d&#8217;altra parte, avrebbero da rivendicare &#8216;competenze&#8217; utili. Quale artigiano rinuncerebbe a credere, ad esempio, che la casa va avanti per i lavori grandi e piccoli che è in grado di fare, non solo per l&#8217;ordinaria manutenzione?<br />Non appena ci accingiamo a dire la &#8216;cosa&#8217; &#8211; e la &#8216;cosa&#8217; è l&#8217;oggetto del contendere, cioè l&#8217;Educazione, il modo in cui aiutare un figlio a crescere &#8211; le nostre &#8216;competenze&#8217; si sciolgono come neve al sole. È lo &#8216;spettacolo&#8217; della vita stessa che, fin dal suo primo apparire, ci costringe a rivedere il nostro lessico, il significato da sempre dato alle cose, il posto che occupiamo nel mondo. Non c&#8217;è una scienza conchiusa a cui attingere.<br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">È stato detto che quando nasce un bambino in realtà nasce una madre. Quando nacque Sara, ebbi la sensazione forte che il mio organismo stesse subendo brusche trasformazioni. Quando nasce un bambino, nasce anche un padre. <br />Io credo, invece, che il padre fosse già presente in me, da molto tempo. Ne ebbi un chiaro sentore quando mio padre mi mise davanti una lettera che veniva dalla Direzione generale della Banca in cui lavorava. Mi disse: «Leggi e dimmi quello che c&#8217;è scritto». In seguito, volle che scrivessi io la risposta per lui. Avevo solo quattordici anni. Frequentavo il IV Ginnasio. Cosa aveva visto mio padre in me? solo una competenza linguistica?, peraltro ancora allo stato nascente! Oppure, come a me piace pensare, una misura, una saggezza che serviva in un momento di gravi decisioni? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Osservando in classe i nuovi alunni anno per anno e nel corso della loro crescita come studenti, ho avuto spesso la sensazione viva che in molti ragazzi ci fosse già il padre, per un senso della dignità personale, per la riservatezza, per la lungimiranza, per il rispetto delle ragazze e per la capacità di essere fattore di protezione per i deboli, fin dal primo anno della Scuola Media Superiore! Essi erano in grado di reggere all&#8217;urto delle situazioni dirompenti senza perdere la calma; sapevano assorbire in silenzio torti e mortificazioni a cui le circostanze suggerivano di non rispondere, per prudenza; erano equilibrati nei giudizi; capaci di mantenere i segreti; generosi e irreprensibili nell&#8217;amicizia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">La giusta ira che mi porto dentro oggi riguarda le persone che giocano con la sensibilità maschile e le situazioni in cui del valore maschile non risalta nulla. La sensazione nevrotica di non essere stimati né rispettati come padri è forte. <br />Con la storia del &#8220;padre assente&#8221;, tutti si approfittano vilmente delle situazioni per ritagliarsi spazi indebiti che tolgono la parola ai maschi, mostrando ignoranza criminale dell&#8217;umanità maschile, della sofferenza silenziosa in cui si consuma la condotta personale, in mezzo alla violenza delle parole che si sostituiscono alle persone e alla loro realtà umana.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Anche nel lavoro sociale che svolgo nel Centro di ascolto predomina la chiacchiera da bar sui padri, che sarebbero assenti, che arrivano ultimi alla battaglia contro la droga&#8230; <br />Il momento cruciale e decisivo di tutto il cammino di recupero dei ragazzi, tuttavia, è dato sempre dalla (ri)scoperta del padre. Il compimento dei processi riparativi e ricostruttivi è dato dai momenti di incontro tra padre e figlio. <br />Quello che si diranno, poi, è bene che resti patrimonio di chi è disposto ad ascoltare la vita e a rispettarla nella sua realtà segreta.</span></p>
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		<title>Che c&#8217;è di peggio del fatto di ricordare il tempo felice nel tempo della miseria?</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 21:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[* Ricordando Domenica, 6 febbraio 2011 CAMMINARSI DENTRO (468): Feierlich und gemessen - Solenne e misurato Come il movimento di una Sinfonia che si levi in crescendo per sostare meditante, in attesa della pausa breve, il cuore a volte avanza intrepido in mezzo alle voci che si accavallano scomposte per affermare la sua nota, il timbro [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">*</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">Ricordando Domenica, 6 febbraio 2011</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (468): Feierlich und gemessen - Solenne e misurato</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">Come il movimento di una Sinfonia che si levi <em>in crescendo</em> per sostare meditante, in attesa della pausa breve, il cuore a volte avanza intrepido in mezzo alle voci che si accavallano scomposte per affermare la sua nota, il timbro di un&#8217;anima. Si ferma, allora, interdetto e perplesso, distratto da quelle voci che si fanno frastuono fastidioso e rumore, per ritrovare maestoso il cammino appena interrotto: il tempo di un&#8217;esitazione e poi di nuovo un polifonico succedersi di piani di realtà sfiorati, accennati, decisamente toccati. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">E&#8217; così che avanza la voce del desiderio nelle notti di luna, quando la sua pelle rispecchia il volto di Selene e tutt&#8217;intorno è festa di cicale e la nottola tace. E&#8217; questo silenzio che siamo protesi ad ascoltare. Siamo in attesa. Quando la cicala interromperà il suo monotono frinire, il verso spettrale dell&#8217;uccello notturno annuncerà sinistri eventi al cuore. Questo temevamo. Che un segno esterno si facesse segnale, promessa smentita di nuovo dal cicaleccio del mondo, che si fa da presso a dire cose inaudite e strane. Che il tempo dell&#8217;amore è finito. Già il poeta aveva messo in guardia: il canto dell&#8217;allodola è cosa ben diversa dal canto dell&#8217;usignolo. La notte è finita.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">Perché non accettiamo la felicità di un giorno &#8211; di una notte &#8211; e pretendiamo, invece, file ininterrotte di continuità, una condizione riservata solo agli dei immortali? Non fu voce del desiderio anche la sua? Non erano rivolti a noi sorrisi e gemiti, i dolci sguardi e le pause assorte dell&#8217;anima? Cos&#8217;altro chiedere al cielo, se non un&#8217;altra notte ancora, un incontro ancora con il nostro destino, il miele delle ore  e dei giorni non degli anni e dei secoli, la Luna su di lei, il dolce che si distilla nel cuore affannato? che si calmi il respiro, per più delicati affanni, per l&#8217;abbraccio, i capelli scompigliati e i lacci del cuore finalmente vinto dalla grazia e dal canto che monotono incede a ricordare che anche un&#8217;altra notte è passata?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">Sia allora solenne e misurato il canto dell&#8217;anima che muta risponderà al canto di lei. Osservare l&#8217;incanto del suo stupefatto esistere. Un&#8217;altra nota ancora. Salutare insieme il giorno che avanza, io pianoforte, lei violino, e sentire l&#8217;eco della cicala, perché la notte continui ancora nel cuore assonnato e stanco. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">Lunedì 25 marzo 2013</span></p>
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		<title>Non basta essere soli</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 19:45:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 25 marzo 2013 CAMMINARSI DENTRO (467): Non basta essere soli Non bisogna dire &#8216;single&#8217;. Non bisogna scriverlo da nessuna parte. Come sono portati a fare i ragazzi, che hanno bisogno di gridare al mondo che un altro amore è finito. Quell&#8217;annuncio, poi, insospettisce: non è la sanzione del raggiungimento di uno status del [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Lunedì 25 marzo 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (467): Non basta essere soli<br /></span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/mj_xKA5C2vU" height="332" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Non bisogna dire &#8216;single&#8217;. Non bisogna scriverlo da nessuna parte. Come sono portati a fare i ragazzi, che hanno bisogno di gridare al mondo che un altro amore è finito. Quell&#8217;annuncio, poi, insospettisce: non è la sanzione del raggiungimento di uno status del tutto nuovo, una condizione che è anche scelta, come si addice a chi se ne va a vivere da solo e ci resta per sempre, acconciandosi a comprare singole porzioni di tutto, perché ormai il commercio mette nel conto anche la categoria dei solitari. Quell&#8217;annuncio insospettisce proprio perché è un annuncio: i single non vanno dicendo in giro di esserlo. Chi lo fa probabilmente è nella condizione del non-impegnato (ancora) sentimentalmente. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Non bisogna dire &#8216;single&#8217;, per non incorrere nella critica che parte dagli scettici: non tutti sono disposti a credere che non lo facciamo per dichiarare surrettiziamente la nostra disponibilità sentimentale. Questo è disdicevole, dal nostro punto di vista. Che senso ha, infatti, &#8216;mettersi sul mercato&#8217; ad aspettare che risponda il prossimo partner, quando noi stessi finiamo per andare ad infastidire anche chi è impegnato già sentimentalmente, dimentichi dell&#8217;antico comandamento? E&#8217; come se fossimo già tutti disponibili. Se è fatale che nasca l&#8217;attrazione per una persona, perché farsi prendere dall&#8217;impazienza di una dichiarazione che sa di impazienza? Può servire ad accelerare i tempi? Accorreranno a frotte partner impazienti? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Non bisogna dire &#8216;single&#8217;, per non affrettarsi a rinunciare al piacere di essere ascoltati ancora, perché anche un partner che ci abbia abbandonati è sempre il partner che amava ascoltarci. Sia così, allora. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><em>Sia grazia essere qui,<br />grazia anche l’implorare a mani giunte,<br />stare a labbra serrate, ad occhi bassi<br />come chi aspetta la sentenza.<br />Sia grazia essere qui,<br />nel giusto della vita,<br />nell’opera del mondo. Sia così.</em></span></p>
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		<title>Un mondo impazzito</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 16:20:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[________________________________ Lunedì 25 marzo 2013 CAMMINARSI DENTRO (466): Un mondo impazzito Sia grazia essere qui,grazia anche l&#8217;implorare a mani giunte,stare a labbra serrate, ad occhi bassicome chi aspetta la sentenza.Sia grazia essere qui,nel giusto della vita,nell&#8217;opera del mondo. Sia così. MARIO LUZI La sensazione sgradevole che prova chi sia stato abbandonato dal proprio partner è [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;">________________________________</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: large;">Lunedì 25 marzo 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: large;">CAMMINARSI DENTRO (466): Un mondo impazzito</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><em><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sia grazia essere qui,<br />grazia anche l&#8217;implorare a mani giunte,<br />stare a labbra serrate, ad occhi bassi<br />come chi aspetta la sentenza.<br />Sia grazia essere qui,<br />nel giusto della vita,<br />nell&#8217;opera del mondo. Sia così.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">MARIO LUZI</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">La sensazione sgradevole che prova chi sia stato abbandonato dal proprio partner è quella di chi vede l&#8217;errore dappertutto intorno a sé.<br />Se prevale il silenzio del cuore dall&#8217;altra parte, se non arrivano più risposte, nemmeno alla più piccola richiesta di chiarimento, sembra che tutte le donne all&#8217;improvviso siano diventate insensibili e dure! Si finisce per vedere insensibilità e anaffettività dappertutto, come se la distanza naturale che passa tra le persone e il necessario distacco che appare indifferenza fossero  emblemi di una natura che non è più in grado di (cor)rispondere agli affetti che pure potrebbero interessarla e colpirla. <br />Ogni storia problematica o che finisca miseramente è riguardata senz&#8217;altro come effetto dell&#8217;incapacità di coinvolgimento emotivo e sentimentale di una delle due parti. <br />La tentazione di teorizzare e generalizzare va combattuta. Sentirsi assediati da folle di anime vaganti che non sorridono mai o che lo fanno perché prese dai piaceri del consumo e basta è vana follia. Immaginare un mondo impazzito che non è più capace di amare lo è ancora di più. <br />E&#8217; accaduto soltanto che nelle regioni inferiori dell&#8217;essere ci sia stato un sommovimento del cuore che ha interessato uno solo degli infiniti individui che popolano quelle regioni. Il venir meno di un amore può essere riguardato come il venir meno della sensibilità generale? o come la perdita di sensibilità di intere categorie di quel mondo, come le donne, non importa di quale età, solo perché una donna abbia cessato di amare?</span></p>
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		<title>Il non vissuto che ci accompagna</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 06:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[________________________________ Lunedì 25 marzo 2013 CAMMINARSI DENTRO (465): Il non vissuto che ci accompagna Forse il momento della consapevolezza più grande fu quello dell&#8217;estate del 1967, quando mi ritrovai &#8211; superato l&#8217;Esame di maturità &#8211; a dover scegliere. Era la prima volta. Fino a quel giorno, avevo visto scorrere la vita senza inciampi. Nessun blocco, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;">________________________________</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: large;">Lunedì 25 marzo 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: large;">CAMMINARSI DENTRO (465): Il non vissuto che ci accompagna</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/0Ew2ncu4EYw" height="332" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Forse il momento della consapevolezza più grande fu quello dell&#8217;estate del 1967, quando mi ritrovai &#8211; superato l&#8217;Esame di maturità &#8211; a dover scegliere. Era la prima volta. Fino a quel giorno, avevo visto scorrere la vita senza inciampi. Nessun blocco, nessuna esitazione. Trascorsi l&#8217;estate su <em>I fratelli Karamazov</em> e ne uscii prostrato, senza fede, ormai. Con il compito non facile della scelta universitaria di fronte. In realtà, avevo poche <em>chances</em>, perché mi sentivo da anni votato all&#8217;insegnamento, ma quando non si sia superata ancora la linea d&#8217;ombra, tutte le possibilità possibili si affacciano alla mente e ci piace baloccarci con l&#8217;idea che siamo liberi e che intendiamo restare tali, cioè mantenere aperte tutte le possibilità. Continuai ad arrovellarmi fino al momento della partenza per Roma, con i documenti ancora incompleti: mancava il nome della Facoltà universitaria. Nell&#8217;Ufficio postale di Piazza Bologna, sul bollettino dei versamenti, invece di scrivere Lettere, scrissi Filosofia. Decisi proprio lì, in quel momento. Anche successivamente, dissi a me stesso che scegliere Filosofia era non scegliere ancora: si trattava di una sorta di passaggio propedeutico a tutte le altre scelte. Immaginavo, come tutti i miei coetanei, che fosse tutto possibile, che si potesse scegliere tutto. Mi angosciava il pensiero che, una volta fatta la scelta definitiva, non sarebbe stato più possibile tornare indietro, al di qua del bivio su cui mi sembrava di essere accampato, per imboccare un&#8217;altra delle tante direzioni che mi ostinavo a tenere &#8216;aperte&#8217;. In realtà, era solo la mia mente che si avviluppava nei ragionamenti segreti intorno al da farsi, perché per la prima volta ne andava della mia vita. Io non volevo prendere decisamente la strada che dall&#8217;età di dodici anni, avevo visto chiara davanti a me: l&#8217;insegnamento. Mi sembrava che la vita offrisse molto di più. Non capivo perché la vita mi mostrasse molto di più, se io avevo già deciso cosa fare, considerato che il mio cuore non aveva dubbi su ciò che desiderava. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Successivamente, chiamai libertà il grumo di emozioni e stati d&#8217;animo che si rincorrevano disordinatamente, sotto la spinta di una mente che non cessava di vagliare ogni aspetto della situazione. Subito dopo la pubblicazione dei &#8216;quadri&#8217; della Maturità, avevo avvertito violentemente la sensazione che gli spazi chiusi erano finiti, dissolti ormai. Avevo davanti a me una dimensione sconosciuta, senza confini. Era inebriante, ma faceva male al cuore. Era quella una linea di confine tra due tempi della mia vita? Ero felice di essermi liberato delle infinite costrizioni della scuola, ma lì mi sentivo anche al riparo. Al riparo da cosa? Perché avrei dovuto sentirmi in pericolo? Se di libertà si trattava, perché averne paura? Solo molto tempo dopo, imparai con Leopardi a dare un nome a quel sentimento misto che era già proprio della vita adulta: il timore che accompagna sempre la speranza.<br /> Gli studi classici mi avevano abituato a ragionare in termini di libertà/necessità, come se la libertà si stagliasse sempre di fronte a quello che credevo il suo contrario, cioè la necessità ferrea di ciò che è come è e non può essere altrimenti. In realtà, la libertà ha di fronte a sé il nulla. L&#8217;angoscia che l&#8217;accompagna proviene dal chiaro avvertimento di quel nulla in cui ci ritroviamo tutte le volte che siamo messi di fronte a una scelta. Ero libero, per la prima volta. Ma non lo sapevo. Provavo soltanto un misto di paura e felicità. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">L&#8217;arrivo all&#8217;Università fu accompagnato da un checkup riservato a tutte le &#8216;matricole&#8217;. L&#8217;internista mi trovò rigido, teso, al punto che si irritò con me, perché non riuscivo a rilassare la muscolatura addominale. Mi spedì dallo Psichiatra, che mi trattenne a lungo. Questi mi chiese se intendevo proseguire gli studi. Gli risposi sì, non poco perplesso per la sua domanda. Mi descrisse il mio stato di eccitazione, i circoli viziosi in cui si avviluppava la mia mente, i rischi per lo studio&#8230; Mi suggerì esercizi per l&#8217;igiene mentale e mi raccomandò di farmi una ragazza. Il colloquio fu lungo. Lo ricordo quasi per intero. Mi ritrovai per la prima volta di fronte a qualcuno che sapeva di me, senza avermi conosciuto mai. Il turbamento che mi trasmise non mi abbandonò più, per tutto il Corso di laurea, fino alla discussione della tesi, e oltre. Si trattava di mettere ordine nel cuore, di imparare a fare i conti con la realtà e altro ancora, ma quando si ha la sensazione di avere il vuoto alle spalle, è difficile trovare un terreno solido su cui consistere.<br />Solo il 1969, con la conoscenza della donna che poi avrei sposato, provvide a darmi un po&#8217; di stabilità. Molte cose ancora dovevano succedere, però, perché io potessi dire di aver trovato un equilibrio.<br /> Temo che la linea d&#8217;ombra non sia solo una linea. Che non si tratti di un confine che si attraversa una sola volta. Le scelte che si succedono nel tempo, ma soprattutto, le conferme e i riconoscimenti sono tanti. E tanti debbono essere, per poter abbandonare l&#8217;età precedente, se ci accade di venire dalla &#8216;provincia&#8217;, come era il mio caso, e dal Risorgimento, forse dal Rinascimento, se non dal Medioevo, come sembrava a me di venire.<br />L&#8217;educazione sentimentale ricevuta era fatta di niente: nessuno aveva avuto il coraggio di parlarci di sentimenti. Ci siamo sporti sulla realtà facendoci aiutare dallo studio della Letteratura. L&#8217;amore era quello di cui parlava Dante, poi quello di cui parlava Petrarca. Boccaccio già ci confondeva le idee. Ma non finì nemmeno con lui. Tutti continuarono a parlare d&#8217;amore. A chi credere? Evidentemente, si trattava di demolire le teorie inammissibili. Con quale criterio? Se avessimo avuto un criterio, avremmo saputo dire che cos&#8217;è l&#8217;amore.<br />Il difetto della vecchia scuola si riassumeva nel fatto che mancava il punto di vista del presente, uno sguardo sulle cose che sapesse dare ordine e misura, aiutando a discriminare, a sceverare vero da falso.<br />Ai miei alunni, all&#8217;altezza del terzo anno del Liceo scientifico, avrei spiegato, poi, che la visione cortese della donna è spuria, perché negazione della donna; quelle che seguirono, fino a Dante, assumevano astrattamente l&#8217;amore e la donna, non erano espressione del rapporto con una donna reale. Solo a partire da Petrarca è possibile parlare di una reale esperienza d&#8217;amore. E il petrarchismo si protrasse fino a tutto il Settecento. La rivoluzione romantica mise l&#8217;accento sul soggetto amoroso, esasperando il senso delle cose: malattia del desiderio, era proprio quello che non ci voleva per un&#8217;età come quella adolescenziale in cui si tende a sposare l&#8217;infinito e la verità assoluta, la purezza e la fedeltà&#8230; Anche questa visione delle cose sarebbe stata cosa buona &#8216;demolire&#8217;. Ma la vecchia scuola si limitava a parlare di Letteratura, quindi non era dato sapere fino a che punto fosse utile seguire le suggestioni che provenivano da quei modelli di comportamento. Non bastarono nemmeno quattro anni di Filosofia, per arrivare a darmi un&#8217;educazione sentimentale. Solo la prova di realtà offerta da una donna reale avrebbe contribuito a bonificare il campo, ma restavano dubbi su quello che accadeva, sull&#8217;esperienza amorosa in corso, sul nome da dare alle cose.<br />Il 1968 d.C. segna per me la linea di spartiacque tra il vuoto di Educazione e la scoperta della vita, considerata in tutte le sue forme. Il ciarpame politico, ideologico e perfino storico su quell&#8217;anno cruciale della storia di una generazione è ciò che disprezzo di più. Nell&#8217;autunno del 1967 furono spazzati via dentro di me Medioevo e Rinascimento, Romanticismo e Risorgimento, a vantaggio della storia del mondo che si dischiudeva davanti ai miei occhi, aiutandomi a ridefinire ogni cosa, anche Medioevo e Rinascimento, Romanticismo e Risorgimento. Scoprimmo di essere Corpo, di avere una Mente che pensa: noi credevamo che pensassero solo i Filosofi&#8230; Nel magma incandescente delle lotte studentesche, apparve un&#8217;umanità nuova, che era lì, tutta davanti a me. Anche le mie cose &#8211; le persone che avevo sempre amato &#8211; ne uscivano ridefinite. Niente era più come prima. La sessualità e la passione politica mi fecero nascere a nuova vita.<br />Ma restava da definire la scelta fatta: pensare all&#8217;insegnamento voleva dire immaginare Lettere, l&#8217;insegnamento della Lingua e della Letteratura, mentre io mi ero iscritto a Filosofia. A partire dal 1965, quando la scoprii a scuola, la Filosofia non ha mai smesso di accompagnare la mia vita. Sono trascorsi quarantasette anni, ormai, eppure sento ancora forte il bisogno di proiettare ogni cosa in una dimensione filosofica. Nello stesso tempo, non ho cessato di interrogare i poeti e i narratori, perché il commercio tra pensiero e poesia che contraddistingue ogni forma d&#8217;arte, compresi il Cinema, la Musica e le arti figurative, ci fa dire che molte verità sono racchiuse nelle immagini artistiche più che nei discorsi della Scienza e della Filosofia. Per questo, poi, non disdegnai di insegnare per trentacinque anni Lettere, cioè Lingua e Letteratura, pur essendo laureato in Filosofia.<br />Ad aiutarmi in questa scelta intervennero le circostanze. Nel 1975 mi trovavo in Trentino, per una lunga supplenza di Lettere. Non fui mai chiamato per una supplenza di Filosofia e non c&#8217;erano cattedre di Filosofia, quando dovetti scegliere il Corso di abilitazione all&#8217;insegnamento. Anche in quel caso, scelsi l&#8217;abilitazione all&#8217;insegnamento delle Lettere, senza esitazioni. La Filosofia avrebbe continuato a guidare la mia vita. Subito dopo, vennero un incarico annuale, l&#8217;incarico a tempo indeterminato, l&#8217;immissione in ruolo, il trasferimento, l&#8217;assegnazione di una cattedra, la sede definitiva, la ricostruzione della carriera. La via era tracciata &#8216;per sempre&#8217;. Avevo accettato ogni passaggio della mia &#8216;carriera&#8217; di insegnante senza obiettare nulla: mentre insegnavo ai miei alunni i segreti della Lingua e della Letteratura, continuavo a praticare privatamente lo studio della Filosofia, che era ormai una pratica di vita per me. Mi accadeva di dire sempre: Insegnante di Lettere, laureato in Filosofia. Era un po&#8217; come dire che ero prestato alle Lettere. La mia natura era un&#8217;altra. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Nelle settimane passate tra il novembre e il dicembre 1967, trascorrevamo da una Facoltà all&#8217;altra, in cerca di qualcosa che non avevamo trovato ancora, a dispetto dell&#8217;iscrizione a una Facoltà universitaria. Di fronte alla prospettiva delle sessioni d&#8217;esame che ci aspettavano &#8211; giugno, ottobre, febbraio, giugno, ottobre&#8230; &#8211; mi resi conto del fatto che stare sui libri per quattro o dieci anni era la stessa cosa: una volta imboccata una strada, si trattava solo di percorrerla fino in fondo, senza soste. Pensavo ai sei anni di Medicina e ai quattro che sarebbero seguiti per la specializzazione in Psichiatria. Ero convinto di aver capito finalmente quello che volevo dalla vita. Rientrai a casa pieno di entusiasmo. Chiesi a mio padre il permesso di fare il passaggio di Facoltà, ma lui, già spaventato dal fatto che avessi scelto di proseguire gli studi oltre la Scuola Media Superiore, si preoccupò del fatto che potessi essere solo attratto da una chimera. Per lui, passare da 4 a 10 anni non era cosa chiara e &#8216;pacifica&#8217; come per me. Disse di no. Così si aggiunse nel mio cuore, mentre studiavo Filosofia, l&#8217;interesse, la passione, la propensione allo studio della Psichiatria, a cui si aggiunsero subito Psicologia e Psicoanalisi. Da allora, non ho mai smesso di trascorrere dalla Letteratura alla Filosofia alla Psicologia alla Psichiatria alla Psicoanalisi, cercando in ognuna risposte ai problemi dell&#8217;esistenza. Per ognuna di queste discipline, poi, non ho mai smesso di cercare le relazioni con tutte le altre. Nel 1972 mi laureai in Filosofia con una tesi, che avevo iniziato a preparare al secondo anno, sui rapporti tra Filosofia e Psichiatria, segnatamente sull&#8217;influenza esercitata dal pensiero di Sartre sull&#8217;antipsichiatria di Laing e Cooper. Non avevo smesso di praticare le regioni di confine tra le discipline, anzi, era solo l&#8217;inizio.<br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Nel corso degli anni, quando ci intrattenevamo a discutere di Didattica, a scuola, un Collega mi ripeteva spesso che ero avvantaggiato nella cura della Didattica di Lingua e Letteratura dagli studi di Estetica fatti all&#8217;Università. In realtà, tutto quello che mi sosteneva sulla cattedra proveniva da studi che avevo proseguito senza interruzione su tutto il campo della Filosofia del linguaggio, della Linguistica generale, della Linguistica testuale, della Semiotica, dell&#8217;Estetica, della Teoria della letteratura scoperto all&#8217;Università. I quattro anni di Filosofia mi avevano fornito le &#8216;bibliografie&#8217; e le &#8216;enciclopedie&#8217; su cui avrei poi lavorato nei decenni successivi. Ancora oggi, oltre il passaggio alla pensione, sono impegnato su testi teorici e su Autori scoperti in quegli anni. Il rapporto tra Etica ed Estetica, tra Etica e Letteratura, è questione sempre aperta. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Lungo i miei trentacinque anni di insegnamento, ho avvertito sempre come bordo dell&#8217;esperienza, non vissuto, la parte di me restata in ombra: la Filosofia prima, la Psichiatria poi. Avrei dovuto insegnare Filosofia? Perché successivamente non ho mai fatto niente per passare a quell&#8217;altro insegnamento? Avrei dovuto fare lo Psichiatra? o lo Psicoterapeuta? Era quello che volevo veramente? Perché non ho fatto mai niente poi per renderlo possibile?<br />Dentro l&#8217;esperienza di volontariato, che dura dal 1989, ho avvertito la stessa sensazione di &#8216;inautenticità&#8217;. Avverto ancora oggi la sensazione di essere fuori posto; che debba sempre definire accuratamente, in modo ossessivo, i confini del mio intervento, come se temessi di essere accusato di invadere il campo degli Psicoterapeuti: il lavoro sociale che svolgo come Educatore, mentre sono emerse da qualche decennio le figure degli Educatori professionali, è &#8216;autorizzata&#8217; in Exodus, la realtà nella quale mi sono formato per venti anni esatti, ma è sufficiente sentirsi Educatori, senza possedere le &#8216;coordinate&#8217; professionali che contraddistinguono l&#8217;azione educativa al di fuori della Scuola? L&#8217;autoeducazione è sufficiente?</span></p>
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		<title>Tra un&#8217;apparenza e l&#8217;altra: un&#8217;altra solitudine</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Mar 2013 21:16:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[________________________________ Sabato 23 marzo 2013 CAMMINARSI DENTRO (464): Tra un&#8217;apparenza e l&#8217;altra: un&#8217;altra solitudine Il potere grande dell&#8217;illusione è tutto qui, nella sua capacità di far durare nel tempo, anche per anni, addirittura per decenni, il sentimento di qualcosa che accadrà, che accadrà a breve, che senz&#8217;altro accadrà. Almeno, così ci è stato detto e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;">________________________________</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: large;">Sabato 23 marzo 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: large;">CAMMINARSI DENTRO (464): Tra un&#8217;apparenza e l&#8217;altra: un&#8217;altra solitudine</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/6bGObLPlV-I" height="332" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Il potere grande dell&#8217;illusione è tutto qui, nella sua capacità di far durare nel tempo, anche per anni, addirittura per decenni, il sentimento di qualcosa che accadrà, che accadrà a breve, che senz&#8217;altro accadrà. Almeno, così ci è stato detto e promesso. Magari con vaghe allusioni, sicuramente con rinvii e pretesti credibili, per impegni verosimili, impedimenti reali, ma crescenti. <br />Il difetto grande della fonte dell&#8217;illusione risiede nel fatto che deve essere quasi totale, avvolgere e riempire tutto il tempo, mantenerci in uno stato di sospensione che non si traduce mai in una parola chiara, una sentenza definitiva. Noi vorremmo anche un giudizio di condanna senza appello, i sensi di una decisione irrevocabile che aiutasse a mettere il cuore in pace, distogliendo magari lo sguardo altrove, per concentrarsi meglio sulle proprie umidità gastriche, da sempre aborrite, quasi fossero trasgressione morale o tradimento. Dovevamo essere interamente proiettati sulla chimera, presi dal sogno ad occhi aperti, dalla favola di ciò che sarebbe accaduto. Ma che puntualmente non si è verificato. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">La distruttività di questa emozione sta esattamente nel fatto che ci accade di chiedere, di ostinarci nella ricostruzione di momenti e di cose dette, per carpire un segreto, per far rilevare la crepa che dovrebbe immettere in una nuova verità, concedendoci finalmente lo squarcio di luce sulla nostra condizione, che è poi tutto ciò che chiediamo. La pericolosità dell&#8217;insistenza è nella povertà da cui parla. E&#8217; la mancanza il peccato di origine. <br />Ci era stato promesso ciò che immancabilmente è presente in ogni relazione sentimentale che si rispetti. La promessa non risiede in un giuramento o in un patto sottoscritto con un rito non scritto. E&#8217; sufficiente imboccare la strada del sentire condiviso perché poi si finisca giustamente per accampare diritti che non sono riconosciuti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Ci scaraventa nel paese senza tempo delle chimere la convinzione di stare in un patto, di averlo sottoscritto con qualcuno che ha detto sì assieme a noi, che avrebbe nel tempo rispettato l&#8217;accordo, come noi abbiamo fatto fedelmente ogni giorno per mesi e per anni, ingenuamente convinti del fatto che passare dal riconoscimento quotidiano e dalle corrispondenze amorose ai silenzi studiati e ai dinieghi faccia ancora parte del patto. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Siamo ciechi. Diventiamo ciechi. L&#8217;evidenza dell&#8217;amore che sola conta non c&#8217;è più. Ora altre evidenze si impongono alla vista che non vede, perché presa da altre evidenze, dai vuoti riempiti da noi, che prestiamo le parole e ci diciamo quello che nessuno ci sta dicendo, che continuiamo a credere a ciò che non c&#8217;è lì davanti a noi, luminosa presenza di sempre. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Siamo nella mancanza, eppure riscaldiamo il nostro cuore di una fede che proviene senz&#8217;altro dal bene ricevuto, che ci acconciamo a credere che sia ancora lì, a due passi da noi, dunque ancora per noi. <br />Questa nostra fede non merita la smentita crudele che non verrà, che non viene. Noi crediamo di non meritare una smentita, per aver lungamente prestato fede all&#8217;amore. Questo ci sembra di poter dire a noi stessi, per affrontare i giorni sempre uguali, trafitti solo dal dolore della mente, che si affanna a cercare un varco che non si apre più.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Il nuovo in cui ci ritroviamo quando arriviamo a decidere di non credere più &#8211; e questo è ciò che prevalentemente non facciamo &#8211; è dato dal puro vuoto della mancanza, dalla perdita di senso di qualcosa di cui non ci siamo &#8216;sbarazzati&#8217; ancora. Siamo lucidamente infelici, perché comprendiamo bene che la felicità è a portata di mano, ma non riusciamo ad afferrarla. Questa è l&#8217;infelicità più grande. <br />L&#8217;indugio e l&#8217;ostinazione nascono da qui, da questa sensazione di possibile che sconfina in una libertà infinita. E&#8217; tutto nelle nostre mani. Sembra quasi che il nostro destino sia nelle nostre mani. Ma si tratta solo del fatto che siamo a due  passi dalla decisione di riprenderci la nostra vita, per ritrarci al di qua dell&#8217;amore in cui avevamo creduto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: large;">Noi possiamo oscillare indefinitamente tra apparenza e realtà, tra la falsa apparenza dell&#8217;amore che non c&#8217;è più e la bella apparenza di un tempo, che rinviava alla evidenza prorompente dell&#8217;amore. <br />Il destino dell&#8217;infelicità è tutto qui, in questo credere inutile nell&#8217;evidente apparenza che non è (più) tale, perché il nostro cuore, impegnato a far esistere e a far durare nel tempo l&#8217;oggetto d&#8217;amore, continua a generare la luce e il calore che riscalda l&#8217;altro furtivamente, che non si lascia più toccare l&#8217;anima dalle piccole mani che aprono e chiudono delicatamente, come fa accortamente la primavera con i suoi primi boccioli.</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/Rgr3Oz4znuk" height="332" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
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		<title>Nell&#8217;aperto</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2013 07:59:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 21 marzo 2013 CAMMINARSI DENTRO (463): Nell&#8217;Aperto troverà il suo ubi consistam ogni nostro più intransitabile stato di abbandono Il bisogno di esistere non è soddisfatto solo dall&#8217;amore ricambiato. Senza rassegnarsi alla condizione dolente di chi è stato abbandonato e non riesca a ritrovare una dimensione piena dell&#8217;esistenza personale, conta spostare il baricentro della [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Giovedì 21 marzo 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (463): Nell&#8217;Aperto troverà il suo <em>ubi consistam</em> ogni nostro più intransitabile stato di abbandono</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/20/02/2013/il-bisogno-di-esistere/" target="_blank">bisogno di esistere</a> non è soddisfatto solo dall&#8217;amore ricambiato. Senza rassegnarsi alla condizione dolente di chi è stato abbandonato e non riesca a ritrovare una dimensione piena dell&#8217;esistenza personale, conta spostare il baricentro della realtà sul proprio Sé, sulla parte oggettiva della personalità, sull&#8217;immagine depositata nella vita delle relazioni, nel lavoro&#8230; Non sull&#8217;io e le sue pretese di controllo e di dominio, di presa diretta e di direzione. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">C&#8217;è l&#8217;onda del desiderio da soddisfare. Sempre. E il desiderio ci riporta alla vita e alle sue innumerevoli opportunità. La realtà è piena, secondo la grande psicoanalisi. La dimensione del vuoto è perdita di senso, fascino della dissolvenza, delirio di immobilità. All&#8217;ostinazione del vano chiedere sostituire la ricerca di senso, non rinunciando mai a darne uno ad ogni nuova evidenza. Dobbiamo imparare a governare i nostri sentimenti, attraversando il deserto del nostro scontento e curando pazientemente ogni più dura mancanza che si aggiunga alla mancanza che ci costituisce. Cedere alla tentazione di esistere. Abbandonare la dura soglia. Non attardarsi nell&#8217;attesa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ek-sistere, cioè protendersi oltre la mera percezione della propria ferita, per attingere il più corposo Sé, tutto quanto con il tempo si è stratificato e che è stato costruito accatastando i beni ricevuti, fino a farne muro al vuoto dei giorni perduti. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">C&#8217;è dell&#8217;altro dentro e fuori di sé. Il lungo inverno del disamore deve essere attraversato impegnandosi a coltivare la propria anima: non bisogna trascurare il giardino della propria interiorità, armandosi degli attrezzi appropriati, per consentire alle più piccole piante di crescere e di affermarsi alla luce che attende. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">In attesa del distacco definitivo, prepararsi al peggio, al deserto che verrà. La traversata può durare anche anni. Non ha senso restarsene immobili a implorare la pace perduta. Curare un&#8217;anima è il compito più grande. Anche la propria anima. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Se l&#8217;amore fu troppo grande, se l&#8217;investimento emotivo e sentimentale non consente oggi di riguadagnare spazi perduti, per poter dire &#8216;giardino&#8217;, impegnarsi a diradare le nebbie che impediscono di raggiungere i confini del mondo per piantare la bandiera della disperazione e lasciarla lì.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">I sei lati del mondo vanno ridisegnati tutti: alto, basso, avanti, dietro, sopra, sotto. La tenda è senza teli. Restano esili bacchette a ricordare che un tempo lì c&#8217;era una casa. Il vento freddo e arido del silenzio ha portato via con sé ogni riparo. I confini di ogni &#8216;lato&#8217; sono perduti. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Imparare a perimetrare la propria esperienza è il da farsi. Fare un tetto. Inventarsi una porta. Chiudere finestre. Tracciare confini. Occupare saldamente lo spazio dell&#8217;aldiqua. <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/27/12/2010/camminarsi-dentro-162-arredare-la-provincia-delluomo-3-le-figure-della-lontananza/" target="_blank">Arredare la provincia dell&#8217;uomo</a>. Curare piante nei vasi e in giardino. Sistemare ogni giorno vestiti e suppellettili nelle proprie stanze. Togliere la polvere ogni giorno. Restituire allo spazio della propria esistenza i caratteri della casa. Riaprire i confini all&#8217;ospitalità. La cura è nell&#8217;aperto. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">L&#8217;esperienza del dolore soltanto garantisce il governo dei sentimenti. Senza scadere in una masochistica accettazione della sofferenza che ci è stata inflitta, dobbiamo virilmente dire sì a un dolore che ci appartiene. Di esso definire le ragioni. Ma affrettarsi a portare fuori il cane. Innaffiare le piante. Mettere nei cassetti la biancheria pulita e stirata. Attivare l&#8217;aspirapolvere. Restituire trasparenza ai vetri. Riassettare il letto. Liberare il giardino dagli sterpi abbandonati. Ordinare ogni angolo della casa. Fare pulizia di fino, come viene insegnato ai ragazzi nelle Comunità educative: controllare che non ci siano ombre sui rubinetti e sulle maioliche del bagno e della cucina; passare il detergente sui lampadari, sotto i tavoli, lungo il battiscopa, sullo stipite di ogni porta&#8230; Ma, soprattutto, uscire a fare la spesa, provvedere alla manutenzione della macchina, rinnovare la carta d&#8217;identità scaduta, controllare in libreria le novità, come un tempo. Fermarsi a parlare con tutti quelli che hanno qualcosa da dirci. Prima o poi, ci ritroveremo di fronte a una nuova evidenza, accanto a tutto ciò che già si mostra a noi, che richiederà da parte nostra che diamo senso all&#8217;aperto, alla vita che di nuovo ci viene incontro.</span></p>
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		<title>Il complesso di Telemaco</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 14:14:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 20 febbraio 2013 CAMMINARSI DENTRO (462): Il complesso di Telemaco Da oggi è in libreria l&#8217;opera di MASSIMO RECALCATI, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, pagine 160, € 14. In breve “Siamo stati tutti Telemaco. Abbiamo tutti almeno una volta guardato il mare aspettando che qualcosa [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Mercoledì 20 febbraio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (462): Il complesso di Telemaco</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/03/foto.jpg"><img class="alignleft  wp-image-16976" alt="telemaco" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/03/foto-622x1024.jpg" width="244" height="402" /></a>Da oggi è in libreria l&#8217;opera di <a href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5100857" target="_blank">MASSIMO RECALCATI, <em>Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre</em>, Feltrinelli</a>, pagine 160, € 14. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">In breve <br />“Siamo stati tutti Telemaco. Abbiamo tutti almeno una volta guardato il mare aspettando che qualcosa da lì ritornasse. E qualcosa torna sempre dal mare.” Una nuova figura per capire il rapporto tra genitori e figli e per pensare alla possibilità di una vita soddisfatta. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il libro <br />Edipo e Narciso sono due personaggi centrali del teatro freudiano. Il figlio-Edipo è quello che conosce il conflitto con il padre e l’impatto beneficamente traumatico della Legge sulla vita umana. Il figlio-Narciso resta invece fissato sterilmente alla sua immagine, in un mondo che sembra non ospitare più la differenza tra le generazioni. Abbiamo visto cosa significa l’egemonia del figlio-Narciso: dopo il tramonto dell’autorità simbolica del Nome del Padre, il mito dell’espansione fine a se stessa ha prodotto la tremenda crisi economica ed etica che attraversa l’Occidente. Le nuove generazioni appaiono sperdute tanto quanto i loro genitori. Questi non vogliono smettere di essere giovani, mentre i loro figli annaspano in un tempo senza orizzonte, soli, privi di adulti credibili. Esiste un al di là del figlio-Edipo e del figlio-Narciso? Esiste un al di là della guerra tra le generazioni e dell’individualismo senza speranza? Telemaco, il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre; prega affinché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola. In primo piano non è qui il conflitto tra le generazioni (Edipo), né l’affermazione edonista e sterile di sé (Narciso), ma una domanda inedita di padre, una invocazione, una richiesta di testimonianza che mostri come si possa vivere con slancio e vitalità su questa terra. Nel nostro tempo nessuno sembra più tornare dal mare per riportare la Legge sull’isola devastata dal godimento mortale dei Proci. Il processo dell’ereditare, della filiazione simbolica, sembra venire meno e senza di esso non si dà possibilità di trasmissione del desiderio da una generazione all’altra e la vita umana appare priva di senso. Eppure è ancora possibile, nell’epoca della evaporazione del padre, un’eredità autenticamente generativa: Telemaco ci indica la nuova direzione verso cui guardare, perché Telemaco è la figura del giusto erede. Il suo è il compito che attende anche i nostri figli: come si diventa eredi giusti? E cosa davvero si eredita se un’eredità non è fatta nè di geni nè di beni, se non si eredita un regno?</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/mo5tPvrTzNg" height="249" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
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		<title>Il discorso tenuto da Laura Boldrini subito dopo la sua elezione a Presidente della Camera dei Deputati</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2013 18:53:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 16 marzo 2013 CAMMINARSI DENTRO (461): Il discorso tenuto da Laura Boldrini subito dopo la sua elezione a Presidente della Camera dei Deputati [Video] Care deputate e cari deputati, permettetemi di esprimere il mio più sentito ringraziamento per l’alto onore e responsabilità che comporta il compito di presiedere i lavori di questa assemblea. Vorrei [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Sabato 16 marzo 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (461): Il discorso tenuto da Laura Boldrini subito dopo la sua elezione a Presidente della Camera dei Deputati</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/03/image.jpg"><img class="alignleft  wp-image-16956" alt="Laura Boldrini" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/03/image-859x1024.jpg" width="476" height="567" /></a>[<a href="http://m.youtube.com/#/watch?client=mv-google&amp;v=0X0uBmCYRNo&amp;rdm=mjnuxj3q5" target="_blank">Video</a>] Care deputate e cari deputati, permettetemi di esprimere il mio più sentito ringraziamento per l’alto onore e responsabilità che comporta il compito di presiedere i lavori di quest</span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">a </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">assemblea. Vorrei innanzitutto rivolgere il saluto rispettoso e riconoscente di tutta l’assemblea e mio personale al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che è custode rigoroso dell’unità del Paese e dei valori della costituzione repubblicana. Vorrei inoltre inviare un saluto cordiale al Presidente dalla Corte costituzionale e al Presidente del consiglio. Faccio a tutti voi i miei auguri di buon lavoro, soprattutto ai più giovani, a chi siede per la prima volta in quest’aula. Sono sicura che in un momento così difficile per il nostro paese, insieme, insieme riusciremo ad affrontare l’impegno straordinario di rappresentare nel migliore dei modi le istituzioni repubblicane. Vorrei rivolgere inoltre un cordiale saluto a chi mi ha preceduto, al presidente Gianfranco Fini che ha svolto con responsabilità la sua funzione costituzionale. Arrivo a questo incarico dopo aver trascorso tanti anni a difendere e rappresentare i diritti degli ultimi in Italia come in molte periferie del mondo. E’ un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera. Farò in modo che questa istituzione sia anche il luogo di cittadinanza di chi ha più bisogno. Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. Dovremmo impegnarci tutti a restituire piena dignità a ogni diritto. Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri. In questa aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno. Quest’Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale. Di una generazione cha ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà, costretta spesso a portare i propri talenti lontano dall’Italia. Dovremo farci carico dell’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore. Ed è un impegno che fin dal primo giorno affidiamo alla responsabilità della politica e del Parlamento. Dovremo stare accanto a chi è caduto senza trovare la forza o l’aiuto per rialzarsi, ai tanti detenuti che oggi vivono in una condizione disumana e degradante come ha autorevolmente denunziato la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Dovremo dare strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di smarrire perfino l’ultimo sollievo della cassa integrazione, ai cosiddetti esodati, che nessuno di noi ha dimenticato. Ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l’economia italiana e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi, alle vittime del terremoto e a chi subisce ogni giorno gli effetti della scarsa cura del nostro territorio. Dovremo impegnarci per restituire fiducia a quei pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti. Dovremo imparare a capire il mondo con lo sguardo aperto di chi arriva da lontano, con l’intensità e lo stupore di un bambino, con la ricchezza interiore inesplorata di un disabile. In Parlamento sono stati scritti questi diritti, ma sono stati costruiti fuori da qui, liberando l’Italia e gli italiani dal fascismo. Ricordiamo il sacrificio di chi è morto per le istituzioni e per questa democrazia. Anche con questo spirito siamo idealmente vicini a chi oggi a Firenze, assieme a Luigi Ciotti, ricorda tutti i morti per mano mafiosa. Al loro sacrificio ciascuno di noi e questo Paese devono molto. E molto, molto dobbiamo anche al sacrificio di Aldo Moro e della sua scorta che ricordiamo con commozione oggi nel giorno in cui cade l’anniversario del loro assassinio. Questo è un Parlamento largamente rinnovato. Scrolliamoci di dosso ogni indugio, nel dare piena dignità alla nostra istituzione che saprà riprendersi la centralità e la responsabilità del proprio ruolo. Facciamo di questa Camera la casa della buona politica. Rendiamo il Parlamento e Il nostro lavoro trasparenti, anche in una scelta di sobrietà che dobbiamo agli italiani. Sarò la presidente di tutti, a partire da chi non mi ha votato, mi impegnerò perché la mia funzione sia luogo di garanzia per ciascuno di voi e per tutto il Paese. L’Italia fa parte del nucleo dei fondatori del processo di integrazione europea, dovremo impegnarci ad avvicinare i cittadini italiani a questa sfida, a un progetto che sappia recuperare per intero la visione e la missione che furono pensate, con lungimiranza, da Altiero Spinelli. Lavoriamo perché l’Europa torni ad essere un grande sogno, un crocevia di popoli e di culture, un approdo certo per i diritti delle persone, un luogo della libertà, della fraternità e della pace. Anche i protagonisti della vita spirituale religiosa ci spronano ad osare di più: per questo abbiamo accolto con gioia i gesti e le parole del nuovo pontefice, venuto emblematicamente “dalla fine del mondo”. A papa Francesco il saluto carico di speranze di tutti noi. Consentitemi un saluto anche alle istituzioni internazionali, alle associazioni e alle organizzazioni delle Nazioni Unite in cui ho lavorato per 24 anni e permettetemi – visto che questo è stato fino ad oggi il mio impegno – un pensiero per i molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce. Un mare che dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni. Sento forte l’alto richiamo del Presidente della Repubblica sull’unità del Paese, un richiamo che questa aula è chiamata a raccogliere con pienezza e con convinzione. La politica deve tornare ad essere una speranza, un servizio, una passione. Stiamo iniziando un viaggio, oggi iniziamo un viaggio. Cercherò di portare assieme a ciascuno di voi, con cura e umiltà, la richiesta di cambiamento che alla politica oggi rivolgono tutti gli italiani, soprattutto in nostri figli. Grazie.</span></p>
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		<title>Ascoltare Mariangela Gualtieri</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Mar 2013 20:23:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Venerdì 15 marzo 2013 CAMMINARSI DENTRO (460): Ascoltare Mariangela Gualtieri  Sii dolce con me. Sii gentile. da &#8221;Bestia di gioia&#8221; Sii dolce con me. Sii gentile.E’ breve il tempo che resta. Doposaremo scie luminosissime.E quanta nostalgia avremodell’umano. Come ora neabbiamo dell’infinità.Ma non avremo le mani. Non potremofare carezze con le mani.E nemmeno guance da sfiorareleggere.Una [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Venerdì 15 marzo 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (460): Ascoltare Mariangela Gualtieri </span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/GS197ggkBCo" height="249" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Sii dolce con me. Sii gentile.<br /> da &#8221;Bestia di gioia&#8221;</p>
<p>Sii dolce con me. Sii gentile.<br />E’ breve il tempo che resta. Dopo<br />saremo scie luminosissime.<br />E quanta nostalgia avremo<br />dell’umano. Come ora ne<br />abbiamo dell’infinità.<br />Ma non avremo le mani. Non potremo<br />fare carezze con le mani.<br />E nemmeno guance da sfiorare<br />leggere.<br />Una nostalgia di imperfetto<br />ci gonfierà le particelle lucenti.<br />Sii dolce con me.<br />Maneggiami con cura.<br />Abbi la cautela dei cristalli<br />con me e anche con te.<br />Quello che siamo<br />è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei<br />e affettivo tiepido fragile. La vita ha bisogno<br />di un corpo per essere e tu sii dolce<br />con ogni corpo. Tocca leggermente<br />leggermente poggia il tuo piede<br />e abbi cura<br />di ogni meccanismo di volo<br />di ogni guizzo e volteggio<br />e maturazione e radice<br />e scorrere d’acqua e scatto<br />e becchettio e schiudersi o<br />svanire di foglie<br />fino al fenomeno<br />della fioritura,<br />fino al pezzo di carne sulla tavola<br />che è corpo mangiabile<br />per il tuo mio ardore d’essere qui.<br />Ringraziamo ogni tanto.<br />Sia placido questo nostro esserci -<br />questo essere corpi scelti<br />per l’incastro dei compagni<br />d’amore. </p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/VVT-n9zFI84" height="332" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<div id="watch-description-text">
<p id="eow-description">Non sono capace, amore, di farti un canto.<br />Tu sei tutto di spine e di fuoco<br />e mi tieni lontana dal tuo cuore<br />pericoloso. Io non so bastarti alla gioia<br />e così poco così poco mi pare<br />t&#8217;incanto, sollevo quell&#8217;ombra scontrosa<br />che tu sei tutto d&#8217;amaro e furore<br />tu sei in urto e sperdimento<br />mio velocista, mio primatista del cuore<br />mio barbarico ragazzo di vento<br />mio torrente furioso.<br />Arrivi alla mia acqua quieta<br />con onde e sonagli e pepite d&#8217;oro.<br />Un vecchio fiume saremo un bel giorno io e te,<br />io acqua e tu moto, io sponda e tu vento,<br />io pioggia e tu lampo,<br />io pesce e tu guizzo d&#8217;argento<br />io luna riflessa, tu cielo tu spada<br />d&#8217;Orione, tu tutto l&#8217;amore umano<br />che tento che tento<br />d&#8217;amarti per bene<br />mio grembo splendenza.<br />E tu prendimi<br />portami con te<br />come un incendio<br />nelle tue abitudini.</p>
<p>Mariangela Gualtieri<br />da &#8216;Senza polvere Senza peso&#8217;</p>
</div>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/k1CF8fABqDo" height="332" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/DccAEOAPumE" height="332" width="442" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
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		<title>Il bisogno di esistere</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 05:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 20 febbraio 2013 CAMMINARSI DENTRO (459): Il bisogno di esistere L&#8217;essere oggetto d&#8217;amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia) Ricevere un primo sguardo interessato e poi inequivocabili gesti di affetto e complicità, e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Mercoledì 20 febbraio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (459): Il bisogno di esistere</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><em>L&#8217;essere oggetto d&#8217;amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce</em>. (Max Scheler, <em>Essenza e forme della simpatia</em>)</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Ricevere un primo sguardo interessato e poi inequivocabili gesti di affetto e complicità, e poi scoprire che non occorre alcuno sforzo per istituire file di continuità in un cercarsi e trovarsi e manifestarsi la gioia del contatto e dello scambio non è quello che comunemente poi si chiama felicità? Non è forse la gioia sovrabbondante il culmine della tensione sentimentale? Sentire in ogni istante la presenza dell&#8217;altro e non dubitarne mai.<br />Immaginate ora che questo stia accadendo a un ragazzo di trent&#8217;anni o forse più. E non importa che sia un tossico e che la sua donna non sia poi quello che ci vorrebbe per lui, a giudicare dai suoi racconti. Basta leggergli negli occhi la sovrabbondanza e la continuità e il corteo dei giorni felici. Non è forse questo sentirsi vivi? Non è riconoscimento, accrescimento di sé, sicurezza raggiunta? Non si ha più paura.<br />Di tutte le forme di benessere che l&#8217;amore procura c&#8217;è quella più trascurata, che emerge chiara nei giorni dell&#8217;abbandono e della miseria, cioè il rafforzamento e il completamento dell&#8217;identità personale. Se a definire quest&#8217;ultima nel tempo concorrono fattori più sostanziali e concreti &#8211; l&#8217;indipendenza economica fornita dal lavoro, l&#8217;autonomia personale che si realizza nella vita di relazione -, è a partire dalla certezza di essere amati che ci si protende verso il mondo con fiducia, incoraggiati ad osare. Si è più assertivi. Il curriculum vitae ha una riga in più. Nessuno andrà in giro a dire: abbiate fiducia in me, ho una donna. Tuttavia, il cuore lo pensa. Quel sentimento di sé diventa la base su cui riposano le altre certezze. Anche i filosofi hanno detto che nelle cose d&#8217;amore ne va della nostra identità. Si dilata il senso del tempo: il futuro non è più una minaccia; si pensa a quello che potrebbe esser fatto più in là di un giorno. C&#8217;è qualcuno che ci autorizza a sperare.<br />Dell&#8217;amore di un uomo per una donna, dell&#8217;amore ricambiato, diremo che soddisfa il nostro bisogno di esistere, se esistere significa trascendere il puro dato vitale, la condizione di sussistenza nel presente e basta. Il carattere temporale dell&#8217;esistenza personale permette di dire che consistere nel <em>qui</em> e nell&#8217;<em>ora</em> ha senso se quello stesso consistere è oscillare tra progetto e destino, protesi verso il progetto della propria esistenza, cioè verso la realizzazione del soggetto del desiderio che noi siamo. Abbiamo bisogno d&#8217;amore perché soltanto sotto lo sguardo benevolo di una donna ci sentiremo al riparo dalle ingiurie del tempo. I colpi della sorte non ci troveranno esposti e impreparati. Fraintendimenti e incomprensioni, invidie e gelosie, esclusioni e negazioni non ci vedranno soccombere. Sapremo sempre raggiungere e oltrepassare la soglia del tempo. Non conosceremo la stagnazione del desiderio e l&#8217;inaridirsi del cuore. Occupiamo un luogo illuminato che ci scalda il cuore e ci chiama incessantemente ad esistere.</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><em>Ma la cosa migliore non furono quei baci e neppure le passeggiate serali, o i nostri segreti. La cosa migliore era la forza che quell&#8217;amore mi dava&#8230;</em> &#8211; Hermann Hesse</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Immaginate ora il tempo della miseria e dell&#8217;abbandono, meglio ancora il tempo che precede ogni abbandono, quando un amore sia di quelli che non durano per sempre, e immaginate di avere di fronte un ragazzo di trent&#8217;anni o forse più, che si sia legato a una donna che lo fa soffrire già, che gioca a non farsi trovare, ma che gli concede capricciosamente attimi estatici e abbandoni assoluti, ci prodigheremo a dire che non è vero amore, che esso non durerà, quando il ragazzo, istruito dalla vita a riconoscere il vero amore, chiamerà amore anche questa pena del cuore, per la compiutezza e la continuità mai raggiunte? Se chiameremo amore ogni amore, anche quello non corrisposto o che cessi di essere tale, non sarà sempre per quel bisogno di esistere che è alla base della <em>nostra</em> esperienza amorosa: non siamo forse noi a dire &#8216;amore&#8217; prima di aver avuto la certezza di essere amati, e di essere amati di amore vero, quello che è fatto di file di continuità ininterrotte e con i chiari caratteri di ciò che durerà per sempre?<br /> Jacques Lacan ha scritto che «l&#8217;amore è sempre corrisposto». Se è così, se così deve essere per poter dire &#8216;amore&#8217;, non dovremo imparare allora a &#8216;curare&#8217; meglio il nostro bisogno di esistere, senza incorrere nell&#8217;errore, magari ripetuto nel tempo, di affrettarci a chiamare amore quello che presto si rivelerà solo una canzone di Cole Porter?</span></p>
<p><iframe width="442" height="332" src="http://www.youtube.com/embed/qCUd9WSMbO4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Curiamo le nostre ferite</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2013 05:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una giornata al Centro di ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 18 febbraio 2013 UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (4): Curiamo le nostre ferite Solo a momenti l&#8217;uomo fa esperienza di una pienezza divina, dopo la vita è sogno di essi Friedrich Hölderlin C&#8217;è un territorio della coscienza da esplorare per ogni persona che entri nel raggio della nostra azione: l&#8217;esperienza del tempo, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Lunedì 18 febbraio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (4): Curiamo le nostre ferite</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><em>Solo a momenti l&#8217;uomo fa esperienza di una pienezza divina, dopo la vita è sogno di essi</em> Friedrich Hölderlin</span>
</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">C&#8217;è un territorio della coscienza da esplorare per ogni persona che entri nel raggio della nostra azione: l&#8217;esperienza del tempo, con la percezione più o meno chiara delle epoche della vita trascorse, con il sentimento del tempo che accompagna lo sguardo dell&#8217;utente. Chiamiamo &#8216;sentimento del tempo&#8217; il modo personale di sentirsi uomini, cioè abitatori del tempo. Tutta la nostra esistenza è &#8216;tempo&#8217;.<br /> Nel &#8216;vissuto&#8217; personale non conta il tempo effettivamente trascorso e le stagioni della vita. Non ha molta importanza dire, in prima istanza, infanzia, adolescenza, maturità&#8230;, come se ogni stagione dovesse portare ad ognuno di noi gli stessi doni!<br />Abbiamo fatto tesoro di racconti che hanno modificato sensibilmente lo sguardo sul tossicomane e i suoi destini. Il resoconto più drammatico è stato quello di una ragazza non più tale che si batteva da due anni per riconquistare la fiducia del Giudice che le aveva tolto la bambina appena nata. Al termine della sua testimonianza, gridò: «Ma dove sono stata io negli ultimi trentadue anni?»<br />La percezione di questo dolore è difficile per noi che, magari, abbiamo messo in colonna gli anni uno dopo l&#8217;altro, per interi decenni, assegnando ad ogni anno un chiaro significato nell&#8217;evoluzione della nostra vita, contribuendo con le nostre energie spirituali a dare senso ai tempi dell&#8217;esistenza. Dovremo procedere con cautela e con pazienza, senza forzare i tempi della coscienza: non si tratta di &#8216;sistemare&#8217; quel lungo intervallo di tempo, come se competesse solo alla memoria provvedere ad esso! Non basta e non giova assegnare un significato, come se fosse questione di chiarezza! La stessa attribuzione di senso a quell&#8217;epoca trascorsa dipende da altri fattori decisivi, come il lavoro, la vita dei sentimenti, il senso di sé&#8230;<br />Ce la caviamo dicendo &#8216;vuoto&#8217;, per definire quei trentadue anni: lei stessa ha confessato di &#8216;non esserci stata&#8217; in quegli anni, di non avere ricordi, perché fuori di sé, in uno stato di coscienza alterato, che, una volta passato, porta via con sé tutto il tempo &#8216;occupato&#8217; emotivamente da altro.<br />Resta da capire, anzi, da comprendere cosa significhi portare il peso di quegli anni &#8216;vuoti&#8217;, quale senso dare ai giorni ora, in questo tempo della coscienza in cui affiorano solo ricordi &#8216;negativi&#8217;: il male fatto agli altri e a se stessi, lo strascico dei mancati giorni. C&#8217;è chi si aspettava risposte che non sono mai arrivate. C&#8217;è chi ha pianto, si è disperato, si è inaridito, ha smesso di credere. Come rimediare a tutto ciò?<br /> Solitamente, chi fa esperienza di quel &#8216;vuoto&#8217; giudica irredimibile il tempo inesorabilmente trascorso. È un tempo perduto, che non tornerà in nessun modo, non redimibile, che non è possibile riscattare. I filosofi hanno parlato di malinconia del <em>così fu</em>, per significare la caduta in uno stato di stagnazione del desiderio a cui si condanna chi è convinto di non poter essere perdonato, di non poter &#8216;redimere&#8217; il passato concordando con gli altri, con tutti gli altri, un nuovo senso per esso: il velo della compassione deve calare necessariamente su di esso, per poter poi riuscire a perdonare se stessi. Se non è possibile condividere con nessuno il bisogno di perdono, il &#8216;peso&#8217; di quegli anni resta intatto.<br />&#8216;Dissodare il terreno&#8217; delle relazioni personali, in un programma terapeutico, vuol dire tentare di &#8216;ricucire&#8217; rapporti cercando le persone una per una: è importante verificare fin dove sia possibile. Naturalmente, sarà l&#8217;interessato a cercare il rimedio, a tentare la riconciliazione, a &#8216;raccogliere&#8217; il perdono che spesso arriva inatteso.<br />L&#8217;aiuto che possiamo dare a chi si ritrovi a fare i conti con i propri &#8216;pesi&#8217; è sempre lo stesso: possiamo curare gli altri solo con le nostre ferite. Ci guiderà il ricordo sempre vivo dei torti fatti agli altri, non importa quanto grandi. Io so, ad esempio, che alcuni gravi fraintendimenti che si sono verificati negli anni in cui ho insegnato hanno determinato rotture irreparabili con alcuni genitori influenti nella città, che a distanza di venti anni e più mi stanno facendo pagare le scelte fatte: il tempo non ha curato le ferite; il distacco si è fatto definitivo; intere zone della realtà sono ostruite per me, cioè non posso contare su persone di cui avrei bisogno. Questo è un &#8216;peso&#8217; grande. E non è il solo!<br />Con le mie ferite vado all&#8217;incontro con le ferite di quella ragazza e con quelle di tutti gli utenti che si ritrovino a fare i conti con il loro passato.<br />Noi ci affanniamo sempre a dire, nelle nostre conversazioni: espiare, perdonare, perdonarsi, redimere il tempo &#8216;perduto&#8217;, ma non è sempre possibile. Ci sono pesi che ci accompagneranno per tutta la vita, che opprimeranno la nostra coscienza nei momenti di malinconia, che costituiranno sempre un problema per noi, una questione aperta che vorremmo chiudere per trovare pace.<br />Possiamo curare gli altri solo con le nostre ferite. L&#8217;esperienza del dolore, a cui non ci siamo mai sottratti, cioè l&#8217;esperienza della libertà, è il campo dell&#8217;esperienza in cui si dà possibilità di incontro. Il senso della medesimezza umana rende possibili i complessi processi empatici, che mettono capo non all&#8217;occasione propizia e non si riducono a giusta distanza: ciò che conta è la qualità degli accordi. Curando le ferite degli altri, curiamo le nostre ferite.</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Due studenti avevano frequentato per molti anni un vecchio maestro molto saggio. Un giorno il maestro disse loro: «Ragazzi, è venuto il tempo che andiate per il mondo. La vostra vita sarà felice se sarete in grado di trovare in essa tutte le cose splendenti».<br />Gli studenti si accomiatarono dal maestro con un misto di tristezza ed eccitazione e presero due strade diverse. Molti anni dopo si ritrovarono per caso. Erano felici di rivedersi e ognuno era molto curioso di sapere come l&#8217;altro se l&#8217;era cavata nella vita.<br />Il primo disse malinconicamente al secondo: «Ho imparato a vedere molte cose splendenti in questo mondo, ma purtroppo sono ancora infelice. Perché ho anche visto molte cose spiacevoli e tristi, e ho la sensazione di non aver prestato la dovuta attenzione agli insegnamenti del maestro. Forse non mi colmerò mai di gioia e di felicità, semplicemente perché sono incapace di vedere splendere tutte le cose».<br />Il secondo allora, raggiante di felicità, disse al primo: «Non tutte le cose sono splendenti, ma tutte le cose splendenti sono».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">L&#8217;Epilogo di<br />Hubert Dreyfus e Sean Dorrance Kelly, <em>Ogni cosa risplende. I classici e il senso dell&#8217;esistenza</em>, Einaudi 2012, pag.210<br />
</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">La saggezza di questo Epilogo è ciò che sostiene ogni relazione di aiuto: dalla parte dell&#8217;Educatore, la consapevolezza che «la realtà è piena», come ci ha insegnato la grande psicoanalisi, costituisce un&#8217;autentica certezza. Anche in un piccolo paese di provincia, al di là dei beni strumentali e dell&#8217;offerta dell&#8217;industria del tempo libero, non manca la possibilità di relazioni umane significative, come è tipico di ogni comunità umana. Se consideriamo, poi, la natura &#8216;relazionale&#8217; della mente, che si istituisce e si consolida a partire dai processi di attaccamento successivi alla nascita, è facile concludere che la relazione di aiuto andrà costruita intorno alla realtà, più che alla figura dell&#8217;Educatore o dell&#8217;utente. Quest&#8217;ultimo sarà posto al centro, alla maniera di Rogers, ma il movimento che si imprimerà all&#8217;azione sarà orientato interamente verso un sano rapporto con la realtà.<br />L&#8217;esperienza dell&#8217;incontro con la realtà umana dell&#8217;altro è il criterio di verità: dalla qualità delle nostre relazioni umane dipende il senso che diamo alla nostra esistenza. L&#8217;azione quotidiana dei soggetti che noi siamo è volta ad instaurare o a ripristinare o a &#8216;curare&#8217; tutte le nostre relazioni. La manutenzione degli affetti è lo sfondo su cui si colloca l&#8217;efficacia dei nostri atti liberi.</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Quando la terra trema</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2013 06:52:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 17 febbraio 2013 CAMMINARSI DENTRO (458): Quando la terra trema Ore 9.00 Certe cose ci puntano il dito e ridono. Certe cose si nascondono agli occhi della gente e si odono piangere sommessamente. Certe cose cadono dal cielo: cose nere informi, mostri della notte e terrore dei giorni. Certe cose sembrano essere state [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Domenica 17 febbraio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (458): Quando la terra trema</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Ore 9.00</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Certe cose ci puntano il dito e ridono.<br /> Certe cose<br /> si nascondono agli occhi della gente<br /> e si odono piangere sommessamente.<br /> Certe cose cadono dal cielo:<br /> cose nere informi, mostri<br /> della notte e terrore<br /> dei giorni.<br /> Certe cose sembrano essere state predisposte<br /> da Dio e dal Diavolo.<br /> Certe cose sono come le aquile.<br /> Vivono in alto<br /> possono benissimo dimenticare la valle.<br /> Certe cose sono come il terremoto:<br /> utilizzano tutte le nostre paure.<br /> Certe cose sono come la Bellezza che è morta da tempo:<br /> solo l’acqua profonda del pozzo può lavarle e destarle.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Emanuel Carnevali</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Ieri, alle 22.16, un breve terremoto ha scosso la mia città, che si è ritrovata non più solo coinvolta in un evento che avesse altrove il suo scenario tragico. Questa volta eravamo noi protagonisti. Dopo qualche ora, ho appreso che l&#8217;epicentro era stato individuato a Sora. A pochi metri da casa mia.<br />Nelle ore successive, fino a quando non siamo stati vinti dal sonno, ho partecipato serenamente alle discussioni sul da farsi, mentre si accudivano i bambini con i quali non si è smesso di giocare e di sorridere.<br />Ora, non c&#8217;è da fare cronache dal terremoto. A quelle penserà chi lo fa di mestiere. Piuttosto, abbiamo ricevuto la conferma che la terra è instabile proprio sotto i nostri piedi. Essa continuerà a tremare a lungo, senza concederci la possibilità di un patto, di un accordo. È sempre stato così. Avremmo dovuto saperlo da sempre e non avremmo dovuto abbandonarci mai alle nostre facili certezze, da cui abbiamo fatto discendere tutte le scelte. Non dovevamo rinunciare a pensare ogni giorno che viviamo qui, in mezzo a una natura &#8216;ostile&#8217;. Non dovevamo abbandonarci prometeicamente all&#8217;ebbrezza della conoscenza, dimenticando i nostri limiti.<br />Ci è stato insegnato che non possiamo fare a meno di vivere come se non dovessimo mai morire, che è indispensabile &#8216;superare&#8217; nel gioco della vita quotidiana le secche della caducità delle cose, che ci viene ricordata ad ogni piè sospinto da piccole e grandi &#8216;morti&#8217;. E però, nello stesso tempo, non avremmo dovuto dissipare la ricchezza, in vista di questi che non sono i giorni buoni. Avremmo dovuto mettere la vita al riparo dall&#8217;imponderabile, considerando anche l&#8217;eventualità di questo &#8216;spossessamento&#8217;.<br /> La mia casa non è caduta. Forse, non cadrà tanto facilmente, perché ho partecipato alla sua progettazione, quindi so che resisterà ai colpi meno forti. Arriva già, tuttavia, la notizia di case lesionate, forse inagibili. Questo mi fa sentire al centro del dramma. È accaduto qualcosa che lascerà il segno. Si è aggiunta una nuova paura a tutte le altre.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Ore 23.00</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">La scoperta di questa sera è sconvolgente per me: in casa, le donne progettano di attrezzare le macchine, in vista del peggio. Hanno in mente il terremoto recente dell&#8217;Emilia che era stato preceduto da brevi scosse come quella di ieri. Debbo, dunque, &#8216;trasferirmi&#8217; in questa nuova dimensione: immaginare che tutto crolli o che l&#8217;onda sismica costringa a fuggire. Per questa evenienza, bisogna avere le macchine pronte e attrezzate. Mi si pone subito un problema: che cosa portarsi dietro.</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sull&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Feb 2013 08:47:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Venerdì 15 febbraio 2013 CONTRIBUTI A UNA CULTURA DELL&#8217;ASCOLTO CAMMINARSI DENTRO (457): Luciana Littizzetto sull&#8217;amore   14 FEBBRAIO 2013 L&#8217;ironia e la denuncia: il monologo di Luciana sull&#8217;amore. Parte con il consueto umorismo cui ci ha abituati a &#8216;Che tempo che fa&#8217;. Poi, nella seconda parte, si fa sempre più seria: nel monologo di San [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Venerdì 15 febbraio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CONTRIBUTI A UNA CULTURA DELL&#8217;ASCOLTO CAMMINARSI DENTRO (457): Luciana Littizzetto sull&#8217;amore</span></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">14 FEBBRAIO 2013</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">L&#8217;ironia e la denuncia: <a href="http://video.repubblica.it/dossier/sanremo-2013/l-ironia-e-la-denuncia-il-monologo-di-luciana-sull-amore/119539/118019" target="_blank">il monologo di Luciana sull&#8217;amore.</a><br /> Parte con il consueto umorismo cui ci ha abituati a &#8216;Che tempo che fa&#8217;. Poi, nella seconda parte, si fa sempre più seria: nel monologo di San Valentino di Luciana Littizzetto nella terza serata del Festival anche i diritti negati alle coppie gay e la violenza sulle donne.</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Silenzio, si chiude!</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 04:05:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 9 febbraio 2013 CAMMINARSI DENTRO (455): Silenzio, si chiude Rimediare alla solitudine assoluta della vecchiaia è possibile, a condizione che si disponga di occasioni per agire ancora disinteressatamente, per mantenere aperte relazioni sociali produttive e utili, qualora non si disponga di occasioni per agire economicamente, produttivamente, utilmente. (La solitudine di cui parlo qui [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Sabato 9 febbraio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (455): Silenzio, si chiude</span></p>
<p><iframe width="442" height="249" src="http://www.youtube.com/embed/eDAejxdu8AU?list=PLdVAj5Pn0OgbhQJDFL4HbipUfWGFDlvz0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Rimediare alla solitudine assoluta della vecchiaia è possibile, a condizione che si disponga di occasioni per agire ancora disinteressatamente, per mantenere aperte relazioni sociali produttive e utili, qualora non si disponga di occasioni per agire economicamente, produttivamente, utilmente. (La solitudine di cui parlo qui è data dalla somma dei silenzi di cui si fa esperienza nel tempo: è l&#8217;assommarsi di tanti silenzi che &#8216;provengono&#8217; dalle direzioni più disparate, a conferma del fatto che la vita ci prende in giro: ad esempio, ci siamo dedicati all&#8217;ascolto, per ritrovarci tra inascoltanti, che non prendono sul serio nemmeno la loro attività di ascolto. Parlo di solitudine assoluta per significare il silenzio assordante delle mancate risposte, del disamore e della viltà e dell&#8217;incapacità di perdonare e di affrontare fraintendimenti ed equivoci, che sono il sale della vita).<br />La beata solitudine, sola beatitudine, sbandierata come tale dai filosofi di professione, cessa di essere &#8216;ritiro spirituale&#8217; e porto di quiete quando intervengano i problemi materiali ad assediare l&#8217;esistenza. Allora si scopre un altro genere di solitudine, che uccide più di mille nemici: il silenzio.<br />Anche quando si sia appresa la lezione dell&#8217;amore, che non ha senso chiedere ciò che non arriva come risposta spontanea, e quando si sia appresa la lezione del potere, che senza protezione si è esposti a tutti i venti e non esistono diritti da rivendicare, resta ancora in piedi l&#8217;illusione che qualcuno ci aiuterà, se rischiamo di sprofondare in una solitudine ancora più grande, quando non potremo provvedere a noi stessi. L&#8217;ultima illusione, prima di soccombere sotto i colpi della sorte, è che ci sia ancora qualcosa da fare per salvarsi. Magari ci affanneremo, anche per anni, a rimediare agli errori commessi, cercando di espiare le colpe piccole e grandi accumulate qua e là. C&#8217;è, tuttavia, chi non ci perdonerà mai i nostri errori. Intere zone della realtà, per questo, sono ostruite. L&#8217;accesso a noi è interdetto. Ritrovarsi davanti a un &#8216;funzionario&#8217; di questa o quella realtà pubblica o privata e leggere nell&#8217;espressione impersonale e fredda del viso la volontà di non darci risposte costituisce l&#8217;ennesima verifica del silenzio intervenuto a ridefinire ampie porzioni dello spazio della nostra esistenza.<br />C&#8217;è stato un tempo in cui eravamo &#8216;comunisti&#8217;, come ci fu detto bruscamente prima ancora di esserlo politicamente, perché convinti che si dovessero affrontare, e risolvere, tutti i problemi dei poveri e delle categorie sociali deboli. Per questo, fummo costretti ad abbandonare la Chiesa prima, poi il Partito e il Sindacato, riservandoci, in ultimo, con il Volontariato, un modo di fare politica, cioè di servire gli altri, che credevamo al riparo dalle passioni tristi, soprattutto dall&#8217;invidia.<br \/>Siamo partiti più di venti anni fa con mancati riconoscimenti, con un lavoro oscuro, che niente chiedeva per sé, durato dieci anni almeno, quando un riconoscimento ufficiale è arrivato. Dopo altri dieci anni, siamo qui a misurare in mesi il silenzio che ormai ci avvolge.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Subito dopo la seconda guerra mondiale, in Francia, si verificò un episodio non rilevante dal punto di vista storico, ma significativo per noi: la rivista <em>Combat</em>, organo ufficiale della Resistenza francese, per ragioni economiche e di direzione, decise di chiudere i battenti. Senza clamore, fu pubblicato un ultimo numero che si apriva con l&#8217;Editoriale <em>Silenzio, si chiude.</em> Oltre al silenzio dei &#8216;fratelli&#8217;, il Centro di ascolto <em>Libera Mente</em> si ritrova a fare i conti con un fenomeno inedito, dopo 20 anni di lavoro educativo nel campo della tossicodipendenza: non ci sono più ragazzi, non vengono più persone a chiedere aiuto. La tentazione di &#8216;chiudere&#8217; senza aggiungere altro è grande. Gli ostacoli incontrati sul cammino non sono mai venuti dai ragazzi, solo in pochi casi dalle loro famiglie. Come ebbe a dire all&#8217;inizio della nostra avventura un Fondatore di Comunità nostro amico: «Io ho paura della gente normale, non dei ragazzi affetti da tossicodipendenza!»<br />Il privilegio della cultura, oggi, aiuta a misurare la forza dell&#8217;ignoranza e l&#8217;influenza estesa di chi puntella il potere gratuitamente, anche quando dal potere riceva solo danno. Il potere più grande, tuttavia, non è quello politico, ormai corrotto nel midollo, ma quello del silenzio. Ritrovare nelle persone più semplici o in coloro che lungamente sono stati riguardati a torto come &#8216;fratelli&#8217; &#8211; e magari ci chiamano oggi solo Colleghi &#8211; la capacità di escludere ancora con il silenzio, semplicemente con il silenzio, è comico e tragico ad un tempo. Interrogarsi sulle ragioni del fenomeno senza interpellare le scienze dell&#8217;anima è tempo perso: la presenza significativa nelle grandi realtà educative, nei luoghi nevralgici dell&#8217;organizzazione, di individui propensi all&#8217;invidia e all&#8217;esercizio del potere allo scopo di escludere per non patire a causa della propria modestia culturale e della propria inettitudine, è sufficiente per inceppare il &#8216;meccanismo&#8217; generale, creando &#8216;strozzature&#8217; che finiscono per strozzare chi ci lavora disinteressatamente, per di più, senza insidiare il potere di nessuno. Aver rivendicato per anni un riconoscimento pieno che non è mai arrivato rende &#8216;residuale&#8217; ormai il rapporto &#8216;fraterno&#8217; con tutti gli altri membri dell&#8217;organizzazione. Il destino delle &#8216;chiese&#8217; è sempre lo stesso: funzionano come strutture &#8216;monarchiche&#8217;, con un potere assoluto, che accoglie solo per cooptazione dall&#8217;alto. In esse ha senso solo dare in silenzio, senza poter mai rivendicare alcunché. In questo modo, le ingiustizie si perpetuano per anni, anche per decenni, fino a quando chi non è disposto più a un destino di emarginazione crescente non decide di rispondere con il silenzio al potere distruttivo di chi ha esercitato efficacemente il proprio potere con il silenzio, per uccidere.<br /> Continuare a lavorare per chi è rimasto, per il gruppo delle famiglie soprattutto, è doveroso e sollecita a trovare altre risposte, soprattutto a cercare altrove occasioni ulteriori per buttare via la propria vita, quando ci si alza al mattino. Sicuramente, si aggiornerà l&#8217;offerta, se i tempi sono cambiati e un ciclo si è esaurito. &#8216;Crisi&#8217; significa proprio questo: il vecchio ordine è morto, per fare posto a un nuovo ordine. Crisi è trasformazione, cambiamento, passaggio da forma a forma. Accade, nel bel mezzo delle crisi, di scoprire che non è sempre valido l&#8217;adagio secondo il quale ci si salva insieme. A volte, per salvarsi, bisogna darsi alla fuga, abbandonare in silenzio la sala centrale dove si festeggia qualcosa che non ci appartiene più, perché il padrone di casa si è dimenticato non solo di fare gli onori di casa, ma addirittura di rinnovarci l&#8217;invito a partecipare alla festa.</span></p>
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		<title>L&#8217;ascesi della scrittura</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2013 22:58:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 9 febbraio 2013 CAMMINARSI DENTRO (454): L&#8217;ascesi della scrittura Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. &#8211; MICHEL FOUCAULT Fare della Scrittura un costume, una mentalità non vuol dire aspirare al riconoscimento riservato ai grandi scrittori o presumere di essere tali. Molti di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Sabato 9 febbraio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (454): L&#8217;ascesi della scrittura</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. &#8211; MICHEL FOUCAULT</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"> Fare della Scrittura un costume, una mentalità non vuol dire aspirare al riconoscimento riservato ai grandi scrittori o presumere di essere tali. Molti di noi hanno preso a scrivere nelle più diverse età della vita, non importa se &#8216;poesie&#8217;, &#8216;racconti&#8217; o testi come i nostri che non rientrano in nessuno dei generi conosciuti ma soddisfano quel bisogno di &#8216;scrivere di sé&#8217; che viene addirittura raccomandato in quanto &#8216;terapeutico&#8217;. È già sufficiente farlo essendo spinti da bisogno di chiarezza e di verità. Scrivere in pubblico, poi, è compito arduo, in quanto si esibisce l&#8217;ordito delle relazioni &#8216;interne&#8217; e la trama delle relazioni &#8216;esterne&#8217;, finendo sempre per svelare qualche cosa di sé che viene strappato alle regioni dell&#8217;Inconfessabile. Finisce per risultare facile farlo, trovando il coraggio di pubblicare sempre, grazie a una ragione molto sottovalutata: le persone non leggono, per di più non leggono fino in fondo, ma soprattutto non si dedicano all&#8217;esercizio della lettura, con l&#8217;intento di fare della lettura stessa una pratica di vita, una disposizione ad apprendere, un esercizio spirituale, cioè una pratica di libertà. Solo tardi, quando si sia scritto molto e con qualche competenza teorica, si arriva a capire che mentre scriviamo, scopriamo la Scrittura, quell&#8217;attività spontanea e a modo suo &#8216;creativa&#8217; che si fa mentre si scrive: scopriamo con stupore che è quasi qualcun altro che scrive per noi o, meglio, una sorta di automatismo interviene a guidare la mano. È stato detto autorevolmente che la Scrittura ci precede, ci istituisce come autori del testo, facendo sì che attraverso di noi si esprima la nostra Ombra, la parte nascosta, silente, il profondo, l&#8217;inconscio, il soggetto del desiderio che noi siamo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Non abbiamo mai compreso quanto riferiscono gli scrittori a proposito della pagina bianca, che costituirebbe, in alcuni casi, motivo di grande timore! Forse perché non siamo scrittori di professione, non ci mettiamo mai di fronte alla pagina bianca non avendo già qualcosa da dire. Proprio quando ci sentiamo &#8216;gravidi&#8217;, prendiamo la penna per dare libero sfogo a ciò che urge, che preme in noi&#8230;<br />Qui ci interessa indicare una zona dell&#8217;esperienza da noi investita di un compito essenziale: l&#8217;esercizio dell&#8217;ascesi, di cui la Scrittura è parte. Ascesi non è solo purificazione, rinuncia, elevazione spirituale. Nell&#8217;atto della scrittura, la fatica che facciamo ad esprimerci fino in fondo costituisce un lavoro doloroso di espressione compiuta di sé che comporta sempre il &#8216;sacrificio&#8217; di una parte di sé, di quell&#8217;Io che non ama certo mostrare il lato dell&#8217;esistenza che normalmente non appare o rischia di non essere sufficientemente rischiarato dallo sguardo altrui: la parte emersa, pur essendo visibile, o proprio per questo, sfugge ai più, che non sanno &#8216;leggere&#8217; o che cercano altrove il senso della nostra &#8216;presenza&#8217;, rinunciando a farsi guidare dall&#8217;apparenza verso l&#8217;invisibile dell&#8217;esperienza, che costituisce l&#8217;unica realtà da conoscere, quando non si smarrisca il filo che conduce ad essa e che permette ogni volta di tornarvi di nuovo; la parte sommersa, che non è necessariamente tutta inconscia, pertiene alla regione invisibile dell&#8217;esperienza personale a cui quasi nessuno è interessato ad accedere, tranne chi ci ami di vero amore, non necessariamente una matura donna sensibile. Talvolta, una nipotina affezionata penetra più a fondo di una donna adulta &#8216;titolata&#8217;.<br />Paradossalmente, cerchiamo un pubblico che sia capace di raggiungerci là dove siamo veramente, mentre ci sforziamo di nascondere in superficie le nostre cose, depositandole proprio là dove pochi le vedranno, cioè sotto gli occhi di tutti.<br />Inizialmente, si cerca il proprio &#8216;pubblico&#8217;, si immagina che esista una schiera di lettori costanti impegnati a legare insieme quanto andiamo dicendo oggi alle &#8216;conclusioni&#8217; importanti a cui giungemmo un anno fa o un mese fa. Grazie alla rilevazione quotidiana del numero degli accessi alle pagine web, alla distribuzione geografica dei &#8216;lettori&#8217;, ma soprattutto al tempo di permanenza sulle singole pagine, si scopre presto che quasi nessuno legge fino in fondo, considerato il tempo che richiede una lettura che infrange la prima regola raccomandata per il web, cioè la brevità. Sappiamo bene come si scrive per il web, cosa renda gradevole la lettura e cosa induca il lettore a non abbandonare la pagina. Tuttavia, a noi interessa altro. Avendo appreso a nostre spese che la scrittura non ci farà amare di più da chi ci ama già o che susciterà sentimenti analoghi in qualcun altro; che non ci metterà a contatto con nessuno, se non occasionalmente e per brevi periodi; che non farà di noi un &#8216;autore&#8217; per il solo fatto di scrivere; che la scrittura di sé serve solo a noi, come la stesura del riassunto di un altro testo. Una casa editrice pubblicherebbe mai una raccolta di riassunti? Un pubblico colto ed esigente perderebbe il proprio tempo a leggere generici riassunti? Questo tipo di testo risponde ad una esigenza privata e basta. Allo stesso modo, raccontare di sé non è attività che possa interessare e intrattenere se non persone che arrivino a cogliere risonanze in sé che valgano come altrettanti echi di quanto andiamo facendo. Dunque, non c&#8217;è qua o là un testo compiuto che aspiri ad essere riconosciuto come tale. C&#8217;è solo la scrittura, il succedersi ripetuto di un esercizio di comprensione delle proprie ragioni, dei propri risultati e delle proprie sconfitte. Il valore di verità e il piacere del testo che si può ricavare dalla lettura sono assegnati ai frammenti che si rimandano tra di loro, perché di ordito si tratta, perché conta il volo della mente, trovare le parole, non creare un pubblico disposto a non abbandonarci mai.<br />Il vero &#8216;pubblico&#8217; della nostra scrittura siamo noi stessi. Forse, noi scriviamo proprio per raggiungere quella parte di noi che non conosciamo, che ci sfugge, che straripa da tutti i lati, che non si lascia chiudere in un &#8216;testo&#8217; per sempre. A noi serve poter mostrare a noi stessi il risultato di una ricerca costante di senso, perché abbiamo fame di senso, perché il nostro amor proprio e l&#8217;autostima e l&#8217;assertività e il rispetto di sé sono soltanto parole, se non sapremo dire a noi stessi i modi e le ragioni del nostro consistere <em>qui</em> e <em>ora</em>, in quest&#8217;ora buia della notte, mentre i nostri fantasmi assediano la nostra mente e non ci lasciano dormire e non ci consentono di aspettare l&#8217;alba per affacciarci a dire ancora il nostro bisogno d&#8217;amore a chi vorrà sentirlo.</span></p>
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		<title>Stare dalla parte buona della vita</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Feb 2013 23:32:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Nodi e Relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 4 febbraio 2013 CAMMINARSI DENTRO (453): Il lampadiere I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Lunedì 4 febbraio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (453): Il lampadiere</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><em>I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il </em>lampadiere<em>: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come può il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del </em>lampadiere<em> risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?</em> &#8211; Don Antonio Mazzi </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">«Stare dalla parte buona della vita» è espressione bellissima, che reca conforto e fa bene al cuore. Produce l&#8217;effetto benefico del rasserenamento: come se cessasse all&#8217;improvviso l&#8217;assedio rappresentato dalle cattive notizie di cronaca. Come se non corressimo più alcun pericolo! Come se il Politico non costituisse più una minaccia. Come se i poveri non dovessero più temere la vendetta dei ricchi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">L&#8217;immagine diffusa del lampadiere ce lo presenta come impegnato a fare luce a quelli che seguono. Il pensiero corre subito al resto, a come egli possa avanzare al buio, senza perdersi o cadere. È intervenuta opportunamente l&#8217;interpretazione di don Mazzi, che arricchisce l&#8217;immagine di un significato in più: «Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato&#8230;». Davanti a lui non è solo buio, impenetrabile tenebra, quasi a significare la fatica dell&#8217;Educazione, l&#8217;ostacolo dell&#8217;errore e del male. La luce che egli riesce a scorgere davanti a sé non è nelle cose: non è una luce. E&#8217; dentro il buio che riesce a poggiare il piede sul terreno sicuro dato dalle orme lasciate sulla terra da altri che vi hanno tracciato un sentiero. Forse la &#8216;competenza&#8217; del lampadiere è proprio in questa sua capacità di valorizzare quanto altri hanno saputo fare prima di lui. Forse i buoni camminatori sono proprio come lui, sempre protesi a strappare un insegnamento alla vita, perché essa non procede mai nella tenebra assoluta, come una nave che avanzi nella tempesta senza un timoniere a bordo! Ci è stato dato il coraggio, perché inaugurassimo ogni volta qualcos&#8217;altro ancora. Per poter dare luce, occorrono occhi di seconda vista, cioè la capacità di tenere unite luce e tenebra. Forse la parte più importante è proprio la tenebra: come potremmo testimoniare diversamente la difficoltà del cammino, se il cammino stesso fosse rischiarato sempre da una luce diffusa, che nulla lascia inindagato e inespresso? La luce della conoscenza è tutta nella lampada? Non siamo soli nella notte. Come gli angeli, che non conoscono l&#8217;ansia, siamo noi: di questo sempre certi, che le strade battute da altri prima di noi sono il miglior viatico per la notte. Da lì facciamo derivare la luce della nostra lampada. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">È stato sempre così: non abbiamo mai potuto fare a meno di essere costruttivi, concilianti, protesi a creare le condizioni per l&#8217;unità, perché in tutte le sedi politiche e sociali prevalesse l&#8217;unità sulla frantumazione dei progetti o dei semplici punti di vista. Siamo stati impazienti e ci siamo fatti travolgere dalla malinconia tutte le volte che abbiamo visto prevalere gli elementi di divisione. In mezzo alle crisi più gravi, nel dramma delle catastrofi naturali, di fronte alle perdite irreparabili e agli abbandoni, non abbiamo esitato mai: ci siamo sporti verso la vita, a cercare il barlume che salva, lo spiraglio, la maglia che non tiene, per niente rassegnati alla malinconia del così fu. Abbiamo voluto sempre per noi che la timida ala della speranza non perdesse il suo vigore. Abbiamo la contentezza nel cuore, perché siamo grati dei doni ricevuti. Non ci manca mai il conforto delle voci amiche, per riscaldare i giorni in cui domina la tetraggine e tutto sembra vacillare intorno a noi. Siamo certi che i bambini abbiano qualcosa da dirci. I nostri maestri più grandi oggi sono loro. La vita scaturisce dai loro sogni e dal candido ritmo della loro voce squillante. Mi ritrovo dalla parte buona della vita grazie a loro.<br />Ma stare dalla parte buona della vita significa, soprattutto, avere fiducia, credere nelle intenzioni altrui, affidarsi alla mano premurosa di chi ci ospita nella propria casa, concedere agli altri la possibilità di spiegarsi, creare lo spazio linguistico necessario perché venga fuori quanto di buono gli altri hanno da dare. Concedersi il compito di illudersi ancora su di loro, perche possano esprimere più di quanto non abbiano mostrato di sé finora. Che debbano crescere o debbano cambiare, le persone presenti nella nostra vita costituiscono per noi una promessa. Imbarcarsi nell&#8217;impresa ricorrente di un progetto nuovo ha suscitato sempre in noi il sentimento fiducioso dell&#8217;attesa. Anche se siamo stati smentiti mille volte dalla realtà, non possiamo fare a meno di pensare che domani le cose andranno meglio. Il nostro compito è portare la speranza a chi non ce l&#8217;ha. </span></p>
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		<title>Sull&#8217;amore (Umberto Galimberti)</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jan 2013 22:01:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 30 gennaio 2013 CONTRIBUTI A UNA CULTURA DELL&#8217;ASCOLTO CAMMINARSI DENTRO (452): Sull&#8217;amore Amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l&#8217;anima o che contamina i corpi. Amore non è silenzio, domanda, risposta, suggello di fede eterna, lacerazione di intenzioni un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Mercoledì 30 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CONTRIBUTI A UNA CULTURA DELL&#8217;ASCOLTO<br /> CAMMINARSI DENTRO (452): Sull&#8217;amore</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/Xhzh1GWSkTg" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l&#8217;anima o che contamina i corpi. Amore non è silenzio, domanda, risposta, suggello di fede eterna, lacerazione di intenzioni un tempo congiunte, tradimento di promesse mancate, naufragio di sogni svegliati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Amore è toccare con mano il limite dell&#8217;uomo.</span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"> Scrive Platone: «Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l&#8217;uno dall&#8217;altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. E&#8217; allora evidente che l&#8217;anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vari presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio». Non bisogna leggere Platone in modo &#8220;platonico&#8221;, cioè ascetico, edificante, cristiano. Non bisogna intendere la mortificazione del corpo come mortificazione dei piaceri, delle passioni, della sessualità. Platone guarda più in alto, i problemi che gli stanno a cuore sono quelli della <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">dicibilità della indicibilità</strong>, quindi le regole della ragione e gli abissi della follia. Guardando &#8220;le cose d&#8217;amore&#8221; o, come dice il testo greco, <em style="mso-bidi-font-style: normal;">ta aphrodisia</em>, Platone si chiede che cosa con esse l&#8217;anima riesce o non riesce a <em style="mso-bidi-font-style: normal;">dire</em>. E dove il dire si interrompe e la regola non basta a portare la parola ad espressione si apre lo sfondo buio<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>del presagio e dell&#8217;enigma. Amore appartiene all&#8217;enigma e l&#8217;enigma alla follia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">L&#8217;amore porta fuori dal luogo dove solitamente si svolge la vita, crea uno stato di sospensione in cui spazio e tempo perdono estensione e durata. Estraneo all&#8217;ordinato scorrere della quotidianità, l&#8217;amore è <em style="mso-bidi-font-style: normal;">atopos</em>, è fuori luogo. Le cose d&#8217;amore, infatti, non appartengono al racconto dell&#8217;anima razionale perché, in loro presenza, l&#8217;anima subisce una dislocazione (<em style="mso-bidi-font-style: normal;">atopia</em>) che, spostando il regime delle sue regole, indebolisce il possesso di sé. La sua trama viene interrotta da qualcosa di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">troppo</em> che, spezzando la continuità del dire e l&#8217;ordine del discorso, porta verso itinerari di fuga che l&#8217;anima non riesce a inseguire. Pulsioni e desideri, infatti, irrompendo come significanti incontrollati nell&#8217;ordine dei significati statuiti, producono nel senso quel controsenso che fa ruotare i discorsi senza immobilizzarli intorno a un dispositivo ideale che l&#8217;anima ha faticosamente raggiunto come sua connessione.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">da UMBERTO GALIMBERTI, <em>Gli equivoci dell’anima</em></span></p>
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		<title>Il significato della memoria</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jan 2013 05:57:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 27 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (451): Il significato della memoria È accaduto, dunque accadrà ancora Primo Levi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Domenica 27 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (451): Il significato della memoria</span></p>
<blockquote><p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 24px;"><em>È accaduto, dunque accadrà ancora</em> Primo Levi</span>
</p>
</blockquote>
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		<title>Il corpo</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jan 2013 06:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Venerdì 25 gennaio 2013 CONTRIBUTI A UNA CULTURA DELL&#8217;ASCOLTO CAMMINARSI DENTRO (450): MASSIMO RECALCATI, Il corpo e l&#8217;inconscio e UMBERTO GALIMBERTI, Il corpo in Occidente e Il corpo delle donne e LORELLA ZANARDO, Il corpo delle donne]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Venerdì 25 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CONTRIBUTI A UNA CULTURA DELL&#8217;ASCOLTO<br /> CAMMINARSI DENTRO (450): MASSIMO RECALCATI, Il corpo e l&#8217;inconscio</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/teg20CSt-ms" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">e UMBERTO GALIMBERTI, <em>Il corpo in Occidente</em></span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/LqP3AOsHLu4" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">e <em>Il corpo delle donne</em></span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/EBcLjf4tD4E" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">e LORELLA ZANARDO, <em>Il corpo delle donne</em></span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/WnOJc02yOcA" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Restare per sempre</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2013 14:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 24 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (449): Restare per sempre Ci sono giorni in cui non ti prende la malinconia, e fino a sera tu non cerchi altro che qualche parola accorta, che sia disposta a prenderti per mano e a condurti oltre la soglia del dolore muto. Che giunga balsamo ristoratore, lenimento, fresco [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Giovedì 24 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (449): Restare per sempre</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/X1DRDcGlSsE" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Ci sono giorni in cui non ti prende la malinconia, e fino a sera tu non cerchi altro che qualche parola accorta, che sia disposta a prenderti per mano e a condurti oltre la soglia del dolore muto. Che giunga balsamo ristoratore, lenimento, fresco sentore di cose pulite. Ti basterebbe una voce disposta a farsi mano protesa nell&#8217;attimo estatico in cui ancora non è pronta la guarigione e si intravvede appena la promessa di un bene leggero e durevole. E&#8217; in quella apertura, nel sorriso appena accennato, nel calore della voce che precipitano i grumi di dolore. E si sciolgono quasi d&#8217;incanto. Scende invocata la voce amica di donna innamorata a ricordare il tempo del fremito e dell&#8217;ansito breve. I sospiri trattenuti a che valgono ora, lei assente? Non si apparecchia il miracolo per noi. Nessuna epifania mondana interverrà a rischiarare il cielo. Piove dappertutto. <br />E&#8217; solo nella presenza il miracolo. Non è altro il miracolo. A che serve l&#8217;azzurra lontananza di romantica memoria? A prolungare uno strazio indicibile. <br />Noi non vogliamo cieche speranze, per cullarci ancora in una vana attesa. Vogliamo consistere qui, in questo tempo incerto della nostra vita, paghi di vedere soltanto le nostre file di continuità. <br />Che scenda finalmente dal cielo la creatura che salva. Che scenda in mezzo a noi, e restare per sempre sia il suo compito. Non chiediamo altro al cielo! E il miracolo da mostrare sia la mano accorta che apre e chiude il nostro cuore, come fa altrettanto accortamente la primavera con i primi suoi boccioli: non c&#8217;è voce capace di toccare le cose che non ci faccia pensare alle sue piccole mani!</span></p>
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		<title>Il soggetto irriducibile</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2013 20:25:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 23 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (448): MASSIMO RECALCATI, Il soggetto irriducibile]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Mercoledì 23 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (448): MASSIMO RECALCATI, Il soggetto irriducibile</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/qIk4s7Qy1lw" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"></span></p>
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		<title>Come leggere Lacan</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2013 11:22:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 23 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (447): MASSIMO RECALCATI, Come leggere Lacan]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Mercoledì 23 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (447): MASSIMO RECALCATI, Come leggere Lacan</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/jhIreQL_gPA" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"></span></p>
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		<title>L&#8217;amore secondo Jacques Lacan</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 16:19:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 22 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (446): JACQUES LACAN, Sessuazione, sessualità, omosessualità, eterosessualità]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Martedì 22 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (446): JACQUES LACAN, Sessuazione, sessualità, omosessualità, eterosessualità</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/jvqnJKeVaac" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"></span></p>
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		<title>Noi siamo responsabili</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 08:17:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 22 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (445): Noi siamo responsabili Il saggio di Vittorio Zucconi e Valeria Vaccari, Psicologia della responsabilità nella tossicodipendenza è del 1997. Ne venni a conoscenza attraverso il rogersiano Paolo Iaria, per qualche anno Supervisore del gruppo degli Educatori di Libera Mente, in qualità di medico psicoterapeuta, impegnato per 14 [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Martedì 22 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (445): Noi siamo responsabili</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/epAsQlXk_zc" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Il saggio di Vittorio Zucconi e Valeria Vaccari, <em><a href="http://www.acp-italia.it/rivista/1997/Valeria_vaccari_,_alberto_zucconi__-_psicologia_della_responsabilita_nella_tossicodipendenza.pdf" target="_blank">Psicologia della responsabilità nella tossicodipendenza</a></em> è del 1997. Ne venni a conoscenza attraverso il rogersiano <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/20/08/2011/contributi-a-una-cultura-dellascolto-camminarsi-dentro-255-leggere-paolo-iaria-la-responsabilita-della-persona-tossicodipendente-nellottica-del-paradigma-rogersiano/" target="_blank">Paolo Iaria</a>, per qualche anno Supervisore del gruppo degli Educatori di Libera Mente, in qualità di medico psicoterapeuta, impegnato per 14 anni nella sede di Exodus di Santo Stefano in Aspromonte. Grazie a loro, abbandonai l&#8217;idea iniziale dell&#8217;“irresponsabilità” del tossicodipendente.<br /> Pensare questa &#8216;responsabilità&#8217; non è mai stato facile: bisogna fronteggiare la &#8216;naturale&#8217; tendenza del tossicomane alla manipolazione, ma nello stesso tempo bisogna cercare un varco in cui inserirsi per comunicare con la sua parte sana. Solo in questo modo è possibile prendersi cura della persona che si rivolge a noi in cerca d&#8217;aiuto. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">La prima competenza da sviluppare è proprio nella capacità di tenere insieme gentilezza e fermezza: l&#8217;accoglienza rispettosa e affettuosa accompagnata a lucido scetticismo sulle parole non verificate con la famiglia.<br /> La prima mossa della ragione è data dalla proposta di aprire il &#8216;confronto&#8217; con la famiglia: di solito, usiamo l&#8217;argomento che vogliamo ottenere almeno il risultato che la famiglia non danneggi emotivamente il lavoro che facciamo; successivamente, diremo che la famiglia &#8216;ci serve&#8217;, perché riteniamo che debba essere aiutata ad uscire dall&#8217;assedio in cui necessariamente si è chiusa. A tutti diremo che la &#8216;droga&#8217; si combatte a viso aperto, senza trucchi, senza accordi segreti con nessuno. Per questa via, il ragazzo si trova sempre più &#8216;stretto&#8217; tra gli obblighi a cui viene chiamato: accordi di ogni genere saranno tentati, per tastare il suo grado di &#8216;libertà&#8217;, la responsabilità che è in grado di esprimere. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Quando ho avviato l&#8217;esperienza di volontariato, nel 1989, ho scelto, tra le altre formule propiziatorie, le parole del sociologo tedesco Sigfried Kracauer: «La realtà si comprende a partire dai suoi estremi». Per molto tempo, ho pensato che per comprendere la salute, la sobrietà, la normalità occorresse concentrarsi sulla malattia, sull&#8217;eccesso, nel nostro caso, sulla dipendenza. Il risultato non è dato per &#8216;sottrazione&#8217;, cioè &#8216;togliendo&#8217; tutte le condotte disfunzionali. Non basta immaginare che si debba esser sobri. Nemmeno aiuta pensare &#8216;per confronto e contrasto&#8217;: paragonata a quella del &#8216;malato&#8217;, la nostra vita &#8216;normale&#8217; sarebbe sempre preferibile, come se anche in essa non si annidasse il germe del dubbio, il gusto dell&#8217;avventura, l&#8217;amore del rischio, la tentazione del gesto irresponsabile! Anche a noi piace bere il buon vino. Chi deciderà per noi fin dove sia prudente spingersi? Insomma, siamo liberi. Quando ci svegliamo al mattino, non sappiamo se ci faremo guidare da un demone buono o da un demone cattivo. Siamo esposti, come i nostri ragazzi, che si perdono nel gorgo muto della dissolvenza, a cui amano abbandonarsi per dimenticare quanto sia insopportabile consistere in questo tempo, in questa città, in quest&#8217;ora della vita. Occorrono buone ragioni per non cedere all&#8217;angoscia di morte che ci attanaglia. Il nostro destino dipende in gran parte dalla capacità di opporci all&#8217;ineluttabile e all&#8217;immensurabile, per arrivare a consistere qui e ora, paghi di quello che abbiamo, anche se dappertutto risuonano le grida scomposte di chi soccombe sotto i colpi di fortuna.</span></p>
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		<title>FAUSTO PELLECCHIA, Sull&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2013 14:24:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lunedì 21 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (445): FAUSTO PELLECCHIA, Un&#8217;idea sull&#8217;amore Che la filosofia contenga già nell’etimo del suo nome un’originale  relazione con l’amore e il desiderio, è una caratteristica tenacemente rammemorata nella sua plurimillenaria tradizione. Si suole ripetere che proprio questa relazione amorosa definisca la sua  dimora, nella distanza che la separa tanto dalle solitarie [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Lunedì 21 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (445): FAUSTO PELLECCHIA, Un&#8217;idea sull&#8217;amore</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Che la filosofia contenga già nell’etimo del suo nome un’originale  relazione con l’amore e il desiderio, è una caratteristica tenacemente rammemorata nella sua plurimillenaria tradizione.<br /> <br />Si suole ripetere che proprio questa relazione amorosa definisca la sua  dimora, nella distanza che la separa tanto dalle solitarie vette della sophia, quanto dai virtuosismi dell’antilogia sofistica.<br /> <br />Ma essa non potrebbe  attestarsi come inesauribile amore del sapere senza costituirsi, al tempo stesso, come sapere dell’amore, nel senso però di un genitivo soggettivo che non riesce mai a venire a capo di se stesso come genitivo oggettivo. In altri termini,  l’amore in cui abita la filosofia sarebbe nient’altro che un pensiero che ama o l’amore stesso in quanto pensa e si pensa, senza mai riuscire a raggiungersi come un sapere d’amore (che resta piuttosto riservato alla poesia e alla letteratura).<br /> <br />D’altra parte, proprio a Platone, che ne segnò per sempre la storia, vien fatta risalire la prossimità di quella scienza senza oggetto, che in occidente prese il nome di ontologia – sapere votato all’esistente puro, senza  proprietà – e della passione amorosa. Ciò a cui la filosofia volge il suo sguardo affascinato è l’esistente come tale che, sottraendosi ad ogni predicato reale, può essere appresa solo come punto di arresto del potere nominante del linguaggio.<br /> <br />Reciprocamente, ciò che appassiona nell’amore è propriamente solo l’esistenza dell’Altro che, svelandosi come imprendibile prossimità, si mostra come l’unico, quotidiano “miracolo” di cui ci sia riservata l’esperienza. L’intenzione suprema della filosofia consiste infatti nell’educare alla meraviglia più trita e, al tempo stesso, più imparabile: lo stupore che l’altro semplicemente sia, al di là o al di qua delle mie attese, dei miei desideri o del mio potere, meravigliosamente sciolto dalle parole e dai discorsi che tentano di catturarlo e di darne ragione &#8211; essendo piuttosto, proprio in questa loro impotenza, già da sempre a lui rivolti.<br /> <br />Di qui, l’inconsistenza dei tratti che nel discorso corrente sono raccolti sotto la rubrica di “amore platonico”.  Tanto l’idea che l’amato sono infatti esprimibili solo attraverso la radicale anonimia del nome, cioè attraverso l’impossibilità del nome di nominare la sua stessa capacità di chiamare l’Altro, di rivolgersi unicamente ad esso.<br /> <br />Non è un caso che l’idea platonica abbia la sua espressione tecnica nel nome della cosa seguito da “autò”, cioè nell’anafora del nome: l’idea della rosa è “la rosa stessa”.  Reciprocamente, la tesi secondo cui  l’Agathon è l’idea al di sopra di ogni altra idea, esprime il singolare statuto ontologico dell’amore: l’Agathon (solitamente tradotto con “il Bene”) non ha alcuna connotazione morale, ma appartiene alla famiglia di “agapao” (= amare, aver caro, da cui “agapeton” = amabile, desiderabile).  Che “esistente”  (ens) non sia un predicato reale, ma inerisca a ogni predicazione senza però aggiungervi alcuna proprietà, ciò può solo significare, se ben si riflette, che l’“agape” insegue unicamente l’essere dell’altro, non le sue qualità; e poiché  non potrebbe mai appropriarsene, lo cerca solo mantenendosi da esso indefinitamente a distanza: lo reclama, lasciandolo essere tale qual è, nella splendida sembianza del puramente Amabile.<br /> <br />Una prima indicazione proviene dall’aporia della categorizzazione dell’oggetto amato.  Ciò che rende possibile l’innamoramento e ne costituisce la causa, non è né il bello, né il buono né, tanto meno, la somma dei predicati reali con cui invano l’intelletto si sforza di afferrare l’essenza dell’amabile.<br /> <br />Se l’amante si dichiarasse dicendo: “Ti amo perché sei bello e intelligente, perché sei onesto e generoso, perché mi copri di attenzioni, perché mi sei fedele, ecc.”, bisognerebbe assolutamente diffidare delle sue parole. Molto più disperatamente autentica sarebbe l’ammissione costernata:  “Sono follemente innamorata di te, sebbene tu non sia né bello né intelligente, ed anzi un bugiardo,  egoista e  mascalzone…!”.<br /> <br />In questo senso, un’erotica filosofica sarebbe una versione profana della teologia della grazia:  l’essere eletti  senza merito, in virtù di un imperscrutabile volere – per non dire un capriccio – del dio, diviene il presupposto necessario da cui misteriosamente consegue l’amabilità  dell’oggetto. Per questo, ogni sapere e ogni discorso d’amore si arresta, infine,  sulla soglia del nome dell’amato, che lo interpella e  lo invoca nella sua intatta, inafferrabile singolarità</span></p>
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		<title>Per amore di conoscenza</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/19/01/2013/per-amore-di-conoscenza/</link>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 22:30:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 19 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (443): Per amore di conoscenza Amore è desiderio di conoscenza.CESARE PAVESE Alla domanda su che cosa sia per noi Educazione è possibile rispondere in tanti modi. Se pensiamo nello stesso tempo a cosa sia a fondamento dell&#8217;Educazione e cosa sia un Educatore per noi, ci sembra più urgente [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Sabato 19 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (443): Per amore di conoscenza<br /></span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><i>Amore è desiderio di conoscenza.</i><br />CESARE PAVESE</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Alla domanda su che cosa sia per noi Educazione è possibile rispondere in tanti modi. Se pensiamo nello stesso tempo a cosa sia a fondamento dell&#8217;Educazione e cosa sia un Educatore per noi, ci sembra più urgente riferire ciò che abbiamo messo di personale nell&#8217;azione educativa e che è possibile rinvenire nel tempo dell&#8217;insegnamento a scuola, nel tempo dell&#8217;aiuto al Centro di ascolto, nel tempo della crescita di una figlia a casa.<br />Tutta la mia esperienza educativa è stata sorretta da idee non proprio &#8216;pedagogiche&#8217;: non ho scomodato le moderne Scienze dell&#8217;educazione per andare avanti: piuttosto, mi sono fatto guidare dalle neuroscienze, dalla filosofia, da tutto ciò che aiutava ad accrescere la sensibilità, dall&#8217;arte alla letteratura, alla musica e al cinema.<br />A scuola è stato facile: dovevo addestrare i ragazzi a sviluppare competenza nelle quattro abilità fondamentali &#8211; ascoltare, parlare, leggere, scrivere -, per accrescere le capacità espressive e comunicative. Su tutto, però, ho fatto prevalere la scrittura.<br />A casa mi sono fatto guidare dalla cultura femminista, perché si trattava di aiutare a crescere libera dalla paura una figlia.<br />Al Centro di Ascolto si tratta sempre di &#8220;riportare i ragazzi a casa&#8221;, di aiutarli a riconoscere ciò che esalta l&#8217;esperienza personale e ciò che la deprime.<br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Della mia vita so con certezza che ho sempre lavorato per dare continuità a tutto quello che ho fatto. Quando mi sono reso conto dei cambiamenti che intervenivano in me, perché mi lasciavo alle spalle un&#8217;epoca della vita ormai trascorsa, non ho mai indugiato a lungo a rimpiangere le cose belle dell&#8217;infanzia o della prima adolescenza. Sono stato, piuttosto, impaziente di scoprire cosa la vita mi riservasse di nuovo. Ho accettato sui banchi di scuola e poi all&#8217;Università che la &#8216;sintesi&#8217; arrivasse a tempo debito e che le cose prendessero forma dopo sforzi cognitivi, tentativi ripetuti, errori. Ho capito presto che solo il lavoro dà risultati: intelligenza, volontà, attitudini aiutano, ma non bastano. L&#8217;oscuro lavoro quotidiano soltanto è il crogiuolo in cui precipitano tutte le intenzioni e i propositi e i sogni e le aspirazioni e le <em>performance</em>. Ho visto crescere la mia parte sana grazie allo studio e alla prova a cui sottomettevo le mie facoltà superiori.<br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Mi è sempre piaciuta l&#8217;espressione &#8220;lavoratori della conoscenza&#8221; scelta dal mio Sindacato per designare gli Insegnanti. L&#8217;accento per me è posto su &#8216;conoscenza&#8217;. L&#8217;espressione più difficile del nostro compito umano nello sforzo di costruire relazioni significative con gli altri è &#8220;la conoscenza personale&#8221;, cioè la conoscenza della persona. Tutto il nostro sentire dipende dalla nostra capacità di conoscere la natura dell&#8217;altro, per stabilire di conseguenza contatti e scambi emotivi fruttuosi, per allacciare rapporti e dare vita a relazioni durature.<br />Siamo abituati a ricondurre l&#8217;idea della conoscenza a complesse strategie di apprendimento che portino all&#8217;acquisizione del significato di termini, concetti, fatti, principi, regole, leggi&#8230; Se rivolgiamo lo sguardo dalle &#8216;cose&#8217; alle persone ci rendiamo presto conto del fatto che non si tratta mai di venire a capo una volta per sempre del significato di un&#8217;esistenza, come se fosse possibile ridurre la trascendenza personale, tutto l&#8217;invisibile dell&#8217;esperienza personale alla fissità di un concetto! A volte ci accade di dire che &#8216;sappiamo&#8217; chi è una persona, perché abbiamo attribuito importanza ad essa, perché occupa un posto nella nostra esistenza, perché siamo spinti dalla curiosità ad indagare ancora, per dare ancora senso, più senso al modo di declinarsi nel mondo di qualcuno. Se non ci faremo accecare, però, da impazienza e avidità, dovremo riconoscere che il darsi a noi di un&#8217;esistenza non è mai paragonabile al modo di darsi delle cose, su cui finiremo sempre per esercitare una qualche forma di possesso. Nell&#8217;amore, come in tutti i modi di relazionarci all&#8217;altro, ciò che incontriamo è un soggetto, mai un oggetto. &#8216;Ridurre ad oggetto&#8217; della nostra azione l&#8217;altro è sempre impresa destinata al fallimento e generatrice di follia.<br />La vita del soggetto è possibile &#8216;afferrare&#8217; solo nel tempo, giacché essa si dà solo nel tempo. Tutti i tentativi di fermare il tempo sono pura pazzia. Noi siamo abitatori del tempo. Siamo i mortali. Non possiamo fare altro che consistere <em>qui</em> e <em>ora</em>, nel nostro tempo mondano, consci del nostro sbandato andare. Ci è concesso istituire file di continuità per dare orientamento al nostro cammino. È nell&#8217;istante eterno soltanto che dura l&#8217;incanto delle cose belle. Riesce a rendere eterno ciò che non dura solo chi arriva ad attribuire valore alle cose.</span></p>
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		<title>L&#8217;aggressività umana come paradossale risposta paranoica alla gratificazione</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2013 07:44:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 15 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (442): Il soggetto inconscio del desiderio che noi siamo e la &#8216;vittoria&#8217; dell&#8217;Io contro la vita: l&#8217;invidia della vita all&#8217;origine dell&#8217;aggressività umana A pagina 50 del suo Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Massimo Recalcati illustra incisivamente l&#8217;esito violento e la successiva pacificazione del soggetto che abbia esercitato [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="dE_H" style=";width: 100%; height: 100%;">
<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Martedì 15 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (442): Il soggetto inconscio del desiderio che noi siamo e la &#8216;vittoria&#8217; dell&#8217;Io contro la vita: l&#8217;<em>invidia della vita</em> all&#8217;origine dell&#8217;aggressività umana</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/10/01/2013/chiara-come-un-grande-vento/image-10/" rel="attachment wp-att-16432"><img class="alignleft size-medium wp-image-16432" alt="Lacan" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/image2-186x300.jpg" width="186" height="300" /></a>A pagina 50 del suo <em>Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione</em>, Massimo Recalcati illustra incisivamente l&#8217;esito violento e la successiva pacificazione del soggetto che abbia esercitato la sua aggressività contro il &#8220;più simile&#8221;, il &#8220;più prossimo&#8221; a lui: «L&#8217;oggetto colpito &#8211; come insegna Aimée &#8211; è una versione idealizzata del soggetto che colpisce. È il suo &#8220;ideale esteriorizzato&#8221;. L&#8217;ammirazione idealizzante dà luogo a un&#8217;aggressività invidiosa perché l&#8217;esistenza dell&#8217;oggetto mostra persecutoriamente al soggetto ciò che esso non è. In questo senso, colpire l&#8217;altro è sempre colpire se stessi. Per questo, nel caso Aimée, Lacan indica come sia proprio la punizione del crimine, la sua sanzione simbolica &#8211; la reclusione di Aimée in carcere -, a riassestare i ruoli simbolici e a rivelarsi come pacificante per il soggetto». [Torneremo sul caso Aimée, su cui Lacan riferisce nella sua Tesi di Dottorato di Medicina, pubblicata nel volume <em>Della psicosi paranoica nei suoi rapporti con la personalità</em> (1932), che inaugura un interesse costante, destinato a protarsi fin dentro la tarda maturità: la paranoia coincide <em>tout court</em> con la personalità (<em>Seminario XXIII</em>, pag.50); una tendenza primaria dell'uomo.]</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Sembrerebbe, così, tutto spiegato, anche il caso di Erika De Nardo, la ragazza di Novi Ligure che uccise la madre e il fratellino. Gustavo Pietropolli Charmet, che faceva parte del Collegio dei periti che dovevano stabilire se Erika fosse colpevole, annotò nei suoi appunti che alla domanda: «Tua madre ti voleva bene?» Erika aveva risposto: «Non lo so». Charmet commentò in seguito: «Come è possibile andare in giro per le vie del mondo senza sapere che tua madre ti vuole bene?» La sua conclusione, che per tutto questo tempo io non avevo capito, fu: «Erika, dunque, è colpevole».<br /> Proprio perché le condizioni di salute di Erika non furono definite buone &#8211; si parlò di un disturbo di personalità che forse le impediva di &#8216;sentire&#8217;, cioè provare emozioni e sentimenti -, io non riuscivo a comprendere la natura della sua colpevolezza: era capace di intendere, ma era anche capace di volere? La sua era una volontà libera, posto che non era sostenuta adeguatamente dalla percezione del valore, del significato della madre e del fratello?<br /> Anche una volta accertato che lei &#8211; come il marito che uccide la moglie in casa, come tutti noi che spesso esplodiamo contro l&#8217;altro senza una ragione prossima, cioè senza una causa chiara &#8211; è &#8216;sana di mente&#8217;, ci ritroveremmo comunque di fronte a una colpa, che trae origine da quella che Lacan chiama &#8220;invidia della vita&#8221;, perché <b>la nostra &#8216;risposta&#8217; aggressiva non è conseguente ad una frustrazione ma ad una gratificazione</b>. Ciò che si staglia davanti a noi non è qualcosa che ci viene negato: paradossalmente, dall&#8217;oggetto della nostra invidia aggressiva deriva solo amore, sovrabbondante amore. Il rifiuto dell&#8217;accettazione di quell&#8217;amore dipende dai sentimenti negativi che esso suscita in noi, che ci sentiamo esclusi da esso, e proprio mentre più grande si fa la cura nei nostri confronti! Ci sentiamo esclusi, perché le forze che ingabbiano la nostra parte &#8216;buona&#8217; ci fanno proiettare sull&#8217;altro sentimenti persecutori, inducendoci ad elaborare pensieri negativi che sono solo la proiezione della nostra parte &#8216;cattiva&#8217;: finiamo per odiare nell&#8217;altro quello che non &#8216;troviamo&#8217; in noi. Uccidiamo nell&#8217;altro quello che noi vorremmo essere, quello che abbiamo sempre sognato di essere.<br />La causa della nostra aggressività è tutta nella fissazione irrigidita nello &#8220;stadio dello specchio&#8221;, nella mancata accettazione della scissione originaria tra il soggetto inconscio del desiderio che noi siamo e l&#8217;ideale dell&#8217;Io con il quale erroneamente ci identifichiamo, pretendendo di ricondurre ad unità la dualità insanabile che solca la nostra coscienza: noi non proveniamo da una unità originaria a cui poter tornare: ogni nostalgia di questo genere è condannata ad essere insoddisfatta, non può essere soddisfatta da niente e da nessuno. Superare lo &#8216;stadio dello specchio&#8217;, allora, significa abbandonare la pretesa di unità per imparare a cogliere e a rispettare la diversità, la differenza irriducibile con l&#8217;altro che è in noi, come con l&#8217;altro che è fuori di noi.</span></p>
</div>
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		<title>Un grido perduto nella notte</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 17:08:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 14 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (441) : Un grido perduto nella notte Fragile patrimonio sono i sogni, ci fanno ricchi un&#8217;ora - poi, poveri, ci scaraventano fuori dalla purpurea porta sul duro recinto dimora di prima Emily Dickinson Il testo che segue è apparso poco fa nello spazio web del professor Recalcati, su [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="dE_H" style=";width: 100%; height: 100%;">
<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Lunedì 14 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (441) : Un grido perduto nella notte</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Fragile patrimonio sono i sogni,<br /> ci fanno ricchi un&#8217;ora -<br /> poi, poveri, ci scaraventano<br /> fuori dalla purpurea porta<br /> sul duro recinto<br /> dimora di prima<br /> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Emily Dickinson </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Il testo che segue è apparso poco fa nello spazio web del professor Recalcati, su Facebook.</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Anche l&#8217;amore più grande, più assoluto, più certo, più simile ad un destino, può cadere, rivelarsi polvere, diventare niente. Cosa ci accade quando facciamo ancora esperienza di non essere altro che un grido perduto nella notte, quando incontriamo ancora la ferita traumatica dell&#8217;abbandono assoluto? Quando, come si dice meno radicalmente, &#8220;non è più come prima&#8221;? Può la vita resistere? Può continuare ad abitare un mondo che non è più lo stesso mondo? Può non cedere alla tortura dell&#8217;insensatezza? Ritarderò l&#8217;uscita del mio secondo tomo su Lacan per scrivere di questo. MASSIMO RECALCATI</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Quello che sconcerta di più è l&#8217;inaudito stupore, l&#8217;imprevisto della nuova condizione, l&#8217;arresto del tempo dell&#8217;attesa e della speranza, l&#8217;apertura dell&#8217;anima non più &#8216;sostenuta&#8217; dall&#8217;altra parte, l&#8217;eclissarsi improvviso dell&#8217;altra parte, assieme al gioco d&#8217;amore, alla voce, al volto, al caldo abisso della trascendenza personale. Non più risposte, spiegazioni e conferme, assillo e affanno, premuroso richiamo, appello invadente, rimprovero, sorriso. Cessa l&#8217;incanto della viva presenza, lo <em>charme</em> del tempo, con le file di continuità e il dono di sé. L&#8217;assenso, l&#8217;accordo, il conforto, la carezza non sono più. Il tanto mi dà tanto e l&#8217;apparato dei giorni, ma soprattutto delle ore. Il sapore immutato dei momenti vissuti insieme. L&#8217;attimo di gioia che si faceva istante eterno inspiegabilmente sottratto. Della gioia dispensata a piene mani più nessuna traccia, nemmeno il dolce ricordo. Solo disincanto e tragedia, scissione, separazione. Frantumi di tempo. Il <em>nunc</em> scomparso. «Potremmo riparlarne dopo?» Non più &#8216;dopo&#8217;. Solo immobile e vuoto presente. Anancasmi e brevi affanni. Poi, più nulla. Silenzio nella testa. Inerzia intellettuale e noia. L&#8217;orrenda, barbara malinconia che lima e che divora. Non la celeste nostalgia degli umani. Il vano sforzo della vicinanza sollecita e la testimonianza del solidale abbraccio. E poi? Cessati gli sforzi e gli abbracci e la vicinanza e la sollecitudine affettuosa? Solo tetraggine e abbandono. Come quello mortale del tempo dei sogni e delle belle speranze, quando era intollerabile a tutti che appena un po&#8217; venissimo lasciati a noi stessi, come se fosse per sempre! Ma ora è così, è per sempre. Non avevamo creduto che si potesse giurare amore eterno, perché l&#8217;amore, come tutte le umane cose, è nel tempo, ma ci apparecchiammo per un tempo senza tempo, anche se non credevamo si potesse seriamente dire &#8216;per sempre&#8217;. Abbiamo prediletto perfino una canzone che chiede proprio quello che non si può promettere: Amami per sempre. Perché c&#8217;era chi aveva qualcosa da dire a noi sempre. Immancabilmente. Come la chiacchiera dei bambini, che farfugliano a volte cose insensate, ma vere, accompagnate sempre da convinto entusiamo e la serena certezza di essere creduti ancora. Sentivamo ad ogni piè sospinto che ci fosse tempo ancora per noi. Abbiamo creduto. Ci siamo affidati. Ora non c&#8217;è più sponda. Non sappiamo dove depositare le nostre emozioni. Ma la ferita che brucia in mezzo al petto e ci consegna all&#8217;angoscia dell&#8217;insussistenza e dell&#8217;infondatezza insensata è del cuore. È il tempo del dolore senza fine. Sentiamo già che esso potrà solo farsi più tenue e accennare a scomparire, per ripresentarsi a noi come morbo incurabile e strazio senza fine. Le intenzioni lacerate stanno lì a segnalare l&#8217;infranto e l&#8217;irreparabile, come morte sopraggiunta a colpire selvaggiamente. Come i venti freddi sferzanti di marzo, che tagliano la faccia e pietrificano e sconquassano le più miti pretese. Siamo stati così lasciati a chiedere e basta. E dopo aver dedicato una vita alla critica all&#8217;insensato chiedere, siamo lì, sulla nuda porta a chiedere, pur sapendo bene che si possa chiedere soltanto ciò di cui si conosce già la risposta. Eppure, non facciamo altro, ormai. Perfino nell&#8217;assenza fisica di chi dovrebbe rispondere ancora. </span></p>
</div>
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		<title>Declinare crescendo</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2013 12:06:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 13 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (440): Declinare crescendo A quattro anni dal congedo dall&#8217;insegnamento attivo, mi ritrovo spesso a considerare ciò che resta dell&#8217;esperienza di Educatore. Il mio ultimo Preside ci tenne a dichiarare in pubblico che, se pure andiamo in pensione, non cessiamo di essere Insegnanti: abbiamo il diritto di chiamarci ancora [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="dE_H" style=";width: 100%; height: 100%;">
<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Domenica 13 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">CAMMINARSI DENTRO (440): Declinare crescendo</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">A quattro anni dal congedo dall&#8217;insegnamento attivo, mi ritrovo spesso a considerare ciò che resta dell&#8217;esperienza di Educatore. Il mio ultimo Preside ci tenne a dichiarare in pubblico che, se pure andiamo in pensione, non cessiamo di essere Insegnanti: abbiamo il diritto di chiamarci ancora Insegnanti. E&#8217; uno status sociale che non si perde. Confesso che a me fa piacere verificare, quando esco di casa, l&#8217;atteggiamento deferente degli adulti che mi chiamano Professore. Sento che una parte grande del mio Sé è &#8216;depositata&#8217; in quella parola. Anche nel Centro di ascolto mi chiamano &#8220;il professore&#8221;. <br />Ciò che resta, perciò, non è un &#8216;resto&#8217;, per il fatto che da ventitré anni a questa parte alla condizione di insegnante si è sovrapposta per me quella di educatore nel Centro di ascolto: conclusa l&#8217;esperienza di insegnamento, non ho cessato di sentirmi educatore.<br />Negli ultimi sei anni, poi, mi sono nati due nipotini che contribuiscono ad impedirmi di invecchiare inutilmente e precocemente. Ho da fare. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Il &#8216;tempo&#8217; dell&#8217;Educazione, tuttavia, è cambiato: è tempo della relazione d&#8217;aiuto e tempo della relazione educativa in famiglia. <br />Rispetto al ruolo istituzionale imposto dalla Scuola, mi sento &#8216;in trincea&#8217;, impegnato in un tipo di ascolto più ricco e vario, che mi ripropone gli stessi problemi, senza Didattica: non ho &#8216;materie&#8217; da insegnare; prevale l&#8217;Educazione sull&#8217;Istruzione. Se a scuola bisognava rivendicare il ruolo dell&#8217;educazione su quello della mera istruzione &#8211; formiamo i ragazzi, non ci limitiamo ad istruirli nella nostra disciplina -, adesso è solo formazione, a casa e nel Centro di ascolto.<br />La preoccupazione della crescita dei bambini di casa e dei ragazzi del Centro  è esclusiva: non ha bisogno di &#8216;aggiungersi&#8217; ad altro. Sento più nitidamente il valore e il  &#8217;peso&#8217; della relazione umana: sono esposto, ne va di me, della mia natura, del mio carattere, delle mie inclinazioni, delle mie capacità relazionali; prima ancora di attivare conoscenze e competenze, mi sembra decisivo quello che riesco a fare a partire da quello che sono, perciò parlo di capacità.<br />Mi trovo ad interrogarmi ancora su identità sessuale, individuazione, disagio, famiglia, progetti di vita. Sono tornato a studiare l&#8217;età evolutiva, la formazione del carattere, le scelte educative, la natura umana, la struttura della personalità, la persona&#8230; con lo sguardo rivolto ai nipotini e ai ragazzi-adulti affetti da tossicomania. Non sono, però, il semplice &#8216;prolungamento&#8217; dell&#8217;insegnante di un tempo, anche se quella relazione educativa resta sullo sfondo, come termine di confronto continuo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Paolo Poli ha dichiarato recentemente, alludendo alla sua età, che si sente più libero, perché non lo guarda nessuno quando esce di casa. E&#8217; importante trovare modi di convivenza accettabili con adulti privi di pregiudizi, perché dai giovani non può venire niente: non possono comprendere cosa significhi avere 64 anni. Non sono molti, se paragonati alla condizione triste di chi ne abbia dieci o venti di più e nessuna voglia di vivere&#8230; Tuttavia, questi miei anni portano già il segno della vecchiaia, ancorché incipiente. Il tempo del silenzio, dell&#8217;esperienza delle mancate risposte è iniziato. Per questo, è meglio parlar d&#8217;altro.</span></p>
</div>
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		<title>Dove sono gli uomini?</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jan 2013 22:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[   ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/01/2013/parlare-in-pubblico/image-15/" rel="attachment wp-att-16514"><img class="alignleft  wp-image-16514" alt="image" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/image1-683x1024.jpg" width="478" height="717" /></a> </p>
<p><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/01/2013/parlare-in-pubblico/image-16/" rel="attachment wp-att-16515"><img class="alignleft  wp-image-16515" alt="image" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/image2-684x1024.jpg" width="479" height="717" /></a><br /><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/01/2013/dove-sono-gli-uomini/image-17/" rel="attachment wp-att-16516"><img class="alignleft  wp-image-16516" alt="image" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/image3.jpg" width="672" height="519" /></a> <br /> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/01/2013/dove-sono-gli-uomini/image-18/" rel="attachment wp-att-16517"><img class="alignleft  wp-image-16517" alt="image" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/image4.jpg" width="745" height="674" /></a><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/01/2013/dove-sono-gli-uomini/image-19/" rel="attachment wp-att-16518"><img class="alignleft  wp-image-16518" alt="image" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/image5.jpg" width="726" height="360" /></a></p>
<p><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/01/2013/dove-sono-gli-uomini/image-21/" rel="attachment wp-att-16520"> </a><br /><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/01/2013/dove-sono-gli-uomini/image-23/" rel="attachment wp-att-16536"><img class="alignleft  wp-image-16536" alt="image" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/image7.jpg" width="721" height="760" /></a><br /><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/01/2013/dove-sono-gli-uomini/image-21/" rel="attachment wp-att-16520"><img class="alignleft  wp-image-16520" alt="image" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/image7.jpg" width="676" height="338" /></a><br /><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/01/2013/dove-sono-gli-uomini/image-22/" rel="attachment wp-att-16521"><img class="alignleft  wp-image-16521" alt="image" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/image8.jpg" width="627" height="706" /></a></p>
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		<title>Perché ci illudiamo di non cambiare mai</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jan 2013 17:26:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 10 gennaio 2013 NOVITÀ: Perché ci illudiamo di non cambiare mai   Sul quotidiano la Repubblica di oggi, leggere:  Anime immobili. Giovani e vecchi, perché ci illudiamo di non cambiare mai, di John Tierney Una ricerca pubblicata su Science dimostra che a ogni età della vita siamo convinti, sbagliando, di restare sempre gli [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="dE_H" style=";width: 100%; height: 100%;">
<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Giovedì 10 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">NOVITÀ: Perché ci illudiamo di non cambiare mai</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sul quotidiano <i>la Repubblica</i> di oggi, leggere: </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><i>Anime immobili. Giovani e vecchi, perché ci illudiamo di non cambiare mai</i>, di John Tierney</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Una ricerca pubblicata su <i>Science</i> dimostra che a ogni età della vita siamo convinti, sbagliando, di restare sempre gli stessi per gusti e abitudini.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La ricerca degli psicologi Daniel Gilbert e Jordi Quoidbach di Harvard e di Timothy D. Wilson dell&#8217;Università della Virginia ha coinvolto 19.000 persone tra i 18 e i 68 anni.</span></p>
</div>
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		<title>Chiara come un grande vento</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jan 2013 06:16:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 8 gennaio 2013 CAMMINARSI DENTRO (439): «Chiara come un grande vento»: la coscienza secondo Sartre Esattamente quarant&#8217;anni fa, il 17 aprile 1972, ho discusso la mia tesi di laurea su L&#8217;essere e il nulla di Sartre, che avevo intitolato: «Una filosofia della coscienza. Lettura fenomenologica de L&#8217;essere e il nulla di Jean-Paul Sartre». [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="dE_H" style=";width:100%; height:100%; ;">
<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Martedì 8 gennaio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (439): «Chiara come un grande vento»: la coscienza secondo Sartre</span></p>
<p><iframe src="http:/www.youtube.com/embed/UqXladzHLeQ" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Esattamente quarant&#8217;anni fa, il 17 aprile 1972, ho discusso la mia tesi di laurea su <i>L&#8217;essere e il nulla</i> di Sartre, che avevo intitolato: «Una filosofia della coscienza. Lettura fenomenologica de <i>L&#8217;essere e il nulla </i>di Jean-Paul Sartre». Avevo avviato lo studio dell&#8217;opera sartriana tre anni prima. Per tre anni ho lavorato in vista di quella che poi riuscii a far accettare come tesi personale per concludere il corso di Filosofia.<br /> Convinto &#8216;sostenitore&#8217; della Fenomenologia di Husserl dal 1967, l&#8217;approdo all&#8217;esistenzialismo fu per me il portato della crisi religiosa di quegli anni e l&#8217;esito più chiaro del bisogno di arrivare a un&#8217;idea almeno provvisoria della natura umana: l&#8217;espressione sartriana «libertà in situazione» mi avrebbe accompagnato, poi, per il resto della mia vita, assieme all&#8217;idea della trasparenza della coscienza. Per converso, mi abituai a pensare che non si possa temere niente più della vischiosità della coscienza.<br />Tra gli studi propedeutici alla scrittura, <em>La trascendenza dell&#8217;Ego</em>, che tradussi in italiano per i miei amici: avvertivo già l&#8217;importanza di quel piccolo saggio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/08/01/2013/chiara-come-un-grande-vento/image-10/" rel="attachment wp-att-16432"><img class="alignleft  wp-image-16432" alt="Lacan" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/image2-636x1024.jpg" width="195" height="314" id="img1dca8ec7-53c0-4581-a2e5-4ed52dd3cc3c"/></a>A distanza di quarant&#8217;anni, nel dicembre 2012, avviando la lettura del ponderoso volume di <a href="http://www.raffaellocortina.it/jacques-lacan" target="_blank">Massimo Recalcati, <em>Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione</em>, 643 pagine, edito per i tipi di Raffaello Cortina</a>, ho scoperto quanto segue: «il passo inaugurale dell&#8217;insegnamento di Lacan consiste nel mettere in scacco la nozione di Io e ogni supposizione di padronanza che essa comporta» (pag.1). «La sua ripresa della riduzione freudiana dell&#8217;Io lo conduce a trovare in Sartre un compagno di strada capace di offrirgli una nuova ispirazione per provare a sganciare ancora più rigorosamente la nozione di soggetto da quella di Io» (pag.2). «La tesi sartriana dell&#8217;Io come oggetto, insieme al suo contributo alla critica fenomenologica del concetto tradizionale di &#8220;Io&#8221; e di vita psichica &#8211; sviluppata con rigore e originalità nel saggio del 1938 intitolato <em>La trascendenza dell&#8217;Ego</em> &#8211; costituisce indubbiamente lo sfondo della rilettura della teoria freudiana del narcisismo con la quale Jacques Lacan entra nel campo della psicoanalisi» (pag.2). </span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La coscienza non è costituita da nessun essere, non riposa mai su se stessa, ma si manifesta come spinta verso il fuori da sé, come &#8220;coscienza di&#8230;&#8221;, coscienza d&#8217;altro da sé, coscienza che non consiste mai di se stessa, dunque priva di unità o identità, strutturalmente &#8220;rivolta verso&#8221;, aperta, esplosa, in costante autotrascendimento, «chiara come un grande vento». (Jean-Paul Sartre, <i>Un&#8217;idea fondamentale della fenomenologia di Husserl: l&#8217;intenzionalità</i>) </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Nell&#8217;Introduzione al volume, Recalcati afferma: «Se c&#8217;è, come io credo e provo a sviluppare in questo libro, un <em>neoesistenzialismo</em> di Lacan &#8230;». La suggestione forte offerta da Recalcati, che l&#8217;intera opera di Lacan sia solcata dalla volontà di proporre un <em>neoesistenzialismo</em>, costituisce la conferma di tante intuizioni e supposizioni che hanno segnato questi quarant&#8217;anni di studi personali di Lacan.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<blockquote>
<p><img class="alignleft  wp-image-16417" alt="image" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/image1-592x1024.jpg" width="265" height="459" id="img2c82167e-79c3-4dce-876b-9df88b54bc3f" style="opacity: 1; "/></p>
<p>La prima opera di Lacan acquistata (26 ottobre 1972)</p>
</blockquote>
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<p><font color="#ffffff">A</font></p>
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<p><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/08/01/2013/chiara-come-un-grande-vento/image-11/" rel="attachment wp-att-16435"><img class="alignleft  wp-image-16435" alt="Godimento" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/image3-660x1024.jpg" width="422" height="655" id="imgab656677-9e28-4c67-b486-a3610297ae93"/></a></p>
<p>L&#8217;ultima opera di Lacan acquistata (20 dicembre 2012)</p>
</blockquote>
</div>
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		<title>Parlare in pubblico</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/30/12/2012/parlare-in-pubblico-3/</link>
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		<pubDate>Sun, 30 Dec 2012 06:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esercizi]]></category>
		<category><![CDATA[Imparare a vivere]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 30 dicembre 2012 IMPARARE A VIVERE (4)Aσκήσεις (7): Parlare in pubblico L’esercizio della parola in pubblico è uno dei più duri da ‘svolgere’. Ad esempio, prendere la parola per trentacinque anni di fronte a una classe di studenti delle Scuole medie superiori, per interessarli a un’ora di Italiano o di Latino, quando chi deve prendere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 30 dicembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">IMPARARE A VIVERE (4)<br />Aσκήσεις (7): Parlare in pubblico</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">L’esercizio della parola in pubblico è uno dei più duri da ‘svolgere’. Ad esempio, prendere la parola per trentacinque anni di fronte a una classe di studenti delle Scuole medie superiori, per interessarli a un’ora di Italiano o di Latino, quando chi deve prendere la parola sia una persona timida, è un esercizio di cui non si parla, di solito. Si dà per scontato che ogni insegnante abbia sufficiente ‘faccia tosta’ da affrontare il pubblico studentesco senza affanno o timore. Gli insegnanti sembrano tutti votati alla ‘recitazione’ quotidiana. Pochi sanno che per alcuni di loro è ogni volta di nuovo un compito arduo da affrontare, perché si tratta di vincere insicurezze difficili da superare: si ripresenta ogni volta il timore di arrossire, di incepparsi mentre si parla o di risultare poco chiari o di non avere più niente da dire, soprattutto nei momenti di stanchezza morale, quando si vorrebbe piuttosto stare a casa, magari tra le braccia di qualcuno che sia disposto a dispensare carezze di ogni genere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Delle quattro abilità linguistiche fondamentali &#8211; ascoltare, parlare, leggere, scrivere -, la meno curata è forse proprio il parlato, a dispetto delle innumerevoli verifiche orali che gli insegnanti compiono per dovere d&#8217;ufficio. All&#8217;interrogazione tradizionale, pure indispensabile perché fatta di domande specifiche, occorrerebbe affiancare il <em>colloquio</em> basato sul &#8220;Parlami di&#8230;&#8221;, per consentire un più fluente e compiuto discorso.<br />Dalla parte dello studente si consuma una battaglia permanente che egli ingaggia innanzitutto con il lessico, nello sforzo quotidianamente ripetuto di <em>trovare le parole</em>. Chi non ricorda la fatica della preparazione pomeridiana alle interrogazioni del giorno dopo? C&#8217;è chi non abbia tirato un sospiro di sollievo a sentir dire in classe che non sarebbe stato giorno di interrogazioni, anche essendo ben preparato? A chi non è capitato di ritrovarsi a balbettare vicino alla cattedra, nel vano tentativo di restituire il lungo lavoro fatto il giorno prima? Quanto volte si è verificato il caso dello studente che si è ribellato all&#8217;insegnante che non ha saputo apprezzare il lavoro svolto a casa, quando però la prova sia stata al di sotto degli sforzi fatti per prepararsi? Quanto tutto ciò dipende dal &#8216;parlato&#8217;, cioè dal fatto che una <em>performance</em> in pubblico non sia cosa scontata? <br />Per me, si trattava di affrontare un pubblico non sempre benevolo. C&#8217;era da superare l&#8217;emozione che montava e che non incoraggiava a parlare. C&#8217;era la sensazione di non ricordare più niente, che non ci avrebbe abbandonati più, fino alla discussione della tesi di laurea. In me, soprattutto il timore di chi si sente gli occhi addosso e fa voti agli dèi dei rinvii, perché l&#8217;esposizione al giudizio altrui è sempre troppa: non avevo ancora imparato ad affrontare il pubblico mentre parlavo. Fare le due cose insieme &#8211; pensare a ciò che doveva esser detto in modo chiaro e farlo senza impaccio &#8211; era decisamente troppo! <br />Eppure, ho attraversato il mio deserto, il deserto delle mie aspre solitudini, senza indietreggiare mai: ho accettato per decenni di arrossire davanti a tutti e con la morte nel cuore ho continuato a cercare le parole. <br />All&#8217;altezza del primo liceo, ho deciso che dovevo mettermi a parlare in Italiano in casa, dove si parlavano ben tre diversi dialetti: quello dei miei genitori, quello dei primi tre figli, quello del quarto figlio. Naturalmente, tutti mi prendevano in giro e mi giudicavano aspramente: erano convinti del fatto che ostentassi uno spirito di superiorità nei loro confronti, essendo un liceale! Nessuno comprese il mio dramma privato.<br />Anche se nessuno mi insegnava ad ascoltare, a parlare, a leggere, a scrivere, io dovevo comprendere i meccanismi della lingua, della grammatica, dello stile. Non sapevo ancora cosa fosse la pragmatica, cosa la semantica. Non avevo scoperto ancora Estetica, Filosofia del linguaggio, Linguistica generale, Linguistica testuale&#8230; Ogni progresso nella conoscenza e ogni voto lusinghiero equivalevano a una promozione sociale per me, non solo alla promozione scolastica, a un incremento del profitto. <br />All&#8217;Università avrei fatto le scoperte maggiori, proseguendo il lavoro avviato su di me. Mentre mi accingevo a sostenere gli Esami che avevano a che fare con la Lingua, il Testo, il Linguaggio, pensavo a quello che avrei fatto in classe con i miei alunni, per aiutarli a progredire come animali parlanti: sarebbe stato quello il mio risarcimento.  Avrei assunto come termine di confronto, per generare l&#8217;indispensabile dissonanza cognitiva, la condizione in cui versavo io come studente di liceo prima e universitario poi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La fluenza del parlato, con il ritmo che pure richiede, non è capacità che si possiede e basta. Contribuirà ad accrescerla la tendenza ad imitare gli adulti a casa, se questi parlano in Italiano. Fu decisivo per me scoprire quanto sia importante accettare la propria voce. Un ragazzo non si rende conto fino in fondo quanto possa costituire un &#8216;freno&#8217; all&#8217;espressione libera di sé la non accettazione della propria voce. A tutti i miei alunni ho suggerito la riflessione privata su questo punto: occorre allenarsi ad ascoltarla, fino ad arrivare a provare piacere a sentirla. <br />Dare alla voce un&#8217;intonazione durante la lettura di un testo, cercando di rendere il senso, alla maniera degli interpreti di professione, gli attori e i dicitori, è forse una delle ultime cose da fare, ma si avverte in ogni momento che &#8216;interpretare parlando&#8217; è indispensabile per far capire a chi ci ascolta che il testo ci appartiene, ha influito sulla nostra sensibilità, ne abbiamo compreso il senso. Un esempio chiaro di questa difficoltà è dato dalla lettura de <em>L&#8217;infinito</em> di Leopardi. Per decidere fino a che punto fosse da premiare un ragazzo di quinta liceo che affrontava l&#8217;Esame di stato, mi sono limitato sempre a far leggere i primi versi de <em>L&#8217;infinito</em>. Dicevo soltanto: voglio sentire come leggi. La voce di una persona ci rivela più di quanto il parlante non sappia!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">I miei alunni mi prendevano in giro affettuosamente dicendomi che la mia voce era soporifera. Naturalmente, cercavo di essere caldo e rassicurante e fermo e sereno&#8230; Inutile dire quanto fossi sicuro di aver raggiunto negli ultimi anni di insegnamento un livello alto di consapevolezza di quello che accadeva durante l&#8217;ora di lezione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Soltanto negli ultimi anni di insegnamento ho capito quanto incida l&#8217;improvvisazione nella conduzione della classe durante la &#8216;lezione frontale&#8217;. Lungo tutta la mia carriera, non ho fatto altro che studiare per arrivare in classe pronto su tutto. L&#8217;intera estate era dedicata alla preparazione del Progetto didattico per l&#8217;anno scolastico successivo. Al mare o in montagna, avevo sempre i miei libri con me. Fermo restando che lo studio è indispensabile, sbagliavo a pensare che non si debba mai improvvisare! che tutto debba essere previsto! <br />Uno dei momenti più importanti della mia vita è stato la scoperta dell&#8217;improvvisazione, della necessità di improvvisare. Quando andiamo a un appuntamento importante, con una donna o per un posto di lavoro, al Centro d&#8217;ascolto per un colloquio, in un luogo in cui non siamo stati mai, per parlare con qualcuno che non sappiamo ancora se ci accetterà oppure no, noi siamo &#8216;esposti&#8217;, perché non sappiamo cosa dire. Non sappiamo bene quello che diremo, con quali parole, con quanta efficacia&#8230; Massimo Cacciari parla dell&#8217;<em>arrischio</em> della relazione, per significare questo essere in prima linea, senza difese o protezioni di sorta. Non siamo in pericolo, ma ne va della nostra immagine, dell&#8217;idea che l&#8217;altro si farà di noi: temiamo di non riuscire a far intendere quello che ci preme di più l&#8217;altro sappia. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Oggi so quanto sia inutile consegnare ad un incontro occasionale e fortuito il senso di sé, preoccuparsi di deludere l&#8217;altro: è fin troppo facile che accada! Ci si salva solo pensando alla <em>fragilità del bene</em>, a quanto dipenda dall&#8217;altro il significato che vorrà attribuire alla nostra esistenza. Attraverso le nostre &#8216;parole&#8217; trasparirà comunque ciò che siamo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><em>Imparare a vivere</em> attraverso l&#8217;esercizio della parola, imparando a parlare in pubblico. Per ascoltarsi vivere. Per conoscere la propria anima attraverso la sua capacità di divinare dal fondo enigmatico e buio da cui parla. Per imparare ad accettare il bene e il male che ne verranno da ciò che gli altri vorranno restituirci di noi. <br />Molti ragazzi affetti da tossicodipendenza mi hanno rivelato che hanno fatto ricorso alle sostanze per trovare il coraggio di parlare davanti agli altri. Al termine di lunghi percorsi segnati dai necessari processi riparativi e ricostruttivi della persona, tutti i ragazzi  hanno dichiarato sommessamente: ho imparato a parlare in pubblico senza paura. A loro è dedicata la maggior parte degli sforzi che faccio per essere una persona migliore, da ventitré anni.</span></p>
<p style="text-align: center;"> *</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta per <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/esercizi-spirituali-2/" target="_blank"><em>esercizi spirituali</em></a>. La preferiamo al più chiaro &#8216;<a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/lessico-esercizi-spirituali/" target="_blank">esercizi spirituali</a>&#8216; di Hadot, perché ci consente di &#8216;risalire&#8217; alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all&#8217;altra o per esprimere una preferenza &#8216;laica&#8217; da anteporre allo spirito cristiano&#8230; Piuttosto, per una ragione terminologica. <br />Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta. <br />Dovremo prepararci a vivere in condizioni di precarietà e insicurezza, pur possedendo i beni accumulati nella fase precedente. Non è detto che vivremo male. Dovremo, sicuramente, convivere con tanti giovani senza prospettive certe di vita, in un mondo che non sarà più quello di prima. <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/18/06/2011/prepariamoci/" target="_blank">Chi ha avvertito per tempo i cambiamenti in atto si sta preparando</a>. Molti sono già pronti.<br />L&#8217;esperienza sta subendo una torsione &#8216;restrittiva&#8217;, a causa degli sconvolgimenti economici che investono Cosmopolis. Bisogna registrare i cambiamenti che intervengono nel mondo-della-vita in seguito all&#8217;austerità obbligata che ci ritroviamo a vivere. Non rinunceremo solo al superfluo. Saranno intaccati stili di vita &#8216;da sempre&#8217; improntati a dissipazione e consumo. <br />C&#8217;è forse speranza che tornino i volti, quando avremo &#8216;archiviato&#8217; la civiltà malata dell&#8217;<em>usa e getta</em>?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il termine Ασκήσεις contiene anche una preziosa sfumatura &#8216;ascetica&#8217;, un&#8217;allusione a &#8216;rinuncia&#8217; che non abbandoneremo mai. Chi scrive queste note &#8216;proviene&#8217; da un&#8217;educazione interamente improntata a sacrificio e rinuncia. Occorre verificare quanto resti di quella tradizione e se non stia giungendo il tempo in cui sacrifici e rinunce acquisteranno un senso nuovo, nel fuoco della moralità privata.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">*</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Leggere anche</span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/04/08/2012/la-nostra-esperienza-morale/" target="_blank">Aσκήσεις (1): La nostra esperienza morale</a></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/08/08/2012/lo-spirituale-un-tempo/" target="_blank">Aσκήσεις (2): Lo spirituale un tempo</a></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/06/11/2012/dissimulazione-onesta/" target="_blank">Aσκήσεις (3): La dissimulazione onesta</a></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/25/11/2012/strategie-di-apparizione/" target="_blank">Aσκήσεις (4): Strategie di apparizione</a></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/25/12/2012/i-nostri-eserciz/" target="_blank">Aσκήσεις (5): I nostri Esercizi</a></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/26/12/2012/rifiutarsi-di-rinunciare/" target="_blank">Aσκήσεις (6): Di fronte al rifiuto di rispondere alla domanda d’amore</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Di fronte al rifiuto di rispondere alla domanda d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Dec 2012 06:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esercizi]]></category>
		<category><![CDATA[Imparare a vivere]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 26 dicembre 2012 IMPARARE A VIVERE (3)Aσκήσεις (6): Di fronte al rifiuto di rispondere alla domanda d&#8217;amore [ La stesura di questo articolo si basa per intero sul saggio di MORENO MANGHI, Il rifiuto. La Versagung nell'insegnamento di Lacan (ottobre 2009). Il progredire della conoscenza delle questioni teoriche e delle implicazioni pratiche imposte all'attenzione [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p><a name="su"></a></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Mercoledì 26 dicembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">IMPARARE A VIVERE (3)<br />Aσκήσεις (6): Di fronte al rifiuto di rispondere alla domanda d&#8217;amore</span></p>
<p style="text-align: justify;">[ La stesura di questo articolo si basa per intero sul saggio di <strong>MORENO MANGHI, Il rifiuto. La <em>Versagung</em> nell'insegnamento di Lacan (ottobre 2009)</strong>. Il progredire della conoscenza delle questioni teoriche e delle implicazioni pratiche imposte all'attenzione dalla lettura del saggio stesso comporterà correzioni e aggiornamenti del nostro articolo. La provvisorietà di questa sintesi personale è un tacito invito a chi legge a procedere con la lettura personale di quel testo nevralgico della letteratura psicoanalitica contemporanea.  ]</p>
<p style="text-align: justify;">INDICE del saggio:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I. La frustrazione</strong>, 2<br />Riferimenti bibliografici dei seminari di Lacan citati, 3<br />Liminare, 4<br />PRIVAZIONE-FRUSTRAZIONE-CASTRAZIONE, 8<br /><em>Privazione</em>, 9<br /><span style="text-decoration: underline;">La privazione è la mancanza reale di un oggetto simbolico</span><br /><em>Frustrazione</em>, 11<br /><span style="text-decoration: underline;">La frustrazione è la mancanza immaginaria di un oggetto reale</span> <br /><em>Castrazione</em>, 12<br /><span style="text-decoration: underline;">La castrazione è la mancanza simbolica di un oggetto immaginario</span> <br />LA DIALETTICA DELLA FRUSTRAZIONE NELLA DOMANDA D&#8217;AMORE, 16<br />IL NESSO FRUSTRAZIONE-REGRESSIONE, 23<br />A CHE PUNTO SIAMO. RICAPITOLAZIONE, SCHIARIMENTI, GLOSSE, 28<br />AL DI LA&#8217; DELLA DOMANDA D&#8217;AMORE: IL DESIDERIO, 32<br />AMORE INCONDIZIONATO E DESIDERIO COME CONDIZIONE ASSOLUTA, 36<br />LA VERSAGUNG AL CENTRO DELLA TRAGEDIA MODERNA, 42 </p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La vertiginosa altezza raggiunta con il concetto di <a href="http://www.lacan-con-freud.it/lacaniana/thesaurus/manghi_versagung_lacan_EAR.pdf" target="_blank"><em>Versagung</em></a> in ambito psicoanalitico può essere compresa solo da chi abbia dimestichezza con i temi dell&#8217;Educazione e della Cura, per le ripercussioni che quel concetto è destinato ad avere sulle idee che guidano Educatori e Terapeuti. Siamo oltre Pedagogia e Psicoterapia: non vale qui il solo specialismo delle Professioni d&#8217;aiuto, con titoli e curricula. Parliamo di cure informali, cioè di qualcosa che si situa al di qua dell&#8217;intervento codificato da <em>setting</em> e <em>protocolli</em>, perché il &#8216;fenomeno&#8217; descritto non è riconducibile al solo ambito psicopatologico.<br />Accade a tutti noi, nel corso della vita, di ritrovarci accanto al dolore di qualcuno: allora saremo confortati nell&#8217;azione dal nostro sapere pratico e dall&#8217;esperienza, la nostra esperienza delle cose. Per me, ad esempio, che lavoro in un Centro d&#8217;ascolto per tossicomani da ventitré anni, è facile stare accanto a un ragazzo che sia affetto da quella grave patologia. Avendo imparato a tenere distinti ambiti di intervento e ruoli, riesco a stare nel &#8216;campo&#8217; che mi appartiene, che è quello dell&#8217;educazione e delle <a href="http://www.familiarianziani.it/chi_siamo.htm" target="_blank">cure informali</a>. A proposito di queste ultime, non andranno confuse con le cure dei familiari, quando si tratti di assistere una persona affetta da <a href="http://www.coripe.unito.it/files/gori.pdf" target="_blank">malattie invalidanti</a> o tipiche della vecchiaia. Genericamente intese, anche se previste con rigore dalla Scuola di Trento, ad esempio &#8211; vedere la Voce di Dizionario <em>Community care</em> in “lavoro sociale 3/2004, pp.421-426” e <em>Cure informali (care</em>) in “lavoro sociale 1/2002, pp.131-138” -, esse sono il nostro prenderci cura di persone che affiancheremo anche per anni: nel Centro di ascolto <em>Libera Mente</em> ci sono persone che frequentano il Centro anche da quindici anni. L&#8217;opera di affiancamento dei genitori che vi si conduce nel gruppo di auto-aiuto delle famiglie ci spinge a fare queste riflessioni sulle cure informali: in quanto adulti educatori, i genitori apprenderanno nuove modalità di comunicazione con i loro figli e nuovi stili educativi. Dovranno scegliere nuovi modelli educativi. Oppure, fare riferimento a vecchi modelli che conservino ancora la loro efficacia. Sicuramente, dovranno modulare il loro comportamento, basandosi sulla &#8216;fase&#8217; che si sta attraversando: di puro &#8216;contenimento&#8217;, quando il ragazzo è nella fase acuta della dipendenza; di accettazione e di orientamento, quando i processi riparativi e ricostruttivi della personalità siano stati avviati.<br />Un Educatore che operi in un Centro d&#8217;ascolto può rivendicare l&#8217;assenza di competenze sviluppate in ambito accademico, essendo fornito di esperienza d&#8217;insegnamento &#8211; come nel mio caso &#8211; e di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Phronesis" target="_blank">saggezza di vita</a>, essendo un adulto impegnato nella <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/leducabilita-degli-educatori/" target="_blank">formazione permanente di sé</a>, nella <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/esercizi-spirituali-2/" target="_blank">cura di sé</a>, nella ricerca costante delle proprie ragioni di vita nello studio, nella riflessione, nell&#8217;azione. Quasi cinquant&#8217;anni di studio della Filosofia, trentacinque anni di insegnamento della Letteratura italiana e latina, ma soprattutto della Lingua italiana, ventitré anni di lavoro sociale in un Centro d&#8217;ascolto, un&#8217;esperienza di formazione permanente in Exodus avviata venti anni fa autorizzano a pensare di aver conseguito certezze nel campo dell&#8217;Educazione e della Cura.<br /> Rivendicare il valore e il peso di cure informali ha senso, perché prima, durante e dopo ogni intervento riparativo e ricostruttivo, intervengono a diverso titolo famiglia e volontariato sociale con un&#8217;azione educativa che è importante oggi che non dica genericamente &#8216;frustrazione&#8217; e &#8216;rinuncia&#8217;: più correttamente c&#8217;è da dire Rifiuto (Versagung), con tutto quello che comporta di nuovo, anche per noi, questa rinnovata prospettiva.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La pedagogia dei sacrifici e delle rinunce, da cui provengo, non sembra essere più di moda. Eppure, il senso del limite si apprende soltanto quando ci si scontri con le prescrizioni per l&#8217;azione che sono dettate da un&#8217;autorità riconosciuta e &#8216;ascoltata&#8217;. Un tempo contribuivano anche le pene corporali a confermare l&#8217;autorità della scuola e della famiglia. Oggi, è più difficile acquisire autorità sul campo, senza la &#8216;sponda&#8217; rappresentata da Autorità che non era necessario nemmeno riconoscere, perché si imponevano sui ragazzi per il mandato ricevuto.  <br />Il &#8216;comandamento&#8217; <em>Onora il padre e la madre</em>, ad esempio, aveva una sua forza, per cui si imponeva nelle nostre vite attraverso esempio e testimonianza: i padri non erano soltanti i &#8216;patriarchi&#8217; che rivendicavano un potere quasi esclusivo sui figli: essi provvedevano sempre alla trasmissione del desiderio. Quando chiesi la bicicletta nuova a mio padre, non disse di no. Ci pensò un po&#8217; su e disse solennemente che l&#8217;avrebbe comprata «tra un anno». Naturalmente, io mi misi subito a contare i giorni. Così nasceva e si irrobustiva in noi il desiderio. Così imparavamo a differire nel tempo la soddisfazione dei nostri desideri: sapevamo che non sarebbe stato mai possibile avere &#8216;subito&#8217;. Nemmeno potevamo sperare di avere &#8216;tutto&#8217;. Passavamo il tempo a pensare a tutto quello che non avremmo avuto mai, perché troppe erano le cose che giudicavamo ‘irraggiungibili’. Così potevamo sognare ad occhi aperti, portandoci nel cuore le nostre segrete speranze. Così curavamo lo sviluppo dello spazio interiore indispensabile ad elaborare quello che poi sarebbe stato chiamato frustrazione. Ciò che ci veniva negato per l&#8217;immediato rientrava nel numero delle cose a cui bisognava rinunciare temporaneamente, in attesa di un &#8216;incasso&#8217; certo ma lontano nel tempo. Così imparavamo a conoscere attesa e speranza. Così imparavamo ad accettare la rinuncia, la mortificazione, il sacrificio, l&#8217;assenza, la mancanza. In seguito, avremmo compreso meglio l&#8217;abbandono e la perdita. <br />Possiamo dire oggi che l&#8217;esperienza dell&#8217;abbandono è devastante, perché va ad intaccare i fragili equilibri che siamo impegnati a costruire &#8216;intorno&#8217; al nostro Io, dimentichi del più poderoso e solido &#8216;contesto&#8217; della <em>persona</em>. <br />L&#8217;esperienza della morte ci è più &#8216;familiare&#8217;, se non altro perché &#8216;attesa&#8217;, anche se la cultura dominante tende ad esorcizzarla, aiutandoci a &#8216;scansarla&#8217;, ad evitare di fare i conti con essa: è stato detto autorevolmente che è l&#8217;ultimo dei tabù. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il campo dell&#8217;esperienza si è dilatato, per noi. Si potrebbe parlare di una mutazione antropologica che ha investito i sessi e le culture, che ha messo in questione sempre più i modelli educativi, che non ci consente di pensare l&#8217;esperienza nei termini autoritari in cui risultava &#8216;facile&#8217; <em>trasmettere esperienza</em> da una generazione all&#8217;altra. La stessa espressione &#8216;trasmettere esperienza&#8217; era forse già inadeguata allora: si trattava sempre di imposizioni, che spesso tradivano le vocazioni naturali delle persone&#8230; Quando, a partire dagli anni Sessanta, le energie &#8216;creative&#8217; delle giovani generazioni si sono liberate, la mobilità sociale è cresciuta, le classi sociali sono scomparse, le distanze tra le persone si sono accorciate. La caduta delle barriere che tenevano separati i mercati, tuttavia, ha generato un nuovo tipo di solitudine: forgiare il destino personale in un campo tanto grande ha reso tutti esposti, più deboli, con meno tutele e scarse certezze sul mondo esterno. Da venti anni, almeno, nelle politiche di intervento a sostegno delle persone affette da grave disagio sociale, a partire dagli adolescenti, si è affermata una pedagogia interamente incentrata sulla persona, per &#8216;scoraggiare&#8217; la domanda di sostanze stupefacenti e psicotrope, anche attraverso la promozione delle forme più impensate di agio sociale. Lo sfondo sociale, però, è rimasto immutato. Sdoganamento del narcisismo, epoca delle passioni tristi, nomadismo intellettuale, tribalismo giovanile sono stati invocati per dare un nome al disagio della civiltà di oggi. Schematizzando molto, si potrebbe dire che all&#8217;idea freudiana di un principio della realtà che si imponeva sul principio del piacere, inducendo il soggetto a rinviare il soddisfacimento del desiderio, si è sostituito un principio del piacere, che trova nel soddisfacimento immediato di tutti i desideri un indebolimento del soggetto stesso, che stenta ad incontrare il suo limite, impegnato com&#8217;è a scansare ogni forma di privazione e di dolore. Sacrificio e rinuncia sembrano i termini di una &#8216;regola&#8217; del vivere quotidiano che non trova mai la propria misura. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Può, allora, &#8216;funzionare&#8217; ancora una pedagogia dei sacrifici e delle rinunce, aiutando le autorità parentali e scolastiche a segnare il limite che solo consente di crescere, giacché assegna mete credibili all&#8217;azione e fonda i processi di individuazione personali  su un senso di sé che non si risolva nella dissipazione infinita del consumo e basta? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La riconsiderazione della frustrazione nel quadro da cui &#8216;proviene&#8217; e le sue relazioni con privazione e castrazione soltanto ci consentiranno di inscrivere le forme della mancanza sotto i registri del simbolico, del reale, dell&#8217;immaginario. Solo per questa via l&#8217;amore troverà la sua giusta collocazione, se sapremo oscillare tra presenza e assenza, senza perdere mai di vista il potere di chi ha da dispensare il dono, che può sempre revocare il patto, rifiutandosi di rispondere alla domanda d&#8217;amore. <br />Ritrovarsi di fronte a questo rifiuto non significa soltanto sperimentare l&#8217;abbandono reale e la perdita reale dell&#8217;oggetto d&#8217;amore. Il &#8216;soggetto del rifiuto&#8217; è inizialmente la madre, in seguito la donna, che ci metterà di fronte alla sua mancanza costitutiva, facendoci misurare nella maniera più esatta il &#8216;destino&#8217; del desiderio. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><em>Imparare a vivere</em>, in questo quadro, significherà imparare a comprendere che non ci troviamo più di fronte all&#8217;onnipotenza delle madri, che non rinunceranno mai a donare l&#8217;amore incondizionato di cui i piccoli hanno bisogno, ma saranno costrette sempre più consapevolmente a rifiutarsi di dire sì a ciò che non possono dare, perché ne sono prive, e per l&#8217;insaziabilità del desiderio: soddisfare esso &#8216;incondizionatamente&#8217;, ammesso che sia possibile, non basterebbe a &#8216;colmare&#8217; la mancanza costitutiva di ogni essere umano, che è destinata a rimanere tale, in tutte le epoche della vita. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">A questa coscienza alta della nostra condizione deve corrispondere una capacità di visione della realtà dell&#8217;anima altrettanto alta: &#8216;psiche&#8217; non basta più, con i vecchi schemi del Novecento. <br />L&#8217;<em>esercizio</em> che ci attende è <em>abitare la distanza</em>, come etica del linguaggio che pensa l&#8217;invisibile dell&#8217;esperienza propria e quella altrui, senza impazienze e senza soverchie illusioni. La distanza che separa dagli altri è da ricondurre sempre alla nozione definitiva di mancanza, che istituisce ogni altra nozione e tutte le categorie di cui ci serviamo per ordinare l&#8217;esperienza nei suoi confini.</span></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<div title="Page 4">
<div>
<div>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">«Vi ho pregato di rivedere l’uso che si fa oggigiorno in analisi del termine frustrazione. Volevo così incitarvi a ritrovare ciò che vuol dire nel testo di Freud, dove quel termine non viene mai utilizzato, il termine originale di Versagung, nella misura in cui ha un accento che va ben al di là e più a fondo di ogni frustrazione concepibile». (Jacques Lacan, <em>Il Seminario</em>, Libro VIII, p. 330 dell&#8217;edizione in lingua francese) </span></p>
</blockquote>
</div>
</div>
</div>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Per tornare a Versagung e alla portata di questo concetto per noi, sarà utile fare riferimento a un&#8217;occasione linguistica denunciata da Moreno Manghi, autore del saggio <a href="http://www.lacan-con-freud.it/lacaniana/thesaurus/manghi_versagung_lacan_EAR.pdf" target="_blank"><em>Il rifiuto. La </em>Versagung<em> nell&#8217;insegnamento di Lacan</em></a> su cui poggia questa nostra riflessione: tutta la psicoanalisi del Novecento ha contribuito a costruire una &#8216;pedagogia della frustrazione&#8217; sulla base di un termine che non compare mai nell&#8217;opera di Freud! (Anche noi, in verità, abbiamo creduto fino a poco fa che il tossicomane sia persona che non tollera il peso della frustrazione! E&#8217; dato poco rilevante che si dia pure il fatto dell&#8217;irritazione conseguente a tutte le esperienze di assenza e all&#8217;incapacità di agire indotta dalle sostanze: il disturbo prodotto dalle condotte d&#8217;abuso ha la sua ragione in un più generale &#8216;blocco&#8217; della capacità di accettare le rinunce che accompagnano i nostri atti liberi. In assenza di questi ultimi &#8211; se anche noi ci ritroviamo nella condizione di non poter agire liberamente, saremo irascibili, irritabili, &#8216;frustrati&#8217;&#8230; -, cercheremo altrove la spiegazione del nostro disagio). <br />La nozione di frustrazione andrà ricondotta dentro più nitidi confini, se opportunamente distinta da privazione e castrazione e articolata rispetto alla mancanza dell&#8217;oggetto secondo le categorie dell&#8217;oggetto simbolico, reale, immaginario:</span></p>
<table border="1" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><em>Mancanza</em></td>
<td style="text-align: center;">Reale: Privazione</td>
<td style="text-align: center;">Immaginaria: Frustrazione<em><br /></em></td>
<td style="text-align: center;">Simbolica: Castrazione</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;"><em>Oggetto</em></td>
<td style="text-align: center;">simbolico</td>
<td style="text-align: center;">reale</td>
<td style="text-align: center;">immaginario</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: center;"> *</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Leggere anche</span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/04/08/2012/la-nostra-esperienza-morale/" target="_blank">Aσκήσεις (1): La nostra esperienza morale</a></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/08/08/2012/lo-spirituale-un-tempo/" target="_blank">Aσκήσεις (2): Lo spirituale un tempo</a></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/06/11/2012/dissimulazione-onesta/" target="_blank">Aσκήσεις (3): La dissimulazione onesta</a></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/25/11/2012/strategie-di-apparizione/" target="_blank">Aσκήσεις (4): Strategie di apparizione</a></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/25/12/2012/i-nostri-eserciz/" target="_blank">Aσκήσεις (5): I nostri Esercizi</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"> *</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta per <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/esercizi-spirituali-2/" target="_blank"><em>esercizi spirituali</em></a>. La preferiamo al più chiaro &#8216;<a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/lessico-esercizi-spirituali/" target="_blank">esercizi spirituali</a>&#8216; di Hadot, perché ci consente di &#8216;risalire&#8217; alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all&#8217;altra o per esprimere una preferenza &#8216;laica&#8217; da anteporre allo spirito cristiano&#8230; Piuttosto, per una ragione terminologica. <br />Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta. <br />Dovremo prepararci a vivere in condizioni di precarietà e insicurezza, pur possedendo i beni accumulati nella fase precedente. Non è detto che vivremo male. Dovremo, sicuramente, convivere con tanti giovani senza prospettive certe di vita, in un mondo che non sarà più quello di prima. <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/18/06/2011/prepariamoci/" target="_blank">Chi ha avvertito per tempo i cambiamenti in atto si sta preparando</a>. Molti sono già pronti.<br />L&#8217;esperienza sta subendo una torsione &#8216;restrittiva&#8217;, a causa degli sconvolgimenti economici che investono Cosmopolis. Bisogna registrare i cambiamenti che intervengono nel mondo-della-vita in seguito all&#8217;austerità obbligata che ci ritroviamo a vivere. Non rinunceremo solo al superfluo. Saranno intaccati stili di vita &#8216;da sempre&#8217; improntati a dissipazione e consumo. <br />C&#8217;è forse speranza che tornino i volti, quando avremo &#8216;archiviato&#8217; la civiltà malata dell&#8217;<em>usa e getta</em>?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il termine Ασκήσεις contiene anche una preziosa sfumatura &#8216;ascetica&#8217;, un&#8217;allusione a &#8216;rinuncia&#8217; che non abbandoneremo mai. Chi scrive queste note &#8216;proviene&#8217; da un&#8217;educazione interamente improntata a sacrificio e rinuncia. Occorre verificare quanto resti di quella tradizione e se non stia giungendo il tempo in cui sacrifici e rinunce acquisteranno un senso nuovo, nel fuoco della moralità privata.</span></p>
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		<title>I nostri Esercizi</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Dec 2012 23:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esercizi]]></category>
		<category><![CDATA[Imparare a vivere]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 25 dicembre 2012 IMPARARE A VIVERE (2)Aσκήσεις (5): I nostri Esercizi Il quadro dei moderni Esercizi spirituali è destinato a crescere. Già Goethe aveva da proporne di suoi. Sarà utile aggiornare la nostra mappa del territorio, includendovi le pratiche a cui ricorriamo e che si configurano sempre più come veri e propri Esercizi. La [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p><a name="su"></a></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Martedì 25 dicembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">IMPARARE A VIVERE (2)<br />Aσκήσεις (5): I nostri Esercizi</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il quadro dei moderni <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/lessico-esercizi-spirituali/" target="_blank">Esercizi spirituali</a> è destinato a crescere. Già Goethe aveva da proporne di suoi. Sarà utile aggiornare la nostra mappa del territorio, includendovi le pratiche a cui ricorriamo e che si configurano sempre più come veri e propri Esercizi. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La mia Rubrica <em>Camminarsi dentro</em> costituisce per me dal settembre 2006, dal giorno della morte di mia madre, un&#8217;occasione permanente per mettere alla prova la capacità di verbalizzare l&#8217;esperienza. Dare voce all&#8217;inespresso, &#8216;sfidando&#8217; l&#8217;Ombra e la forza del Pudore, è compito. L&#8217;una si annida nei meandri dell&#8217;Anima, per assumere nella vita quotidiana le più diverse maschere; l&#8217;altro si erge a custode dell&#8217;Inconfessabile, per proteggere l&#8217;Anima stessa dagli assalti dell&#8217;immortale volgarità umana. Questo Esercizio è per me Scrittura più che conoscenza di me stesso: non il mero ‘contenuto’ del pensiero ma la forma dell&#8217;Anima, la piega delle cose, il ritmo dell&#8217;esistenza mi interessa restituire.<br /> Qualcuno mi ha preso in giro per i modi della mia scrittura, ma non me ne sono curato, perché mi è parso non accettazione di ciò che sono: a questo la Scrittura non può porre rimedio in alcun modo. «Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario». (M.Foucault)<br /> Diremo, allora, <em>Imparare a scrivere</em>, per significare il nostro divinare dal fondo enigmatico e buio da cui proveniamo.<br />Per quanto riguarda la fedeltà a ciò che chiede di essere tratto fuori dal silenzio, diremo soltanto che non è in questione la verità: tutte le volte che è stato possibile riferire &#8216;fedelmente&#8217; i dati della nostra esperienza lo abbiamo fatto, e ci impegneremo a farlo ancora! Altrimenti, abbiamo praticato la <em>dissimulazione onesta</em>, per proteggere la nostra fragilità e quella delle persone a cui sarebbe stato utile accennare. «La scrittura, come elemento dell&#8217;ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos» (M.Foucault). La speranza che ci muove è sempre la stessa: fare della scrittura un mezzo di testimonianza, per indicare ad altri un modo di consistere presso di sè e nel mondo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Accanto alla Scrittura non esiteremo a situare il &#8216;parlato-parlato&#8217;, cioè quella forma di espressione orale &#8216;faccia a faccia&#8217; che trova nella Voce «il vettore dell&#8217;esperienza più prossimo all&#8217;inconscio» (J.Lacan), che restituirà una verità non soltanto supposta tale: occorreranno occhi di seconda vista per riuscire a <em>sentire</em> le voci di dentro &#8211; quelle che risuonano dentro di noi come quelle che risuonano dentro gli altri &#8211; e a dare senso ad esse. <br />A tutti gli &#8216;increduli&#8217;, cioè a coloro che non riescono mai a venire a capo della verità, giacché pretendono soltanto di scolpire nella pietra la &#8216;verità&#8217; di quello che è accaduto ieri pomeriggio alle cinque, di cui sono indubitabilmente certi, non basterà l&#8217;autorità della Voce, ancor più potente della Scrittura, per accedere alla realtà dell&#8217;esperienza dell&#8217;altro, per coglierne gli <em>invisibilia</em>. Essi non hanno ancora scoperto il «quasi-niente» (Jankélévitch) che stringono tra le mani!<br /> Chi non è guidato dalla saggezza dell&#8217;amore non saprà dare valore a Voce, Volto, Scrittura dell&#8217;altro: continuerà a chiedere e a pretendere una verità che gli sfuggirà sempre, pur &#8216;possedendo&#8217; tutte le tracce che conducono ad essa. Queste tracce sono sotto i nostri occhi, ben nascoste alla superficie. La natura ama nascondersi. L&#8217;anima personale non è da meno. Pur non essendo riducibile all&#8217;essere che si eclissa, i modi del suo darsi finiscono per risolversi nei modi del suo nascondersi. Solo aprendosi a nuove evidenze arriveremo ad attingerne il senso. <br /></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">*</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">[ L'esigenza ricorrente di aggiornare nel tempo il quadro dei nostri <em>Esercizi</em>, anche integrandolo con tipologie a cui non aderiamo ma che sono espressione di Pratiche filosofiche proprie del nostro tempo, richiederà aggiornamenti ulteriori di questo articolo, magari un suo trasferimento tra le Pagine, dove sono ospitali i Testi esemplari e i Testi definitivi. ]</span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Leggere anche</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/04/08/2012/la-nostra-esperienza-morale/" target="_blank">Aσκήσεις (1): La nostra esperienza morale</a> </span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/08/08/2012/lo-spirituale-un-tempo/" target="_blank">Aσκήσεις (2): Lo spirituale un tempo</a> </span></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/06/11/2012/dissimulazione-onesta/" target="_blank">Aσκήσεις</a> </span></span></span></span></span><a style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;" href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/06/11/2012/dissimulazione-onesta/" target="_blank">(3): La dissimulazione onesta</a></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/25/11/2012/strategie-di-apparizione/" target="_blank">Aσκήσεις (4): Strategie di apparizione</a></span></p>
<p style="text-align: center;"> *</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta per <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/esercizi-spirituali-2/" target="_blank"><em>esercizi spirituali</em></a>. La preferiamo al più chiaro &#8216;<a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/lessico-esercizi-spirituali/" target="_blank">esercizi spirituali</a>&#8216; di Hadot, perché ci consente di &#8216;risalire&#8217; alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all&#8217;altra o per esprimere una preferenza &#8216;laica&#8217; da anteporre allo spirito cristiano&#8230; Piuttosto, per una ragione terminologica. <br />Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta. <br />Dovremo prepararci a vivere in condizioni di precarietà e insicurezza, pur possedendo i beni accumulati nella fase precedente. Non è detto che vivremo male. Dovremo, sicuramente, convivere con tanti giovani senza prospettive certe di vita, in un mondo che non sarà più quello di prima. <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/18/06/2011/prepariamoci/" target="_blank">Chi ha avvertito per tempo i cambiamenti in atto si sta preparando</a>. Molti sono già pronti.<br />L&#8217;esperienza sta subendo una torsione &#8216;restrittiva&#8217;, a causa degli sconvolgimenti economici che investono Cosmopolis. Bisogna registrare i cambiamenti che intervengono nel mondo-della-vita in seguito all&#8217;austerità obbligata che ci ritroviamo a vivere. Non rinunceremo solo al superfluo. Saranno intaccati stili di vita &#8216;da sempre&#8217; improntati a dissipazione e consumo. <br />C&#8217;è forse speranza che tornino i volti, quando avremo &#8216;archiviato&#8217; la civiltà malata dell&#8217;<em>usa e getta</em>?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il termine Ασκήσεις contiene anche una preziosa sfumatura &#8216;ascetica&#8217;, un&#8217;allusione a &#8216;rinuncia&#8217; che non abbandoneremo mai. Chi scrive queste note &#8216;proviene&#8217; da un&#8217;educazione interamente improntata a sacrificio e rinuncia. Occorre verificare quanto resti di quella tradizione e se non stia giungendo il tempo in cui sacrifici e rinunce acquisteranno un senso nuovo, nel fuoco della moralità privata.</span></p>
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		<title>Strategie di apparizione</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/25/11/2012/strategie-di-apparizione/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Nov 2012 09:37:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esercizi]]></category>
		<category><![CDATA[Imparare a vivere]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 25 novembre 2012 IMPARARE A VIVERE (1)Aσκήσεις (4): Strategie di apparizione [Testo della canzone] * Degli Esercizi spirituali tipici della cultura pagana, scoperti da Pierre Hadot, Imparare a vivere sembra il più scontato, ma anche il più complesso da &#8216;costruire&#8217;. Per lungo tempo, ho ricondotto la meditatio mortis foscoliana &#8211; la meditazione sulla morte del carme [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p><a name="su"></a></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 25 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">IMPARARE A VIVERE (1)<br />Aσκήσεις (4): Strategie di apparizione </span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/YziMLPGBNV8" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">[<a href="#sipuofare">Testo della canzone</a>]</span></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/hadot-goethe.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16151" title="hadot-goethe" alt="" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/hadot-goethe-192x300.jpg" width="192" height="300" /></a>Degli <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/esercizi-spirituali-2/" target="_blank"><em>Esercizi spirituali</em></a> tipici della cultura pagana, scoperti da Pierre Hadot, <strong><em>Imparare a vivere</em></strong> sembra il più scontato, ma anche il più complesso da &#8216;costruire&#8217;. Per lungo tempo, ho ricondotto la <em>meditatio mortis</em> foscoliana &#8211; la meditazione sulla morte del carme <em>Dei Sepolcri</em> - a <em>meditatio vitae</em> (meditazione sulla vita), forte dell&#8217;insegnamento di tanta critica letteraria e delle fonti rappresentate dalla sapienza greca e romana. &#8216;Imparare a morire&#8217; per &#8216;imparare a vivere&#8217;. Eppure, a quest&#8217;ultimo Esercizio andrà riservato un suo spazio specifico. Lo stesso Hadot lo fa quando scrive <em>Ricordati di vivere</em>, dedicato agli Esercizi spirituali cari a Goethe: la presenza, vedere le cose dall&#8217;alto, la speranza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Dalla mia esperienza più che trentennale di insegnante ho ricavato il compito dell&#8217;<em>educazione dei sentimenti</em> a cui mi sono sempre dedicato con l&#8217;aiuto della Letteratura e della Filosofia. Al centro della mia attenzione avevo messo la malinconia d&#8217;amore, perché convinto della necessità di far conoscere ai ragazzi, all&#8217;altezza del terzo anno di Liceo, con Petrarca, l&#8217;importanza di quel sentimento. Già allora proponevo lontananza, assenza, mancanza, abbandono, perdita come termini chiave di un discorso da costruire con anni di studio, di riflessione, di meditazione sulla vita della propria coscienza. Ero convinto del fatto che «la realtà si comprende a partire dai suoi estremi» (S.Kracauer), dunque l&#8217;<em>esperienza del dolore</em> ci avrebbe consentito di realizzare il governo dei nostri sentimenti (M.Foucault). Tra purificazione dell&#8217;anima dalle emozioni e purificazione delle emozioni, ho sempre ritenuto che si dovesse seguire la seconda via, come poi hanno confermato gli studi che hanno messo in discussione l&#8217;<em>errore di Cartesio</em> (A.Damasio), cioè la separazione della ragione dal senso, e tutte le filosofie che oggi non separano il sentire dal pensare. Di qui, la necessità di una <em>conversio</em>, di una conversione dello sguardo verso la propria interiorità, là dove avremmo trovato la verità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il primo compito grande che ci attende è imparare a vivere, imparando a dare senso alle cose, perché non ne hanno uno o tendono a precipitare nel non senso, nell&#8217;insensatezza, nell&#8217;inumano, se lasciamo che prevalgano le ragioni delle cose sulle ragioni dell&#8217;umano che è in noi. <br />Nel <em>Trattato di semiotica generale</em> (1975), Umberto Eco in apertura definisce i caratteri della cultura, distinguendo tra processi di significazione e processi di comunicazione. In quegli anni, avevo acquisito l&#8217;idea che l&#8217;uomo, oltre la sua natura di animale politico, cioè sociale (Aristotele), oltre la sua natura di animale razionale (Cartesio), può essere meglio definito come <em>animal symbolicum</em>, animale simbolico, cioè capace di produrre linguaggi. Dunque, la <em>Sinngebung</em> &#8211; l&#8217;attribuzione di senso &#8211; prima di tutto. Si potrebbe dire che questa sia la nostra attività più importante. <br />Se sperimentiamo lo smarrimento, lo spaesamento, il disagio e &#8216;subito dopo&#8217; corriamo a cercare il senso, a restituire senso a ciò che non ne ha più; se l&#8217;esperienza del vuoto, conseguente al nichilismo tipico del nostro tempo, ci porta a ritenere che essa debba essere &#8216;curata&#8217; aiutando i ragazzi che ne cadono preda insegnando loro a &#8216;riempire il vuoto&#8217;, cioè a restituire senso alla loro esistenza, è perché sappiamo bene come la mancanza sia costitutiva del nostro essere, dunque dobbiamo imparare a consistere a partire da essa, senza immaginare scorciatoie o facili &#8216;sublimazioni&#8217; e idealizzazioni della nostra condizione naturale e storica. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><em>Imparare a vivere</em> è possibile, innanzitutto, riconoscendo come l&#8217;esperienza dell&#8217;assenza dell&#8217;altro costituisca l&#8217;<span style="text-decoration: underline;">entrata inaugurale della morte nella vita</span>. Fin da bambini, di questo facciamo subito esperienza. Il nostro pianto è conseguente a tutti i rimproveri, le separazioni, le assenze, gli &#8216;abbandoni&#8217;. <br />Il primo documento scientifico  di questa esperienza precoce è in una pagina di Freud nota come il gioco del rocchetto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sul <a href="http://www.lacan-con-freud.it/freudiana/scritti/freud_fort_da.pdf" target="_blank">gioco del rocchetto</a>, riferito da <a href="#rocchetto">Freud</a>, è stato detto a sufficienza. Recentemente, i <a href="http://www.lacan-con-freud.it/aiuti/letture/fort_da_unico.pdf" target="_blank">lacaniani</a> sono tornati a scrivere, sottolineando, tra le altre cose, l&#8217;importanza della seconda parte del &#8216;gioco&#8217;: le strategie adottate dal bambino per esorcizzare l&#8217;assenza della madre, con il ricorso alla produzione di adeguati fantasmi della mente. <br />D&#8217;altra parte, non è la strada che dobbiamo percorrere tutti infinite volte nel corso della nostra vita, quando ci ritroviamo a sperimentare lontananza, assenza, mancanza, abbandono, perdita? Tra lutto e malinconia non si gioca una parte grande della nostra vita? Dal semplice fatto che una persona a noi cara si allontani per un po&#8217; fino alla sua morte, noi passiamo attraverso infiniti gradi di &#8216;abbandono&#8217;, che sono vissuti tutti da noi allo stesso modo, se non sappiamo come esorcizzare la lontananza, perché ogni volta vorremmo rimproverare l&#8217;altro della mancanza che ci viene &#8216;imposta&#8217;. Ciò che è comune a tutti e ricorrente ci risulta esclusivo &#8211; accade solo a noi &#8211; e definitivo &#8211; temiamo di essere stati abbandonati. Quell&#8217;assenza ci fa sentire veramente soli, privi di un bene essenziale. Solo noi sappiamo quanto grande sia la pena in cui precipitiamo, che potrà sembrare anche piccola ad altri, ma per noi è ferita che sanguina. È stata chiamata &#8220;la ferita dei non amati&#8221;. È un giacere sconfitti nell&#8217;attesa. <br />Il mistero di questa condizione comune è nel fatto che ci ritroviamo a vivere come se non ricordassimo il bene che abbiamo ricevuto. Dunque, non speriamo. Ci convinciamo per un po&#8217; del fatto che la persona amata non tornerà: è come se l&#8217;avessimo perduta, anche se è uscita solo per andare a fare la spesa! Noi &#8216;sappiamo&#8217; che tornerà, ma ci comportiamo come se non dovesse tornare, &#8216;come se non sapessimo&#8217;! <br />La risoluzione del mistero è tutta nel &#8216;gioco&#8217; stesso: il nostro errore è nel fatto che ci limitiamo ad elaborare il <em>Fort</em>, trascurando il <em>Da</em>: il bambino di cui ci parla Freud non si limita a lanciare il rocchetto sotto un mobile, per simulare la sua sparizione! Egli non si limita a constatare che la madre si sia allontanata. Fa di più: immagina che possa tornare. La fa tornare. Tira il filo del rocchetto e la fa apparire di nuovo. Giustamente, è stato osservato che la parte più importante del gioco è quest&#8217;ultima. La nostra attenzione, allora, per iniziare a definire l&#8217;esercizio dell&#8217;imparare a vivere, dovrà concentrarsi sulle <em>strategie di apparizione</em>, cioè su tutto ciò che mettiamo in opera per fronteggiare la mancanza, che costituisce la nostra condizione generale, immaginando tutto ciò che si richiede per sopperire ad essa. <br />Dai modi della risposta alla mancanza e dal loro successo dipende il corso che imprimeremo alla nostra esistenza, la qualità della nostra vita, l&#8217;esito del processo di costruzione del nostro carattere, il grado di &#8216;compiutezza&#8217; della nostra crescita, la possibilità di vivere in armonia con noi stessi oppure no. <br />Tutti gli &#8216;aggiustamenti&#8217; che interverranno a correggere il corso delle cose &#8211; anche attraverso processi riparativi e ricostruttivi &#8211; hanno di mira la marca della mancanza, il significante per eccellenza: il segno della nostra incompiutezza e della nostra finitudine, della nostra infondatezza e del vuoto da cui proveniamo.<br />Tutte le cure materne, assieme a quelle che interverranno successivamente per farci sentire amati, contribuiranno a colmare il senso della mancanza che non ci abbandonerà mai.</span></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/pebD-97T05c" height="332" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Leggere anche </span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/04/08/2012/la-nostra-esperienza-morale/" target="_blank">Aσκήσεις (1): La nostra esperienza morale</a> </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/08/08/2012/lo-spirituale-un-tempo/" target="_blank">Aσκήσεις (2): Lo spirituale un tempo</a> </span></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/06/11/2012/dissimulazione-onesta/" target="_blank">Aσκήσεις</a> </span></span></span></span></span><a style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;" href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/06/11/2012/dissimulazione-onesta/" target="_blank">(3): La dissimulazione onesta</a></p>
<p style="text-align: center;"> *</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta per <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/esercizi-spirituali-2/" target="_blank"><em>esercizi spirituali</em></a>. La preferiamo al più chiaro &#8216;<a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/lessico-esercizi-spirituali/" target="_blank">esercizi spirituali</a>&#8216; di Hadot, perché ci consente di &#8216;risalire&#8217; alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all&#8217;altra o per esprimere una preferenza &#8216;laica&#8217; da anteporre allo spirito cristiano&#8230; Piuttosto, per una ragione terminologica. <br />Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta. <br />Dovremo prepararci a vivere in condizioni di precarietà e insicurezza, pur possedendo i beni accumulati nella fase precedente. Non è detto che vivremo male. Dovremo, sicuramente, convivere con tanti giovani senza prospettive certe di vita, in un mondo che non sarà più quello di prima. <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/18/06/2011/prepariamoci/" target="_blank">Chi ha avvertito per tempo i cambiamenti in atto si sta preparando</a>. Molti sono già pronti.<br />L&#8217;esperienza sta subendo una torsione &#8216;restrittiva&#8217;, a causa degli sconvolgimenti economici che investono Cosmopolis. Bisogna registrare i cambiamenti che intervengono nel mondo-della-vita in seguito all&#8217;austerità obbligata che ci ritroviamo a vivere. Non rinunceremo solo al superfluo. Saranno intaccati stili di vita &#8216;da sempre&#8217; improntati a dissipazione e consumo. <br />C&#8217;è forse speranza che tornino i volti, quando avremo &#8216;archiviato&#8217; la civiltà malata dell&#8217;<em>usa e getta</em>?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il termine Ασκήσεις contiene anche una preziosa sfumatura &#8216;ascetica&#8217;, un&#8217;allusione a &#8216;rinuncia&#8217; che non abbandoneremo mai. Chi scrive queste note &#8216;proviene&#8217; da un&#8217;educazione interamente improntata a sacrificio e rinuncia. Occorre verificare quanto resti di quella tradizione e se non stia giungendo il tempo in cui sacrifici e rinunce acquisteranno un senso nuovo, nel fuoco della moralità privata.</span></p>
<p><a name="rocchetto"></a></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">IL GIOCO DEL ROCCHETTO: «&#8230; ho sfruttato un’occasione che mi si è offerta per chiarire il significato del primo giuoco che un bambino di un anno e mezzo si è inventato da sé. Si è trattato di qualcosa di più di una fuggevole osservazione, perché sono vissuto per alcune settimane sotto lo stesso tetto del bambino e dei suoi genitori, ed è passato un certo tempo prima che riuscissi a scoprire il significato della misteriosa attività che egli ripeteva continuamente. Lo sviluppo intellettuale del bambino non era affatto precoce; a un anno e mezzo sapeva pronunciare solo poche parole comprensibili e disponeva inoltre di parecchi suoni il cui significato veniva compreso dalle persone che vivevano intorno a lui. In ogni modo era in buoni rapporti con i genitori e con la loro unica domestica, ed era elogiato per il suo “buon” carattere. Non disturbava i genitori di notte, ubbidiva coscienziosamente agli ordini di non toccare certi oggetti e non andare in certe stanze, e, soprattutto, non piangeva mai quando la mamma lo lasciava per alcune ore, sebbene fosse teneramente attaccato a questa madre che non solo lo aveva allattato di persona, ma lo aveva allevato e accudito senza alcun aiuto esterno. Ora questo bravo bambino aveva l’abitudine – che talvolta disturbava le persone che lo circondavano – di scaraventare lontano da sé in un angolo della stanza, sotto un letto o altrove, tutti i piccoli oggetti di cui riusciva a impadronirsi, talché cercare i suoi giocattoli e raccoglierli era talvolta un’impresa tutt’altro che facile. Nel fare questo emetteva un “o-o-o” forte e prolungato, accompagnato da un’espressione di interesse e soddisfazione; secondo il giudizio della madre, con il quale concordo, questo suono non era un’interiezione, ma significava “fort” [“via”]. Finalmente mi accorsi che questo era un giuoco, e che il bambino usava tutti i suoi giocattoli solo per giocare a “gettarli via”. Un giorno feci un’osservazione che confermò la mia ipotesi. Il bambino aveva un rocchetto di legno intorno a cui era avvolto un filo. Non gli venne mai in mente di tirarselo dietro per terra, per esempio, e di giocarci come se fosse una carrozza; tenendo il filo a cui era attaccato, gettava invece con grande abilità il rocchetto oltre la cortina del suo lettino in modo da farlo sparire, pronunciando al tempo stesso il suo espressivo “o-o-o-“; poi tirava nuovamente il rocchetto fuori dal letto, e salutava la sua ricomparsa con un allegro “da” [“qui”]. Questo era dunque il giuoco completo – sparizione e riapparizione – del quale era dato assistere di norma solo al primo atto, ripetuto instancabilmente come giuoco a se stante, anche se il piacere maggiore era legato indubbiamente al secondo atto1. L’interpretazione del giuoco divenne dunque ovvia. Era in rapporto con il grande risultato di civiltà raggiunto dal bambino, e cioè con la rinuncia pulsionale (rinuncia al soddisfacimento pulsionale) che consisteva nel permettere senza proteste che la madre se ne andasse. Il bambino si risarciva, per così dire, di questa rinuncia, inscenando l’atto stesso dello scomparir e del riapparire avvalendosi degli oggetti che riusciva a raggiungere. È ovvio che per dare una valutazione del significato affettivo di questo giuoco non ha importanza sapere se il bambino lo aveva inventato da sé o se esso gli era stato suggerito da altri. Il nostro interesse è diretto ad un altro punto. È impossibile che l’andar via della madre riuscisse gradevole, o anche soltanto indifferente al bambino. Come può dunque accordarsi col principio di piacere la ripetizione sotto forma di giuoco di questa penosa esperienza? Forse si risponderà che l’andarsene doveva essere necessariamente rappresentato, come condizione che prelude alla piacevole ricomparsa, e che in quest’ultima risiedeva il vero scopo del giuoco. Ma questa interpretazione sarebbe contraddetta dall’osservazione che il primo atto, l’andarsene, era inscenato come giuoco a sé stante, e anzi si verificava incomparabilmente più spesso che non la rappresentazione completa, con il suo piacevole finale. L’analisi di un caso singolo come questo non permette di formulare un giudizio sicuro e definitivo; se si considera la cosa in modo imparziale, si ha l’impressione che il bambino avesse trasformato questa esperienza in un giuoco per un altro motivo. All’inizio era stato passivo, aveva subito l’esperienza; ora invece, ripetendo l’esperienza, che pure era stata spiacevole, sotto forma di giuoco, il bambino assumeva la parte attiva. Questi sforzi potrebbero essere ricondotti a una pulsione di appropriazione che si rende indipendente dal fatto che il ricordo in sé sia piacevole o meno. Ma si può anche tentare un’interpretazione diversa. L’atto di gettare via l’oggetto, in modo da farlo sparire, potrebbe costituire il soddisfacimento di un impulso che il bambino ha represso nella vita reale, l’impulso di vendicarsi della madre che se n’è andata; in questo caso avrebbe il senso di una sfida: “Benissimo,vattene pure, non ho bisogno di te, sono io che ti mando via”. (Sigmund Freud, <em>Al di là del principio del piacere</em>, in <em>Opere vol.9</em>, Boringhieri, Torino, p. 200-202).<br /> </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 22px;">[<a href="#su">Tornare su</a>]</span></p>
<p style="text-align: center;"><a name="sipuofare"></a></p>
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<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Si può fare, si può fare<br />si può prendere o lasciare<br />si può fare, si può fare<br />puoi correre e volare.<br />Puoi cantare e puoi gridare<br />puoi vendere e comprare<br />puoi rubare e regalare<br />puoi piangere e ballare.<br />Si può fare, si può fare<br />puoi prendere o lasciare<br />puoi volere e puoi lottare<br />fermarti e rinunciare.<br />Si può fare, si può fare<br />puoi prendere o lasciare<br />si può crescere e cambiare<br />continuare a navigare.<br />Si può fare, si può fare<br />si può prendere o lasciare<br />si può fare, si può fare<br />partire e ritornare.<br />Puoi tradire e conquistare<br />puoi dire e poi negare<br />puoi giocare e lavorare<br />odiare e poi amare.<br />Si può fare, si può fare<br />puoi prendere o lasciare<br />puoi volere, puoi lottare<br />fermarti e rinunciare.<br />Si può fare, si può fare<br />puoi prendere o lasciare<br />si può crescere e cambiare<br />continuare a navigare<br />si può fare, si può fare<br />si può prendere o lasciare<br />si può fare, si può fare<br />mangiare e digiunare.<br />Puoi dormire e puoi soffrire<br />puoi ridere e sognare<br />puoi cadere e puoi sbagliare<br />e poi ricominciare.<br />Si può fare, si può fare<br />puoi prendere o lasciare<br />puoi volere, puoi lottare<br />fermarti e rinunciare.<br />Si può fare, si può fare<br />puoi prendere o lasciare<br />si può crescere e cambiare<br />continuare a navigare<br />si può fare si può fare<br />puoi vendere e comprare<br />puoi partire e ritornare<br />E poi ricominciare.<br />si può fare, si può fare<br />puoi correre e volare.<br />si può piangere e ballare,<br />continuare a navigare.<br />Si può fare, si può fare<br />si può prendere o lasciare<br />si può fare, si può fare<br />puoi chiedere e trovare.<br />Insegnare e raccontare<br />puoi fingere e mentire,<br />poi distruggere e incendiare<br />e ancora riprovare.<br />si può fare, si può fare<br />si può fare, si può fare<br />si può fare, si può fare<br />si può fare, si può fare<br />si può fare, si può fare</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 22px;">[<a href="#su">Tornare su</a>]</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>AI CONFINI DELLO SGUARDO (4): Per una Comunità di destino</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Nov 2012 10:24:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ai confini dello sguardo]]></category>

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		<description><![CDATA[_________________________________________________________ Martedì 20 novembre 2012 L&#8217;età raggiunta &#8211; i miei sessantaquattro anni &#8211; e la collocazione geografica &#8211; la provincia del Centro-Italia &#8211; costituiscono senz&#8217;altro una &#8216;condizione&#8217; che non favorisce scelte come quelle incontro alle quali va un giovane che voglia abbracciare le pratiche filosofiche come stile di vita e habitus professionale: bisognerebbe raggiungere una [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: large;">Martedì 20 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">L&#8217;età raggiunta &#8211; i miei sessantaquattro anni &#8211; e la collocazione geografica &#8211; la provincia del Centro-Italia &#8211; costituiscono senz&#8217;altro una &#8216;condizione&#8217; che non favorisce scelte come quelle incontro alle quali va un giovane che voglia abbracciare le <em>pratiche filosofiche</em> come stile di vita e habitus professionale: bisognerebbe raggiungere una delle sedi in cui i gruppi interessati si costituiscono in comunità, dentro le Scuole di formazione.<br />Comunque si voglia chiamare il gruppo, la comunità, la realtà vivente alla quale appartenere, non può essere virtuale, cioè fondata sulla distanza fisica e sull&#8217;assenza. Occorre guardarsi negli occhi e condividere passioni per poter &#8216;fare comunità&#8217;. <br />Non resterebbe, allora, che l&#8217;esercizio personale, la pratica privata, la scelta di un modo di vivere che si apparenti alla &#8216;formula&#8217; degli Esercizi spirituali. Non resta che patire l&#8217;impossibilità di far parte di una comunità reale di persone impegnate a coltivare la loro anima con una spiritualità laica. D&#8217;altra parte, questa limitazione vale per la maggioranza di coloro che pure condivideranno uno degli indirizzi che si affermano in Italia e nel mondo e che sono riconducibili alla <em>consulenza filosofica</em> e alle<em> pratiche filosofiche</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">Mi chiedo, nello stesso tempo, se abbia senso e quale portata il legame &#8216;a distanza&#8217; con persone che condividano le pratiche filosofiche. Nel tempo delle reti virtuali, sembrerebbe di sì, che ha senso sentirsi parte di una comunità ideale di spiriti interessati allo scambio di risorse che ogni relazione umana significativa rende possibile. Se il contatto epistolare e gli incontri occasionali servono a creare un legame di simpatia (<a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/29/10/2011/contributi-a-una-cultura-dellascolto-camminarsi-dentro-298-max-scheler-essenza-e-forme-della-simpatia-franco-angeli-2010/" target="_blank">→</a> e <a href="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/10/cusinato-sympatiebuch.pdf" target="_blank">→</a>) e il piacere del <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Om2Cgi07RtM" target="_blank">dono delle conoscenze</a> acquisite nel tempo; se interviene una preoccupazione per il destino dell&#8217;altro, per la salute della sua anima, per il suo benessere spirituale, è lecito parlare di <a href="https://picasaweb.google.com/108126501452884555495/LaComunitaDiDestino?authkey=Gv1sRgCNnm3a3jysjP6gE" target="_blank">Comunità di destino</a>, alla maniera in cui ne parla <a href="http://youtu.be/VejogfXD87Y" target="_blank">Eugenio Borgna</a> (<a href="http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/edizione2012/2012/09/27/news/perch_tutti_devono_imparare_a_sentirsi_fragili-43378457/" target="_blank">→</a>)? Ancor più interessante chiedersi se la nozione di &#8216;comunità di destino&#8217; possa estendersi alla trama dei legami esistenti dentro il Centro di ascolto. </span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>AI CONFINI DELLO SGUARDO (3): La cura di sé attraverso gli Esercizi spirituali</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Nov 2012 07:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ai confini dello sguardo]]></category>

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		<description><![CDATA[_________________________________________________________ Domenica 18 novembre 2012 Dal vecchio Ai confini dello sguardo. Percorsi del riconoscimento, tra lotta e dono al nuovo Ai confini dello sguardo. Solo il vero sapere ha potenza sul dolore il &#8216;titolo&#8217; del sito è cambiato. La riflessione personale sul da farsi, su come dobbiamo condurre la nostra vita, si concentra sempre di più sugli [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: large;">Domenica 18 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px;">Dal vecchio <span style="color: #0000ff;"><em>Ai confini dello sguardo. Percorsi del riconoscimento, tra lotta e dono</em></span> al nuovo <span style="color: #0000ff;"><em>Ai confini dello sguardo. Solo il vero sapere ha potenza sul dolore</em></span> il &#8216;titolo&#8217; del sito è cambiato. <br />La riflessione personale sul da farsi, su come dobbiamo condurre la nostra vita, si concentra sempre di più sugli <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/esercizi-spirituali-2/" target="_blank"><em>Esercizi spirituali</em></a>, che mi piace chiamare semplicemente con la categoria degli <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/category/esercizi/" target="_blank">Esercizi</a> (Ασκήσεις): il contesto provvede bene a qualificare ulteriormente la pratica della cura di sé in cui siamo impegnati. E&#8217; <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/leducabilita-degli-educatori/" target="_blank">l&#8217;educabilità degli Educatori</a> che ci qualifica per intero, anche se il movimento verso se stessi &#8211; <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/category/camminarsi-dentro/" target="_blank"><em>Camminarsi dentro</em></a> &#8211; occupa uno spazio grande nel sito.<br />Di questo ormai si tratta: il cammino dell&#8217;autoeducazione, del miglioramento di sé, è <em>coltivazione dell&#8217;anima</em> (Zoja). <br />Il &#8216;vero sapere&#8217; di cui parla Eschilo è il sapere dell&#8217;anima, il movimento incessante verso il fondo enigmatico e buio da cui proveniamo. <br />Della luce sappiamo &#8216;tutto&#8217;: noi <em>siamo</em> nella luce, consistiamo <em>nella luce</em>. Siamo addirittura convinti che la luce prevalga su tutto: nella Bellezza, nell&#8217;Amore, nell&#8217;Ethos&#8230; Come se il Valore dovesse risplendere solo nel movimento della vita verso l&#8217;alto! In realtà, ciò che prevale è sempre la &#8216;guerra&#8217; degli opposti, il coesistere dei contrari: la presenza irriducibile dell&#8217;uno all&#8217;altro. Dappertutto, predomina la differenza.<br />E&#8217; l&#8217;Ombra, la tenebra in noi, che ci sfugge. La stessa conoscenza dell&#8217;altro &#8211; dell&#8217;altro che è in noi, come dell&#8217;altro che è fuori di noi &#8211; è movimento verso l&#8217;invisibile dell&#8217;esperienza personale, ma soprattutto esercizio di comunicazione (e di quotidiana &#8216;contrattazione&#8217; dei significati) con la parte oscura, in ombra, misteriosa, enigmatica che parla, che agisce spesso in modi che ci stupiscono: avvertiamo che non siamo &#8216;noi&#8217; a parlare, ad agire. <br />Il movimento verso la <em>terra incognita</em> rappresentata dall&#8217;altro che è fuori di noi è sempre segnato da uno sguardo &#8216;discreto&#8217; &#8211; ché mira a spezzare il <em>continuum</em> della coscienza inquieta -, che aspira a &#8216;dialogare&#8217; con quell&#8217;altro che è nell&#8217;altro e che sembra spesso prevalere su di noi, generando smarrimento, spaesamento, autentico disagio. &#8216;Tenere a bada&#8217; la propria Ombra è diventato un imperativo morale. Le persone poco consapevoli e affette da analfabetismo emotivo e sentimentale sono oggi quelle che agiscono spinte da impulsi incontrollabili, perché prive della spazio interiore in cui elaborare mancanze e assenze, lontananza e perdita.<br />La stessa <em>scrittura</em>, che ci rivela ciò che ci abita, è quotidiano esercizio di produzione di sé. E&#8217; il far parlare l&#8217;altro che è in noi. <br />La <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/category/imparare-a-leggere/" target="_blank">lettura</a>, poi, cos&#8217;è oggi per tutti noi, se non <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/07/06/2010/camminarsi-dentro-132/" target="_blank">interpretazione di testi (scritti), discorsi (orali), esistenze (persone)</a>?</span></p>
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		<title>Aprèslude</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Nov 2012 18:14:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 11 novembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (438): Un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio Devi saperti immergere, devi imparare,un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio, non desistere, andartene non puoiquando è mancata all&#8217;ora la sua luce. Durare, aspettare, ora giù a fondo,ora sommerso, ed ora ammutolito,strana legge, non sono faville,non [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 11 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (438): Un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio</span></p>
<blockquote>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Devi saperti immergere, devi imparare,<br />un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio, <br />non desistere, andartene non puoi<br />quando è mancata all&#8217;ora la sua luce. </span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Durare, aspettare, ora giù a fondo,<br />ora sommerso, ed ora ammutolito,<br />strana legge, non sono faville,<br />non soltanto &#8211; guardati attorno: </span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">la natura vuol fare le sue ciliegie<br />anche con pochi bocci in aprile - <br />le sue merci di frutta le conserva<br />tacitamente fino agli anni buoni. </span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Nessuno sa dove si nutrono le gemme,<br />nessuno sa se mai la corolla fiorisca &#8211; <br />durare, aspettare, concedersi,<br />oscurarsi, invecchiare, aprèlude. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">GOTTFRIED BENN </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">L&#8217;insostenibile leggerezza dei nostri amori si scontra ad ogni piè sospinto con la pesantezza delle cose. Noi vorremmo non tanto un idillio senza fine, quanto un respiro, più spazio, un&#8217;udienza maggiore, risposte pronte, disponibilità di tempo, ma ci scontriamo con la &#8216;pienezza&#8217; della realtà: la realtà dell&#8217;altro è piena, perché si svolge nel tempo; è scandita da interessi, impegni, obblighi di ogni genere. E questo non ci piace. Sembra una congiura che l&#8217;altro trama ai nostri danni, per farci soffrire. <br />Non siamo capricciosi. Non pretendiamo che non vada a lavorare, ma ci farebbe piacere che almeno una volta lo facesse. E solo per noi. Per stare accanto alla nostra malinconia. Per farla diradare. <br />Insomma, non vorremmo urtare contro i nostri muri: sappiamo che sono solo i nostri muri quelli che si ergono davanti a noi, ma concedeteci che alcuni muri siano riguardati come muri, altrimenti tutta la realtà si risolverebbe in favola e nulla sarebbe più certo! <br />Lo abbiamo ammesso per primi: la leggerezza dei nostri amori è insostenibile! Da una parte sembra che ci sia una libertà senza limiti, cioè una disponibilità assoluta; dall&#8217;altra, una rigida acquiescenza a tutte le richieste del reale, senza concessione alcuna al libero gioco del desiderio! Di quest&#8217;ultimo abbia seguito nel tempo i numerosi slittamenti, tanto che ci convince la sentenza di Hofmannsthal che abbiamo vagheggiato da lontano: </span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><em>Maturità è distinguere sempre più nettamente e legare sempre più profondamente</em>.</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Non ci spaventa più la distanza che il tempo mette in mezzo, provvedendo a far risaltare di ognuno l&#8217;identità compiuta, con la forza del carattere. Non solo file di continuità intervengono a garantire la solidità della relazione sentimentale. La maturità degli affetti ci consente di osservare l&#8217;altro che si allontana senza provare più quel senso di abbandono che provavamo un tempo. Oggi sappiamo bene che tornerà. Abbiamo imparato a ricordare il bene ricevuto, per questo non smettiamo mai di sperare che l&#8217;altro torni sempre a procurare il nostro bene. </span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio. </span></em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Come non considerare ancora la condizione di chi non scelse la propria solitudine e non smise mai di chiedere, di aspettare, di illudersi ancora? I giorni dell&#8217;obbrobrio sono tutti di chi è solo e non potrà certo ricavare motivo di gioia dall&#8217;esser solo. L&#8217;esercizio più duro è condensato nella prescrizione del poeta, che non esita a raccomandare di concedersi, di oscurarsi, di riconoscere che è giunto il tempo residuale di un&#8217;ora che non è più &#8216;ora&#8217;, perché non c&#8217;è più l&#8217;incanto della luce di una volta. Eppure, ci sono ancora i giorni che sono gioia e i giorni che sono solo obbrobrio, tetra nostalgia e barbara malinconia. <br />Tra la solitudine a cui tutti siamo votati, che accompagna ogni processo di maturazione personale, e la solitudine di chi patisce l&#8217;angustia della mente dell&#8217;altro, l&#8217;apatia dei sensi, non disgiunta da aridità di cuore, è facile comprendere quanto quest&#8217;ultima forma di solitudine renda più arduo l&#8217;<em>aprèslude</em>. <br />C&#8217;è pomeriggio e pomeriggio. Ci spaventa il crepuscolo della sera tutte le volte che ci ricorda la felicità perduta. A che vale la nostalgia della bellezza, se non ci è più concesso di tendere la mano a stringere ancora la mano di chi aveva promesso lungo amore e oggi tace, dimentico di sé e delle più dolci promesse di un tempo? E&#8217; sera.</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/fyGCuKbDtJY" frameborder="0" width="442" height="332"></iframe></p>
<p>Boris Blacher: Aprèslude op.57 (1958): quattro lieder per voce e pianoforte su testi di Gottfried Benn</p>
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		<title>Il premio più grande</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/08/11/2012/il-premio-piu-grande/</link>
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		<pubDate>Thu, 08 Nov 2012 02:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 8 novembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (437): Il premio più grande  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Giovedì 8 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (437): Il premio più grande</span></p>
<p><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/con-michelle.jpg"><img class="alignleft  wp-image-15969" title="con-michelle" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/con-michelle.jpg" alt="" width="692" height="350" /></a></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
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		<title>La dissimulazione onesta</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Nov 2012 04:28:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esercizi]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 6 novembre 2012 Aσκήσεις (3): La dissimulazione onesta Meditando sul conformismo e sull’ipocrisia della società del suo tempo, l’autore si interroga su quale possa essere la risposta e la reazione dell’uomo onesto. Torquato Accetto vuole dimostrare che la dissimulazione, quando si identifica con la prudenza e non giunge alla volgare menzogna, diventa nelle mani del saggio un&#8217;arma [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Martedì 6 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Aσκήσεις (3): La dissimulazione onesta</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Meditando sul conformismo e sull’ipocrisia della società del suo tempo, l’autore si interroga su quale possa essere la risposta e la reazione dell’uomo onesto. Torquato Accetto vuole dimostrare che la dissimulazione, quando si identifica con la <a title="Prudenza" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Prudenza">prudenza</a> e non giunge alla volgare menzogna, diventa nelle mani del saggio un&#8217;arma per difendersi dall&#8217;oppressione dei potenti. (dalla Voce <em>Dissimulazione onesta</em> di Wikipedia)</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La dimensione privata del silenzio si arricchisce di una modalità personale di risposta agli insulti del tempo quando si renda necessario tacere di fronte a un torto grave subito. Prepararsi a un incontro sgradevole, con persona a cui si vuole bene, nonostante tutto, non è facile proprio perché ci spinge a parlare il sentimento che si prova ancora. (Non parlo, qui, del sentimento che ci lega a un partner dell&#8217;altro sesso). Il valore di una persona, da cui sempre il sentimento trae la sua ragion d&#8217;essere, costituisce per noi un dato ineliminabile, un &#8216;ostacolo&#8217; da superare. Andare oltre ciò che pure ci fa soffrire e ostentare serenità non è facile, quando non si è sereni, ma è l&#8217;esercizio necessario da compiere, e va fatto &#8216;all&#8217;istante&#8217;, al cospetto della persona interessata. E&#8217; un genere di esercizio che non può esser fatto se non &#8216;in presenza&#8217;. Per questo, l&#8217;incontro che mi aspetta sarà sgradevole.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La sua sgradevolezza dipende dal fatto che non è stato possibile perdonare il torto subito, a causa dello stile di vita dell&#8217;altro, improntato a superbia e noncuranza. Parlo di quel genere di Educatore che non risponde al telefono e alle lettere personali, perché impegnato in cose troppo grandi perché si dedichi, anche solo per pochi minuti, a noi. Nel contesto di appartenenza che ci è comune, una &#8216;guerra&#8217; aperta non è mai raccomandata. Non è sufficiente &#8216;avere ragione&#8217;. Le grandi organizzazioni hanno un&#8217;etica non scritta che prevede un accordo incondizionato con le ragioni del Fondatore o del Capo. Di fronte alla nobiltà e all&#8217;altezza della spinta ideale, le nostre ragioni, tutte le ragioni private, sono elise, cancellate con quel silenzio che noi odiamo di più, perché mortifica le persone oneste e perpetua le ingiustizie. Le distorsioni provocate dalla rigidità di un carattere che mal si addice a un Educatore sono, così, nascoste. La situazione ci vede oggettivamente in difficoltà. Siamo nella condizione morale di non poter parlare. Proprio perché non ci è consentito combattere una battaglia di giustizia, dobbiamo tacere. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Io credo, allora, che questo tacere sarà una chiara forma di <em>dissimulazione onesta</em>. Metteremo tra parentesi la verità a fin di bene. La nostra non sarà ipocrisia &#8211; non abbiamo da trarne alcun vantaggio, anzi si accrescerà il danno! &#8211; né menzogna: non affronteremo le ragioni del dissidio. Non diremo le vere cause delle assenze recenti a importanti incontri collettivi. Eviteremo ogni contatto diretto con le persone che hanno &#8216;partecipato&#8217; all&#8217;azione ignobile. Altro non ci è concesso dalle circostanze. <br />La pratica della chiarezza, che ci spinge nell&#8217;organizzazione a dirci le cose, a perdonare i torti subiti, a non conservare rancore non riguarda noi, che siamo in condizione di cattività. Non possiamo agire. Questa è una gigantesca contraddizione delle organizzazioni tutte, anche di quelle che mettono al primo posto della scala dei loro valori l&#8217;onestà. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Nel corso della mia vita, ho praticato sempre la strada difficile dell&#8217;abbandono, delle dimissioni. Il valore dell&#8217;esperienza in corso è tale che non può essere messa in discussione da un piccolo gruppo di farisei. Si tratta di limitare il danno, praticando una forma di silenzio che occorre comprendere. Essa sarà costosa. Non è detto che sarà possibile praticarla fino in fondo. L&#8217;esercizio potrebbe anche fallire.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">*</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/coperta-dissimulazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15953" title="coperta-dissimulazione" alt="" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/coperta-dissimulazione-191x300.jpg" width="191" height="300" /></a><a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/torquato-accetto/della-dissimulazione-onesta/978880614141" target="_blank">TORQUATO ACCETTO, <em>La dissimulazione onesta,</em> EINAUDI</a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.liberliber.it/mediateca/libri/a/accetto/della_dissimulazione_onesta/html/della__r.htm" target="_blank">Testo integrale dell&#8217;opera</a>, da LiberLiber</span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: center;"> *</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta per <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/esercizi-spirituali-2/" target="_blank"><em>esercizi spirituali</em></a>. La preferiamo al più chiaro &#8216;<a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/lessico-esercizi-spirituali/" target="_blank">esercizi spirituali</a>&#8216; di Hadot, perché ci consente di &#8216;risalire&#8217; alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all&#8217;altra o per esprimere una preferenza &#8216;laica&#8217; da anteporre allo spirito cristiano&#8230; Piuttosto, per una ragione terminologica. <br />Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta. <br />Dovremo prepararci a vivere in condizioni di precarietà e insicurezza, pur possedendo i beni accumulati nella fase precedente. Non è detto che vivremo male. Dovremo, sicuramente, convivere con tanti giovani senza prospettive certe di vita, in un mondo che non sarà più quello di prima. <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/18/06/2011/prepariamoci/" target="_blank">Chi ha avvertito per tempo i cambiamenti in atto si sta preparando</a>. Molti sono già pronti.<br />L&#8217;esperienza sta subendo una torsione &#8216;restrittiva&#8217;, a causa degli sconvolgimenti economici che investono Cosmopolis. Bisogna registrare i cambiamenti che intervengono nel mondo-della-vita in seguito all&#8217;austerità obbligata che ci ritroviamo a vivere. Non rinunceremo solo al superfluo. Saranno intaccati stili di vita &#8216;da sempre&#8217; improntati a dissipazione e consumo. <br />C&#8217;è forse speranza che tornino i volti, quando avremo &#8216;archiviato&#8217; la civiltà malata dell&#8217;<em>usa e getta</em>?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il termine Ασκήσεις contiene anche una preziosa sfumatura &#8216;ascetica&#8217;, un&#8217;allusione a &#8216;rinuncia&#8217; che non abbandoneremo mai. Chi scrive queste note &#8216;proviene&#8217; da un&#8217;educazione interamente improntata a sacrificio e rinuncia. Occorre verificare quanto resti di quella tradizione e se non stia giungendo il tempo in cui sacrifici e rinunce acquisteranno un senso nuovo, nel fuoco della moralità privata.</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/G8hoF2OP5zI" height="249" width="442" frameborder="0"></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">*</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Leggere anche</span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/04/08/2012/la-nostra-esperienza-morale/" target="_blank"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Aσκήσεις (1): La nostra esperienza morale</span></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/08/08/2012/lo-spirituale-un-tempo/" target="_blank"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Aσκήσεις (2): Lo spirituale un tempo</span></a></p>
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		<title></title>
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		<pubDate>Mon, 05 Nov 2012 23:44:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[Roberta De Monticelli recensisce per SWIF l&#8217;Introduzione alla filosofia di Edith Stein in un testo significativamente intitolato Cosa significa essere una persona.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Roberta De Monticelli recensisce per SWIF l&#8217;Introduzione alla filosofia di Edith Stein in un testo significativamente intitolato <a href="http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/990829b.htm" target="_blank">Cosa significa essere una persona</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Raccontare il dolore</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Nov 2012 06:52:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una giornata al Centro di ascolto]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 5 novembre 2012 UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (3): Raccontare il dolore Una duplice difficoltà accompagna da sempre il bisogno di raccontare l&#8217;esperienza del dolore che vivo nel Centro di ascolto: la disciplina severa della riservatezza, che impone di non favorire l&#8217;individuazione delle persone che lo frequentano; la natura dei discorsi che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Lunedì 5 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (3): Raccontare il dolore</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Una duplice difficoltà accompagna da sempre il bisogno di raccontare l&#8217;esperienza del dolore che vivo nel Centro di ascolto: la disciplina severa della riservatezza, che impone di non favorire l&#8217;individuazione delle persone che lo frequentano; la natura dei discorsi che si fanno nei colloqui di motivazione e negli incontri di gruppo. <br />Se è facile comprendere la prima difficoltà, più arduo è render conto della seconda. Nel Colloquio di motivazione, ciò che si fa colloquio è sempre una materia non riconducibile semplicemente al contenuto tematico, alle cose dette. Di queste è relativamente facile render conto: basterebbe annotare volta per volta le questioni affrontate. Le stesse cose, tuttavia, cessano di essere facile oggetto di discorso quando se ne consideri la valenza che assumono ogni volta che vengono affrontate dalle persone con il loro linguaggio, con le connotazioni che le parole assumono nelle situazioni proprie della vita della persona. <br />Restituire il contenuto di un colloquio è operazione che richiederebbe un resoconto fedele di ogni &#8216;passaggio&#8217;, di ogni &#8216;battuta&#8217;, ma la fedeltà invocata sarebbe tale solo se il dialogato fosse registrato per intero e trascritto parola per parola. Anche questo, però, non basterebbe. Un ascoltatore curioso pretenderebbe un supplemento di informazione. Vorrebbe sapere tutto del nostro interlocutore, dalla foggia dei vestiti al modo di gesticolare, alle espressioni del viso. Alla fine, non si accontenterebbe nemmeno delle nostre risposte, perché noi cadremmo ad ogni piè sospinto in interpretazioni infinite, per spiegare al meglio ciò che appare sempre carico di senso. L&#8217;ultimo &#8216;ostacolo&#8217;, quello che li riassume tutti, è questo: come restituire l&#8217;atmosfera sospesa, l&#8217;indecisione, l&#8217;esitazione, le pause dell&#8217;anima sugli indecidibili, la nostra stessa perplessità su quello che sta effettivamente accadendo? Quale peso dare ogni volta all&#8217;ansia che accompagna noi, all&#8217;avvio di ogni colloquio, ché temiamo, magari, di non riuscire a portare il nostro interlocutore da nessuna parte e che, per questo, trasmettiamo forse all&#8217;altro la nostra ansia, che si tradurrà in impazienza e fretta, in anticipazioni non autorizzate, in conclusioni affrettate&#8230;? Come rendere conto di quel genere di colloquio che parte sempre con una nostra difficoltà, perché convinti di non godere delle simpatie di quel ragazzo che proprio oggi è stato affidato a noi? Saremo testimoni attendibili, considerato che ogni più piccolo &#8216;risultato&#8217; ci apparirà significativo, alla luce della nostra difficoltà di partenza? D&#8217;altra parte, tutte le volte che ci sembrerà di stare al sicuro, di poter condurre i colloqui agevolmente, siamo certi che non ci sfuggirà qualcosa di essenziale, proprio perché guideremo la conversazione verso mete sicure? E&#8217; certo che dall&#8217;altra parte non ci saranno momenti in cui, magari, si tenderà a darci qualche certezza non ben fondata, per farci contenti? <br />Finiamo, così, per dare valore al dettaglio, alla sfumatura, alla piega imprevista che prendono le cose. Seguiremo il significante, gli slittamenti del senso, per essere certi che sia l&#8217;altro con i suoi moti spontanei a &#8216;guidarci&#8217;. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Abbiamo sempre preferito non prendere appunti durante i colloqui, per non interferire con la sua natura di &#8216;parlato-parlato&#8217;. I linguisti chiamano così il parlare &#8216;faccia a faccia&#8217; senza un tema prestabilito, per distinguerlo da altre forme di parlato, come il &#8216;parlato-scritto&#8217;, che contraddistingue la lettura televisiva o un discorso che sia accompagnato dalla consultazione di appunti&#8230; Il nostro interlocutore, poi, potrebbe essere indotto a prendere altre strade, se distratto da una comunicazione asimmetrica, ché tale rischia di apparirgli un modo di interloquire non sostenuto dalla stessa spontaneità che ci mette lui. Del ricco &#8216;materiale&#8217; di cui facciamo esperienza e di cui non veniamo mai veramente in possesso tutto va perduto, o quasi. Dobbiamo fondare sulla nostra memoria viva, per proseguire con efficacia il lavoro avviato con una persona e con la sua famiglia. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Un esempio forte può esser dato da un incontro drammatico avvenuto tempo fa tra un ragazzo e la sua fidanzata. Uscito dalla Comunità il giorno prima, è stato invitato a colloquio con la madre e la fidanzata. Quest&#8217;ultima era accompagnata da un&#8217;amica, tra l&#8217;altro, sorella di uno dei nostri ragazzi, residente in Comunità da più di un anno. L&#8217;ideale sarebbe stato fare a meno della presenza della madre del ragazzo, sempre disordinata e scomposta nei suoi interventi, a causa della sua ansia invincibile, e della presenza dell&#8217;amica della fidanzata del ragazzo, che sembrava dovesse fungere da sostegno a una persona che piangeva ad ogni passo del colloquio. Queste due presenze, tuttavia,  interferirono positivamente sull&#8217;andamento del colloquio: la prima, perché seguì la mia conduzione del colloquio, paga dei risultati che ottenevo ad ogni mossa della ragione; la seconda, perché non fece avvertire in nessun momento la sua presenza, rimase immobile e inespressiva, prese la parola solo alla fine, per dare testimonianza delle difficoltà che suo fratello incontrava a far ripartire la sua vita dopo tanti sacrifici. Il fidanzato della sua amica cosa poteva sperare di aver ottenuto dopo un mese di Comunità?<br />Nel corso di un&#8217;ora o poco più, la fidanzata ha confessato la sua ingenuità, perché molte persone intorno a lei l&#8217;avevano messa in guardia sui comportamenti di lui. Lei aveva sempre confermato la sua fiducia a lui: non voleva conoscere il suo passato! credeva alle sue parole di oggi! l&#8217;avrebbe aiuto a risollevarsi, bastava che si affidasse a lei, senza mentirle mai! A testimonianza della sua buona fede, lei ricordava come avesse fatto di tutto perché lui non uscisse dalla Comunità: era difficile per lei aspettare, tanto che non aveva fatto altro che piangere; adesso cosa avrebbe dovuto fare con lui? la situazione era anche peggiore.<br />Il colloquio a più voci aveva toccato le questioni della sincerità nei rapporti di coppia, la mancanza in lui di risorse da portare &#8216;in dote&#8217; nella relazione sentimentale, il tempo lungo che si richiedeva perché egli tornasse a una vita normale, il dubbio legittimo che fosse difficile per lui farcela da solo, lontano da un programma residenziale&#8230;<br />Gli argomenti da me portati &#8216;a difesa&#8217; della ragazza, perché non sembrasse che eravamo preoccupati di tutelare solo lui, venivano accolti di buon grado da lui, che si faceva sempre più arrendevole, più &#8216;sottomesso&#8217; a lei.<br />Mentre lei parlava e piangeva, lui non faceva che annuire, ammetteva errori, colpe, responsabilità&#8230; <br />Insomma, in base alla nostra esperienza, era la prima volta che una ragazza si mostrasse subito consapevole dell&#8217;errore commesso, nonostante dichiarasse, nello stesso tempo, di essere perdutamente innamorata di lui. Questo sembrava &#8216;semplificare&#8217; le cose, perché non restava che prendere atto delle parole di lei, che indicava a lui la sola via di un rientro in Comunità,</span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;"> mentre dichiarava piangendo che non avrebbe mai potuto aspettarlo per tanti anni &#8211; 2, 3, 4 anni? <br />Eppure, la rapidità con cui si era lasciato convincere dai miei argomenti e da quelli di lei ci aveva lasciato un dubbio e un sospetto sulle sue reali intenzioni: si diceva pronto a rientrare in Comunità, ma ripartiva con la &#8216;contrattazione&#8217; sulla sede da raggiungere&#8230;<br />Nel tempo di quel colloquio, molte cose furono dette sulle quali sarebbe lungo riferire ora. La &#8216;trasformazione&#8217; subita dal ragazzo che era venuto ostinato e bellicoso, assieme alla decisione di lei di interrompere il rapporto con lui, ci sembrarono troppo rapide e convinte. E se avessero acconsentito a un &#8216;orientamento&#8217; delle cose in una direzione che non lasciava a nessuno dei due altra scelta, per uscire da un imbarazzo che era palpabile in entrambi? Evidentemente, si vergognavano entrambi, per opposte ragioni, delle scelte fatte! Ma cosa sarebbe accaduto nei giorni successivi? Si sarebbero incontrati ancora, nonostante la fermezza delle decisioni prese dall&#8217;uno e dall&#8217;altra? Il SER.T. avrebbe accettato una nuova partenza di lui? Sarebbe riuscito a convincere gli Operatori del SER.T. della bontà delle sue intenzioni? Il Giudice gli avrebbe concesso un&#8217;altra possibilità, pur in presenza di una violazione delle prescrizioni?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Queste e altre domande ancora ci accompagnarono durante un colloquio teso ma lucido. Eravamo arrivati a quel punto di chiarezza dopo tante bugie e sotterfugi, ma sarebbe stata vera chiarezza? Da parte di lui ci sarebbe stata autentica </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: large;"><span style="line-height: 21px;">resipiscenza? Il colloquio era stato veramente efficace? A me sembrava di sì.<br />Restituire il senso di tutto quello che accadde quel giorno potrebbe essere utile qui, al di fuori di un resoconto degli anni trascorsi con il ragazzo e con la sua famiglia? I quattro tentativi precedenti di fuoriuscita dalla dipendenza non richiederebbero di essere riferiti? Le lunghe vicissitudini familiari e personali del ragazzo possono essere omesse, per render conto di un solo colloquio? E quand&#8217;anche ci dedicassimo alla ricostruzione di questa storia, dovremmo poi procedere allo stesso modo con tutte le altre storie? E tutto ciò che costituisce residuo di non detto &#8211; le discussioni tra Operatori, per decidere l&#8217;orientamento più giusto, per fissare la condotta da seguire caso per caso, le reazioni delle famiglie, le ripercussioni negli incontri di gruppo&#8230; &#8211; dovrebbe entrare in una &#8216;storia&#8217; degna di questo nome? Fin dove è lecito riferire, pur in presenza di un anonimato garantito dall&#8217;assenza di chiari riferimenti alle persone e ai tempi dell&#8217;intervento? E cosa dire dell&#8217;esito dei singoli casi? Quale giudizio dare della &#8216;conclusione&#8217; dei singoli programmi? In assenza di <em>follow-up</em>, cosa dire dei tanti ragazzi che sono andati via, avendo concluso il programma residenziale, e dei tanti che non lo hanno concluso e pure &#8216;stanno bene&#8217;?</span></span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/1cZDhGK18zw" frameborder="0" width="442" height="332"></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: center;">* </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Leggere anche </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/10/2012/sempre-in-ascolto/" target="_blank">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (0): Sempre in ascolto </a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/04/11/2012/accanto-al-dolore/" target="_blank">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (1): Accanto al dolore</a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/04/11/2012/una-casa/" target="_blank"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (2): Una Casa che sia anche Comunità di destino</span></a></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">*</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Una Casa</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Nov 2012 09:21:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una giornata al Centro di ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 4 novembre 2012 UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (2): Una &#8216;casa&#8217; che sia anche comunità di destino La realtà educativa di Exodus si sostanzia oggi di un modo nuovo di intendere i luoghi della sua azione educativa: don Antonio Mazzi, il Fondatore di Exodus, pretende da noi che chiamiamo Case e non Comunità [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 4 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (2): Una &#8216;casa&#8217; che sia anche <em>comunità di destino</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">La realtà educativa di Exodus si sostanzia oggi di un modo nuovo di intendere i luoghi della sua azione educativa: don Antonio Mazzi, il Fondatore di Exodus, pretende da noi che chiamiamo Case e non Comunità le sedi territoriali. <br />&#8216;Comunità&#8217; conserva il vizio di origine di un termine che viene ricondotto comunque alla Comunità terapeutica, anche se quest&#8217;ultima è realtà diversa per ragioni giuridiche e tecniche &#8211; si richiede un &#8216;accreditamento&#8217; della sede da parte della Regione competente, perché l&#8217;Ente si definisca ufficialmente come Comunità terapeutica: la presenza &#8216;in organico&#8217; di personale specialistico soltanto consente di definirsi tale, dopo l&#8217;accreditamento.<br />Don Antonio ama ripetere da qualche anno che le nostre sedi non sono Comunità terapeutiche &#8211; anche se alcune di esse si sono avviate a chiedere il riconoscimento della Regione come Comunità terapeutiche -, ma non vuole nemmeno sentir dire più che sono Comunità: le stesse sedi riconosciute come Comunità terapeutiche debbono essere Case per i ragazzi. Un intero Capitolo &#8211; quello del 2011 &#8211; è stato dedicato al tema della Casa. Non starò qui a dire cosa sia Casa. <br />Mi preme, piuttosto, dire che Libera Mente, il Centro di ascolto in cui lavoro per Exodus, potrebbe essere considerato una Casa, anche a partire dall&#8217;idea di <em>comunità di destino</em>. Questa espressione non si sostituisce a quella di Casa. Non serve per chiarirla, per illustrarla, per comprenderla meglio. Diciamo pure che è una via diversa, percorsa da altri, che conduce allo stesso valore. Una comunità di destino, però, non è necessariamente una Casa: può essere anche soltanto un gruppo provvisorio che sia impegnato nel lavoro di aiuto. Perciò, Comunità di destino e Casa non sono la stessa cosa.<br />L&#8217;attitudine quotidiana di una Casa che ospiti i ragazzi in permanenza è complessa, giacché comprende: i principi, i valori, le idee, il linguaggio comune a tutte le Case di Exodus; &#8216;programmi&#8217; personali da seguire; orientamenti per il reinserimento sociale e lavorativo &#8216;costruiti&#8217; con la persona; un sistema di &#8216;regole&#8217; che scandiscono il tempo della giornata. <br />Il Centro di ascolto, attraverso i suoi Educatori,  può &#8216;trattenere&#8217; un ragazzo per due ore alla settimana, in due colloqui settimanali; può prolungare quel tempo, se le esigenze della situazione portano naturalmente a superare il tempo stabilito; può incontrare, eccezionalmente, il ragazzo fuori della sede, per interventi finalizzati all&#8217;aiuto; costruisce con la famiglia un&#8217;alleanza destinata a durare a lungo nel tempo, perché una visione sistemica della famiglia stessa favorisce la &#8216;ricostruzione del paesaggio affettivo&#8217; da parte del ragazzo; finisce per coinvolgere gli stessi Educatori in una vita di relazione che interessa la loro esistenza personale: è impossibile non uscire dall&#8217;indifferenza, ammesso che mai un Educatore possa essere indifferente alle vicissitudini della coscienza dell&#8217;altro! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Preferire &#8216;Casa&#8217; a &#8216;Centro di ascolto&#8217; sarà un&#8217;attitudine da promuovere nei rapporti tra adulti, cioè tra i genitori e gli Educatori, per interessare successivamente i ragazzi stessi a questa idea. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Ritenere, come io penso, che &#8216;comunità di destino&#8217; sia espressione più forte e pregnante non vuol dire che riceverà una buona accoglienza. Probabilmente, questa idea non sarà nemmeno compresa. Sarà sicuramente respinta da chi giudica sufficiente il concetto di Casa. <br />Accogliere una persona in una <em>comunità di destino</em> significa proporle un &#8216;luogo&#8217; in cui il criterio della medesimezza umana guida tutti i gesti e i discorsi: gli Educatori sono essi stessi comuni mortali che portano nella relazione educativa la loro biografia, la loro fragilità, i limiti della loro esistenza. Per un ragazzo che ami smontare i motori delle automobili come relazionarsi con chi, come me, predilige la letteratura e la filosofia? Questo è un mio limite. Io andrò all&#8217;incontro con quella esistenza consapevole del fatto che difficilmente riuscirò ad essere alla sua altezza.</span></p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/49095953" frameborder="0" width="442" height="249"></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">* </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Leggere anche </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/10/2012/sempre-in-ascolto/" target="_blank">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (0): Sempre in ascolto </a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/04/11/2012/accanto-al-dolore/" target="_blank">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (1): Accanto al dolore</a> </span></p>
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		<title>Accanto al dolore</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Nov 2012 06:42:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una giornata al Centro di ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 4 novembre 2012 UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (1): Accanto al dolore Ecco cosa noi siamo: una comunità di cura e di destino. L&#8217;idea mi è venuta in questi giorni dalla lettura dell&#8217;ultima opera di Eugenio Borgna &#8211; Di armonia risuona e di follia &#8211; e dal video di presentazione apparso sul [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 4 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (1): Accanto al dolore</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Ecco cosa noi siamo: una <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/comunita-di-destino/" target="_blank">comunità di cura e di destino</a>. L&#8217;idea mi è venuta in questi giorni dalla lettura dell&#8217;ultima opera di Eugenio Borgna &#8211; <a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807104855/Di_armonia_risuona_e_di_follia/Eugenio_Borgna.html" target="_blank"><em>Di armonia risuona e di follia</em></a> &#8211; e dal <a href="http://www.youtube.com/watch?v=VejogfXD87Y&amp;sns=em" target="_blank">video di presentazione</a> apparso sul canale di Feltrinelli. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Potrebbe sembrare inappropriato definire un Centro di ascolto &#8216;comunità di cura&#8217;, ma solo se ci fermiamo al significato medico-sanitario della cura. La &#8216;terapia&#8217; delle tossicodipendenze, infatti, non è solo terapia farmacologica. Trattandosi di una sindrome bio-psico-sociale, solo un approccio multimodale e a rete garantisce il successo della &#8216;terapia&#8217;: è indispensabile, accanto allo sguardo clinico dei Medici e degli Psicoterapeuti, la presenza e il raccordo sistematico con gli interventi degli Assistenti sociali e degli Educatori. La rete attivata, come comunità di cura, comprende gli Educatori: noi siamo parte di una comunità di cura. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Le reti solidali, le reti tematiche, le reti sociali che si costruiscono di volta in volta intorno alla persona che chiede aiuto non lasciano irrelate le diverse professionalità, giacché esse non si ritrovano ad agire in &#8216;assoluta&#8217; autonomia, cioè sciolte da ogni legame con le altre professionalità. Correttamente collocata la persona dell&#8217;utente al centro dell&#8217;azione congiunta, ciò che vive non è forse una piccola comunità di cura appositamente creata per quella persona? Dunque, noi Educatori, se sollecitiamo ogni volta di nuovo la creazione della rete sociale, saremo parte essenziale di una comunità di cura. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">La collaborazione ventennale con il SER.T. della mia città mi permette di dire che ad ogni nuovo utente inviato dalla struttura pubblica rispondiamo attivando, dopo i primi contatti, la rete necessaria. Il lavoro di raccordo e il successivo orientamento verso le scelte ulteriori viene curato da una parte e dall&#8217;altra, con fiducia reciproca. Dalla parte del Centro di ascolto, nel colloquio di motivazione, in quanto Educatori, miriamo a costruire relazioni stabili con la persona che chiede aiuto, mostrando interesse per l&#8217;esistenza personale, a partire da tutte le vicissitudini della coscienza. La relazione d&#8217;aiuto ci vede implicati come figure di riferimento &#8211; perché nel tempo tali diventiamo per i ragazzi &#8211;  impegnate a &#8216;restituire&#8217; ai genitori del ragazzo la naturale funzione di figure di riferimento per lui. <br />La &#8216;ricostruzione del paesaggio affettivo&#8217; nella coscienza del ragazzo richiede anni di lavoro, che si svolge nella maggior parte dei casi altrove, in Comunità educative con le quali noi collaboriamo. <br />L&#8217;orientamento costante verso mete che trascendono la condizione attuale del ragazzo è possibile solo se il lavoro di motivazione al cambiamento vede coinvolti i genitori </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">in un lavoro parallelo, che li veda impegnati a comprendere le &#8216;ragioni&#8217; del figlio: solo un cammino di crescita personale li renderà di nuovo credibili agli occhi del figlio. La trasformazione dei genitori incoraggia il figlio a cambiare, a chiedersi cosa egli debba fare per cambiare. <br />Gli Educatori non sono solo &#8216;tecnici&#8217; o neutri testimoni del cambiamento. E&#8217; importante che si senta una presenza che, a sua volta, sia espressione di cambiamento. Pur nella distanza necessaria che contraddistingue il rapporto con tutti gli utenti e con le loro famiglie, l&#8217;Educatore non adotterà mai atteggiamenti impersonali; non curerà un distacco che raggelerebbe la relazione; non sarà mai indifferente ai vissuti e agli accadimenti di cui sarà testimone attivo. Essere &#8216;accanto al dolore&#8217; dell&#8217;altro è il &#8216;contrario&#8217; del distacco, dell&#8217;impersonalità, dell&#8217;indifferenza.<br />Il gruppo di auto-aiuto delle famiglie, che vive negli incontri del mercoledì per tutto l&#8217;anno, è parte della comunità di cura che noi siamo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Ci trasformiamo tutti in &#8216;comunità di destino&#8217;, se assumiamo la nostra comune condizione di mortali per farne la ragione di ciò che ci unisce, per un tempo anche lungo della nostra vita, in cui ognuno di noi avvertirà la presenza dell&#8217;altro nella propria coscienza e si sentirà modificato da quella presenza. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Eugenio Borgna, riferendosi alla sua esperienza terapeutica, si esprime così: </span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">La comunità di destino non si forma se non nella misura in cui si entra in sintonia con la frequenza d&#8217;onda del cuore di chi sta male: un cuore pascaliano, un cuore della intuizione, il mio cuore e il cuore dell&#8217;altro, un cuore che, trasformando noi stessi, ci aiuta a trasformare gli altri, un cuore che riapre, e incrina, la <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/solitudine-dellanima/" target="_blank">solitudine</a> creata dal dolore. Un cuore sensibile a un sorriso, che aggiunge un filo alla tela brevissima della vita, o ad una lacrima che cambia la nostra anima. [...] <br />Solo costruendo inedite, impensate, inimmaginate e inimmaginabili comunità di destino, ci è possibile avanzare nella conoscenza dell&#8217;anima, dell&#8217;anima che grida nel silenzio, e creare associazioni, e legami invisibili, fra il mio cuore e il cuore dell&#8217;altro: di chi è lacerato dal dolore, e dall&#8217;agonia della speranza. <br />Ma non nasce comunità di destino se, nel cuore di chi ne partecipa, non ci sia la presaga intuizione delle grandi speranze che ci sono nel cuore degli uomini. <br />Ci sono infiniti modi di creare comunità di destino ma anche infiniti modi di inaridirle, e di spegnerle, se non c&#8217;è in noi la agostiniana passione dell&#8217;interiorità: come, e non solo <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/fenomenologia-e-psichiatria/" target="_blank">in psichiatria</a>, avveniva, e crudelmente continua ad avvenire. <br />Ma ogni comunità è sospesa fra abisso e destino, fra salvezza e pericolo, fra speranza e disperazione, fra comunione e solitudine, ed è immensamente fragile: esposta ai venti dell&#8217;indifferenza e della noncuranza, dell&#8217;impazienza e della leopardiana follia della ragione. <br />Ogni comunità di cura è alla ricerca del destino che le dia una dimensione ancora più profonda, ancora più aperta alle <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/intermittenze-del-cuore/" target="_blank">intermittenze del cuore</a>, e che conduca le <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/emozioni-ferite/" target="_blank">anime ferite dal dolore</a> al<a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/attesa-e-speranza/" target="_blank">la soglia dell&#8217;attesa e della speranza</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">In ogni comunità di cura, ma ancora di più in ogni comunità di destino, rinascono improvvisi orizzonti conoscitivi che, immersi nelle ragioni profonde del cuore, ci avvicinano alla ricerca di senso nel dolore e nella malattia: nella follia. <br />Ma ogni comunità di destino è influenzata, e ferita, da dolori, cadute, silenzi, speranze infrante, tristezze, delusioni, e si incrina allora il legame invisibile e indicibile che le sta a fondamento. <br />Certo, una comunità di destino nasce dall&#8217;incontro di due soggettività, di due interiorità, di comuni storie personali, che si intrecciano l&#8217;una all&#8217;altra: senza confondersi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Il destino originario dell&#8217;essere umano è quello di vivere insieme agli altri. Noi siamo gettati nel mondo, e solo se nasce un&#8217;alleanza, una comunicazione, uno scambio di esperienze, fra noi e gli altri da noi, riscopriamo quello che noi siamo, e quello che sono gli altri, nella nostra e nella loro dimensione interiore. Questo mettere le cose in comune ci trasforma. Certo, se non insistiamo nel lavoro che, ogni giorno, dovremmo fare su noi stessi, mettendo in discussione ogni nostra pretesa certezza, nulla conosceremmo non solo di noi, ma nemmeno degli altri: nulla di ciò che ci distingue, e nulla di ciò che ci accomuna. <br />Non si entra in una comunità di destino, o almeno non si accoglie un altro in una comunità di destino, se non si ha pazienza, se non si ha desiderio, se non si ha speranza, e se non si ha la forza di sfuggire al richiamo istantaneo dei nostri sensi, dei nostri occhi, della nostra volontà&#8221;.</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Si tratta di verificare ora fino a che punto sia possibile &#8216;utilizzare&#8217; la nozione di <em>comunità di destino</em> nel lavoro educativo. L&#8217;analogia che io tendo a istituire tra un lavoro e l&#8217;altro può essere rintracciata nell&#8217;espressione &#8216;accanto al dolore&#8217;, che apparenta, in una certa misura, il nostro lavoro a quello psichiatrico di Borgna.</span></p>
<p><iframe width="442" height="249" src="http://www.youtube.com/embed/RWtx0AvGAlw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">* </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Leggere anche <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/10/2012/sempre-in-ascolto/" target="_blank">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (0): Sempre in ascolto</a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;"> </span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Comunità di destino</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/comunita-di-destino/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Nov 2012 09:10:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 3 novembre 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (436): Una comunità di destino Giorno d&#8217;autunno Signore: è tempo. Grande era l&#8217;arsura. Deponi le ombre sulle meridiane, libera il vento sopra la pianura. Fa che sia colmo ancora il frutto estremo;concedi ancora un giorno di tepore,che il frutto giunga a maturare, e spreminel [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sabato 3 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (436): Una comunità di destino</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><em><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Giorno d&#8217;autunno</span></em></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Signore: è tempo. Grande era l&#8217;arsura. <br />Deponi le ombre sulle meridiane, <br />libera il vento sopra la pianura.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Fa che sia colmo ancora il frutto estremo;<br />concedi ancora un giorno di tepore,<br />che il frutto giunga a maturare, e spremi<br />nel grave vino l&#8217;ultimo sapore. </span></p>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Chi non ha casa adesso non l&#8217;avrà.<br />Chi è solo a lungo solo dovrà stare,<br />leggere nelle veglie, e lunghi fogli<br />scrivere, e incerto sulle vie tornare<br />dove nell&#8217;aria fluttuano le foglie. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Rainer Maria Rilke, <em>Il libro delle immagini</em> </span></p>
</blockquote>
<p><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/borgna1.jpg"><img class="alignleft  wp-image-15815" title="borgna" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/borgna1.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Dall&#8217;ultimo capitolo dell&#8217;opera: <em>La comunità di destino</em>, pp.195-200</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">«Il goethiano filo rosso, che visibile e invisibile scorre lungo queste pagine, è quello della comunità di destino: una immagine, una metafora, che vorrei ora dilatare nei suoi possibili significati. Nel cominciare a lavorare, giungendo dalla Clinica delle malattie nervose e mentali dell&#8217;Università di Milano nell&#8217;Ospedale psichiatrico di Novara, nei suoi reparti femminili, mi sono incontrato con pazienti, giovani e anziane, nelle quali si nascondevano segrete inclinazioni ad essere ascoltate, e a chiedere aiuto, nel silenzio delle parole divorate dal dolore. Nel dolore lampeggiava un&#8217;aurora muta di speranza, che si è aperta alla speranza solo quando si è delineata una comunità inespressa di volti, e di destini, che ha creato fragili ponti fra chi curava e chi era curata; facendo di monadi dalle porte chiuse monadi dalle porte spalancate: di mondi chiusi nel dolore, e negati alla speranza, mondi dai quali sgorgava la stella filante della speranza. [...]</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">[...] La comunità di destino non si forma se non nella misura in cui si entra in sintonia con la frequenza d&#8217;onda del cuore di chi sta male: un cuore pascaliano, un cuore della intuizione, il mio cuore e il cuore dell&#8217;altro, un cuore che, trasformando noi stessi, ci aiuta a trasformare gli altri, un cuore che riapre, e incrina, la <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/solitudine-dellanima/" target="_blank">solitudine</a> creata dal dolore. Un cuore sensibile a un sorriso, che aggiunge un filo alla tela brevissima della vita, o ad una lacrima che cambia la nostra anima. [...] <br />Solo costruendo inedite, impensate, inimmaginate e inimmaginabili comunità di destino, ci è possibile avanzare nella conoscenza dell&#8217;anima, dell&#8217;anima che grida nel silenzio, e creare associazioni, e legami invisibili, fra il mio cuore e il cuore dell&#8217;altro: di chi è lacerato dal dolore, e dall&#8217;agonia della speranza. <br />Ma non nasce comunità di destino se, nel cuore di chi ne partecipa, non ci sia la presaga intuizione delle grandi speranze che ci sono nel cuore degli uomini. <br />Ci sono infiniti modi di creare comunità di destino ma anche infiniti modi di inaridirle, e di spegnerle, se non c&#8217;è in noi la agostiniana passione dell&#8217;interiorità: come, e non solo <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/fenomenologia-e-psichiatria/" target="_blank">in psichiatria</a>, avveniva, e crudelmente continua ad avvenire. <br />Ma ogni comunità è sospesa fra abisso e destino, fra salvezza e pericolo, fra speranza e disperazione, fra comunione e solitudine, ed è immensamente fragile: esposta ai venti dell&#8217;indifferenza e della noncuranza, dell&#8217;impazienza e della leopardiana follia della ragione. <br />Ogni comunità di cura è alla ricerca del destino che le dia una dimensione ancora più profonda, ancora più aperta alle <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/intermittenze-del-cuore/" target="_blank">intermittenze del cuore</a>, e che conduca le <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/emozioni-ferite/" target="_blank">anime ferite dal dolore</a> al<a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/03/11/2012/attesa-e-speranza/" target="_blank">la soglia dell&#8217;attesa e della speranza</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">In ogni comunità di cura, ma ancora di più in ogni comunità di destino, rinascono improvvisi orizzonti conoscitivi che, immersi nelle ragioni profonde del cuore, ci avvicinano alla ricerca di senso nel dolore e nella malattia: nella follia. <br />Ma ogni comunità di destino è influenzata, e ferita, da dolori, cadute, silenzi, speranze infrante, tristezze, delusioni, e si incrina allora il legame invisibile e indicibile che le sta a fondamento. <br />Certo, una comunità di destino nasce dall&#8217;incontro di due soggettività, di due interiorità, di comuni storie personali, che si intrecciano l&#8217;una all&#8217;altra: senza confondersi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Il destino originario dell&#8217;essere umano è quello di vivere insieme agli altri. Noi siamo gettati nel mondo, e solo se nasce un&#8217;alleanza, una comunicazione, uno scambio di esperienze, fra noi e gli altri da noi, riscopriamo quello che noi siamo, e quello che sono gli altri, nella nostra e nella loro dimensione interiore. Questo mettere le cose in comune ci trasforma. Certo, se non insistiamo nel lavoro che, ogni giorno, dovremmo fare su noi stessi, mettendo in discussione ogni nostra pretesa certezza, nulla conosceremmo non solo di noi, ma nemmeno degli altri: nulla di ciò che ci distingue, e nulla di ciò che ci accomuna. <br />Non si entra in una comunità di destino, o almeno non si accoglie un altro in una comunità di destino, se non si ha pazienza, se non si ha desiderio, se non si ha speranza, e se non si ha la forza di sfuggire al richiamo istantaneo dei nostri sensi, dei nostri occhi, della nostra volontà.<br />[...]&#8220;. </span></p>
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		<title>Fenomenologia e psichiatria</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Nov 2012 07:57:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 3 novembre 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (435): Una psichiatria fenomenologica Quando presi tra le mani la prima opera a me nota di Eugenio Borgna (I conflitti del conoscere. Strutture del sapere ed esperienza della follia, 1988) sapevo già cosa fosse la fenomenologia, per averla scoperta nell&#8217;ultimo anno di Liceo (1967) attraverso [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sabato 3 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (435): Una psichiatria fenomenologica</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/conflitti1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15834" title="conflitti1" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/conflitti1-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/sini.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15790" title="sini" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/sini-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" /></a>Quando presi tra le mani la prima opera a me nota di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Borgna" target="_blank">Eugenio Borgna</a> (<em>I conflitti del conoscere. Strutture del sapere ed esperienza della follia</em>, 1988) sapevo già cosa fosse la <a href="http://lgxserve.ciseca.uniba.it/lei/biblioteca/cxc/public/d/demonticelli1.pdf" target="_blank">fenomenologia</a>, per averla scoperta nell&#8217;ultimo anno di Liceo (1967) attraverso una densa <a href="http://books.google.it/books/about/L_fenomenologia.html?id=aokQAQAAIAAJ&amp;redir_esc=y" target="_blank">antologia di Carlo Sini</a> edita da Garzanti nel 1965. Scoprii anche la Psichiatria e, con essa, l&#8217;indirizzo che si sarebbe poi rivelato ai miei occhi come la via &#8216;umanistica&#8217; alla comprensione della follia. <br /><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/borgna.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15801" title="borgna" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/borgna-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>Quando, pochi giorni fa, ho preso tra le mani l&#8217;ultima opera di Borgna &#8211; <em>Di armonia risuona e di follia</em>, Feltrinelli, Settembre 2012 -, sono corso a cercare tra le pagine quello che Galimberti saluta, nel <a href="http://www.youtube.com/watch?v=VejogfXD87Y" target="_blank">video di presentazione</a> dell&#8217;opera, come momento importante per tutti noi: la <strong><em>comunità di destino</em></strong>, espressione prescelta da Borgna per designare finalmente il suo metodo. Questa idea di comunità merita che si torni su di essa, per dedicarvi uno spazio grande. Il prossimo post sarà riservato ad essa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sono trascorsi ventiquattro anni dalla pubblicazione de <em>I conflitti del conoscere. Strutture del sapere ed esperienza della follia</em>, di <a href="http://www.lafeltrinelli.it/catalogo/aut/167682.html" target="_blank">EUGENIO BORGNA</a> (Feltrinelli 1988). <br />In apertura dell&#8217;Introduzione, i versi che seguono: </span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;"><em>E tuttavia dice molto chi dice &#8220;Sera&#8221;, </em><br /><em>una parola da cui scorre profondità e tristezza </em><br /><em>come greve miele dagli incavati favi</em>. <br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">HUGO VON HOFMANNSTHAL, <em>Ballata della vita esteriore</em></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">L&#8217;opera, sempre più difficile da trovare, era articolata in quattro parti: </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">I. Il metodo e il discorso <br />II. La psichiatria in alcune sue radicali categorie cliniche <br />III. Le esperienze psicotiche come cifra della condizione umana <br />IV. La comunicazione perduta nell&#8217;esperienza psicotica </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Umberto Galimberti scriveva sulla quarta di copertina: </span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">A chi assomigliano i pazzi? Al nostro modo di vivere e di pensare o al nostro modo di interpretare? E le nostre interpretazioni sono forme di comprensione o modi sofisticati per tenere a distanza quello che Borgna chiama &#8220;il sorriso della sfinge&#8221;? Da quando è nata, la psichiatria sembra non abbia promosso altra via se non quella di tenere i pazzi a distanza, di porli di fronte a noi, attingendo dalla medicina quello strumento potente che da alcuni secoli era nelle mani di quella scienza: l&#8217;<em>oggettivazione</em>, per cui è possibile parlare di schizofrenia e di depressione come i medici parlano delle malattie che i loro modelli di indagine costruiscono. Dopo averlo oggettivato, dopo averlo tenuto adeguatamente a distanza come altro da noi, la psichiatria si è concessa di descrivere il pazzo con quelle parole &#8220;umane&#8221; che la tradizione religiosa metteva a disposizione, quindi in termini di pietà, sofferenza e dolore. ma neppure questo &#8220;umano troppo umano&#8221; è riuscito a mascherare la distanza che non la follia, ma la descrizione psichiatrica della follia ha creato tra il mondo della ragione che tutti abitiamo e gli abissi della follia che i pazzi frequentano. Eugenio Borgna, nel denunciare l&#8217;inganno della separazione, toglie alla psichiatria la maschera, e, senza la pietà delle parole che coprono la distanza che questa sienza ha inaugurato tra noi e la follia, costringe la sfinge a cedere il suo segreto. I folli parlano come noi, delle cose di cui parliamo noi, parlano del dolore, della colpa, della lacerazione che ogni uomo, se ancora non s&#8217;è ridotto a cosa, sente dentro di sé come sua dinamica, come sua potenza e come sua disperazione. Ma per questo bisogna restaurare nel folle la soggettività che la psichiatria ha abolito e disporsi di fronte al folle come di fronte al Signore di Delfi che non dice e non nasconde, ma, come scrive Borgna offrendo una traduzione forte e nuova del verbo &#8220;semainei&#8221;, <em>significa</em>. A meno che una persuasione inconfessata non ci abbia già conquistato e fatto silenziosamente concludere che i pazzi non sono più uomini, ma cose.</span></p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Solitudine dell&#8217;anima</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Nov 2012 13:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 3 novembre 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (440): La solitudine dell&#8217;anima                                                 &#160;                                 [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sabato 3 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (440): La solitudine dell&#8217;anima</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: medium;"><span style="line-height: 21px;"><em>  <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/solitudine1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15865" title="solitudine1" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/solitudine1-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a></em></span></span></p>
<p style="text-align: left;"> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/solitudine2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15866" title="solitudine2" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/solitudine2-300x78.jpg" alt="" width="300" height="78" /></a> </p>
<p style="text-align: left;"> </p>
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		<title>Emozioni ferite</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Nov 2012 13:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 3 novembre 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (439): Le emozioni ferite                                                &#160;                                 [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sabato 3 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (439): Le emozioni ferite</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: medium;"><span style="line-height: 21px;"><em> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/emozioniferite1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15858" title="emozioniferite1" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/emozioniferite1-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/emozioniferite2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15859" title="emozioniferite2" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/emozioniferite2-300x87.jpg" alt="" width="300" height="87" /></a></em></span></span></p>
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		<title>Attesa e speranza</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Nov 2012 12:21:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 3 novembre 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (438): L&#8217;attesa e la speranza                                               &#160;                               [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sabato 3 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (438): L&#8217;attesa e la speranza</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: medium;"><span style="line-height: 21px;"><em><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/attesaesperanza1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15851" title="attesaesperanza1" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/attesaesperanza1-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/attesaesperanza2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15852" title="attesaesperanza2" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/attesaesperanza2-284x300.jpg" alt="" width="284" height="300" /></a></em></span></span></p>
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		<title>Intermittenze del cuore</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Nov 2012 12:12:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 3 novembre 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (437): Le intermittenze del cuore                                                     ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sabato 3 novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (437): Le intermittenze del cuore</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: medium;"><span style="line-height: 21px;"><em> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/intermittenze1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15839" title="intermittenze1" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/intermittenze1-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a> </em></span></span></p>
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<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: medium;"><span style="line-height: 21px;"><em><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/intermittenze2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15840" title="intermittenze2" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/intermittenze2-300x261.jpg" alt="" width="300" height="261" /></a></em></span></span></p>
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		<title>Acquisto e Povertà</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2012 22:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 1° novembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (434): Acquisto e Povertà Il mito è quello platonico di Poros e Penia. Poros ebbro, venendo meno alla sua natura di figlio di Métis, si congiunge con la Sete senza fine di Penia, col non-essere del soddisfacimento illusorio ed effimero, con la privazione e la miseria che succedono [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Giovedì 1° novembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (434): Acquisto e Povertà</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;"><em>Il mito è quello platonico di Poros e Penia. Poros ebbro, venendo meno alla sua natura di figlio di Métis, si congiunge con la Sete senza fine di Penia, col non-essere del soddisfacimento illusorio ed effimero, con la privazione e la miseria che succedono ad ogni apparente appagamento. Eros nasce da questo obnubilamento della potenza e pienezza dell&#8217;Essere. Pandora è il frutto di questo deragliamento dell&#8217;Essere, la donna del desiderio per la quale, secondo Esiodo, entra nel mondo la morte</em>.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">MASSIMO CACCIARI, <em>Dallo Steinhof. Prospettive viennesi del primo Novecento</em>, ADELPHI 1980, pag.171</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">L&#8217;amore preso sul serio non è un venticello primaverile, capriccioso e imprevedibile. Se c&#8217;è dell&#8217;imprevedibile, proviene dalla vita stessa, non dalla sua natura. Siamo noi gli imprevedibili. Sarebbe forse più corretto dire che siamo gli inesauribili. Stupisce sempre, infatti, l&#8217;atteggiamento di chi crede di sapere tutto del proprio partner, come se tutto fosse già stato detto e tutto dovesse ripetersi sempre uguale! In realtà, è la paura che detta la regola all&#8217;altro: &#8220;Non cambiare, non mostrare mai di te ciò che non mi sia già noto e familiare! Fa che io stia sempre bene. Donami la sicurezza di un amore caldo e accogliente, tenero e gentile! Non allontanarti troppo e non distinguerti troppo, fino al punto che io possa perderti di vista! Tieni a bada i tuoi demoni cattivi, perché io non abbia a soffrirne mai! Sii buono con me! &#8230;&#8221;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La piccola ansia che subito si impadronisce del soggetto amoroso di fronte all&#8217;oggetto d&#8217;amore ha la sua ragion d&#8217;essere nel fatto che l&#8217;altro non è oggetto ma, a sua volta, soggetto amoroso: vita attiva, lavoro, interessi, inclinazioni, modi di sentire, atteggiamenti che non coincidono quasi mai con quelli del partner. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il grande equivoco che viene imbastito ai danni dell&#8217;amore si consuma fin dalle prime battute, quando si decida che siamo simili, che l&#8217;amore unisce, che può tutto, che quello che non ci piace cambierà o lo cambieremo! Una delle cose più orrende che abbia sentito risale a una <em>performance</em> di una moglie esperta della vita che ripeteva stizzita: &#8220;Sto insieme a quest&#8217;uomo da venti anni e in tutto questo tempo non sono riuscita a cambiarlo!&#8221;. Le resiste, si oppone, recalcitra. Eppure, lei possiede un&#8217;intuizione dell&#8217;amore che egli si ostina a non voler comprendere e fare propria. Il filosofo americano Davidson ha scritto un&#8217;opera che fin dal titolo è tutta un programma: <em>Annullare la distanza uccide</em>. E&#8217; &#8216;distanza&#8217; ogni differenza che ci divide, ci allontana, ci fa soffrire. Amore è questo: riconoscere come differenza la differenza e accettarla, cioè viverla come produttivo contatto e scambio. Oltre la guerra dei sessi, è vero amore accettare l&#8217;altro così come è. Fin dall&#8217;inizio. Senza farsi accecare dalla propria luce, dall&#8217;entusiasmo, dalla passione, dal sentimento che nasce. Amare è prendersi cura di un distante, di un lontano, nella &#8216;differenza <em>in pace</em>&#8216; che sola garantisce all&#8217;amore durata e certezza. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Insicurezza è la nostra <em>insecuritas</em>, è paura di perdere l&#8217;altro, perché dimentichi di noi, incapaci come siamo di accettare la nostra Povertà per cogliere dell&#8217;amore Acquisto, la dote che pure dobbiamo possedere per accostarci alla realtà dell&#8217;altro. Roland Barthes ha scritto severamente che senza cultura non è possibile nemmeno essere innamorati. <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/10/04/2008/sullamore-2/" target="_blank">Poros e Penia</a>, Acquisto e Povertà. Se andiamo incontro all&#8217;amore &#8216;armati&#8217; solo della nostra Povertà, cioè della mancanza da cui proveniamo tutti, rischiamo di mancare all&#8217;appuntamento, cioè di non incontrare veramente la realtà dell&#8217;altro, che sarà sempre un celarsi dietro le apparenze attraverso le quali pure si mostrerà e si donerà a noi. Acquisto è tutto ciò che viene a noi dall&#8217;altro, a cui dovremo dare il giusto significato, per non essere sempre e soltanto Povertà, cioè la marca di una mancanza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Incertezza è scoprire la differenza e contemplarla come un irriducibile, perché vogliamo ridurre, assimilare l&#8217;altro a noi; perché vogliamo trasformare ciò che pure diciamo di amare. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sicurezza è accettazione della realtà dell&#8217;altro. Così com&#8217;è. Questo è <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/15/08/2011/imparare-a-leggere-19-mara-dellunto-lordine-del-sentire-tra-affetto-e-valore-il-rapporto-fondamentale-tra-formazione-della-persona-e-relazione-con-laltro/" target="_blank">esattezza del sentire, maturità affettiva</a>, capacità di rendersi felici. Crescita, trasformazione, cambiamento si danno dentro questo quadro &#8216;ordinato&#8217;. E&#8217; il nostro &#8216;<a href="http://www.italialibri.net/dossier/demonticelli/ordocordis.html" target="_blank">ordine del cuore</a>&#8216; che rende possibile l&#8217;amore in tutte le sue forme.</span></p>
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		<title>2 novembre</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2012 06:24:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 31 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (433): 2 novembre Il 2 novembre sarà una buona occasione per piangere i propri morti, ma è sperabile che ci siano lacrime a sufficienza per piangere tutti coloro che sono morti alla speranza di essere amati da noi o almeno considerati, rispettati, riconosciuti. Che dire poi di noi, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Mercoledì 31 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (433): 2 novembre</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il 2 novembre sarà una buona occasione per piangere i propri morti, ma è sperabile che ci siano lacrime a sufficienza per piangere tutti coloro che sono morti alla speranza di essere amati da noi o almeno considerati, rispettati, riconosciuti. Che dire poi di noi, morti nel cuore di chi ci aveva promesso lungo amore! ma forse no, ci eravamo solo illusi di aver sentito le parole più lunghe, quelle che durano più di una notte d&#8217;estate! Bisognerebbe istituire una <em>Giornata della vita</em> speciale, per ricordare gli amori mai nati, quelli delle lunghe attese e quelli che aspettiamo ancora. <br />Accanto all&#8217;immortalità dell&#8217;anima personale, bisognerebbe celebrare l&#8217;illusione eterna, la chimera che non ci abbandona mai e che risorge sempre, a popolare i nostri sogni ad occhi aperti di vani ragionamenti, inutili anticipazioni, rovinosi entusiasmi, racconti senza storia. <br />Bisognerebbe prevedere una particolare forma di assistenza per coloro che sono inclini a fantasticare troppo, a fondare scampoli di felicità su pochi sorrisi, magari abbracci ripetuti, emozionanti <em>rendez-vous</em> con la seduzione e l&#8217;incanto. Come se la vita fosse un&#8217;incantevole serata d&#8217;autunno, alle soglie di un inverno che non arriverà mai! <br />Invece è arrivato il gelido vento degli ostinati silenzi e degli scarti improvvisi, i rilanci ossessivi e i dinieghi. Sapevamo già dell&#8217;inverno del cuore. Abbiamo attraversato le nostre solitudini e costruito per noi un acconcio deserto che valesse come prova di inesausto amore. Abbiamo vissuto uno per uno tutti i nostri inverni, paghi di ogni più aspro rimprovero e rammarico, perché presi dalla nostra parte. L&#8217;abbiamo recitata tutta, di una sola cosa delusi, che non ci fosse riservato nemmeno un addio. La nostra colpa fu grande, tanto che non è mai stata nominata. Deve essere stata veramente grande, se ci apprestiamo a piangere noi la morte di chi non fu da noi amato come avrebbe voluto!</span></p>
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		<title>Trovare le parole</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2012 07:57:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 30 ottobre 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (432): Caduto fuori dal tempo Non capisco qualcosa finché non la scrivo. &#8211; DAVID GROSSMAN Io credo che trovare le parole sia per ogni uomo una delle condizioni della propria libertà. Dare voce ai sentimenti, poi, è compito essenziale per &#8216;salvarsi&#8217;: c&#8217;è un&#8217;altra via [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Martedì 30 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (432): Caduto fuori dal tempo</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Non capisco qualcosa finché non la scrivo. &#8211; DAVID GROSSMAN </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Io credo che trovare le parole sia per ogni uomo una delle condizioni della propria libertà. Dare voce ai sentimenti, poi, è compito essenziale per &#8216;salvarsi&#8217;: c&#8217;è un&#8217;altra via per fronteggiare il dolore conseguente a una perdita? Ogni persona dovrebbe essere aiutata veramente ad &#8216;elaborare il lutto&#8217;. Tuttavia, ho sempre sentito dire: &#8220;Ora deve elaborare il lutto&#8221;, come se ognuno di noi, lasciato solo, fosse in grado di farlo! <br />Della Morte ci siamo affrettati a dire, consumata tutta la vita &#8211; non abbiamo forse reso tutto &#8216;comune&#8217;, come direbbe Rilke? -, che è l&#8217;ultimo tabù! Per fortuna, l&#8217;Irrappresentabile per eccellenza non si lascia ridurre a mero concetto e assedia le nostre notti e agita con tutti i fantasmi con i quali cerchiamo di esorcizzarla le nostre ore! <br />Tra pochi giorni onoreremo i nostri morti &#8211; il Cimitero della mia città si trasformerà in un tappeto di fiori -, ma con quali parole? La &#8220;corrispondenza di amorosi sensi&#8221; dura nel nostro cuore? Ma soprattutto, che ne è di coloro dai quali abbiamo subito un abbandono? Dove sono tutti quelli che hanno finto di amarci o hanno solo creduto di poterlo fare? Con quali mezzi ci accingiamo sempre di nuovo ad attraversare il deserto delle nostre solitudini? Siamo disposti ad accettare la necessaria solitudine che contraddistingue ogni esistenza in quanto tale? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Questa mattina i giornali parlano di un bambino di dieci anni che si è impiccato. Troveremo le parole?</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">*</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La riflessione che precede è stata originata da un Commento alle parole di Grossman di una amica poetessa, <a href="http://www.poesia.cc/grazia_apisa_gloria.html" target="_blank">Grazia Apisa Gloria</a> : </span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Nella scrittura parla chi ci abita. L&#8217;anima pensiero nel suo dirsi spontaneo e la coscienza ragione ne prende atto nella riflessione: vede più nitidamente e in profondità ciò che in forma intuitiva già sapeva. Mi riconosco in questo dire di Grossman. I suoi libri sono come luce che illumina la zona d&#8217;ombra della vita. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Posso soltanto testimoniare che io sono stata salvata (all&#8217;età di dieci anni, non ancora compiuti) non dalle persone che avevo intorno, ma da uno scritto poetico di un autore di cui non ricordo neppure il nome. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Nella più cupa disperazione, già determinata a darmi la morte, alzai lo sguardo intorno ed aprii un libro, un&#8217;antologia di scuola di mia sorella maggiore, una poesia mi folgorò: esprimeva il mio vissuto di solitudine. Ricordo soltanto il pensiero che attraversò la mia mente: &#8220;Se esiste una persona che ha vissuto questo, io non sono sola, se lui ha vissuto anch&#8217;io devo vivere per aiutare chi vive questo senso di solitudine, anch&#8217;io scriverò per salvare qualcuno, senza ancora essere consapevole che chi riesce a dirsi salva per primo se stesso. Qui è nata la mia vocazione, anche se scrivevo già dall&#8217;età di 7 anni.</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">*</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/10/grossman.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-15734" title="grossman" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/10/grossman-687x1024.jpg" alt="" width="687" height="1024" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Tutto comincia con un&#8217;immagine, un gesto, un movimento di misteriosa, evocativa potenza: un uomo si alza all&#8217;improvviso da tavola, prende commiato dalla moglie ed esce per andare &#8220;laggiù&#8221;. <br />Ha perso un figlio, anni prima, e &#8220;laggiù&#8221; è dove il mondo dei vivi confina con la terra dei morti. <br />Non sa dove sta andando, e soprattutto non sa cosa troverà. Lascia che siano le gambe a condurlo, per giorni e notti gira intorno alla sua città e a poco a poco si unisce a lui una variegata serie di personaggi che vivono lo stesso dramma e lo stesso dolore: il Duca signore di quelle terre, una riparatrice di reti da pesca, una levatrice, un ciabattino, un anziano insegnante che risolve problemi di matematica sui muri delle case. E l&#8217;uomo a cui è stato affidato l&#8217;incarico di scrivere le cronache cittadine. Ciascuno ha la propria storia, chi ha perso il figlio per una grave malattia, chi in un incidente, chi in guerra. Insieme a loro idealmente, visto che non può muoversi dalla sua stanza, c&#8217;è anche una strana figura di Centauro, con la parte inferiore del corpo che nel tempo si è trasformata in scrivania. È uno scrittore che da quindici anni vive circondato dagli oggetti del figlio che non c&#8217;è più, e il cui unico desiderio da allora è catturare quella morte con le parole. &#8220;Non riesco a capire qualcosa finché non la scrivo&#8221; dice. È lui a ispirare e a inglobare la storia che stiamo leggendo. <br />La marcia di quei genitori prosegue in giri sempre più ampi intorno alla città, monologando o dialogando ognuno di essi parla di sé, del desiderio di rivedere almeno una volta il proprio figlio, della vita che si è interrotta in quel tragico momento. E ognuno ha una sua voce, che Grossman in modo sublime trasforma nella voce della poesia, la lingua del dolore. <br />Arriveranno &#8220;laggiù&#8221;? Sì, ci arriveranno, fusi a quel punto in un coro di pura e profonda umanità. E noi con loro, in pagine di sconvolgente intensità e verità. Per capire, insieme a Centauro, che il cammino di questi uomini e donne esiliati nella terra del dolore è stato una &#8220;lotta contro la distruzione, la cancellazione, l&#8217;oblio&#8221;, il bisogno di dare un paesaggio a quella terra, la volontà di sottrarre la memoria alla tenebra per riconsegnarla alla vita.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">*</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">David Grossman è intervenuto ieri sera, 29 ottobre, nel programma <a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a4d0087c-43e0-4efa-863c-bbf9fd0de10c.html" target="_blank"><em>Che tempo che fa</em></a>, di Fabio Fazio, sul suo libro.</span></p>
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		<title>Una segreta tragedia</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/22/10/2012/una-segreta-tragedia/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Oct 2012 22:31:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 22 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (431): Una segreta tragedia «Sono sempre i nostri muri quelli contro cui urtiamo e su cui proiettiamo la nostra immagine del mondo, sia che cerchiamo di amplificare il nostro spazio, sia che vi accatastiamo i nostri beni.» «Solo chi rimane completamente se stesso si presta alla lunga a [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Lunedì 22 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (431): Una segreta tragedia</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">«Sono sempre i nostri muri quelli contro cui urtiamo e su cui proiettiamo la nostra immagine del mondo, sia che cerchiamo di amplificare il nostro spazio, sia che vi accatastiamo i nostri beni.» </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">«Solo chi rimane completamente se stesso si presta alla lunga a venire amato, perché solo così, nella sua pienezza vitale, può simbolizzare per l’altro la vita, essere avvertito come una potenza di essa. Non vi è errore più grande nell’amore dell’adattarsi timorosamente l’uno all’altro e di uniformarsi a vicenda…». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">«Un eterno rimanere estranei nell’eterna vicinanza è dunque il segno più pertinente e inalienabile di ogni amore in quanto tale: …non solo nel disprezzo o nell’amore non ricambiato, infatti, ma dappertutto, ovunque dove ci si ama, l’uno sfiora solo l’altro lasciandolo poi a se stesso. E’ sempre una stella irraggiungibile che noi amiamo, e ogni amore è sempre nella sua profonda essenza una segreta tragedia, ma proprio per il fatto di esserlo riesce ad avere effetti così potentemente produttivi». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">LOU ANDREAS SALOME’, <em>Riflessioni sull’amore</em> (1900) </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">A proposito delle ragioni di un amore, se ci chiediamo perché proprio quella persona sia diventata &#8216;oggetto&#8217; del nostro amore, siamo giunti ad una consapevolezza tragica: siamo divisi, in noi, tra le ragioni manifeste e quelle che ci sfuggono, tra chiarezza e oscurità. <br />Sulle ragioni manifeste è stato scritto per secoli. Possiamo dire di sapere per quante vie possiamo incamminarci. E&#8217; stata descritta, con <a href="http://www.youtube.com/watch?v=NoWvokValHU" target="_blank"><em>Il portiere di notte</em></a>, perfino la &#8216;nazificazione&#8217; dell&#8217;amore.<br />Meno noti sono i percorsi, gli infiniti percorsi possibili che abbiamo ricondotto alla nostra capacità di <em>divinare</em> da quel fondo enigmatico e buio di cui ci parla <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/10/04/2008/sullamore-ugalimberti/" target="_blank">Platone</a>.  Tentare di costruirne una mappa è impresa impossibile, perché dovrebbe coincidere con la nostra capacità di invenzione, con la sfera della nostra libertà.<br />L&#8217;attività di cui parliamo è l&#8217;improvvisazione. Quante volte ci è capitato di stupirci di noi stessi, per aver detto (e fatto) cose che sembravano avere un soggetto diverso da noi? Possiamo parlare anche di spontaneità. All&#8217;opera è la <a href="http://www.rivistainterazioni.it/DIZIONARIO/Dizionario_2_6_1995_DiomiraPetrellli.pdf" target="_blank">fantasia</a>, la facoltà inconscia della nostra anima che &#8216;produce&#8217; ad occhi aperti discorsi e azioni. Diremo, allora, che ci sono i momenti in cui controlliamo le nostre azioni, che sono prodotti per lo più consapevoli del nostro sentire. Ci sono, poi, momenti di &#8216;abbandono&#8217;, di espressione di sé incontrollati: i nostri atti non sono veri atti, perché si tratta di manifestazioni impreviste della sensibilità contraddistinte da gestualità, mimica facciale, vocalità. Oltre il dominio del &#8216;verbale&#8217; puro.<br />Siamo portati tutti a credere nell&#8217;amore per questa ragione, perché il sentimento si manifesta in forme imprevedibili e questo ci fa pensare che sia autentico il sentire di chi vi si abbandona, non essendovi controllo alcuno sui comportamenti e sugli atteggiamenti personali. Quanto più grande è questo abbandono, tanto più chiaro ci apparirà l&#8217;attaccamento che la persona realizza quotidianamente nei confronti delle persone che ama. <br />Tuttavia, la natura di questo attaccamento sarà influenzata dal modo di sentire e dalla sua </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">intensità, dall&#8217;educazione sentimentale della persona e dalle convinzioni che accompagnano quel sentire.<br />La <em>serietà delle intenzioni</em> di una persona, allora, dovrà essere osservata nel tempo e così compresa, fino a nuova smentita da parte della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Realtà" target="_blank">realtà</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Di quest&#8217;ultima, forse, bisognerebbe parlare veramente. Il senso comune, e noi con esso, è portato a pensare la realtà come la pura oggettività, lo spazio dei dati di fatto che non sfuggono mai alla comprensione, tanto forte è la luce con cui ci si mostrano. Sembra che stiamo parlando di ciò di cui non sia possibile dubitare mai in alcun modo. <br />A me piace dire nel Centro di ascolto in cui lavoro che alla verità preferisco la realtà (c&#8217;è una madre che mi guarda con sospetto: mi ricorda periodicamente che sa bene che io non credo nella verità!, come se fossi un viandante che ha smarrito la strada): solo la realtà smentisce veramente le mie illusioni e falsifica le mie congetture, le supposizioni, ogni argomentare quotidiano su <em>ciò che vi è</em>, se non ci sia opportuna congruenza tra le parole e le cose. La conquista più grande è proprio nel riconoscere che la nozione di realtà è più ampia di quella di verità. È come se la realtà fosse più vera della stessa verità! C&#8217;è più verità nella contraddittorietà del reale che non nella fissità, nella rigidità di un fatto che pure sarà vero, perché è accaduto. Ce ne sono le tracce, le prove, le testimonianze. Tuttavia, la verità di un &#8216;piccolo&#8217; fatto non può essere assunta nelle relazioni umane al rango di verità ultima. Se così fosse, se invocassimo quella &#8216;piccola&#8217; verità come guida per l&#8217;azione, rischieremmo di farci guidare ora da questo ora da quel fatto, senza venire a capo di alcuna verità vera. Per questo, io preferisco dire che &#8220;la verità è il tono di un incontro&#8221;. Vladimir Jankélévitch chiama <em>le-presque-rien</em>, <em>il-quasi-niente</em>, quello che stringiamo tra le mani quando ci affanniamo ad inseguire le nostre verità quotidiane.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Inscritta nei <a href="http://www.psicoanalisilicitra.com/polopoly_fs/7.109509.1264070371!/Commento_del_Seminario_I_di_Jacques_Lacan_1.pdf" target="_blank">registri</a> del Reale, del Simbolico e dell&#8217;Immaginario, la nostra esperienza non è la <em>cosa</em> di cui si appropria tanto facilmente il senso comune, per dire che ieri abbiamo fatto questo e quest&#8217;altro ancora, come se tutto ciò che è apparso si fosse mostrato nella sua evidenza incontrovertibile.<br />I tre super-concetti possono essere compresi solo se pensati <a href="http://haecceitasweb.com/2012/01/09/e-bazzanella-lacan-immaginario-simbolico-e-reale-in-tre-lezioni-ed-asterios-trieste-2011-pagg-110/" target="_blank">in connessione l&#8217;uno con l&#8217;altro</a>. Secondo <a href="http://www.pol-it.org/ital/lacan/lezione69.htm" target="_blank">Recalcati</a> Reale, Simbolico e Immaginario &#8220;sono tre vettori, tre linee di forza. Abbiamo il vettore che va dal reale all’immaginario. Il reale coperto dall’immaginario dà il senso di realtà e la realtà è precisamente l’effetto di questo ricoprimento immaginario del reale. La castrazione rende possibile l’accesso alla realtà. La realtà non è il reale per Lacan. La realtà è il reale coperto dall’immaginario e dal simbolico. La freccia che va dall’Immaginario al Simbolico è la freccia del senso. La dimensione della verità implica il rapporto tra immaginario e simbolico. La verità si dà come simbolizzazione dell’immaginario. Ogni volta che accade la simbolizzazione dell’Immaginario c’è effetto di verità&#8230;&#8221;. Dobbiamo partire da qui per comprendere le vie che prende la nostra coscienza quando si abbandona all&#8217;esperienza amorosa. Per fare veramente i conti con la verità credo che costituisca una via obbligata fare i conti con la realtà. </span></p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/49034229?title=1&amp;byline=1&amp;portrait=1" frameborder="0" width="442" height="188"></iframe></p>
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		<title>Barlumi di anime</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/19/10/2012/barlumi-di-anime/</link>
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		<pubDate>Fri, 19 Oct 2012 14:45:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Venerdì 19 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (430): Che noi si scriva, si parli o solo si sia visti Che noi si scriva, si parli o solo si sia vistirimaniamo evanescenti. E tutto il nostro esserenon può in parola o in volto giammai trasmutarsi.L&#8217;anima nostra è da noi immensamente lontana:per quanta forza si imprima in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Venerdì 19 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (430): Che noi si scriva, si parli o solo si sia visti</span><em style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 14px; line-height: 21px; text-align: justify;"></em></p>
<blockquote>
<p><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 14px;">Che noi si scriva, si parli o solo si sia visti<br />rimaniamo evanescenti. E tutto il nostro essere<br />non può in parola o in volto giammai trasmutarsi.<br />L&#8217;anima nostra è da noi immensamente lontana:<br />per quanta forza si imprima in quei nostri pensieri,<br />mostrando le anime nostre con far da vetrinisti,<br />indicibili i nostri cuori pur sempre rimangono.<br />Per quanto di noi si mostri, continuiamo ignoti.<br />L&#8217;abisso tra le anime non può essere collegato<br />da un miraggio della vista o da un volo del pensiero.<br />Nel profondo di noi stessi restiamo ancora celati<br />quando al pensiero dell&#8217;essere nostro parliamo.<br />Siamo i sogni di noi stessi, barlumi di anime,<br />e l&#8217;un per l&#8217;altro resta il sogno dell&#8217;altrui sogno.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 14px;">FERNANDO PESSOA, <em>Trentacinque sonetti</em>, Passigli Poesia</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 14px;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Noi ci affanniamo ad uscire dall&#8217;anonimato, a dare voce al desiderio, a mostrare di noi le più intime erranze; tocchiamo i nostri corpi, afferriamo le mani, stringiamo le braccia, entriamo in profonda intimità. Eppure, dopo ogni sguardo, dopo ogni bacio e abbraccio, dopo la spossatezza dei sensi, stringiamo tra le mani forme evanescenti, ombre di ombre, nient&#8217;altro possediamo saldamente. Una più forte presa basterebbe <em>in ultimo</em> a restituirci una chiara visione e il chiaro significato delle cose? <br />Ma se questo svanire è il proprio di ogni cosa, se non ci fosse dato altro, se non sospirare l&#8217;amata, perché affannarsi a cercare ancora lo sguardo e il bacio e l&#8217;abbraccio, quando non ci fu mai uno svanire veramente? Le cose amano nascondersi alla vista. E allora, ciò che pure si eclissa risorgerà per noi sotto altra forma, incanto di una voce e di un vasto incedere, ansito breve e spasmo incontrollato. Un invisibile e un indecidibile si donano perplessi alla creatura in ascolto. Non sappiamo quando torneremo a sentire il canto di donna che ascolta sé stupefatta esistere.</span></span></p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/49163108?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0&amp;color=ffffff" frameborder="0" width="442" height="249"></iframe></p>
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		<title>Il nostro tragediare quotidiano</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 22:01:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Venerdì 19 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (429): Il nostro tragediare quotidiano Il terrore degli dèi è tragediato ed esagerato nella vita privata dei Romani e in quella pubblica sino al massimo; [...] ne segue che la plebe viene tenuta a freno con oscuri terrori e con tale tragedia (POLIBIO). Un&#8217;ansia tragica, dunque, che si [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Venerdì 19 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (429): Il nostro tragediare quotidiano </span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;"><em>Il terrore degli dèi è tragediato ed esagerato nella vita privata dei Romani e in quella pubblica sino al massimo</em>; [...] <em>ne segue che la plebe viene tenuta a freno con oscuri terrori e con tale tragedia</em> (POLIBIO). Un&#8217;ansia tragica, dunque, che si vive giorno per giorno, nel rito più che nel mito, nella quotidiana superstizione più ancora che nella rievocazione storico-drammatica delle &#8220;preteste&#8221; di Nevio, Ennio, Accio, Pacuvio. C&#8217;è appena bisogno di dire che nelle parole di Polibio le espressioni &#8220;tragedia&#8221; e &#8220;tragediare&#8221; hanno valore puramente negativo e di dispregio, come a indicare un&#8217;angoscia irrazionale e assurda; esse sono scritte nel segno di una pragmatica avversione per il tragico, a cui si ispira anche la polemica di Polibio contro gli storici &#8220;tragici&#8221;. Tuttavia, lo spostamento del tragico dal mondo mitico a quello rituale della <em>religio</em> è caratteristico dei Romani: un tratto che noi moderni possiamo mettere in rilievo, svolgendo in questo senso le osservazioni di Polibio su quello che si chiamerebbe il &#8220;tragico quotidiano&#8221; della <em>religio</em> italica. &#8211; SANTO MAZZARINO, <em>Il pensiero storico classico</em>, II,1, EDITORI LATERZA 1966: pp.59-60 </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La prima volta che ne ho sentito parlare è stato nel 1968, durante l&#8217;anno accademico 1967-1968, il mio primo anno del Corso di Filosofia alla <em>Sapienza</em> di Roma. Ero curvo su <em>Il pensiero storico classico</em> di Santo Mazzarino, Maestro di Storia romana. Non capivo bene la portata della sua riflessione sul &#8216;tragico&#8217;. <br />Dopo aver &#8216;letto&#8217; in tutto questo tempo i tragici greci e poi i moderni, la riflessione dei filosofi e dei critici letterari sull&#8217;essenza del tragico, ho continuato ad interrogarmi su quel &#8216;tragediare quotidiano&#8217; che ancora oggi mi affascina, perché credo di averne colto qualche aspetto essenziale. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Se il cuore della tragedia, il suo <em>acmè</em>, è dato dalle opposte volontà divine che confliggono nella coscienza dell&#8217;eroe protagonista, e se l&#8217;esito del <em>drãn</em>, cioè dell&#8217;agire tragico, è sempre lo stesso, possiamo concentrare la nostra attenzione su un &#8216;momento&#8217; che ancora appartiene anche a noi. Mi riferisco al tempo che precede la scelta, che vede l&#8217;eroe sempre diviso, nella condizione di chi comunque &#8216;sbaglierà&#8217;, qualunque cosa scelga. <br />In questione, tuttavia, non è lo statuto del tragico. Il <a href="http://soundcloud.com/aiconfinidellosguardo/massimo-cacciari-filosofia-e-tragedia" target="_blank">sapere tragico</a>, piuttosto, è ciò che ci preme mettere a fuoco, cioè la possibilità di arrivare a qualche conoscenza attraverso il conflitto drammatico che questa forma esprime.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Diventa più chiaro quello che chiameremo &#8216;tragediare quotidiano&#8217;, il nostro tragediare quotidiano, se pensiamo alle grandi scelte che abbiamo affrontato, quando, ad esempio, abbiamo dovuto definire i modi del legiferare in materia di aborto. Di una scelta tragica si è trattato, perché eravamo tutti divisi tra il non legiferare &#8211; per non &#8216;riconoscere&#8217; la realtà dell&#8217;aborto -, cosa che avrebbe comportato il perpetuarsi delle pratiche clandestine, che tanto hanno nociuto alla salute delle donne e alla loro stabilità psicologica, e il legiferare, che avrebbe tutelato la salute delle donne in strutture sanitarie pubbliche, ma sarebbe stato la sanzione della liceità dell&#8217;aborto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Potremmo dire, in breve, che ritrovarsi di fronte alla scelta e non poter scegliere, esitare di fronte alla scelta è il tragediare, cioè vivere la condizione tragica di scissione interiore tra due ragioni tra le quali è necessario scegliere. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Immaginate ora una madre a cui sia morto un figlio per droga. Immaginate ancora che questa madre, in virtù della sua profonda religiosità, senta la presenza di questo figlio fino al punto di vivere ancora, dopo quasi due anni, con lui ogni giorno; che parli di lui ogni giorno; che faccia ruotare gran parte della sua vita ora intorno al compito della memoria. <br />Da una parte, è operante il ricordo doloroso di ciò che il figlio effettivamente è stato; dall&#8217;altra, l&#8217;onda dei ricordi le riporta un cumulo di memorie tutte positive: la gioiosità, la vitalità, la sensibilità, la creatività di quel figlio. <br />C&#8217;è chi non comprende il lavoro della memoria che lei sta compiendo, per salvare dall&#8217;oblio in cui inevitabilmente precipiterà tutto ciò che di buono pure suo figlio è stato: c&#8217;è chi vorrebbe che lei tacesse, che smettesse addirittura di andare al cimitero, che si sbarazzasse degli oggetti e di tutte le cose che testimoniano il suo passaggio sulla terra! E tutto questo in nome della verità, di una sola verità, della verità di ciò che lui è stato nella seconda parte della sua vita. <br />C&#8217;è chi crede, invece, che lei faccia bene a proseguire nell&#8217;opera strenua di difesa dalle ingiurie del tempo della parte della vita di suo figlio che lo vedeva felice e inconsapevole del destino che lo attendeva. <br />Io chiamo &#8216;tragediare quotidiano&#8217; la condizione di questa madre che sicuramente custodisce in sé il ricordo di quelle due verità, a cui dovrebbe forse rendere omaggio laicamente, senza farne cadere nessuna. Veramente difficile, però, per una madre contemplare il lato oscuro di quella esistenza spezzata, considerandolo alla stregua di tutto quello che fu luce nella vita di suo figlio! <br />Mentre rivive le cose buone sarà sicuramente lacerata dall&#8217;insidia perenne delle cose cattive che pure furono e che vengono in qualche modo ricordate dallo spettacolo della vita di coloro che conobbero suo figlio. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Un esercizio spirituale in più potrebbe essere anche questo: individuare e fissare le situazioni in cui ci ritroviamo a vivere noi e coloro che ci circondano, riservando un&#8217;attenzione particolare a tutte quelle in cui due ragioni si combattono in noi, lacerando la nostra coscienza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il nostro tragediare quotidiano è fatto di tutti gli affanni che provengono da situazioni esterne a noi ma che ci vedono in qualche modo coinvolti, con la profondità delle questioni religiose e &#8216;mitiche&#8217; o con la profondità dei garbugli del nostro cuore. Questi ultimi non traggono origine da <em>numina</em>, come chiamavano i Romani la volontà degli dei, o da <em>timai</em>, come chiamavano i Greci i contrastanti discorsi degli stessi dei. <br />Nella foresta dei simboli di cui è intessuta l&#8217;esperienza, spesso ci si para davanti la necessità della scelta. Talvolta, non siamo noi con la nostra coscienza di fronte al compito a dover scegliere: la nostra coscienza diventa campo di battaglia per compiti a cui non riusciamo a sottrarci; il tempo della scelta non è il tempo della decisione immediata. <br />Lo strascico della contesa si porta con sé una parte importante delle nostre energie, fino alla consumazione di quel tempo tragico, fino alla risoluzione del conflitto. <br />Oltre ogni radicale dissidio, si accampa sulla scena la coscienza &#8216;pacificata&#8217;: siamo pronti per un altro inciampo, per un altro impedimento, per i malintesi e le incomprensioni che ci aspettano. Per i torti e i soprusi, i dinieghi  e le menzogne. Di essi è fatta la nostra vita.  </span></p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/49135389?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" frameborder="0" width="442" height="227"></iframe></p>
<p><a href="http://vimeo.com/49135389">Sigur Rós &#8211; Varúð (Valtari Mystery Film Competition)</a> from <a href="http://vimeo.com/krissundberg">Kris Sundberg</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
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		<title>Usatelo senza pietà!</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2012 11:56:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 17 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (428): Usatelo senza pietà! Godetevi il silenzio. Usatelo senza pietà. È l&#8217;arma più potente che avete, più crudele di qualsiasi parola. [dalla Bacheca di un Amico su un social network] Sono sempre stato estraneo e ostile a questa &#8216;logica&#8217; morale. Mio nonno era solito dire una cosa che [...]]]></description>
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<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Mercoledì 17 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (428): Usatelo senza pietà!</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><em>Godetevi il silenzio. Usatelo senza pietà. È l&#8217;arma più potente che avete, più crudele di qualsiasi parola</em>. [dalla Bacheca di un Amico su un social network]</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Sono sempre stato estraneo e ostile a questa &#8216;logica&#8217; morale. Mio nonno era solito dire una cosa che da ragazzo mi faceva orrore sentire: &#8220;Le bestie si umiliano con il silenzio&#8221;. Non capivo di quali bestie parlasse, a quale ferocia si riferisse e perché, poi, si dovesse usare un&#8217;arma così poco cristiana. Avendo imparato a conoscere la viltà, la stupidità, la malvagità, mi sono convinto del fatto che a nulla vale l&#8217;arma dell&#8217;amore contro il Male. Restare disarmati e indifesi, di fronte al Male, è stupido e sbagliato. Dalle armi della critica bisogna passare alla critica delle armi, come diceva il vecchio Karl Marx. Non potendo passare &#8211; per ora! &#8211; alle vie di fatto con gente che persiste nel fare del male,  bisogna usare tutti i mezzi per mettere i sotto-uomini in condizione di non nuocere. Più di tutte le armi rumorose, tuttavia, non ce n&#8217;è nessuna più crudele del silenzio.<br /> Dopo essere stati oppressi per anni e anni dalla politica del silenzio, in ambienti in cui non ci saremmo aspettati mai di doverla conoscere, bisogna punire i quaquaraquà con il silenzio. Non bisogna rispondere alle loro telefonate. Non bisogna rispondere alle loro lettere. Bisogna evitare ogni occasione di incontro con loro. Ai sedicenti cristiani bisogna rispondere con la morale precristiana &#8211; che bisogna riservare solo a loro! &#8211; dell&#8217; &#8220;occhio per occhio, dente per dente&#8221;. Ai farisei e ai sepolcri imbiancati bisogna riservare la loro morale di atei.</span></p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/49057277?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" frameborder="0" width="442" height="248"></iframe></p>
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		<title>Un&#8217;altra rinuncia</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Oct 2012 19:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 16 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (427): Un&#8217;altra rinuncia I sentimenti che accompagnano lo strascico degli addii non sono improntati tutti a rabbia e illusione. Il nostro tragediare quotidiano è consapevolezza raggiunta dello scarto incolmabile, dell&#8217;assoluta impossibilità di comunicare in modo significativo. I litigi interminabili sono sempre la riprova del fatto che non c&#8217;è [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Martedì 16 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (427): Un&#8217;altra rinuncia</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">I sentimenti che accompagnano lo strascico degli addii non sono improntati tutti a rabbia e illusione. Il nostro tragediare quotidiano è consapevolezza raggiunta dello scarto incolmabile, dell&#8217;assoluta impossibilità di comunicare in modo significativo. I litigi interminabili sono sempre la riprova del fatto che non c&#8217;è più volontà di incontro da una parte, perchè non c&#8217;è (più) disponibilità alcuna dall&#8217;altra. <br />Dopo l&#8217;interminabile oscillare tra accettazione e rifiuto, non si cerca un&#8217;aurea medietà ma un dignitoso consistere ricercato tra le varie forme dell&#8217;eccitazione e del distacco controllato. Dopo aver provato vari modi di essere, si tenta con ironia e scetticismo, assenso formale e diniego studiato. Ma ancora non basta! Troppo forti ancora sono i toni della risposta. <br />Oggi ho provato un&#8217;emozione nuova. Sopra il &#8216;carico&#8217; di sempre &#8211; lo strascico dell&#8217;addio mai veramente &#8216;dichiarato&#8217; &#8211; lunghi momenti trascorsi insieme da soli. Al suo imbarazzo, che forse temeva che potessi avvicinarmi o esprimere una richiesta, è seguito un sereno <em>fair play</em> da parte mia, che ho parlato con garrula letizia delle cose più futili e amene, come se nulla potesse intervenire a turbare quella serena distanza. Mi sono comportato con lei come mi comporto solitamente con le donne con le quali non ci sia grande familiarità, cioè con spassionata franchezza e rispetto. La timidezza continua sempre a fare la sua parte di compagna fedele che provvede prontamente a stabilire una distanza. Altre volte ero riuscito a dimostrare a me stesso che sono in grado di stare da solo con una donna senza sentirmi in dovere di corteggiarla. Oggi, però, era diverso. Ho pensato che non darò più voce al desiderio con lei, anche per non sentirmi dire ancora un cortese no, mascherato con i pretesti più stupidi e inverosimili. Mi è piaciuto pensare che di serena rinuncia si trattava. Un&#8217;autentica rinuncia. Sarà affar suo, ora, procedere oppure no.</span></p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/49199326?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" frameborder="0" width="442" height="248"></iframe></p>
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		<title>Io e l&#8217;altro</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Oct 2012 07:11:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Venerdì 12 ottobre 2012 Contributi alla cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (426): ZYGMUNT BAUMAN, Io e l&#8217;altro]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Venerdì 12 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi alla cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (426): ZYGMUNT BAUMAN, Io e l&#8217;altro</span></p>
<p><object width="442" height="339" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0" bgcolor="#FFFFFF"><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="quality" value="high" /><param name="wmode" value="direct" /><param name="flashvars" value="autostart=false&amp;provider=video&amp;file=http://flv.kataweb.it/repubblicatv/idee/26pod19.mp4?width=640&amp;height=387&amp;repeat=false&amp;logo.file=0&amp;logo.position=top-left&amp;logo.margin=10&amp;shuffle=false&amp;mute=false&amp;volume=60&amp;stretching=unfiform&amp;screencolor=000000&amp;buffer=5&amp;smoothing=true&amp;brand=RepubblicaTV&amp;category=dossier&amp;subcategory=repubblica_idee_bologna&amp;videotitle=Bauman-Goldkorn: io e l\'altro&amp;streamurl=http://video.repubblica.it/dossier/repubblica-idee-bologna/bauman-goldkorn-io-e-l-altro/98629/97011&amp;webserviceurl=http://video.repubblica.it/php/services/related.php?id=&amp;mediaid=98629&amp;dock=false&amp;image=&amp;debug=false&amp;skin=http://flv.kataweb.it/player/v4/skin/skin_rrtv_temp.swf&amp;plugins=http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_nielsen.swf,http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_related.swf" /><param name="src" value="http://flv.kataweb.it/player/v4/player/player_v1a.swf" /><param name="allowscriptaccess" value="true" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="442" height="339" type="application/x-shockwave-flash" src="http://flv.kataweb.it/player/v4/player/player_v1a.swf" allowScriptAccess="always" allowFullScreen="true" quality="high" wmode="direct" flashvars="autostart=false&amp;provider=video&amp;file=http://flv.kataweb.it/repubblicatv/idee/26pod19.mp4?width=442&amp;height=339&amp;repeat=false&amp;logo.file=0&amp;logo.position=top-left&amp;logo.margin=10&amp;shuffle=false&amp;mute=false&amp;volume=60&amp;stretching=unfiform&amp;screencolor=000000&amp;buffer=5&amp;smoothing=true&amp;brand=RepubblicaTV&amp;category=dossier&amp;subcategory=repubblica_idee_bologna&amp;videotitle=Bauman-Goldkorn: io e l\'altro&amp;streamurl=http://video.repubblica.it/dossier/repubblica-idee-bologna/bauman-goldkorn-io-e-l-altro/98629/97011&amp;webserviceurl=http://video.repubblica.it/php/services/related.php?id=&amp;mediaid=98629&amp;dock=false&amp;image=&amp;debug=false&amp;skin=http://flv.kataweb.it/player/v4/skin/skin_rrtv_temp.swf&amp;plugins=http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_nielsen.swf,http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_related.swf" allowscriptaccess="true" allowfullscreen="true" bgcolor="#FFFFFF" /></object></p>
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		<title>Sempre in ascolto</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Oct 2012 05:42:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una giornata al Centro di ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 11 ottobre 2012 UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (0): La creatura è in ascolto (Massimo Cacciari) All&#8217;ascolto come atto intenzionale di audizione (ascoltare significa voler sentire, in modo pienamente cosciente), attualmente si riconosce il potere, quasi la funzione, di esplorare terreni sconosciuti: nel campo dell&#8217;ascolto è incluso non solo l&#8217;inconscio, nel senso topico [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Giovedì 11 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">UNA GIORNATA AL CENTRO DI ASCOLTO (0): La creatura <em>è</em> in ascolto (Massimo Cacciari)</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">All&#8217;ascolto come atto intenzionale di audizione (ascoltare significa voler sentire, in modo pienamente cosciente), attualmente si riconosce il potere, quasi la funzione, di esplorare terreni sconosciuti: nel campo dell&#8217;ascolto è incluso non solo l&#8217;inconscio, nel senso topico del termine, ma anche, se così si può dire, le sue forme laiche: l&#8217;implicito, l&#8217;indiretto, il supplementare, il differito. L&#8217;ascolto si apre a tutte le forme di polisemia, di sovradeterminazione, di sovrapposizione, disgregando la Legge che prescrive l&#8217;ascolto diretto, univoco. L&#8217;ascolto è stato, per definizione, applicato; oggi gli si chiede, piuttosto, di lasciar manifestare.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">ROLAND BARTHES </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Non solo e non tanto il resoconto fedele di un&#8217;intera giornata mi preme fare qui, quanto piuttosto riferire il senso di un Colloquio, la natura stessa dei Colloqui di motivazione, la suggestione di un frammento di senso rinvenuto nel disordine che contraddistingue l&#8217;<em>esistenza spezzata</em>, per far emergere progressivamente il significato e il valore di un&#8217;esperienza intersoggettiva. <br /><a href="http://annotazioni.wikidot.com/il-significato-di-ascolto" target="_blank">Ascolto</a>, Colloquio, Colloquio di motivazione, <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/21/03/2010/verso-la-terra-incognita-3-oltre-il-visibile/" target="_blank">Esistenza</a> (leggere anche <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/11/01/2010/verso-la-terra-incognita-1-verso-gli-altri/" target="_blank">1</a>, <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/05/03/2010/verso-la-terra-incognita-2-alla-scoperta-di-se-degli-altri-del-mondo-cosa-rende-possibile-il-cammino/" target="_blank">2</a>, <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/24/03/2010/verso-la-terra-incognita-4-lincanto-delle-cose/" target="_blank">3</a>), <a href="http://mondoailati.unical.it/files/dottorato/cicloXXIV/Progetti/Dattilo.pdf" target="_blank">Intersoggettività</a> (leggere anche <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/26/03/2010/verso-la-terra-incognita-5/" target="_blank">1</a>, <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/16/04/2010/verso-la-terra-incognita-6/" target="_blank">2</a>, <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/25/06/2010/verso-la-terra-incognita-7-laperto/" target="_blank">3</a>) andranno ridefiniti qui, alla luce delle nuove conoscenze personali, che illuminano ad ogni passo il lavoro educativo in un Centro di ascolto. Negli anni dedicati all&#8217;ascolto il valore delle parole si è chiarito e fissato sempre più per me. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Chiamo <em>esistenza spezzata</em> non solo la condizione tossicomanica, che costituisce l&#8217;oggetto precipuo delle &#8216;giornate&#8217; di cui parlerò, ma anche il danno, il disagio grave che talvolta colpisce chi è parte dei relativi sistemi di riferimento in cui le persone sono immerse.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">&#8216;Sempre in ascolto&#8217; non significa &#8216;una vocazione all&#8217;ascolto&#8217;, una scelta di vita, una missione&#8230; Vengono in nostro aiuto le parole di Cacciari, che definisce addirittura la nostra condizione creaturale come segnata da un&#8217;attitudine, un atteggiamento fondamentale, che è propriamente l&#8217;apertura alle ragioni dell&#8217;altro.<br /> Bertrand Russell ha definito la felicità come un &#8220;adeguare il ritmo dell&#8217;esistenza individuale al ritmo dell&#8217;esistenza universale&#8221;. Non l&#8217;esistenza collettiva, non l&#8217;immaginario di un&#8217;intera società o di un&#8217;epoca, della propria epoca&#8230; Piuttosto, l&#8217;esistenza universale, ciò che di universale c&#8217;è in ogni esistenza umana. L&#8217;esistenza in universale, quando essa esprime la sua natura, <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/04/03/2010/camminarsi-dentro-123/" target="_blank">ciò che le è più proprio</a>. Diremo, allora: &#8220;la creatura </span><em style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">è</em><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;"> in ascolto&#8221;, cioè &#8220;la creatura </span><em style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">esiste, si mostra, dà a vedere la sua natura profonda</em><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;"> quando si dispone all&#8217;ascolto&#8221;. Io trovo in questa apertura un motivo di felicità. <br />Noi siamo gli &#8216;ascoltanti&#8217;. <br />&#8220;Noi siamo un colloquio&#8221; (Eugenio Borgna). </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">* </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">La nostra <em>esperienza educativa</em> si riassume nella pratica dell&#8217;ascolto, nella relazione d&#8217;aiuto, nella costruzione di reti solidali con le famiglie dei ragazzi che si rivolgono al Centro in cerca di aiuto, nella costruzione di reti sociali con gli altri Enti e con le Professioni d&#8217;aiuto operanti nel territorio.<br /></span></p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/49126987?title=1&amp;byline=1&amp;portrait=1" frameborder="0" width="442" height="248"></iframe></p>
<p><a href="http://vimeo.com/49126987">Sigur Rós &#8211; Varúð (Valtari Mystery Film Competition)</a> from <a href="http://vimeo.com/diogolouro">Diogo Louro</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Rabbia illusione desiderio</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Oct 2012 10:21:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 9 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (425): Rabbia illusione desiderio Nelle relazioni sentimentali avviate sulla strada del tramonto l&#8217;incidenza di illusione, rabbia e desiderio è di varia intensità e peso. Siamo abituati a considerare ora l&#8217;una ora l&#8217;altra emozione, più interessante volgere lo sguardo ad esse, appuntando l&#8217;attenzione su una in particolare, per vedere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Martedì 9 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (425): Rabbia illusione desiderio</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Nelle relazioni sentimentali avviate sulla strada del tramonto l&#8217;incidenza di illusione, rabbia e desiderio è di varia intensità e peso. Siamo abituati a considerare ora l&#8217;una ora l&#8217;altra emozione, più interessante volgere lo sguardo ad esse, appuntando l&#8217;attenzione su una in particolare, per vedere cosa accade quando nello stesso tempo sia operante un&#8217;altra delle due rimanenti. Sicuramente, il desiderio si fa ostinato nelle sue richieste ossessive, come se fosse dovuto un abbraccio o una più completa &#8216;seduta&#8217; d&#8217;amore tutte le volte che ci sembra ragionevole abbracciare, toccare, penetrare&#8230;! Nelle cose d&#8217;amore una verifica severa sulle aporie del desiderio è data proprio dai riscontri negativi di cui si fa esperienza.  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La potenza dell&#8217;illusione sostiene sempre il desiderio. I ripetuti dinieghi, ad ogni nuova richiesta, saranno &#8216;oscurati&#8217; da più benevole interpretazioni di ciò che non viene riguardato senz&#8217;altro come diniego. Ogni schiaffo in faccia si fa massaggio, addirittura carezza! Vediamo solo quello che vogliamo vedere. È un po&#8217; come quando si chiede perché continui a stare con il partner alla moglie di un alcolista a cui sia stato spezzato un braccio dal coniuge abusante. Lei risponderà  press&#8217;a poco così: &#8220;Pasquale è buono, quando non beve&#8221;. Anche noi saremo portati a &#8216;ricordare&#8217; soltanto il bene ricevuto, che sarà esercizio corretto tutte le volte che ci troveremo a sperimentare lunghe file di continuità, ma che sarà utile volgere nel suo contrario tutte le volte che ci ritroveremo davanti alla porta chiusa. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Una buona responsabilità nel nostro vacuo errare risiede nella convinzione che il desiderio sia la radice dell&#8217;amore, che abbia addirittura una sua autonomia. Un tempo ero convinto che fosse un primum assoluto, che non ci fosse prova più grande del fatto di nominare il desiderio di fronte alla propria donna: cosa poteva costituire prova più grande del fatto di desiderarla? Che dire poi della rabbia, che interviene puntualmente a sostenere ogni &#8216;mossa&#8217; del desiderio, nel vano tentativo di spezzare incomprensibili resistenze? Solo l&#8217;alternanza con l&#8217;illusione &#8211; che possa cadere la resistenza con blandizie e complimenti &#8211; contribuisce ad attenuare la rabbia fino a depotenziarla. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">In ogni caso, le emozioni si fanno distruttive quando non si riesca a vedere, ad accettare il nuovo che avanza. Ma ciò che c&#8217;è da vedere non ci si mostra sempre nella sua palmare evidenza! Occorrono occhi di seconda vista per dare un nome a ciò che pure ci accade di &#8216;vedere&#8217;. Se &#8220;Amore non è cieco, anzi insegna a vedere&#8221;, diremo qui che non ci conduce solo alla corretta visione del bene che riceviamo: nel tempo della miseria, ci sostiene nella contesa di sapienza: ci dice quando è tempo di tornare a casa, quando il nostro tempo è scaduto!</span></p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/48815997?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0&amp;color=ffffff" frameborder="0" width="442" height="249"></iframe></p>
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		<title>Un elogio del silenzio</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Oct 2012 06:25:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 9 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (424): Un elogio del silenzio Anche la rabbia ne esce ridefinita. Nella sua forma più rozza e primitiva non è altro che &#8216;risposta&#8217; alle mancate risposte, ostinazione contro il silenzio. Quest&#8217;ultimo, nelle relazioni umane, non è altro che viltà o misconoscimento efficace della verità che l&#8217;altro non ha [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Martedì 9 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (424): Un elogio del silenzio</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Anche la rabbia ne esce ridefinita. Nella sua forma più rozza e primitiva non è altro che &#8216;risposta&#8217; alle mancate risposte, ostinazione contro il silenzio. Quest&#8217;ultimo, nelle relazioni umane, non è altro che viltà o misconoscimento efficace della verità che l&#8217;altro non ha niente da dirci. Allora, la rabbia non sarà rivolta all&#8217;altro e al suo silenzio, ma si farà astratto furore, che durerà fino a quando la verità ben rotonda non si accamperà sulla scena e noi ci sentiremo pacificati, se saremo capaci di riconoscere che di un addio si è trattato.<br /> Quanto lungo dovrà essere il silenzio del cuore, prima di arrivare ad ammettere che di questo si tratta? che altro non &#8216;arriva&#8217; fino a noi, se non duro silenzio? Non la durezza del cuore dell&#8217;altro o altre bizzarre invenzioni della mente aiuteranno a vedere giustamente. Il nostro significato è estinto.<br /> Gli addii possono essere bruschi oppure no. Quando non sono bruschi, essi hanno la caratteristica che stiamo cercando di descrivere da tutti i lati. Si risolvono semplicemente nel silenzio. L&#8217;altro attende l&#8217;illuminazione che ci faccia finalmente vedere ciò che pure è già evidente. <br /> Perché poi bisognerebbe preferire un brusco addio, quando comunque seguirà il silenzio e l&#8217;attesa dell&#8217;illuminazione che ci faccia vedere ciò che pure è già evidente?<br /> </span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/UNS0v_3d2Ss" frameborder="0" width="442" height="249"></iframe></p>
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		<title>Trovare le parole</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Oct 2012 04:27:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Martedì 9 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (423): Non avete niente da dirmi È importante trovare le parole, per riuscire finalmente a dire la cosa, quello che si agita dall&#8217;altra parte. O meglio, quello che si tace dall&#8217;altra parte. Insomma, del significato del silenzio abbiamo detto (quasi) tutto! Mancava da dire, forse, l&#8217;ultima possibilità, quella [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Martedì 9 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (423): Non avete niente da dirmi</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">È importante trovare le parole, per riuscire finalmente a dire la cosa, quello che si agita dall&#8217;altra parte. O meglio, quello che si tace dall&#8217;altra parte. Insomma, del significato del silenzio abbiamo detto (quasi) tutto! Mancava da dire, forse, l&#8217;ultima possibilità, quella che da tempo immemorabile era sotto i nostri occhi, ma che non riuscivamo a vedere, perché troppo evidente, tanto che ci accecava: voi non avete niente da dirmi. Delle verità luminose, questa è la più luminosa. Tutte le volte che qualcuno ha qualcosa da dire lo dice: potrà tacere una speranza segreta, ma si leggerà nei suoi occhi e nel volto e negli atti quello che &#8216;nasconde&#8217;; se, più probabilmente, né dagli occhi, né dal volto, né dagli atti trasparirà alcunché, possiamo tranquillamente concludere che quella persona non ha niente da dirci. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Non sarà più difficile pensare questa &#8216;indifferenza&#8217; o questa viltà, perché ha un nome: il nostro estinto significato. Una vanificazione, come direbbe il poeta Zanzotto. Quello che poteva tradursi in un incontro, in una relazione umana non è mai nato. Oppure, è venuto meno. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Ieri, 8 novembre 2012, sono riuscito a dire finalmente a lei, assimilandola alla schiera di cui è parte: voi non avete (più) niente da dirmi. A me queste parole sembrano bellissime, perché mi permettono di vedere chiaro quello che non riuscivo a vedere, a causa del potere distruttivo dell&#8217;illusione che, assieme alle altre due emozioni distruttive maggiori &#8211; la rabbia e il desiderio -, mi inducevano a persistere nell&#8217;errore: chiedere ancora e aspettare.</span></p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/49140998" width="442" height="300" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen></iframe></p>
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		<title>Il circo della farfalla</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Oct 2012 03:35:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 8 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (422): Il circo della farfalla]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Lunedì 8 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (422): Il circo della farfalla</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/jjOmiLerT7o" frameborder="0" width="442" height="249"></iframe></p>
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		<title>Altre voci</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Oct 2012 02:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 8 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (421): Altre voci ‎Riguardo ai bambini e alla loro psicologia, voglio che ci togliamo i paraocchi dell&#8217;abitudine. Voglio che riusciamo a vedere come ciò che fanno e che patiscono abbia a che fare con la necessità di trovare un posto alla propria specifica vocazione in questo mondo. I [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Lunedì 8 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (421): Altre voci</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><em>‎Riguardo ai bambini e alla loro psicologia, voglio che ci togliamo i paraocchi dell&#8217;abitudine. Voglio che riusciamo a vedere come ciò che fanno e che patiscono abbia a che fare con la necessità di trovare un posto alla propria specifica vocazione in questo mondo. I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati. L&#8217;immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell&#8217;ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze, nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene</em>. <br />James Hillmann, <em>Il codice dell&#8217;anima</em></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Osservare trepidanti un nipotino che gioca con le bolle di sapone o che avvia faticosamente la prima bicicletta personale può sembrare solo attesa preoccupata e partecipe, che non si risolva in delusione o in un sentimento di amara sconfitta la prova di sé a cui il piccolo si sottopone. In realtà, si assiste a qualcosa di più grande e misterioso, che rischiamo di non cogliere mai, assistendo indifferenti e distratti a un semplice gioco con il sapone o a una pedalata e basta. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Il piccolo affanno di quel piccolo cuore è il ripetuto affacciarsi alla vita, è un tentarla a tastoni, avanzare tra liane che trattengono e costituiscono inciampo, esitare, forzare le cose, cercare di emergere e finalmente sorridere alla vita stessa. Quel sorriso di gioia prorompe inconsapevole dal fondo enigmatico e buio dal quale noi tutti diviniamo, dando voce agli abissi della nostra libertà. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">C&#8217;è già cuore e anima in ogni gioco e capriccio, in ogni più spontaneo dire e fare. Essi poi torneranno a parlare solo a noi negli istanti cruciali, quando un sentimento oscuro ci chiamerà al fondo e saremo tentati di lanciare alla terra il nostro lungo addio, spodestati e stanchi&#8230; Da quel fondo medesimo verrà la voce che salva, un pianissimo e l&#8217;onda che assale più dolce la sera. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><br /> <iframe src="http://player.vimeo.com/video/49156239?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0&amp;color=ffffff" frameborder="0" width="442" height="188"></iframe></span></p>
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		<title>Braccia chiuse</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Oct 2012 13:08:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 7 ottobre 2012 CAMMINARSI DENTRO (420): Braccia chiuse Abbracciare ed essere abbracciati non sono la stessa cosa. Noi possiamo abbracciare i nostri nipotini, perfino i nostri cani, e sentirci ripagati, remunerati quasi del dono che facciamo, come se qualcuno stesse lì ad abbracciare noi, a confortare noi&#8230; Ma non è la stessa cosa [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Domenica 7 ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (420): Braccia chiuse</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Abbracciare ed essere abbracciati non sono la stessa cosa. Noi possiamo abbracciare i nostri nipotini, perfino i nostri cani, e sentirci ripagati, remunerati quasi del dono che facciamo, come se qualcuno stesse lì ad abbracciare noi, a confortare noi&#8230; Ma non è la stessa cosa che essere abbracciati! Forse le nostre braccia sono troppo grandi, troppo ampie per essere &#8216;contenute&#8217; da altre braccia o forse sbagliamo noi perché ci immaginiamo sempre con le braccia aperte, pronti a soccorrere o, più semplicemente, a fare la nostra parte: comprendere dentro le nostre braccia il bisogno di altri che attendono. Dovremmo, forse, chiudere le nostre braccia, e rannicchiarci quasi, per farci oggetto d&#8217;amore e permettere che altri facciano a noi quello che forse non dovremmo fare solo noi! Forse il segreto è tutto qui, nelle nostre braccia spalancate, come i nostri occhi che non si stancano mai di bere il mondo, di succhiare quasi tutta la bellezza che promana umile dalle cose. È possibile stringere in un abbraccio anche lei, senza che si avveda che nel contatto casuale da cui ci sciogliamo troppo presto si nasconde un bene lungamente atteso che sognavamo per noi. È forse solo da lei che ci attendiamo lo scioglimento, che la guerra dei fraintendimenti e delle incomprensioni cessi, per non rinnovare altre vanificazioni e ritrovarsi qui ancora con le braccia saldamente aperte!</span></p>
<p>. <iframe src="http://www.youtube.com/embed/0ZEGmcJuIIQ" frameborder="0" width="442" height="249"></iframe></p>
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		<title>Ho cambiato vita</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Oct 2012 03:43:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 1° ottobre 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (419): Ho cambiato vita * La lettura della mia amica TartaRugosa di SERENA ZOLI, Ho cambiato vita. Storie di chi ce l&#8217;ha fatta, EDIZIONI SAN PAOLO, Milano 2011 «E’ sempre interessante conoscere le altrui storie, nonché le inquietudini che portano a scegliere fondamentali svolte. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Lunedì 1° ottobre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (419): Ho cambiato vita</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">*</span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/10/hocambiatovita.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-15517" title="hocambiatovita" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/10/hocambiatovita.jpg" alt="" width="200" height="330" /></a><a href="http://tartarugosa.wordpress.com/2012/09/30/tartarugosa-ha-letto-e-scritto-di-serena-zoli-2011-ho-cambiato-vita-storie-di-chi-ce-lha-fatta-edizioni-san-paolo-milano/" target="_blank"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">La lettura della mia amica TartaRugosa di SERENA ZOLI, <em>Ho cambiato vita. Storie di chi ce l&#8217;ha fatta</em>, EDIZIONI SAN PAOLO, Milano 2011</span></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">«E’ sempre interessante conoscere le altrui storie, nonché le inquietudini che portano a scegliere fondamentali svolte. Ne so bene qualcosa, visto che per sopravvivere trascorro metà dell’esistenza sotto terra. Chissà in quale categoria mi inserirebbe Serena Zoli … </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Già. L’autrice di questo testo opera una distinzione tra le diverse opzioni che, prima o poi (oppure mai) inducono a dire basta con lo stile condotto fino a quel momento per lanciarsi in nuove sfide. Vediamole. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">1) <strong>Cambiare perché si vuole cambiare</strong>: “Spesso l’età del mutamento si aggira sui quarant’anni”, quella metà del cammino dove lo sguardo si rivolge all’interiorità e “da questa identità più profonda può spuntare fuori e imporsi qualche nuova passione: mollo tutto e faccio quest’altra cosa che mi piace tanto”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">2) <strong>La scelta del non-profit</strong>. Se il lavoro abituale ha perso l’anima si può scegliere di aderire al lavoro non-profit: “paghe minori rispetto alle imprese profit, ma pienezza di senso. Quello che fai aiuta davvero qualcuno, fa davvero la differenza per tante persone in difficoltà … lavorare nel non-profit significa tornare a sentirsi protagonisti, riprendersi la vita in un altro modo” </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">3) <strong>Ripartire a sessant’anni</strong>. Ci si riferisce a coloro che la stessa Zoli classifica come generazione fortunata, ovvero i nati tra il 1935 e il 1955, che possono contare sulla pensione e che vedono di fronte a sé circa un ventennio in piena salute prima della vera vecchiaia. “C’è chi si imbarca in una nuova carriera, chi cambia non solo città ma continente, chi si impegna nel volontariato, chi rende affare quello che prima era solo una passione”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">4) <strong>Abbandonare l’Italia</strong>. “La Fondazione Migrantes, dei quasi quattro milioni di emigranti, indica che la metà è sotto i trentacinque anni … Milano è in testa con 46.000 persone contro le 34.000 di Napoli. Non più il Sud, non più la mera necessità a spingere questi espatri”. Da un sondaggio de La Repubblica (22.10.10) le motivazioni dichiarate da chi sceglie di vivere all’estero riguardano “disgusto per la politica, corruzione che fa rima con raccomandazione, orizzonti claustrofobici, incertezza dei diritti”. Singolare che di questi protestatari, molti siano disposti a riciclarsi in mestieri umili decisamente snobbati in Italia. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">5) <strong>Scalare una marcia</strong> (in inglese downshifter): “oggi che dal lavoro tantissimi si sentono derubati piuttosto che appagati, si fa strada il sogno di lavorare meno, di avere meno stress da competizione quotidiana, di raggiungere minori vette di risultati e di professionalità e va benissimo, allora, che gli introiti siano inferiori, a volte che sparisca lo stipendio certo, e che i benefit si dissolvano: in cambio si aspettano, tout court, di vivere”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">A supporto di questi filoni, Serena Zoli racconta piccole storie di persone che si sono date una seconda opportunità esistenziale. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Camilla e Franco, entrambi con professioni ben remunerate e ben avviate, ma insoddisfatti della qualità di vita che si respira a Milano e in generale in Italia, si fanno contagiare dal mal d’Australia e decidono di trasferirsi nel quinto continente per aprire una gelateria. A volte però il desiderio di cambiare luogo andrebbe valutato con un miglior ascolto del proprio scontento interiore. Dopo varie vicissitudini, Camilla e Franco – che pure considerano positivamente la loro scelta nonostante gli australiani ritengano il gelato cibo-spazzatura e preferiscano il McDonald’s – nel raccontare le difficoltà per trovare risorse e personale confessano: “Da quando ci siamo trasferiti qui abbiamo scoperto tutta la nostra italianità, ci sentiamo italiani a 360 gradi. Però quando torniamo in Italia, ogni anno, dopo dieci giorni non ne possiamo più del traffico, del modo di vivere convulso, dell’aggressività. Insomma, vogliamo tornare a casa. Ma una volta qui, a Caloundra, vediamo tutti i difetti del posto e ci lamentiamo. Chi vuole espatriare, sappia che non si sentirà più completamente a casa in nessun posto”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Dal mal d’Australia al mal d’Africa con due storie completamente diverse. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Riccardo Orizio, al culmine di un’invidiata carriera di giornalista, a 41 anni abbandona tutto e si trasferisce in Kenya, dove apre il primo lodge composto da sei grandi cottage. Il turismo che qui propone è di gran lusso: 500 euro al giorno (esclusi voli internazionali e interni). Ma vuoi mettere? “dopo una giornata a piedi o in Land Rover nella savana, si può cenare sulla veranda a lume di candela con piatti di una cucina gourmet mentre qualche animale selvatico guarda dai bordi del campo … mentre i masai responsabili della sicurezza vigilano dotati di lancia e torcia”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Dietro a un turismo d’élite, però, ci sta un’altra motivazione: “i turisti devono sapere che venendo in safari aiutano la conservazione della savana e degli animali. Il Masai Mara ha bisogno di turisti: i nuovi lodge e campi tendati che sono stati creati avendo in mente l’interesse della comunità masai e della natura sono gli strumenti migliori per far sì che tutto ciò di cui io e molti altri ci siamo innamorati sia trasmesso alle generazioni future. Col suo fascino intatto”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il caso di Vanna, invece, va in tutt’altra direzione. Il primo passo è l’innamoramento del paesaggio senegalese che spinge Vanna e marito alla radicale scelta di lì trasferirsi, vendendo tutto ciò che avevano in Italia. La morte del marito in un incidente e della madre ultranovantenne che si era portata appresso perché sola e anziana, inducono Vanna a pensare se fare rientro in Italia o rimanere a Thiès. Non potendo più contare sulle rendite economiche pensionistiche, Vanna decide di aprire un bed&amp;breakfast con due tipi di vacanza per gli ospiti: una tutta riposo con piscina, sole, mare, casa e una più finalizzata a conoscere il vero Senegal con gite di un giorno ciascuno. Pubblicità attraverso Internet curato dal figlio trentasettenne, trasferitosi pure lui in Senegal. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">C’è poi chi non va molto lontano. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Simone scegli Val di Lara, tra le Cinque Terre e La Spezia per fare downshifter. Manager con notevoli riconoscimenti e guadagni, a 41 anni chiude tutto. “Chissà che stipendio avrei oggi, ma di sicuro sto meglio come sono ora. Per fare questa scelta ho ridotto tutto: mi bastano 700 euro al mese per vivere. E sono pronto a dimostrarlo a chiunque non mi creda. Il problema, infatti, non è quanto guadagni. Il punto è quanto spendi”. Gli introiti se li procura scrivendo, facendo lo skipper in conto terzi e lavando e rimettendo in sesto le barche. “Io la crisi non la sento, perché mi ero già messo in crisi prima, non compro mai niente, abbiamo già così tanto di tutto. Ma se non si riflette a fondo su che cosa davvero dà o no dà ben-essere e non ci si mette in discussione, la crisi c’è eccome, e senza più quel rassicurante orizzonte economico lì sei perso. Altrimenti smontare il gioco è semplice. Diabolicamente semplice”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Altre piccole storie avvalorano questo principio del guardarsi dentro per capire che cosa vuoi veramente. Molte sono le testimonianze di scelte di uso dei soldi per finanziare progetti a tutela dei soggetti deboli (bambini di strada a rischio di pedofilia, costruzione di scuole, centri d’accoglienza e ambulatori) nei diversi paesi del mondo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ma non mancano scelte di vita diverse legate alla scoperta della propria individuazione, come nel caso di Liliana Segre che a sessant’anni ha deciso di diventare una testimone pubblica della shoah, oppure del magistrato Giuliano Turone che alla soglia dei cinquant’anni scopre la passione per il teatro indipendente e decide di studiare presso il Centro Teatro Attivo e diventare attore. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Una lettura adatta per chi, nelle sue incursioni nel profondo, trova materia per dire: “cambio vita”».</span></p>
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		<title>Quello che possiamo promettere</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Sep 2012 18:14:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 30 settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (418): Quello che possiamo promettere 58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Domenica 30 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (418): Quello che possiamo promettere</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">58. <em>Ciò che si può promettere</em>. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell&#8217;amore, dell&#8217;odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un&#8217;azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amero, compirò verso di te le azioni dell&#8217;amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l&#8217;illusione che l&#8217;amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell&#8217;apparenza dell&#8217;amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. &#8211; FRIEDRICH NIETZSCHE, <em>Umano, troppo umano</em></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">La verità dell&#8217;assunto niciano risiede nel fatto che per noi oggi la sfera tutta del sentire &#8216;contiene&#8217; porzioni significative della vita della coscienza che ci sfuggono: non siamo del tutto padroni del nostro sentire. <br />Le ragioni che sono alla base dell&#8217;amore ci sono in parte note, in parte sconosciute. <br />Quello che diviniamo dal nostro fondo enigmatico e buio ci rivela a noi stessi e alla persona amata </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px;">Tuttavia, preferiamo concentrare la nostra attenzione su ciò di cui siamo consapevoli, trattando separatamente l&#8217;area dell&#8217;inconsapevolezza, come se quest&#8217;ultima fosse estranea alla vita del sentimento, un&#8217;espressione involontaria non riconducibile alla sua natura!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">In questo senso, possiamo dire che i sentimenti sono involontari. Almeno in parte, sfuggono al nostro controllo. Di qui il rischio ricorrente dell&#8217;illusione. Non è poi così difficile inseguire le sirene di un cuore che poi si rivelerà di poco pregio!</span></p>
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		<title>Impazienza</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Sep 2012 08:53:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 29 settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (417): Impazienza Tutti gli errori umani sono impazienza, interruzione precipitosa di ciò che è metodico, apparente recinzione intorno all&#8217;apparente. &#8211; FRANZ KAFKA, Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via E altrove, ancora sull&#8217;impazienza Kafka scrive: Negli uomini ci sono due peccati capitali, da cui [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Sabato 29 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (417): Impazienza</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><em>Tutti gli errori umani sono impazienza, interruzione precipitosa di ciò che è metodico, apparente recinzione intorno all&#8217;apparente.</em> &#8211; FRANZ KAFKA, <em>Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via</em></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">E altrove, ancora sull&#8217;impazienza Kafka scrive:</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"><span style="font-size: 20px; line-height: 21px;"><em>Negli uomini ci sono due peccati capitali, da cui derivano tutti gli altri: impazienza e negligenza. Per l&#8217;impazienza sono stati cacciati dal Paradiso, per la negligenza non vi tornano. Ma forse c&#8217;è un solo peccato capitale: l&#8217;impazienza. Per l&#8217;impazienza sono stati cacciati, per l&#8217;impazienza non ritornano</em>. - FRANZ KAFKA, <em>Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via</em></span></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"><span style="font-size: 20px; line-height: 21px;">Quante volte abbiamo avviato un&#8217;azione di cui poi ci siamo pentiti!, e questo è il caso a noi tutti ben noto. Forse meno numerosi sono i casi in cui, trattandosi di una relazione sentimentale o di legame educativo, abbiamo cercato subito l&#8217;effetto desiderato, magari con una lettera inappropriata o con una espressione verbale risentita, dando così adito alle critiche più smaccate e ipocrite. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"><span style="font-size: 20px; line-height: 21px;">Più significativo ancora, io credo, è il caso di un legame affettivo mai nato o nato male, a causa di movimenti affrettati ai quali ci siamo abbandonati perché non riuscivamo a fare altro. Bisognava parlare, dare un nome alle cose, anche se non erano ancora &#8216;cose&#8217;! Allo stato nascente, infatti, ogni relazione umana non è forma. Come si può pretendere che abbia già un nome ciò che non ha forma? E le cose prendono forma semplicemente sotto la spinta che imprimiamo noi al corso delle cose stesse? Quante volte un&#8217;amicizia non è mai nata, eppure noi ci siamo &#8216;lanciati&#8217; con iniziative rivolte a persone che male hanno gradito il nostro entusiasmo? Abbiamo supposto che ormai era cosa fatta: eravamo amici! </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"><span style="font-size: 20px; line-height: 21px;">Probabilmente, è più prudente, cioè più saggio aspettare, addirittura non presumere nulla di buono. Non aspettarsi che le cose andranno bene. Può risultare piacevole in seguito ritrovarsi accanto persone che avranno apprezzato la nostra discrezione, il passo breve, la giusta attesa. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif;"><span style="font-size: 20px; line-height: 21px;">Le smentite della realtà sono dolorose, tanto che molti preferiscono non agire per niente, standosene buoni ad aspettare non si sa bene cosa. Decidono, contemporaneamente e contraddittoriamente, in materia di sentimenti, di essere <em>single</em> e lo sbandierano ai quattro venti. Sperano così che il mondo, informato della cosa, corra a leggere il curricolo, magari nel Profilo di una rete sociale, convinti che la condizione di <em>single</em> sia solo un&#8217;esca lanciata lì per qualcuno che a sua volta non sopporti una condizione che potrebbe anche non essere provvisoria: chi può dire cosa ci riservi la sorte, una volta che abbiamo deciso di non illuderci più, passando il tempo a rincorrere chi non ha tempo né voglia di dedicarsi a noi?</span></span></p>
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		<title>Oltre Itaca</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Sep 2012 12:29:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 27 settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (416): Non poter amare Il dolore più intenso non è l&#8217;infelicità, bensì l&#8217;incapacità di tendere alla felicità; l&#8217;intelligenza può solo fingere, per sopravvivere, di non accorgersene, anche se il riso della conoscenza prorompe forte e disincantato. &#8211; CLAUDIO MAGRIS, Itaca e oltre E&#8217; doloroso ricevere da una cara [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Giovedì 27 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (416): Non poter amare</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;"><em>Il dolore più intenso non è l&#8217;infelicità, bensì l&#8217;incapacità di tendere alla felicità; l&#8217;intelligenza può solo fingere, per sopravvivere, di non accorgersene, anche se il riso della conoscenza prorompe forte e disincantato</em>. &#8211; CLAUDIO MAGRIS, <em>Itaca e oltre</em></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">E&#8217; doloroso ricevere da una cara amica la notizia della fine dell&#8217;amore della sua vita. E ancor più doloroso sentirle dire che il dolore che la sta devastando non è dato dalla perdita della persona amata ma dal non poter amare. <br />Uno spirito analitico non tarderebbe a scorgere dietro tutto ciò nient&#8217;altro che lutto. Noi crediamo, invece, che si tratti d&#8217;altro. Questa infelicità, che conosciamo bene, che molti conoscono per non essere parte della schiera dei favoriti degli dèi, è l&#8217;impossibilità di cogliere la felicità, di afferrarla, pur avendola a portata di mano. <br />Come non pensare, infatti, che là fuori ci sono innumerevoli persone alle quali sarebbe possibile dare il proprio amore e nello stesso tempo sentire che ora non è prudente, che sarebbe solo un modo per compensare una mancanza, che a un&#8217;illusione finita si corre il rischio di aggiungere una nuova illusione, aprendo il proprio cuore alla persona &#8216;sbagliata&#8217;?</span></p>
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		<title>Stupidità e dono</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Sep 2012 08:01:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 27 settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (415): Perché solo il bene alla fine è degno di considerazione La rozzezza è la prassi della stupidità &#8211; ROBERT MUSIL Il tempo della lotta per il riconoscimento è finito (per me). Le vane richieste e l&#8217;affanno e la preoccupazione di essere finalmente accettato, accolto, apprezzato, magari giudicato [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Giovedì 27 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (415): Perché solo il bene alla fine è degno di considerazione<br /></span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;"><em>La rozzezza è la prassi della stupidità</em> &#8211; ROBERT MUSIL</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">Il tempo della lotta per il riconoscimento è finito (per me). Le vane richieste e l&#8217;affanno e la preoccupazione di essere finalmente accettato, accolto, apprezzato, magari giudicato per il mio lavoro o per le mie qualità umane sono pratiche abbandonate, a vantaggio di un più sereno sentire, fatto di pacificato stupore, per l&#8217;umana stupidità. <br />Questo divertito stupore che a volte mi assale è come una benedizione, perché mi consente di vincere l&#8217;impazienza, che sempre vorrebbe esigere giustizia, andare addirittura all&#8217;incasso, come se da qualche parte ci fosse uno sportello approntato per noi, per farci ritrovare l&#8217;incanto perduto! <br />Siamo liberi di continuare a credere che quanto ci è stato negato fin qui sarà prontamente elargito, magari con qualche altra dilazione ancora, ma arriverà, oh, arriverà il premio ambito. Qualcuno si alzerà per dire sì, e allora potremo perdere i sensi per raggiunto orgasmo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">La fiera della vanità, con il corteo dei trucchi e delle meschinità che sempre contraddistinguono le condotte degli stupidi, sta lì, sempre in prima pagina. E&#8217; come quel tipo di Educatore &#8211; si fa per dire! &#8211; che non risponde al telefono, se lo chiami, e che non risponde alle tue lettere, se gli scrivi, facendo derivare il proprio potere da questi gesti regali che apparentano le persone alle più basse specie prive di anima. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">Le &#8216;virtù&#8217; italiche sono note. Furono elencate da Leopardi nel suo famoso <em>Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl&#8217;Italiani</em>. Da allora nulla è cambiato. Gli italofoni si affannano tutti ad inseguire vane chimere, facendosi guidare dalle sirene del potere. Disdegnano la pubblica utilità e la lealtà civile, a vantaggio di immediati riconoscimenti, strappati con i mezzi più abietti. L&#8217;importante in Italia è sempre vincere, mai partecipare. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">Io preferisco per me questo tempo di mezzo, non più torrida estate, non ancora pungente inverno, in cui sembra di potersi fermare ancora a conversare, magari nello spazio virtuale, con dolci amici e conoscenti, che non disdegnano il retto conversare cittadino, accompagnandosi con donne virtuose &#8211; le famose trenta! &#8211; e riservate che preferiscono il riserbo al clamore della scena. <br />E&#8217; possibile incontrare ancora donne di cui non si conoscano le nudità e che non aspirino a stare sotto i riflettori, mai dimentiche di sé, dei loro concreti doveri, giustamente chiuse nel perimetro della loro esperienza umana.<br />Questo tempo passerà, e come non ci lamentammo del caldo eccessivo, non lo faremo con il freddo eccessivo, e non ci attarderemo a discettare sulle mezze stagioni e sull&#8217;aumento dei prezzi. Altre delizie ci attendono, nell&#8217;arena della vita, dove non si consumano aspre contese per un posto in seconda fila. Non siamo nati per primeggiare noi, ci basta un posto qualsiasi da dove sia possibile sentire distintamente le voci care di coloro che non sono mai risentiti con noi.<br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">Da questa umanità senza potere riceveremo tanti doni, non insperati, perché  ciascuno di coloro che amiamo non ha bisogno delle nostre richieste per pronunciare il sì per cui forse siamo venuti al mondo, per cui ci siamo sollevati al di sopra della condizione misera da cui proveniamo.</span></p>
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		<title>Perdersi</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Sep 2012 05:59:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 22 settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (414): Perdersi Attraversare l&#8217;esperienza della perdita è duro ad ogni età. Il senso di vuoto che si prova non è mancanza dell&#8217;oggetto d&#8217;amore (soltanto). Siamo noi quel &#8216;vuoto&#8217;. Le cose si appannano perché il nostro sguardo è appannato. In verità, non vogliamo tenere gli occhi spalancati sul mondo, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">Sabato 22 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 20px;">CAMMINARSI DENTRO (414): Perdersi<br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">Attraversare l&#8217;esperienza della perdita è duro ad ogni età. Il senso di vuoto che si prova non è mancanza dell&#8217;oggetto d&#8217;amore (soltanto). Siamo noi quel &#8216;vuoto&#8217;. Le cose si appannano perché il nostro sguardo è appannato. In verità, non vogliamo tenere gli occhi spalancati sul mondo, perché vedremmo solo &#8216;cose&#8217;, non il colore delle cose. <br />Se una lezione dobbiamo ricavare da questa esperienza forse è proprio in questa destituzione di senso che riguarda noi, i soggetti amorosi. Perdere un amore significa perdersi, smarrire il senso di sé, una porzione grande della propria identità. <br />E se esce intaccata, ferita l&#8217;identità personale, vorrà dire che aveva senso la teoria dell&#8217;amore che assegna al soggetto amoroso l&#8217;importanza più grande: nell&#8217;esperienza sentimentale a due esce accresciuta la mia identità, addirittura realizzo la mia identità, cioè rendo reale una parte di me, forse la più importante, la più grande di fronte all&#8217;altro. <br />L&#8217;abbandono della relazione, la separazione di fatto, la mancanza che conseguono alla rottura del legame si costituiscono come una &#8216;negazione&#8217; di me, un rifiuto, un mutamento del giudizio che sorreggeva il sentimento, il venir meno del valore che mi era stato assegnato. Perciò è corretto pensare che di me si tratta, della mia identità, del mio modo di consistere e di declinarmi nel mondo.<br /></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">Sotto lo sguardo dell&#8217;altro io &#8216;apro&#8217; il mio cuore e lascio &#8216;entrare&#8217; l&#8217;altro, che non è soggetto conoscente soltanto ma prima di tutto senziente, paziente, parlante. L&#8217;altro &#8216;risponderà&#8217; a quell&#8217;apertura. Dovrà decidere che farsene della mia libertà, se legarla a sé con il legame d&#8217;amore o con lacci e catene; dovrà dare un senso ai giorni, e nelle costellazioni di senso che ne deriveranno dovrà decidere quale posto io occupi nel ritaglio di tempo in cui mi sarà dato poi consistere. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">Tuttavia, la mia esistenza non dipende interamente dal &#8216;consenso&#8217; dell&#8217;altro. Se così fosse, mi ritroverei nell&#8217;assoluta insicurezza (un capitolo importante de <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/L'io_diviso" target="_blank"><em>L&#8217;io diviso</em> di Ronald Laing</a>, sulla schizofrenia, non a caso è intitolato <em>L&#8217;insicurezza ontologica</em>). La dipendenza dall&#8217;altro, nella relazione sentimentale, è &#8216;fisiologica&#8217;. Essa diventa patologica quando si fa <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=1&amp;cad=rja&amp;ved=0CCUQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.gabrielederitis.it%2Fwordpress%2FCULTURA%2FPSIcologia-chiatria-coanalisi%2FCognitivisti%2Fdipendenza-disfunzionale.pdf&amp;ei=emBdUOTkGtHLswa69ICQBw&amp;usg=AFQjCNGFw1wrixxuVs_Xp-65oKxPlVl1yA&amp;sig2=rx9MYqNPHjDXDLotwbp3vA" target="_blank">disfunzionale</a>.<br />La mia esistenza non dipenderà in modo disfunzionale da quella dell&#8217;altro, se la mia fragilità e i miei limiti saranno &#8216;rispettati&#8217; e se saprò custodire lo spazio interiore, difendendolo dagli &#8216;attacchi&#8217; esterni, anche della persona oggetto del mio amore. Non debbo permettere che parti importanti della mia esistenza siano erose dall&#8217;insicurezza dell&#8217;altro. Se questo accade, vuol dire che da una parte o dall&#8217;altra ci sono carenze nella &#8216;costruzione&#8217; dell&#8217;edificio della personalità che si riverberano sulla relazione sentimentale. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">Escluso tutto ciò che è disfunzionale, patologico, non resta che considerare  lo stato di &#8216;sofferenza&#8217; personale che deriva da una &#8216;normale&#8217; perdita sentimentale. L&#8217;elaborazione del &#8216;lutto&#8217; non è compito che si possa esaurire in un tempo breve. Dopo anni, talvolta decenni, andati in fumo, si tratta di &#8216;ridefinire&#8217; il senso di quegli anni, di quei decenni. La persona amata era quella &#8216;giusta&#8217; per noi? Eravamo &#8216;compatibili&#8217;? Era prevedibile l&#8217;esito finale? Poteva essere evitato con comportamenti più adeguati? Le infinite domande a cui sottoporremo la nostra coscienza serviranno a &#8216;liberare&#8217; la coscienza stessa da quelle forze che ci legano ancora a chi non c&#8217;è più. <br />Al di là e oltre ogni strategia ed esercizio e &#8216;terapia&#8217;, però, conta saper illuminare la propria esperienza, rendendo chiare le ragioni che hanno portato a stringere una relazione come quella che è stata appena distrutta. Apprendere dall&#8217;esperienza è compito difficile, e su esso torneremo, ma di questo si tratta: di fare i conti solo con se stessi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">Quello che non possiamo fare è questo: revocare in dubbio le scelte consapevoli fatte. Amore non è cieco, anzi insegna a vedere. Amore è visionario, creativo, immaginifico&#8230; L&#8217;investimento sentimentale prodotto non può essere svilito, come se fossimo stati guidati da forze oscure! Noi abbiamo scelto proprio quella persona, con i suoi difetti ben noti a noi. Non eravamo ciechi nel momento della scelta. Non possiamo dichiararci oggi &#8216;desti&#8217;, come se fossimo &#8216;dormienti&#8217;! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 20px; line-height: 21px; text-align: justify;">Noi possiamo fare una sola cosa, con onore: accettare la lontananza, l&#8217;assenza, la mancanza, la perdita come &#8216;prezzi&#8217; da pagare, per l&#8217;esito &#8216;negativo&#8217; di una nostra impresa umana. L&#8217;esperienza del dolore, poi, è connaturata alla condizione umana. La vita è fatta di assenze, separazioni, perdite.  <br />C&#8217;è un tempo anche per il dolore. Non possiamo sottrarci al potere del tempo. Viviamo nel tempo. Siamo il tempo della nostra coscienza. <br />Distillare istante per istante ogni &#8216;colpo&#8217; che verrà dal dolore conseguente alla perdita. Solo così potremo assegnare il giusto posto nella nostra esistenza all&#8217;esperienza sentimentale conclusa. Dal significato che sapremo dare ad essa dipenderanno le scelte che faremo ancora per dare senso alla nostra vita, intrecciando nuovi legami sentimentali.</span></p>
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		<title>Parlami d&#8217;amore 2 &#8211; Frédéric Beigbeder</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Sep 2012 22:40:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Venerdì 14 settembre 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (411): Parlami d&#8217;amore / 2 - Una passione a tempo&#8220;Così racconto l&#8217;egoismo romantico&#8221;  ANAIS GINORI, Una passione a tempo&#8220;Così racconto l&#8217;egoismo romantico&#8221;  Parla Frédéric Beigbeder, autore del libro &#8220;L&#8217;amore dura tre anni&#8221;, celebre per i suoi personaggi affettivamente disillusi. Secondo lo scrittore francese la coppia [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Venerdì 14 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (411): Parlami d&#8217;amore / 2 - Una passione a tempo<br />&#8220;Così racconto l&#8217;egoismo romantico&#8221; </span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/edizione2012/2012/07/26/news/una_passione_a_tempo_cos_racconto_l_egoismo_romantico-39737857/" target="_blank"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">ANAIS GINORI, <em>Una passione a tempo</em><br /><em>&#8220;Così racconto l&#8217;egoismo romantico&#8221; </em></span></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Parla Frédéric Beigbeder, autore del libro &#8220;L&#8217;amore dura tre anni&#8221;, celebre per i suoi personaggi affettivamente disillusi. Secondo lo scrittore francese la coppia deve accontentarsi di un amore a tempo limitato. Sono altre le forme di relazione che sopravvivono in eterno, come il legame tra genitori e figli. &#8211; la Repubblica, 26 luglio 2012</span></p>
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		<title>Leggere FEDERICO RAMPINI, &#8220;Non ci possiamo più permettere uno stato sociale&#8221; Falso!, LATERZA</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/13/09/2012/leggere-federico-rampini-non-ci-possiamo-piu-permettere-uno-stato-sociale-falso/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Sep 2012 08:10:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 13 settembre 2012 POLITICA e SOCIETA&#8217; Leggere FEDERICO RAMPINI, &#8220;Non ci possiamo più permettere uno stato sociale&#8221; Falso! Molti si sono convinti che il nostro welfare è un lusso, che mantenendo certe conquiste sociali abbiamo &#8216;vissuto al di sopra dei nostri mezzi&#8217;, e che è ora di ridimensionarci. Ma siamo sicuri che sia l&#8217;unica [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Giovedì 13 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">POLITICA e SOCIETA&#8217;</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Leggere <a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788842095026" target="_blank">FEDERICO RAMPINI, <em>&#8220;Non ci possiamo più permettere uno stato sociale&#8221; Falso!</em></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/rampini.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15413" title="rampini" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/rampini-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a>Molti si sono convinti che il nostro welfare è un lusso, che mantenendo certe conquiste sociali abbiamo &#8216;vissuto al di sopra dei nostri mezzi&#8217;, e che è ora di ridimensionarci. Ma siamo sicuri che sia l&#8217;unica alternativa possibile? Siamo davvero sicuri che l&#8217;Europa è in declino perché statalista e assistenziale? Chi lo ha detto che lo Stato sociale deve essere smantellato? </span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Gli idoli e le nozioni false che hanno invaso l&#8217;intelletto umano gettandovi radici profonde [...] assediano la mente umana sì da rendere difficile l&#8217;accesso alla verità e ciò è tanto più insidioso se gli uomini, di ciò avvisati, non si mettono in condizione di combatterli. Francesco Bacone, Novum Organum </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sono le parole di un filosofo del Seicento, ma parlano anche a noi e al nostro tempo. Perché invitano a porre attenzione ai condizionamenti che influenzano il nostro modo di ragionare. Anche quando non ce ne rendiamo conto, su di noi agiscono gli idola, categorie mentali che abbiamo interiorizzato e mai messo in discussione. Gli idola sono frasi fatte, ripetute a gran voce dai media, rilanciate dai politici e dagli opinion makers, sono luoghi comuni radicati nell&#8217;opinione pubblica e duri a morire. Sono capaci di allontanarci da scelte consapevoli, sono seducenti e accattivanti, è facile restarne prigionieri. <br />«Idòla», la nuova collana Laterza, si ispira al pensiero del grande filosofo inglese e si propone come un antidoto contro i falsi assiomi, che circolano ampiamente nel dibattito pubblico, senza venire confutati, malgrado la loro fragilità. <br />Si tratta di testi agili, ognuno dei quali riassume nel titolo lo slogan che intende mettere in discussione e lo bolla con il timbro «Falso!».</span></p>
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		<title>Parlami d&#8217;amore 1 &#8211; Natalia Aspesi</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Sep 2012 22:47:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 13 settembre 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (410): Parlami d&#8217;amore / 1  -  Sesso, bugie e disincanto: l&#8217;Italia nella posta del cuore NATALIA ASPESI, Sesso, bugie e disincanto: l&#8217;Italia nella posta del cuore Con quali parole si narra una passione che nasce o una che finisce? Nelle lettere a un giornale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Giovedì 13 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (410): Parlami d&#8217;amore / 1  -  Sesso, bugie e disincanto: l&#8217;Italia nella posta del cuore</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/edizione2012/2012/07/20/news/sesso_bugie_e_disincanto_l_italia_nella_posta_del_cuore-39386477/" target="_blank"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">NATALIA ASPESI, <em>Sesso, bugie e disincanto: l&#8217;Italia nella posta del cuore </em></span></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Con quali parole si narra una passione che nasce o una che finisce? Nelle lettere a un giornale c&#8217;è un campionario di segreti nascosti anche a se stessi. Chi scrive conosce già le risposte e disprezzerebbe i consigli. &#8211; la Repubblica, 20 luglio 2012</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Spalancare le finestre</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2012 09:21:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 10 settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (409): Le angustie della mente La nostra angustia ci è sfuggita fin troppo. Da cinque anni, ormai, non facciamo altro che parlare di noi, delle nostre umidità gastriche, come avrebbe detto Sartre. Senza costrutto. Scrivere avrà fatto sicuramente bene a noi. Sarà stato &#8216;igiene mentale&#8217;. Saremo venuti in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Lunedì 10 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (409): Le angustie della mente</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">La nostra angustia ci è sfuggita fin troppo. Da cinque anni, ormai, non facciamo altro che parlare di noi, delle nostre umidità gastriche, come avrebbe detto Sartre. Senza costrutto. Scrivere avrà fatto sicuramente bene a noi. Sarà stato &#8216;igiene mentale&#8217;. Saremo venuti in chiaro di noi stessi. Ma fuori di qui, nella vita di relazione, nelle relazioni significative tutto è andato peggio di come avremmo voluto.  Abbiamo avuto la conferma del fatto che la scrittura non serve a niente. Non serve, soprattutto, a farci amare (di più). Anche questo esercizio si è rivelato una pratica privata, solitaria. L&#8217;unico risultato conseguito è la chiarezza. Potremmo continuare all&#8217;infinito a mettere puntini sulle i &#8211; e lo faremo ancora! -, ma senza convinzione. Senza altra ragione, se non quella privata: si scrive per se stessi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">Anche se questa è solo una delle Rubriche curate, di certo è la più corposa. È quasi la ragion d&#8217;essere di questo sito. Oggi mi ritrovo a pensare che è angustia della mente, ormai, questo insistere sulla propria vita sentimentale. È tempo di spalancare gli occhi. Spalancare le finestre.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">* </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">Ritrovarsi per qualche decennio in una condizione di stallo, e addirittura vedere regredire la qualità della propria vita, e persistere nell&#8217;<em>errore</em> è forse cosa che meriti ancora analisi e approfondimenti? Ormai, è solo noia.</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Rinunciare a rendersi infelici</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Sep 2012 08:18:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 9 settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (408): Rinunciare a rendersi infelici Temo che pochi conoscano il potere distruttivo delle illusioni, che ne siano cioè coscienti. La nostra mente è disposta ad ammettere questo fenomeno. Altra cosa è riconoscere nella propria esistenza i segni di tale azione, considerando ampie porzioni temporali dell&#8217;esistenza stessa. Riconoscere di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 9 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (408): Rinunciare a rendersi infelici</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">Temo che pochi conoscano il potere distruttivo delle illusioni, che ne siano cioè coscienti. La nostra mente è disposta ad ammettere questo fenomeno. Altra cosa è riconoscere nella propria esistenza i segni di tale azione, considerando ampie porzioni temporali dell&#8217;esistenza stessa. Riconoscere di essersi ingannati su una persona a cui siamo stati lungamente legati non è poi così facile a farsi! <br />La distruttività di cui parlo non risiede in un potere &#8216;diretto&#8217; dell&#8217;illusione sulle cose o in una natura violenta dell&#8217;illusione stessa, come se fosse una forza che si abbatte su qualcuno! La negatività insita nella tendenza ad illudersi sempre sullo stesso &#8216;oggetto&#8217;, anche dopo ripetute smentite della realtà, dipende per intero da noi, dal fatto che facciamo derivare un sentimento, una relazione, un incontro non dalla conoscenza morale ma da preconoscenze, anticipazioni dell&#8217;esperienza, impressioni, vaghe sensazioni a cui non segue alcuna verifica! Quando si sia consolidato un giudizio sulla persona o sia stato fissato un criterio per l&#8217;azione, e per anni sia stato perseguito sempre lo stesso fine, il trascorrere del tempo non ci aiuterà ad allontanarci da quelle false &#8216;premesse&#8217;, dai falsi &#8216;fini&#8217; assegnati all&#8217;azione. Se poi siamo convinti che ogni relazione sentimentale sia destinata a portare con sé una promessa di miglioramento, di cambiamento, che sicuramente seguirà, finiremo per aspettare per anni, anche per decenni il cambiamento desiderato. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">Ciò che di più drammatico interviene a richiamarci alla realtà, nell&#8217;acmè, nel momento nevralgico dell&#8217;esperienza sentimentale, è il cumulo degli effetti a distanza, delle conseguenze di scelte lontane che continuano a farsi sentire: gli schiaffi in faccia, le sonore smentite, che non sono veri richiami alla realtà; dipende ancora dal nostro sentire, dal modo di percepire le cose la capacità di vedere ciò che abbiamo sotto gli occhi. Possiamo continuare per anni ancora a negare la realtà, fino alla catastrofe successiva, fino all&#8217;ultima catastrofe, quando ci ritroviamo in un vicolo cieco e siamo costretti a guardare indietro. E pure questo volgersi a considerare la strada fatta non è garanzia di &#8216;risveglio&#8217;, di resipiscenza, di ravvedimento. <br />Parlare di strada fatta è segno di una condizione di forte spaesamento. Quale &#8216;uso&#8217; è possibile fare ora di una strada che è alle nostre spalle? Ci fregeremo di un titolo di merito, per aver finalmente capito? Chiuderemo al traffico la strada percorsa, per non tornarvi mai più? quando sappiamo bene che non ha senso immaginare un &#8216;ritorno&#8217;! Sanciremo con decreto solenne la fine di un errore? E come si amministrano gli errori? Basta dire che non torneremo a fare quello che abbiamo appena &#8216;finito&#8217; di fare? Come se non sapessimo bene che siamo tutti condannati a commettere sempre gli stessi errori! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">Allora, non ci resta che assumere il vero problema come il problema da affrontare: la nostra tendenza a illuderci, a costruire vane chimere su basi inconsistenti, progettando imprese al limite della disperazione, pur di soddisfare il bisogno di assegnare alla vita dei sentimenti fini che sono ad essi estranei. Pretendere, ad esempio, di rendere felice una persona che presumiamo non lo sia (a sufficienza) è stupido. L&#8217;unica cosa che abbia veramente senso è concedere a se stessi il diritto di essere felici. Solo su questa base e con questa premessa e con questa istanza avremo qualche <em>chance</em> contro la nostra tendenza a renderci infelici.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">*</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">Leggere <a href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=673935" target="_blank"><em>Istruzioni per rendersi infelici</em>, di Paul Watzlawick</a> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">e poi ancora:   <a href="http://ilterzoorecchio.wordpress.com/2011/01/24/paul-watzlawick-istruzioni-per-rendersi-infelici/" target="_blank">→</a>  e poi  <a href="http://unbuonlibrounottimoamico.wordpress.com/2011/12/22/istruzioni-per-rendersi-infelici/" target="_blank">→</a> </span></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>La vera attesa</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Sep 2012 14:44:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Giovedì 6 settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (407): La vera attesa E&#8217; sorprendente ritrovarsi a pensare, pur sapendo bene che è così, quanto sia facile credere di credere. Illudersi di essere innamorati. Cercare di esserlo e per un po&#8217; credere che sia così. Quante storie sono finite, per questa via, nel numero di ciò che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Giovedì 6 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (407): La vera attesa</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">E&#8217; sorprendente ritrovarsi a pensare, pur sapendo bene che è così, quanto sia facile credere di credere. Illudersi di essere innamorati. Cercare di esserlo e per un po&#8217; credere che sia così. Quante storie sono finite, per questa via, nel numero di ciò che non è mai nato! In parte, questo genere di esperienza è riconducibile a un&#8217;attitudine tutta maschile, la tendenza a vedere in ogni donna una possibile compagna di vita. Le fantasie sessuali, le fantasticherie, i &#8216;film&#8217;, come dicono i tossicomani, si sprecano, a tutte le età! Ma non è patetico abbandonarsi a questa attività della mente, perché partecipa anche il cuore, che quasi si abbandona al gioco, mobilitando i suoi eserciti migliori: malinconie, affanni, angustie, gelosie, attese, sospiri, promesse&#8230; <br />L&#8217;attività più interessante, tuttavia, andrà ricercata nell&#8217;anticipazione di dialoghi, che è stata già riguardata autorevolmente come anticipazione di incontri. Tralasciando il corteo che segue, e che è fatto di lunghi corteggiamenti segreti, di relazioni immaginarie, di amori mai dichiarati, più significativo è l&#8217;epilogo di ogni &#8216;storia&#8217;. Scoprire che si tratta di storie senza storia rende sempre più faticoso procedere, fino alla necessaria accettazione dell&#8217;errore. Si trattava solo di storie senza futuro. Ciò che interviene ad interrompere la catena delle illusioni ad occhi aperti non è il lavoro della mente, ma è proprio il cuore, che alla fine non se la sente di continuare in un gioco senza riscontri. L&#8217;illanguidirsi della &#8216;passione&#8217;, dello slancio verso la persona reale, che non è più oggetto ambito, meta ideale di sogni d&#8217;amore, occasione di felicità&#8230; La ricerca della persona reale diventa faticosa, a suo modo rivelatrice. All&#8217;improvviso, affiora un&#8217;indifferenza che ci stupisce, perché non credevamo che potesse attecchire in noi, che amiamo pensarci come persone dotate di sensibilità sempre viva. <br />Com&#8217;è possibile che una figura femminile a cui eravamo intensamente interessati perda le sue attrattive per noi, come se avessimo sperimentato l&#8217;insussistenza dell&#8217;attrazione per la persona? Dov&#8217;è finita la tensione accumulata, l&#8217;intenzione di aprirsi alla realtà, che stava quasi per manifestarsi prepotente? Dobbiamo concludere, allora, che di <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/02/09/2012/inattendibilita/" target="_blank">inattendibilità dei sentimenti</a> si tratta? Non sarà dipeso anche dai segnali che attendevamo dall&#8217;altra parte, che non sono mai arrivati? Non sarà intervenuto un motivo di delusione a convincerci del fatto che ci eravamo sbagliati sulla persona a cui eravamo sul punto di aprire il nostro cuore? Non è forse proprio la conoscenza morale, da noi spesso invocata, che ha fornito a noi le giuste informazioni che aspettavamo, per decidere cosa fare di noi, se lanciarci nell&#8217;avventura amorosa oppure no?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">Tra mente e cuore, allora, non potremo fare a meno di ascoltare l&#8217;una e l&#8217;altro, ora l&#8217;uno, ora l&#8217;altra. Senza commettere l&#8217;errore di lasciare al cuore il compito di decidere da solo. Che sia un cuore pensante il nostro. Un vivo sentire ci guidi sempre, ma sotto lo sguardo vigile della nostra mente, che conosce le strade che abbiamo già percorso e saprà indicare sempre quanto di vero ci sia nel nostro sentire, se su un autentico valore riposa il credito concesso a un altro cuore, se una vera storia crediamo che sia possibile intrecciare con il destinatario dei nostri palpiti. E&#8217; importante scoprire per tempo se i transiti immaginati in una direzione e nell&#8217;altra siano possibili, se saranno realtà dal primo giorno. Le vere attese sono quelle che durano poco.</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ciò che muore</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Sep 2012 23:35:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 5 settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (406): Ciò che muore non meritava di essere ricordato. Tutto ciò che muore non merita di essere ricordato. Un&#8217;impietosa sepoltura sia riservata a ciò che abbiamo lasciato precipitare nella dimenticanza. Più dignitoso trattamento merita ciò che è finito sotto il peso della malinconia del così fu: contiene in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Mercoledì 5 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (406): Ciò che muore non meritava di essere ricordato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">Tutto ciò che muore non merita di essere ricordato. <br />Un&#8217;impietosa sepoltura sia riservata a ciò che abbiamo lasciato precipitare nella dimenticanza. <br />Più dignitoso trattamento merita ciò che è finito sotto il peso della malinconia del <em>così fu</em>: contiene in sé i germi del riscatto, la possibilità della &#8216;redenzione&#8217;. <br />Solo noi decidiamo che qualcosa è irredimibile. Imprescrittibile. Imperdonabile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">Non esiste un&#8217;<a href="https://docs.google.com/viewer?a=v&amp;q=cache:er3EbgAx1YEJ:www.marcominghetti.com/wordpress/wp-content/uploads/2011/10/LARTE-DELLA-DIMENTICANZA-2.doc+ars+oblivionalis+umberto+eco&amp;hl=it&amp;gl=it&amp;pid=bl&amp;srcid=ADGEESj5iKFV1p0Wyrq6aAiJCSF3GSlERXs0cof9qPS02SGSa_dcapRtQK8OKNV0MY8MMFRUehMSYeRuRTUKseeZtRGGd66FaJIg7Bg2TbYiGfwk0sJIGFsZDuB-HZFcWshtp-lvHH3o&amp;sig=AHIEtbQFTIAXJUMIQlWIznBSBfrRf1GpWA" target="_blank"><em>ars oblivionalis</em></a>, un&#8217;arte del dimenticare. Non possiamo attivamente agire sulla materia dei nostri ricordi per sbarazzarcene. Quello che possiamo fare è ben più efficace, se poniamo mente alla <em>damnatio memoriae</em> a cui destiniamo persone e cose che abbiano deluso tutte le nostre aspettative. Prestiamo attenzione più alle grossolane esperienze di cui più facilmente ci liberiamo, se abbiano turbato la nostra sensibilità o se abbiano lasciato un segno doloroso nell&#8217;anima. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">L&#8217;effigie di un uomo è curata e trasmessa ai sopravvissuti da coloro che siano destinatari di un&#8217;eredità di affetti. La dimensione personale del ricordo è intrisa di moti del cuore che la sostengono. Senza di questi, l&#8217;effigie finisce per essere trascurata. Il prolungamento della &#8216;vita&#8217; delle cose dipende per intero dalla nostra capacità di narrare: non si muore una sola volta!<br />Noi ci adoperiamo a mantenere in vita lungamente la presenza di coloro che abbiamo amato. La durata delle cose subisce la stessa sorte: durano presso di noi, se abbiamo assegnato loro un valore particolare.<br />Non è forse lo stesso destino che riserviamo ai nostri amori? La loro durata dipende forse dalla loro natura? non siamo noi a farli durare, assegnando loro le caratteristiche indispensabili perché sopravvivano alle tempeste della vita? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px; text-align: justify;">Ma se è così, non è giusto dire che ciò che muore non merita di essere ricordato?</span></p>
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		<title>Inattendibilità</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Sep 2012 22:17:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 2 settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (405): Contro l&#8217;inattendibilità dei sentimenti E stupisco che l&#8217;amore abbia questo volto interno. MARIO LUZI Il 24 novembre 1980, giorno di acquisto delle Elegie duinesi di Rilke, presenti nella Collezione di poesia Einaudi, scoprii tra i temi della poesia stessa «l&#8217;inattendibilità dei sentimenti». Naturalmente, non mi impegnai a [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 2 settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (405): Contro l&#8217;inattendibilità dei sentimenti</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><em>E stupisco che l&#8217;amore <br />abbia questo volto interno</em>. <br />MARIO LUZI</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il 24 novembre 1980, giorno di acquisto delle <em>Elegie duinesi</em> di Rilke, presenti nella Collezione di poesia Einaudi, scoprii tra i temi della poesia stessa «l&#8217;inattendibilità dei sentimenti». Naturalmente, non mi impegnai a circoscrivere l&#8217;applicabilità del concetto al solo campo della poesia rilkiana: ancora oggi, non è in quel quadro che mi spiego un&#8217;idea così radicale sul nostro sentire. Assumevo i temi &#8216;negativi&#8217; di Rilke come espressione forte di una conoscenza dell&#8217;anima che superava quella degli studiosi tutti della mente e dei filosofi. Era come se procedere fosse possibile solo a condizione di avere sconfitto quell&#8217;idea. <br /></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Io conoscevo già la </span><a style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;" href="http://web.infinito.it/utenti/h/heinrich.fleck/traduzioni/einbrief.pdf" target="_blank"><em>Lettera di Lord Chandos</em></a><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;"> di Hugo von Hofmannsthal, in cui si descriveva una crisi del linguaggio che si spingeva fino al punto di confessare la perdita di senso di parole come &#8216;corpo&#8217;, &#8216;anima&#8217;, &#8216;mente&#8217;, &#8216;spirito&#8217;, ma si trattava di una società che viveva forse la sazietà di una condizione annoiata e stanca che solo in parte poteva essere ricondotta alla temperie culturale in cui erano nate le </span><em style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">Elegie</em><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">. <br />Avvertii, tuttavia, che da più parti giungevano a me segni di una crisi spirituale profonda ed estesa, che arrivava a incrinare i fondamenti dell&#8217;esistenza umana.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Mi colpì la <a href="http://www.graffinrete.it/dismisura/articolo.php?a=1&amp;f=4&amp;p=3&amp;d=N" target="_blank">Terza Elegia</a> in particolare, là dove parlando del giovane, il poeta si rivolge alla ragazza per ammonirla: egli non ama solo te; anzi, in te egli sogna l&#8217;antico fermento, tutte le donne che ti hanno preceduta; egli vede in te, oltre te, tutte quelle donne&#8230; E come potrebbe essere diversamente!?<br /></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: 18px; line-height: 21px;">I luoghi della poesia in cui lo scompiglio e il turbamento si accampano sulla scena, mostrando un paesaggio straniato ed estenuato, sono tanti: basta rivisitare per intero il testo delle dieci elegie.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ai miei occhi sonava sinistramente come destabilizzante un&#8217;idea che negava consistenza ai sentimenti. Ero ancora convinto che essi vivessero quasi di vita propria, che niente potesse scalfire un moto perenne che era dell&#8217;anima, dunque insondabile e inafferrabile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">In seguito, mi ritrovai solo a combattere &#8216;teoricamente&#8217; contro un fantasma che rendeva insicuro il territorio su cui riposavano le mie certezze. Chi potrebbe negare che nel silenzio della nostra anima a fatica facciamo i conti con il nostro sentire? Ricorriamo all&#8217;aiuto della Poesia per dare senso ai nostri terrori e alle vanificazioni di cui facciamo continuamente esperienza. «Intermittenze del cuore», «arcipelago delle emozioni», «confusione dei sentimenti» e altro ancora contribuirono nel tempo a farmi sentire che vacillava il senso della stessa esperienza personale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Più di tutto, però, fu determinante l&#8217;ostinazione di una donna, una feroce insicurezza personale che si nascondeva dietro una personalità forte e autoritaria. Quest&#8217;ultimo tratto di personalità, però, avrebbe dovuto rendermi certo che un&#8217;educazione autoritaria a sua volta aveva generato quella mentalità ristretta e che non si trattava di un dettaglio facile da emendare. Solo ora so cosa sia l&#8217;angustia della mente. Ci inventiamo esercizi spirituali per &#8216;correggere&#8217; e favorire la crescita personale, ma occorre una disponibilità al cambiamento perché acquisti senso l&#8217;espressione &#8216;esercizi spirituali&#8217;. I farmaci non bastano. Occorre la volontà del &#8216;malato&#8217; di guarire. Se il malato, poi, accusa il &#8216;medico&#8217; e l&#8217;amico e l&#8217;amante e il compagno di vita e rifiuta il farmaco, ciò che resta è il calvario quotidiano della recriminazione e del sospetto, del fraintendimento e dell&#8217;equivoco, che la vita dispensa a piene mani a tutti noi. Se non si impara a &#8220;raggiungere e superare&#8221;, come intuì genialmente una mia alunna di primo liceo, tanti anni fa, si resta impantanati e si impone al partner di star fermo, perché ad ogni angolo è il rischio del &#8216;tradimento&#8217;. Se poi, ogni incidente di percorso, pure chiarito, e infinite volte, resta lì, come documento di tradimenti reali, effettivamente consumati, c&#8217;è da chiedersi se siamo in presenza di quella che è stata chiamata psicopatologia della vita amorosa; se, cioè, abbiamo sbagliato partner; o se non si tratti, piuttosto, ancora della vita che pretende da noi prove ulteriori di una &#8216;volontà d&#8217;amore&#8217; non sufficientemente &#8216;dimostrata&#8217;.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ho recitato la mia parte fino in fondo, perché &#8211; come mi ha insegnato Edgar Lee Masters &#8211; in questo consiste l&#8217;onore. Ho lasciato la &#8216;psicopatologia&#8217; sullo sfondo &#8211; per non impazzire assieme a lei &#8211; e ho continuato ad onorarla, onorando il patto d&#8217;amore. Non ho mai creduto alla spada di Alessandro che, a Gordio, con un sol colpo &#8216;sciolse&#8217; tutti i nodi: io credo che a noi spetti, non essendo &#8216;generali&#8217; di un esercito in guerra, di sciogliere i &#8216;nodi&#8217; della vita uno per uno, senza immaginare mai che siano troppi per noi. Solo così andremo incontro al nostro Destino e &#8216;realizzeremo&#8217; una parte grande di noi. Anche se ci sembra di essere invischiati, immersi in un &#8216;errore&#8217;, vivremo fino in fondo il tempo mondano che abbiamo scelto di vivere tanto tempo fa. A questo tempo apparteniamo. Da esso è impossibile &#8216;sciogliersi&#8217;, immaginando brevi transizioni, passaggi indolori, ma soprattutto spiagge felici e ristoro e pace. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Quando ho iniziato a scrivere su di me, qualche anno fa, ho chiamato <em>Etsagung</em>, &#8216;rinuncia&#8217;, il da farsi. Ma rinuncia non significa &#8216;colpo di spada&#8217;, interruzione brusca di una vita di relazione che non è quasi mai del tutto &#8216;esaurita&#8217;. Si tratta &#8216;educare&#8217;, di &#8216;curare&#8217; quella relazione, per accelerare processi di decantazione delle &#8216;scorie&#8217;, per favorire la &#8216;fuoriuscita&#8217; di tutto ciò che giace al fondo da tempo senza risposta, per stabilire la distanza che sola permette scelte ulteriori&#8230; <br /><em>Rinuncia</em> è accettare la condizione residuale di chi è già andato via, ma resta lì fino a quando tutto si sarà consumato. E non parlo di giorni o di mesi. Parlo di anni. Tutti i processi sentimentali non ammettono scorciatoie. Tutto ciò che non è stato &#8216;curato&#8217; a sufficienza continuerà a manifestare la sua &#8216;virulenza&#8217; emotiva.<br /><em>Rinuncia</em> è uno stato di grazia. E&#8217; arrendevolezza della fantasia. E&#8217; riconoscere al mondo la sua vittoria, come direbbe Kafka. Non rassegnazione, passiva accettazione del &#8216;male&#8217; e dell&#8217;errore. Stare dentro l&#8217;asimmetria di una relazione che non poggi su una forte reciprocità di intenti e di atti consapevoli è difficile e duro, ma può costituire una ragione a cui non sottrarsi, in nome di un sentimento antico che non cessa di esercitare il suo fascino sul nostro cuore.<br /><em>Rinuncia</em> è la rinuncia alla pretesa di sapere tutto, di possedere sempre l&#8217;intuizione dell&#8217;amore e di sapere sempre cosa sia bene per &#8216;tutti&#8217;. L&#8217;abbandono di ogni &#8216;metafisica del sesso&#8217;, che contrapponga &#8216;maschio&#8217; e &#8216;femmina&#8217;, comporta l&#8217;assunzione dell&#8217;altro al rango di persona e basta: l&#8217;esperienza sentimentale si consuma tra due singolarità qualunque, che si ritrovano l&#8217;una di fronte all&#8217;altra, con il compito di disegnare i confini del territorio di un&#8217;esperienza che si farà comune se significati condivisi animeranno l&#8217;esperienza stessa. Per fare questo, bisogna rinunciare alla pretesa di sapere già cosa significhi &#8216;essere maschio&#8217;: scoprirò che tipo di maschio sono soltanto di fronte a lei, che, a sua volta, dovrà scoprire che cosa significhi &#8216;essere donna&#8217; soltanto di fronte a me. Nel fuoco dell&#8217;esperienza soltanto affiorerà il magma originario, da cui proveniamo, e si crescerà a nuova consapevolezza&#8230; &#8216;Abitare la distanza&#8217; è uno dei modi di questa <em>rinuncia</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">La prova più grande da affrontare, tuttavia, è un&#8217;altra. Di fronte al fatto che le donne tendono naturalmente a non &#8216;credere&#8217; alle parole d&#8217;amore di un maschio, di cui potranno dubitare a lungo, c&#8217;è da fare una cosa esemplificata in modo perfetto da Hugo von Hofmannsthal nella commedia <em>L&#8217;uomo difficile</em> (1918). Dopo che l&#8217;amica e a suo modo mentore Antoinette si rivolge ad Hans Karl rimproverandogli di mostrarsi in modo contraddittorio e ingannevole, egli l&#8217;apostrofa con queste parole: </span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ma lo sa Antoinette che cos&#8217;è cuore, lo sa? Che un uomo ha a cuore una donna lo può mostrare con una sola cosa al mondo: con la durata, con la costanza. Solo così. Questa è la prova, l&#8217;unica.</span></em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Queste parole, apprese nel 1976, quando lessi la prima volta il volumetto di Hofmannsthal, sono diventate poi il mio <em>Karma</em>, il fondo dell&#8217;esistenza personale a cui ho attinto sempre certezze, come un Destino che supera le mie ragioni e quelle di ogni maschio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Noi ci portiamo dentro poche certezze, che costituiscono le nostre poche certezze. Per me, quella di Hans Karl Bühl è una verità indiscussa.<br />La conseguenza grande di questa certezza è nel tempo, nella considerazione di quello che facciamo della nostra esistenza, che è &#8216;abitare il tempo&#8217;. Nella dimensione che ci è propria soltanto acquisterà senso e consistenza il <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/15/08/2011/imparare-a-leggere-19-mara-dellunto-lordine-del-sentire-tra-affetto-e-valore-il-rapporto-fondamentale-tra-formazione-della-persona-e-relazione-con-laltro/" target="_blank">sentimento</a> che proviamo per una persona. La serietà delle intenzioni non basta. Giustamente.</span></p>
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		<title>L&#8217;essenza dell&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Sep 2012 06:54:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 1° settembre 2012 CAMMINARSI DENTRO (404): L&#8217;essenza dell&#8217;amore «Vorrei sapere, per esempio, perché mi hai sposata».«Per via della colazione» spiegai.«Cercavo qualcuno con cui poter fare colazione per tutta la vita, e la mia scelta &#8211; si dice così, no? &#8211; cadde su di te. Sei stata una magnifica compagna di colazione». HEINRICH BÖLL, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sabato 1° settembre 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (404): L&#8217;essenza dell&#8217;amore</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">«Vorrei sapere, per esempio, perché mi hai sposata».<br />«Per via della colazione» spiegai.<br />«Cercavo qualcuno con cui poter fare colazione per tutta la vita, e la mia scelta &#8211; si dice così, no? &#8211; cadde su di te. Sei stata una magnifica compagna di colazione».</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">HEINRICH BÖLL, <em>E non disse <br />nemmeno una parola </em></span></p>
</blockquote>
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		<title>Intime erranze</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Aug 2012 19:47:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 29 agosto 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (403): Leggere LUCIANA QUAIA, Intime erranze. Il familiare curante, l&#8217;Alzheimer, la resilienza autobiografica * Accade nella vita che improvvisamente il destino presenti eventi inattesi, obbligando a riprogettare l’esistenza e a trovare nuovi punti di equilibrio. La resilienza insegna che con adeguati supporti è possibile [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Mercoledì 29 agosto 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (403): Leggere LUCIANA QUAIA, <em>Intime erranze. Il familiare curante, l&#8217;Alzheimer, la resilienza autobiografica</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><em>*</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Accade nella vita che improvvisamente il destino presenti eventi inattesi, obbligando a riprogettare l’esistenza e a trovare nuovi punti di equilibrio. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/08/intime.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15296" title="intime" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/08/intime-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">La resilienza insegna che con adeguati supporti è possibile resistere, affrontare le situazioni più gravi e trasformare le crisi in occasione di crescita, dando l’opportunità di affermare che anche una malattia come la demenza può rendere più forte il familiare impegnato nella cura del proprio congiunto. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Nel testo si considera un approccio fondato sulla scrittura autobiografica perché il racconto delle proprie memorie non solo favorisce il pensiero introspettivo e la cura di sé, ma salva il passato, aiuta a trovare uno spazio di tregua nel presente che opprime e incoraggia la scoperta delle potenzialità interiori necessarie a gestire le sfide del futuro. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Mitologia, poesia, letteratura, cinema integrano la narrazione della storia personale che inizia all’interno di un gruppo di reciproco aiuto, il cui sviluppo è da vent’anni promosso e sostenuto dall’associazione di vo­lontariato <em>Donatori del Tempo</em>, vero tutore di resilienza nella comunità locale. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Edito con il Centro Donatori del Tempo di Como, il volume continua il percorso dedicato alla malattia di Alzheimer, che comprende già i volumi Corale, Mnemosine e Arteterapia e Alzheimer.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">*</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;"><a href="http://polser.files.wordpress.com/2012/08/lquaiafahrenheit28ago.mp3" target="_blank">Intervista radiofonica di Luciana Quaia a RADIO TRE</a></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">*</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Luciana Quaia e Fabio Cani presentano il libro. Il video documenta la serata di conversazione che si è svolta in occasione della Fiera del Libro di Como, giunta al suo sessantesimo anno. I partecipanti erano nel tendone di Piazza Cavour di Como la sera del 28 agosto 2012.</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/t4-rFVvE-7E" frameborder="0" width="445" height="334"></iframe></p>
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		<title>Sintesi e forma dell&#8217;esistere</title>
		<link>http://www.gabrielederitis.it/wordpress/27/08/2012/sintesi-e-forma/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Aug 2012 08:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Lunedì 27 agosto 2012 CAMMINARSI DENTRO (401): Sintesi e forma dell&#8217;esistere (1) Mi sono svegliato poco fa all&#8217;idea che lungo la nostra vita non facciamo altro che mettere insieme la nostra canzone, nota dopo nota. Il giorno in cui &#8216;tutto&#8217; &#8211; o quasi &#8211; appare chiaro è il giorno della sintesi raggiunta, quando i [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Lunedì 27 agosto 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (401): Sintesi e forma dell&#8217;esistere (1)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Mi sono svegliato poco fa all&#8217;idea che lungo la nostra vita non facciamo altro che mettere insieme la nostra canzone, nota dopo nota. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il giorno in cui &#8216;tutto&#8217; &#8211; o quasi &#8211; appare chiaro è il giorno della sintesi raggiunta, quando i frammenti combaciano, ma non in una somma di esperienze collegate fra di loro: è sintesi il risultato di infinite alchimie, di tentativi fatti per tenere insieme ciò che magari giaceva separato, quando non addirittura tragicamente risolto nell&#8217;infranto. <br />La sintesi è, piuttosto, la combinazione sempre nuova di elementi che aspiravano a &#8216;trovare posto&#8217; in un racconto da scrivere in tutte le sue parti. <br />Nell&#8217;ora che non ha sorelle, tuttavia, non si creda che avverrà il grande compimento! come se nell&#8217;istante supremo fosse consegnato, per destino, ad ogni uomo, il sigillo della verità! <br />Il racconto non trova il suo compimento nemmeno qui, nel tempo mondano che ci è dato vivere. Siamo in cammino. La Morte è solo l&#8217;interruzione del nostro cammino. Inutile immaginare che l&#8217;Irrappresentabile per eccellenza possa acquistare un senso, quando è ciò di cui non è possibile fare esperienza. <br />Il nostro fare, dunque, &#8216;si esaurisce&#8217; tutto qui, in questo fare, nella sola trascendenza personale che ci identifica come umani. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Senza disperderci vanamente in ricerche o in fughe in un &#8216;altrove&#8217; solo sognato, conta sapersi oltre il puro dato di fatto, in un&#8217;aura temporale fatta di concreti invisibili, gesti atteggiamenti azioni atti che parlano del nostro &#8216;fare&#8217;. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Al senso del &#8216;costruire&#8217;, a cui rimanda il <em>poiein</em>, il fare, io preferisco il &#8216;crescere&#8217;. <br /></span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Rendersi consapevoli delle scelte fatte, soprattutto delle &#8216;pieghe&#8217; impresse alla propria esistenza per verificarne la bontà, e scoprire che magari venti anni trascorsi sono stati un unico grande &#8216;errore&#8217;, perché fu un &#8216;errare&#8217; in cerca di ciò che non fu trovato nei &#8216;contenuti&#8217; delle scelte stesse, equivale a gettare le basi per altre scelte, più mature, perché non basate su mere illusioni o su falsi scopi, sorrette da ragioni sbagliate. <br />Scoprire di aver fatto scelte grandi essendo mossi da intenzioni che non potevano produrre felicità, ad esempio, è utile, se riusciamo a contemplare quel &#8216;così fu&#8217;, per redimerlo, per riscattarne quanto di sbagliato contiene. Per &#8216;salvarsi&#8217; è sufficiente non persistere nell&#8217;errore, tornando a fare le stesse scelte. <br />Acquistare consapevolezza dell&#8217;errore è, tuttavia, poca cosa, a fronte del nuovo da scegliere. Realizzarsi oltre la mera ripetizione di sé equivale ad aprirsi a nuove evidenze, registrando fedelmente &#8216;ciò che appare&#8217; davanti a noi, le nuove &#8216;presenze&#8217;, che ci chiamano lontano dalla ripetizione e basta. <br />Essere fedeli a quel nuovo significa ascoltarne le voci, farsi raggiungere e toccare da esse, accogliere l&#8217;evidenza di un altro sentire, consentire ad esso, lasciare che contribuisca a risvegliare strati profondi della nostra personalità, a far nascere un sentimento nuovo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Se questo è il desiderabile, la proiezione di sé oltre il proprio &#8216;destino&#8217;, più grande è il compito della &#8216;stesura&#8217; della propria canzone. <br />La maturazione affettiva è il ritmo raggiunto, il sentire adulto che tutto vede e tutto sa, perché cresciuto sull&#8217;errore e sul dolore che ne consegue sempre. <br />Contemplare dall&#8217;alto della collina tutta la vita e riconoscere che essa è buona e santa non è solo segno di saggezza. Occorre saper dire a se stessi cosa fu giusto e cosa no. Quanto era vero di tutto ciò in cui abbiamo creduto. Dov&#8217;è il punto da cui idealmente occorre (ri)partire, se fu imboccata una strada sbagliata. Il <em>punctum dolens</em> è propriamente nell&#8217;accettazione consapevole di tutto il proprio passato. Occorre patire le scelte fatte, perché si aprano nuovi scenari. <br />La riconsiderazione riflessiva di ciò che portò in un &#8216;vicolo cieco&#8217; andrà condotta rendendosi &#8216;beanti&#8217;, lasciando che la ferita sanguini a lungo, suggerendo nuove strade, fino a quando la trasformazione non sarà avvenuta.</span></p>
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		<title>Lo spirituale un tempo</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Aug 2012 06:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esercizi]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Mercoledì 8 agosto 2012 Aσκήσεις (2): Lo spirituale un tempo Proprio quando sembrava che fosse più difficile farlo mia madre ci impose il digiuno. Eravamo bambini. Eppure, ogni venerdì era prescritta l&#8217;astinenza. Non ricordo bene come trascorresse la giornata. Non si trattava per i piccoli di un digiuno totale. Ricordo, però, che piangevamo. Chiedevamo cibo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Mercoledì 8 agosto 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Aσκήσεις (2): Lo spirituale un tempo</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Proprio quando sembrava che fosse più difficile farlo mia madre ci impose il digiuno. Eravamo bambini. Eppure, ogni venerdì era prescritta l&#8217;astinenza. Non ricordo bene come trascorresse la giornata. Non si trattava per i piccoli di un digiuno totale. Ricordo, però, che piangevamo. Chiedevamo cibo a nostra madre.<br />Successivamente scoprimmo la parola penitenza. Poi, pentimento, riparazione, perdono, indulgenza. Nelle ore di Catechismo si discuteva di teologia. Imparammo a memoria dogmi, comandamenti, principi, regole di ogni genere.<br />Il sentimento fondamentale era la paura. Non che venisse raccomandata. Gli adulti  facevano di tutto, però, perché i nostri comportamenti non deviassero mai dalla norma stabilita. Era previsto anche il timore di Dio. Le punizioni erano corporali, ma spesso si veniva additati al pubblico ludibrio, quando qualcuno veniva smascherato o colto in flagranza di reato. Se a scuola ci picchiavano, preferivamo non riferire a casa, per evitare altre botte. La scuola aveva sempre ragione.<br />In classe c&#8217;era una bambina di nome Maria Cristina a cui era morta la madre. Ogni giorno, tra le varie preghiere era previsto che si rivolgesse il pensiero alla madre di Maria Cristina. Lei piangeva regolarmente.<br />Dovevamo pensare alla morte almeno nove volte al giorno. Almeno, era quello che ci dicevano di fare.<br />Il ritiro spirituale precedeva le grandi occasioni e l&#8217;esperienza dei Sacramenti. <br />A maggio, bisognava fare &#8216;fioretti&#8217; per la Madonna. A giugno, per il Cuore di Gesù. <br />La Confessione era rito complesso. C&#8217;era chi si scriveva l&#8217;elenco dei peccati, per non tralasciarne nessuno. Era consentito chiudere la confessione con la formula: &#8220;Padre, mi perdoni anche per i peccati che non ricordo&#8221;. Naturalmente, nel gruppo dei maschi più coraggiosi si stabilì di correre alla formula per evitare l&#8217;esperienza spiacevole dei rimproveri e delle punizioni severe. Di regola, il sacerdote prescriveva tre <em>Padre Nostro</em>, tre <em>Ave Maria</em>, tre <em>Gloria al Padre</em>. I peccati più gravi, però, portavano le preghiere riparatrici a numeri elevati, che richiedevano anche giorni interi. Per non rubare a Dio, poi, bisognava scriversi le preghiere che restavano da recitare ancora. <br />Chi riusciva a prendere l&#8217;Eucarestia il primo venerdì del mese, per nove mesi consecutivi, si guadagnava il &#8216;riscatto&#8217; delle pene del Purgatorio. Io riuscii nell&#8217;impresa, ma non osai pensare mai che mi si sarebbero spalancate le porte del Paradiso. Dell&#8217;aldilà, di cui parlavamo ogni giorno, poi, non avevamo una visione chiara. Credo che fosse sostanzialmente quella dantesca. Fiamme e sofferenze nell&#8217;Inferno, penitenza ed espiazione nel Purgatorio, premio nel Paradiso. Del premio si parlava poco, essendo per lo più impegnati ad esorcizzare paure e anatemi di ogni genere. <br />Sapevamo che i comunisti erano stati scomunicati. Noi ci sentivamo al sicuro, perché in famiglia eravamo democristiani. Quando la radio dette la notizia dell&#8217;invasione dell&#8217;Ungheria, io ero a letto con l&#8217;influenza. Quando rientrai a scuola, trovai tutti impegnati a pregare per i bambini ungheresi.<br />Tutto quello che stava al di sopra di noi era oggetto di rispetto e venerazione, dal bidello al Papa e oltre. Amavamo tutti quelli che facevano qualcosa per noi. Ed erano veramente tanti. &#8220;Onora il padre e la madre&#8221; incuteva in noi un sacro timore. Mai nessuno osò sollevare lo sguardo fino a loro, per esprimere disappunto, rammarico, risentimento. Ci limitavamo a piangere, per le imposizioni quotidiane e per le punizioni altrettanto regolari. Abbiamo pianto a lungo.<br />Ricompensa, riconoscenza, gratitudine erano note anche ai bambini.<br />Io ero convinto che le donne belle fossero tutte ricche. Siccome io ero povero, pensavo che non mi sarei mai sposato. Non avevo ancora realizzato che mia madre era povera e si era sposata regolarmente. Ed era bella, per me. Certo, non come quelle che si vedevano sui giornali, ma non avrei mai osato pensare che fosse brutta. Era un altro ordine di cose. Nella mente non si incontravano mai i sogni dell&#8217;amore e della bellezza con l&#8217;esperienza quotidiana. Perché mio padre e mia madre si fossero sposati restò un mistero. Non osavamo pensare che avessero generato noi con un atto sessuale. A scuola, le suore ci avevano descritto la cosa come atto da evitare. Sicuramente, loro avevano evitato. Non li ho mai visti abbracciati. Non si sono mai toccati davanti a me. Era conoscenza acquisita e condivisa il disprezzo del corpo e della sessualità. <br />Solo in prima media, quando i miei coetanei mi fecero scoprire la masturbazione, incominciai a rendermi conto dell&#8217;assurdità di tutte le cose che non ero mai riuscito a pensare &#8216;organicamente&#8217;. Avevamo idee confuse che i più grandi provvidero a incenerire in pochi giorni. Scoprimmo le ragazze, la possibilità di &#8216;pomiciare&#8217; con loro. Bastava organizzare una festa da ballo e assegnare a qualcuno il compito di spegnere le luci al momento opportuno. Nonostante il buio, però, a me non fu dato mai di scoprire le ragazze da vicino. Quello che facevano i più grandi rimase un mistero. Probabilmente, non facevano un bel niente. Nei cinque anni trascorsi nel Liceo della città, fu possibile vedere nascere una sola coppia. Per il resto, le ragazze erano lì, ma non osavamo avvicinarci a loro. Come avremmo detto dopo, eravamo imbranati. Circolava la voce che il sesso era esperienza che avremmo conosciuto solo dopo il matrimonio. I grandi del quartiere parlavano di Ines, una prostituta della città nota come la contessa Volpone. Per il resto, riviste come Playboy, film erotici, fantasie, racconti improbabili.<br />La letteratura ci insegnò cosa fosse l&#8217;amore, ma anche in quel campo le idee erano confuse. Dante ci convinse di una cosa, Petrarca di un&#8217;altra cosa. Quando arrivò Boccaccio eravamo alla confusione. Di amore non parlava mai nessuno. Dopo cinquant&#8217;anni, non abbiamo ancora finito di scoprire cosa sia veramente! E non si può dire che ci sia accordo fra di noi, che sia pacifico cosa si debba intendere per amore. L&#8217;unica cosa chiara è cosa si debba evitare &#8211; ammesso che tutti siano disposti ad evitare! -, ma l&#8217;errore appare chiaro solo dopo averlo commesso. E non tutti ci giurerebbero sopra. L&#8217;elenco completo degli errori resta esercizio sterile, se poi non si arriva alla chiarezza su cosa ci sia di buono da fare. Resta un mistero il fatto che questa bontà non sia riconosciuta e praticata da tutti senza fatica. Evidentemente, non siamo fatti per stare sulla strada maestra. Ci piace immaginare cose proibite e impossibili. Desideriamo la donna d&#8217;altri. Ci esercitiamo ancora a spogliare con lo sguardo tutte le donne che ci accade di incontrare&#8230; Della sessualità maschile non sappiamo più cosa pensare, una volta decretata la morte del Maschio. Se è facile consentire sulla necessità di abbandonare ogni <em>Metafisica del sesso</em>, cioè sulla considerazione assoluta di una &#8216;natura&#8217; maschile e di una &#8216;natura&#8217; femminile intemporalmente considerate, un po&#8217; meno facile è fare i conti con la tendenza femminile a giudicare la sessualità maschile come violenta e orientata esclusivamente alla genitalità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Dei fantasmi del passato resta solo un pallido ricordo, ma sono sempre convinto del fatto che negli anni della formazione sono stato &#8216;scolpito dentro&#8217; da persone che mi fecero vedere una parte di realtà, lasciando in ombra quello che era più importante conoscere. <br />Oggi sono ancora, inevitabilmente quello di un tempo. La risacca del passato mi riporta agli antichi terrori e a un &#8216;dover essere&#8217; fatto di facili costrizioni a cui mi sottometto ancora volentieri. Debbo scegliere di stare bene, di aprirmi al mondo, di avere fiducia negli altri&#8230; Debbo darmi il permesso di essere felice, perché trovo più naturale fare soltanto in modo che gli altri intorno a me lo siano. Quanto della mia natura dipenda da &#8216;quella&#8217; educazione è stato sempre un compito per me. Stabilire fino a punto rendere omaggio ancora ad insegnamenti che sono stati operanti per decenni in me è un lavoro della coscienza a cui non riesco a sottrarmi. Decidere se un ammaestramento basato su sacrifici e rinunce sia ammissibile oggi, in tutto o solo in parte, è questione aperta.</span></p>
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		<title>La nostra esperienza morale</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Aug 2012 02:08:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esercizi]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Sabato 4 agosto 2012 Aσκήσεις (1): La nostra esperienza morale Probabilmente, il compito più difficile per il nostro tempo è arrivare ad esprimere compiutamente un discorso articolato sulla nostra esperienza morale. Non si tratta, in verità, di affrontare partitamente le questioni, presumendo di potersi accontentare di lavorare un concetto, avendo esplorato accuratamente una virtù, una [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Sabato 4 agosto 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Aσκήσεις (1): La nostra esperienza morale</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Probabilmente, il compito più difficile per il nostro tempo è arrivare ad esprimere compiutamente un discorso articolato sulla nostra esperienza morale. Non si tratta, in verità, di affrontare partitamente le questioni, presumendo di potersi accontentare di lavorare un concetto, avendo esplorato accuratamente una virtù, una passione, un&#8217;emozione. A che servirà sapere tutto della giustizia, se non sapremo essere giusti? A che servirà esaltare il Bene, se non saremo capaci di vivere una vita buona? A che servirà conoscere il Male nelle sue astrazioni, se non sapremo riconoscere le sue apparizioni e combatterlo?<br />Nemmeno una teoria delle emozioni, un trattato delle passioni, una teoria generale della coscienza basteranno a dire i mutamenti della sensibilità. I filosofi tutti hanno imparato a regolare i discorsi sulla vita delle passioni a partire dalla conoscenza delle neuroscienze. In questo modo, siamo al sicuro. Il sostrato scientifico è assicurato. Resta, poi, da dire cosa sia dover scegliere oggi e se sia certo che quello che sceglierò è esattamente ciò che era giusto scegliere. Non soltanto le vicissitudini della coscienza &#8211; della psiche &#8211; interverranno ad occupare la scena. Svegliandomi al mattino, non so se mi guiderà un demone buono o un demone cattivo. Nè la filosofia sistematica né le neuroscienze mi aiuteranno a scegliere. <br />Soltanto la mia <em>phronesis</em> mi sosterrà. E averne una, agire secondo &#8216;scienza&#8217; vorrà dire possedere un <em>habitus</em>, essere capace di assumere atteggiamenti corretti e adeguati alla situazione, mostrare un vero sentire, esprimere con esattezza sentimenti autentici. <br />Soltanto un lungo esercizio rende possibile tutto ciò. La vita buona è lo specchio della trasparenza della coscienza. Onestà intellettuale e autentico sentire soltanto aiutano a compiere scelte consapevoli.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Se è diventato difficile discorrere di moralità, propugnarne una, con il necessario corredo di principi, regole, prescrizioni per l&#8217;azione, non dipenderà soltanto dalle derive del tempo, dai vecchi peccati e dai nuovi vizi. I mutamenti del costume e delle mentalità, il venir meno delle censure etico-sociali avranno contribuito a indebolire l&#8217;edificio della morale comune. Resta, tuttavia, intatto il bisogno di dare voce, una voce articolata, alla propria esperienza morale. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Si tratta di ordinare in una visione unitaria il posto che occupano nella nostra esperienza i moti dell&#8217;anima e i procedimenti argomentativi della mente. I tempi per farlo sono maturi.</span></p>
<p style="text-align: center;"> *</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta per <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/esercizi-spirituali-2/" target="_blank"><em>esercizi spirituali</em></a>. La preferiamo al più chiaro &#8216;<a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/lessico-esercizi-spirituali/" target="_blank">esercizi spirituali</a>&#8216; di Hadot, perché ci consente di &#8216;risalire&#8217; alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all&#8217;altra o per esprimere una preferenza &#8216;laica&#8217; da anteporre allo spirito cristiano&#8230; Piuttosto, per una ragione terminologica. <br />Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta. <br />Dovremo prepararci a vivere in condizioni di precarietà e insicurezza, pur possedendo i beni accumulati nella fase precedente. Non è detto che vivremo male. Dovremo, sicuramente, convivere con tanti giovani senza prospettive certe di vita, in un mondo che non sarà più quello di prima. <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/18/06/2011/prepariamoci/" target="_blank">Chi ha avvertito per tempo i cambiamenti in atto si sta preparando</a>. Molti sono già pronti.<br />L&#8217;esperienza sta subendo una torsione &#8216;restrittiva&#8217;, a causa degli sconvolgimenti economici che investono Cosmopolis. Bisogna registrare i cambiamenti che intervengono nel mondo-della-vita in seguito all&#8217;austerità obbligata che ci ritroviamo a vivere. Non rinunceremo solo al superfluo. Saranno intaccati stili di vita &#8216;da sempre&#8217; improntati a dissipazione e consumo. <br />C&#8217;è forse speranza che tornino i volti, quando avremo &#8216;archiviato&#8217; la civiltà malata dell&#8217;<em>usa e getta</em>?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il termine Ασκήσεις contiene anche una preziosa sfumatura &#8216;ascetica&#8217;, un&#8217;allusione a &#8216;rinuncia&#8217; che non abbandoneremo mai. Chi scrive queste note &#8216;proviene&#8217; da un&#8217;educazione interamente improntata a sacrificio e rinuncia. Occorre verificare quanto resti di quella tradizione e se non stia giungendo il tempo in cui sacrifici e rinunce acquisteranno un senso nuovo, nel fuoco della moralità privata.</span></p>
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		<title>Il corpo in Occidente</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jul 2012 03:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Venerdì 20 luglio 2012 Idee per una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (400): Ascoltare Umberto Galimberti, Il corpo in Occidente  Pistoia, 27 maggio 2011 &#8211; Audio e Video &#8211; Durata: 41&#8242; *]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Venerdì 20 luglio 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Idee per una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (400): Ascoltare Umberto Galimberti,<em> Il corpo in Occidente</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: large;"> <a href="http://www.dialoghisulluomo.it/umberto-galimberti" target="_blank">Pistoia, 27 maggio 2011 &#8211; Audio e Video &#8211; Durata: 41&#8242;</a></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: large;"><span class="Apple-style-span" style="line-height: 21px;">*</span></span></p>
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		<title>Il rifiuto del corpo in adolescenza</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jul 2012 03:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Venerdì 20 luglio 2012 Idee per una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (399): Ascoltare Gustavo Pietropolli Charmet, Il rifiuto del corpo in adolescenza  Pistoia, 29 maggio 2011 &#8211; Audio e Video &#8211; Durata: 42&#8242; *]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Venerdì 20 luglio 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Idee per una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (399): Ascoltare Gustavo Pietropolli Charmet,<em> Il rifiuto del corpo in adolescenza</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.dialoghisulluomo.it/gustavo-pietropolli-charmet" target="_blank"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: large;"> Pistoia, 29 maggio 2011 &#8211; Audio e Video &#8211; Durata: 42&#8242;</span></a></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: large;"><span class="Apple-style-span" style="line-height: 21px;">*</span></span></p>
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		<title>La fatica di crescere</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jul 2012 02:50:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Venerdì 20 luglio 2012 Idee per una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (398): Ascoltare Roberta De Monticelli, Sulla fatica di diventare adulti. Corpo sociale e identità personale  Pistoia, 28 maggio 2011 &#8211; Audio e Video &#8211; Durata: 43&#8242; *]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Venerdì 20 luglio 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Idee per una cultura dell&#8217;ascolto<br />CAMMINARSI DENTRO (398): Ascoltare Roberta De Monticelli, <em>Sulla fatica di diventare adulti. Corpo sociale e identità personale</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.dialoghisulluomo.it/roberta-de-monticelli" target="_blank"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: large;"><span class="Apple-style-span" style="line-height: 21px;"> Pistoia, 28 maggio 2011 &#8211; Audio e Video &#8211; Durata: 43&#8242;</span></span></a></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; font-size: large;"><span class="Apple-style-span" style="line-height: 21px;">*</span></span></p>
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		<title>Ma chi vorrete biasimare</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jul 2012 13:07:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 1° luglio 2012 CAMMINARSI DENTRO (397): Ma chi vorrete biasimare&#8230; Vista da fuori la condizione tossicomanica non appare priva di uscite a chi è saldamente ancorato alla realtà e dispone di soluzioni varie per affrontare i problemi della vita: è forte la tentazione di &#8216;proiettare&#8217; sull&#8217;altro le innumerevoli &#8216;possibilità&#8217; che si presentano e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 1° luglio 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">CAMMINARSI DENTRO (397): Ma chi vorrete biasimare&#8230;</span></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/AHwWUwFd3GY" frameborder="0" width="445" height="334"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Vista da fuori la condizione tossicomanica non appare priva di uscite a chi è saldamente ancorato alla realtà e dispone di soluzioni varie per affrontare i problemi della vita: è forte la tentazione di &#8216;proiettare&#8217; sull&#8217;altro le innumerevoli &#8216;possibilità&#8217; che si presentano e che appaiono addirittura evidenti. Sembra che tutto ciò che viene offerto nelle strutture del tempo libero sia percepito in eguale misura da tutti, mentre non è così! La realtà appare drammaticamente diversa a una mente che non sia aperta a quella evidenza. Le cose stanno lì, davanti a noi, ma ci accade di non vederle. Stare nella misura di ciò che è possibile fare con le risorse disponibili è la regola di vita dei più. E&#8217; un po&#8217; quello che chiamiamo &#8216;normalità&#8217;.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Per le persone &#8216;comuni&#8217; che si ritrovino a parlare con un ragazzo che abbia imboccato da tempo la strada della dipendenza non è impresa facile: si tratta di comprendere la situazione bloccata di chi non ha risorse sufficienti per uscire dalle difficoltà in cui si è cacciato o che la vita gli ha riservato. Si potrebbe semplificare il ragionamento dicendo che la &#8216;mente tossicomanica&#8217; è alterata gravemente, fino al punto che non riesce a percepire ciò che pure esiste, ha una sua consistenza, a causa di un &#8216;interesse&#8217; che è tutto concentrato ormai sugli effetti procurati dalle sostanze. E gli effetti non sono dati solo dal piacere solitario ricercato: il potere analgesico, lenitivo delle sostanze stupefacenti è noto. Esse svolgono una paradossale funzione &#8216;terapeutica&#8217;, come attestato da tutta la letteratura scientifica. <br />Ci interessa, invece, orientare lo sguardo verso la tendenza del senso comune a &#8216;ricordare&#8217; le possibilità di vita che offre l&#8217;ambiente, per rendere più chiari i termini di una condizione che non consente (più) di &#8216;ricordare&#8217;, di &#8216;vedere&#8217; le possibilità che si aprono per noi al mattino, quando usciamo di casa, ma anche prima di farlo. Dire che siamo di fronte a una patologia della libertà può sembrare &#8216;ideologico&#8217;, ma non lo è: non diremo mai a un ragazzo cosa sia la libertà, come se fosse una nostra &#8216;visione del mondo&#8217;, ma, d&#8217;altra parte, quando ci si inoltri con lui nella considerazione delle cose possibili da fare per uscire da una condizione dalla quale egli dichiara di voler uscire, affidandosi a noi, dovremo forse rinunciare a mostrargli &#8211; con il ricorso all&#8217;efficace dissonanza cognitiva data dal confronto tra una vita che si esplica attraverso il godimento di numerose possibilità e quella che ne &#8216;possiede&#8217; solo una &#8211; il possibile come campo della nostra libertà?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Noi finiamo anche per elencare le occasioni e le risorse disponibili nella città, oltre ai modi per avvicinarsi alle persone che non abbiano problemi di sorta, per &#8216;rimettere in moto la vita&#8217;. Interi colloqui vengono dedicati al suggerimento fiducioso di cose che si potrebbero fare &#8211; come andare ogni giorno nella Biblioteca comunale a leggere i quotidiani o le riviste esposte per i &#8216;passanti&#8217; -, per verificare ad ogni esempio che il ragazzo non risponde alle nostre sollecitazioni. Eppure, a noi sembra che si tratti sempre di consigli pratici di facile attuazione! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Dagli esponenti maggiori della scuola lacaniana abbiamo appreso che &#8220;la realtà è piena&#8221;: non diremo, allora, che la nostra città offre questa o quella opportunità, come se un paese vicino, senza le nostre &#8216;occasioni&#8217; per il tempo libero, per le sue piccole dimensioni fosse &#8216;vuoto&#8217;. Anche di quella piccola realtà diremo che è &#8216;piena&#8217;. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Perché &#8216;pieno&#8217; e &#8216;vuoto&#8217; non ci servono per designare una quantità. Dire che la realtà è piena costituisce un potente paradosso dell&#8217;esperienza, che ci guida fino alla consapevolezza di come dipenda da noi, solo da noi, &#8216;prendere&#8217; da essa tutto quello che (ci) offre di buono. Per illustrare meglio cosa sia il &#8216;pieno&#8217; che mi preme esaltare qui, riferirò un episodio di tanto tempo fa a cui ho assistito, che conserva tutta la sua &#8216;attualità&#8217;. Nel corso di un&#8217;assemblea di istituto degli studenti del Biennio della mia scuola &#8211; un Liceo Scientifico &#8211; i ragazzi si avvicendavano al microfono per elencare tutto ciò che mancava nella città. In sostanza, c&#8217;erano buone ragioni per concludere che in essa c&#8217;era (c&#8217;è) poco&#8230; A un certo punto, mi chiese la parola una ragazzina che dal fondo aveva alzato la mano. Si avvicinò e prese subito a dire con voce ferma e sicura, ma con dolcezza: &#8220;Non sono d&#8217;accordo con nessuno di voi. Anche io con i miei amici mi sono ritrovata spesso a dire che nella nostra piccola città non c&#8217;è niente. Fino a quando, un bel giorno, ci siamo guardati tutti in faccia e ci siamo detti: ma come non c&#8217;è niente! Ci siamo noi!&#8221; - </span><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Il seguito del ragionamento è facile da sviluppare. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Gli antichi avevano detto &#8220;Tutto è pieno di dei&#8221;. Oggi potremmo dire: &#8220;Tutto è pieno di noi&#8221;. La realtà è piena di persone dotate di una consapevolezza di sé più o meno grande. Dipende da noi &#8216;prendere&#8217; da esse ciò di cui abbiamo bisogno per vivere bene.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Se le vicissitudini della nostra esistenza ci portano &#8216;fuori della realtà&#8217;, solo ad essa bisognerà tornare per ritrovare il senso che non riusciamo più a dare alle cose.</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><em><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">Calvin Campbell</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 15px;">Voi che recalcitrate contro il Destino, <br />ditemi come avviene, su questo pendio <br />che precipita al fiume, <br />esposto al sole e al vento del Sud, <br />come avviene che una pianta <br />trae dal suolo e dall&#8217;aria <br />del veleno e si fa edera amara, <br />mentre un&#8217;altra dal suolo e dall&#8217;aria <br />trae dolci elisiri e colori, <br />e prosperano entrambe? <br />Voi potete biasimare Spoon River per ciò che è: <br />ma chi vorrete biasimare per la volontà in voi <br />che si nutre e vi rende gramigna, <br />dente di leone o verbasco, <br />e che non sa mai servirsi dell&#8217;aria o del suolo <br />per rendervi gelsomino o wistaria? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">EDGAR LEE MASTERS, <em>Antologia di Spoon River</em></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;">*</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Stelle sulla terra</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jun 2012 13:37:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 17 giugno 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (395): Stelle sulla terra  Dal sito Tutti a bordo &#8211; dislessia: Versione integrale del film &#8220;Stelle sulla terra&#8221; su Youtube! Un grazie a Carlo Folli che ha curato i sottotitoli e ci ha permesso la visione completa del film.  *  ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 17 giugno 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="text-decoration: underline;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto</span><br />CAMMINARSI DENTRO (395): Stelle sulla terra </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Dal sito <a href="http://tuttiabordo-dislessia.blogspot.it/" target="_blank"><em>Tutti a bordo &#8211; dislessia</em></a>: Versione integrale del film &#8220;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=971qIfB17x4&amp;feature=share" target="_blank">Stelle sulla terra</a>&#8221; su Youtube! Un grazie a Carlo Folli che ha curato i sottotitoli e ci ha permesso la visione completa del film. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">*</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"> <iframe src="http://www.youtube.com/embed/971qIfB17x4" frameborder="0" width="445" height="250"></iframe></span></p>
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		<title>Non è colpa delle mamme</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jun 2012 10:15:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Biblioteca dei genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 17 giugno 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (394): Leggere GUSTAVO PIETROPOLLI CHARMET, Non è colpa delle mamme. Adolescenti difficili e responsabilità materna, Biblioteca dei genitori, Corriere della sera Per sostenere i genitori nel loro difficile compito educativo, Corriere della Sera ha chiesto a Gustavo Pietropolli Charmet, studioso e terapeuta dell&#8217;infanzia e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 17 giugno 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="text-decoration: underline;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto</span><br />CAMMINARSI DENTRO (394): Leggere GUSTAVO PIETROPOLLI CHARMET, <em>Non è colpa delle mamme. Adolescenti difficili e responsabilità materna</em>, Biblioteca dei genitori, Corriere della sera</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Per sostenere i genitori nel loro difficile compito educativo, <em>Corriere della Sera</em> ha chiesto a <a href="http://www.minotauro.it/minotauro/isoci-charmet.php" target="_blank">Gustavo Pietropolli Charmet</a>, studioso e terapeuta dell&#8217;infanzia e dell&#8217;adolescenza, di scegliere per loro i trenta libri di cui non si può fare a meno. È nata così la <a href="https://picasaweb.google.com/108126501452884555495/BibliotecaDeiGenitori?authuser=0&amp;feat=directlink#slideshow/5755007576945073666" target="_blank"><em>Biblioteca dei Genitori</em></a>, una collana di testi appassionanti e autorevoli per crescere con consapevolezza insieme ai propri figli.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/3-Non-è-colpa-0001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15163" title="3 Non è colpa 0001" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/3-Non-è-colpa-0001-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/3-Non-è-colpa-0002.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15164" title="3 Non è colpa 0002" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/3-Non-è-colpa-0002-300x145.jpg" alt="" width="300" height="145" /></a> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/3-Non-è-colpa-0003.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15165" title="3 Non è colpa 0003" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/3-Non-è-colpa-0003-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" /></a> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/3-Non-è-colpa-0004.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15166" title="3 Non è colpa 0004" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/3-Non-è-colpa-0004-256x300.jpg" alt="" width="256" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">    </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>Il bambino, la famiglia e il  mondo esterno</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jun 2012 10:08:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele De Ritis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[Biblioteca dei genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Camminarsi dentro]]></category>

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		<description><![CDATA[_______________________________________________________________ Domenica 17 giugno 2012 Contributi a una cultura dell&#8217;ascoltoCAMMINARSI DENTRO (393): Leggere DONALD W. WINNICOTT, Il bambino, la famiglia e il mondo esterno. Crescere sereni tra gioco e realtà, Biblioteca dei genitori, Corriere della sera Per sostenere i genitori nel loro difficile compito educativo, Corriere della Sera ha chiesto a Gustavo Pietropolli Charmet, studioso [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">_______________________________________________________________</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Domenica 17 giugno 2012</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;"><span style="text-decoration: underline;">Contributi a una cultura dell&#8217;ascolto</span><br />CAMMINARSI DENTRO (393): Leggere DONALD W. WINNICOTT, <em>Il bambino, la famiglia e il mondo esterno. Crescere sereni tra gioco e realtà</em>, Biblioteca dei genitori, Corriere della sera</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;">Per sostenere i genitori nel loro difficile compito educativo, <em>Corriere della Sera</em> ha chiesto a <a href="http://www.minotauro.it/minotauro/isoci-charmet.php" target="_blank">Gustavo Pietropolli Charmet</a>, studioso e terapeuta dell&#8217;infanzia e dell&#8217;adolescenza, di scegliere per loro i trenta libri di cui non si può fare a meno. È nata così la <em>Biblioteca dei Genitori</em>, una collana di testi appassionanti e autorevoli per crescere con consapevolezza insieme ai propri figli.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/2-Winnicott-0001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15155" title="2 Winnicott 0001" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/2-Winnicott-0001-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/2-Winnicott-0002.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15156" title="2 Winnicott 0002" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/2-Winnicott-0002-300x146.jpg" alt="" width="300" height="146" /></a> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/2-Winnicott-0003.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15157" title="2 Winnicott 0003" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/2-Winnicott-0003-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/2-Winnicott-0004.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15158" title="2 Winnicott 0004" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/2-Winnicott-0004-232x300.jpg" alt="" width="232" height="300" /></a> <a href="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/2-Winnicott-0005.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15159" title="2 Winnicott 0005" src="http://www.gabrielederitis.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/06/2-Winnicott-0005-260x300.jpg" alt="" width="260" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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